Può la scienza fare pace con la natura?

SIMPOSIO NON VIOLENZA – 24-25 APRILE 2009

Riflessioni di Angelo Baracca

Dipartimento di Fisica, Università di Firenze

 

Le sfide epocali che l’umanità si trova ad affrontare, lo strapotere economico, gli strumenti sempre più potenti che la scienza sviluppa, impongono la necessità di un grande dibattito sui fondamenti etici della conoscenza, della prassi scientifica, e dei legami della scienza con il potere. Gli anni della mia formazione – quando gli operai nei luoghi di lavoro, e con loro gli studenti e larghi strati di tecnici, denunciavano i fattori responsabili della nocività e dell’attacco alla salute nel ciclo produttivo – mi hanno portato al di là del piano puramente metodologico, o etico. La successiva esplosione dei problemi ambientali mi ha portato ad analizzare il ruolo della scienza come strumento di potere e di sfruttamento, tanto della natura come dell’uomo, che causa crescenti ed irreversibili disastri ambientali e sociali, e guerre sempre più tecnologiche e letali.

Scienza moderna e sfruttamento della natura

L’ideologia del valore assoluto e intrinsecamente progressivo della Scienza moderna è stato creato ad arte per coprire e mistificare questo suo ruolo di fondo, e risulta funzionale agli interessi economici dominanti. Secondo tale ideologia la scienza è la forma superiore di conoscenza, perché il suo metodo quantitativo le consentirebbe di raggiungere risultati oggettivi. Ma questa scienza quantitativa è un prodotto storico della società occidentale, nella sua fase di sviluppo capitalistico (altre società hanno rivaleggiato con l’Occidente per contributi scientifici e tecnici – Cina, paesi arabi, ecc. – ma non hanno avuto bisogno di sviluppare una scienza quantitativa, proprio per la diversa organizzazione sociale e il diverso rapporto con la natura).

Gli scienziati sono persone del loro tempo, partecipi dei problemi e dei progetti della società in cui operano, e per forza di cose hanno introiettato la logica di sfruttamento della natura e del lavoro umano propria di tutte le manifestazioni della società capitalistica. Secondo l’ideologia dominante la scienza indaga i segreti della natura, ma in realtà il suo scopo è conoscerla per trasformarla per fini pratici (in larga misura economici) e sfruttarla: rimane secondaria qualsiasi preoccupazione per gli equilibri, i cicli e i ritmi naturali, così lontani da quelli frenetici e voraci della nostra società.

Potere e limiti della scienza: critica del riduzionismo scientifico

La scienza non è affatto la forma superiore di conoscenza, ma certamente è la più potente in termini materiali, perché sviluppa metodi specializzati che agiscono a livello sempre più profondi nei processi naturali. Di fronte alla gravità dei problemi che l’umanità ha generato diviene più che mai necessario contrapporre all’ideologia del potere della scienza, delle sue capacità illimitate per risolvere tutti i problemi (come l’ideologia di autoregolazione del mercato!), una seria analisi dei suoi limiti, delle sue parzialità.

Secondo la mia analisi questi limiti sono radicati nel metodo stesso della scienza moderna, o meglio nel modo in cui questo è inteso ed applicato. Il requisito di rigore quantitativo impone infatti necessariamente di selezionare o circoscrivere fenomeni o ambiti specifici dall’inesauribile e inscindibile varietà che la natura presenta, perché non sarebbe possibile studiare simultaneamente con rigore un numero troppo grande di variabili. La necessità di questa selezione non è ovviamente di per sé un difetto, pur di esserne in ogni momento consapevoli: il valore e l’affidabilità di qualsiasi strumento pratico risiedono nella consapevolezza dei suoi limiti. Il problema vero è che la maggioranza degli scienziati adotta invece un atteggiamento riduzionistico, perdendo di vista la complessità, le correlazioni, la complessità: in un vero delirio di onnipotenza, come un novello “apprendista stregone”, assolutizza le proprie conoscenze applicando metodi e tecniche sempre più raffinati, ma parziali, senza (o prima di) curarsi delle ripercussioni incontrollabili che tali interventi provocano sui meccanismi più profondi della natura, per gli intrinseci legami fra tutti i componenti e i processi naturali.

Cosa sono ad esempio gli “effetti collaterali”, o “indesiderati”, dei farmaci? (E sono ormai il grottesco attributo anche per le azioni militari “mirate”, o “intelligenti”). Perché quegli effetti non erano stati studiati prima? O per lo meno non si era tenuto in conto la possibile esistenza di altri aspetti, oltre a quelli studiati, ma inscindibili da questi, che rendono i meccanismi naturali estremamente più complessi di qualsiasi nostra pur approfonditissima conoscenza?

In questo comportamento si intrecciano diversi fattori. Lo scienziato moderno stabilisce un potere come componente di una nuova “casta”, in quanto depositario di un sapere esclusivo ed elitario (e spesso sprezzante verso chi “non sa”). Troppo spesso, poi, questo potere si intreccia con l’asservimento a precisi interessi economici, ed arriva non di rado a veri atteggiamenti scorretti o disonesti. Abbondano purtroppo gli esempi di complicità degli scienziati con potenti interessi in veri crimini contro l’umanità.

I gravissimi danni procurati dal piombo tetraetile come additivo della benzina erano noti, ma l’autorevole tossicologo Robert Kehoe, fra altri, sostenne la sua innocuità: si stima che solo negli Usa 68 milioni di bambini siano stati esposti, tra il 1927 e il 1987, a livelli tossici di piombo, con conseguenze sul sistema nervoso e lo sviluppo mentale.[1] Quanto alle radiazioni ionizzanti, un Memorandum dell’AEC del 1947, scoperto da una commissione nominata dal Presidente Clinton, raccomandava la decretazione degli articoli scientifici che denunciavano i rischi generici e sanitari derivanti dalla contaminazione radioattiva di suolo ed acqua, al fine di evitare rivendicazioni contro l’AEC.[2] Ancora oggi chi ci propone il rilancio dei programmi nucleari nega con supponenza l’accumularsi di risultati sull’aumento di leucemie infantili nei pressi delle centrali. [3] Non diversa è la posizione della maggioranza della comunità scientifica che nega le gravi conseguenze sanitarie degli inceneritori di rifiuti. Ancora, si è dovuti arrivare al 2003 perché il genetista Allen Roses, della maggiore transnazionale britannica del farmaco, la GlaxoSmithKline, dichiarasse che il 90% dei farmaci in commercio è efficace su una percentuale di soggetti tra il 30 e il 50% (ma, naturalmente, può avere effetti indesiderati).[4]

La tecnica, una natura artificiale

Gli interessi economici si sono sviluppati in particolare sul versante applicato della scienza, la tecnica, la quale ha costruito una seconda natura, artificiale, che costituisce un diaframma rispetto alla natura e diviene una vera barriera con l’aumento della sofisticazione: prodotti e dispositivi artificiali sono applicazioni di leggi naturali, ma incorporano meccanismi che sembrano eluderle. I mezzi informatici offrono addirittura una realtà virtuale, nella quale ci si rifugia per rifuggire da una realtà sempre più piatta e impoverita. Ma mentre ci sentiamo onnipotenti con le potenzialità artificiali offerte dalla tecnica, le nostre vere capacità sono diventate ridicole rispetto a quelle di uomini non “civilizzati” che con la natura si confrontano ancora direttamente, “a mani nude”. E intanto si allarga la voragine tra il crescente specialismo della scienza e della tecnica ed il livello delle conoscenze scientifiche della gente comune: è sempre più problematica un’autonomia dell’individuo nella “tecnosfera”, condizionata da potenti interessi economici. Di questa voragine approfittano un’informazione e una pubblicità sempre più ingannevoli, che esaltano improbabili meraviglie tecnico scientifiche con informazioni prive di fondamento scientifico.

Scienza e tecnica promettevano di liberarci dalla necessità, dal lavoro, dalla fame nel mondo: mentre questi problemi si aggravano! Le grandi promesse dello sviluppo tecnico scientifico sono contraddette dalla realtà.

La scienza riduzionista ha dichiarato guerra alla natura: necessità di un atteggiamento olistico

La logica di sfruttamento della natura – attuato assolutizzando sofisticate e “rigorosissime” conoscenze scientifiche, ma ignorandone (o negandone) i limiti – ha condotto ad una crescente contraddizione con la natura, ad una vera guerra alla natura: la scienza sembra essere divenuta lo strumento del novello “superuomo”, che dovrebbe conferirgli potere illimitato sulla natura! E lo sfruttamento esasperato di margini di profitto sempre più esigui conduce a conseguenze ancor più drammatiche.

La natura presenta infatti diversi livelli di organizzazione che ubbidiscono a leggi di grado diverso, non riconducibili in termini riduzionistici l’uno all’altro, ma intrinsecamente interdipendenti: le modificazioni operate ad un livello hanno spesso effetti imprevedibili sugli altri livelli. Nei sistemi complessi, non lineari una piccola modificazione può ripercuotersi in modo imprevedibile sull’intero sistema (la metafora dell’«effetto farfalla»): vi sono soglie oltre le quali si innescano biforcazioni e divergenze irreversibili.

Il destino stesso della specie umana richiede di sostituire il riduzionismo scientifico con un punto di vista olistico. La cosiddetta “non neutralità” della scienza non si riduce solo ai possibili usi distorti o sconsiderati, ma è radicata nei suoi stessi contenuti, nelle sue impostazioni concettuali e nei suoi metodi: una scienza che assumesse come criterio prioritario il rispetto degli equilibri della natura e della salute umana, svilupperebbe concetti e metodi molto diversi da quelli della scienza attuale. È necessario aprire un dibattito aperto nella società sul ruolo, le finalità, i limiti della ricerca scientifica. La “libertà” della scienza e della ricerca è un mito, spesso reclamato come pretesto per poter fare quello che si vuole.

Il caso più eclatante è la relazione tra scienza e guerra. Si parla di “libertà” della ricerca scientifica, ma si occulta che migliaia di scienziati lavorano in laboratori dedicati unicamente alla ricerca militare, con finanziamenti praticamente illimitati. Ma la situazione si aggrava dopo la fine della Guerra Fredda, in un’«economia di guerra» che sostiene le economie in crisi: l’equilibrio tra i due blocchi (ancorché “del terrore”!) auto-limitava lo sviluppo di armi completamente nuove, mentre nel mondo unipolare lo sviluppo di strumenti di distruzione non trova più limiti ed investe tutti i settori scientifici e applicativi.

La specie umana causerà la propria fine?

Gli esempi sarebbero moltissimi. Quando si ottenne il sequenziamento del genoma umano ci si avvide che il 97 % del DNA non codifica per proteine (fu perfino chiamato con incredibile presunzione junk), ma gioca un ruolo fondamentale nella regolazione dei geni, con meccanismi estremamente complessi che non sono ancora compresi ma probabilmente supereranno sempre le capacità della scienza umana. Tuttavia le manipolazioni genetiche si stanno diffondendo a dismisura, tenendo molto poco conto delle possibili conseguenze. Un geniale quanto spregiudicato scienziato, Craig Venter, il controverso biologo-imprenditore che per primo decodificò il genoma umano, si propone di sostituire l’industria petrolchimica modificando il codice genetico di organismi semplici in modo che essi possano trasformare acqua, luce, zuccheri e CO2 in biocarburanti. Manipolazioni genetiche su intere popolazioni, perdipiù di microrganisnmi, possono avere conseguenze imprevedibili e drammatiche, modificando quella che potremmo chiamare la “genosfera”, il corso stesso dell’evoluzione biologica! Scrive il biologo cellulare Ameisen: «Manipolando i processi vitali si tocca qualcosa la cui caratteristica è l’imprevedibilità. Per cui se si opera senza regole si può fare un danno superiore ai benefici che possono venire per l’uomo. Dati i rischi, non potendo vietare la ricerca, bisogna decidere fino a che punto spingerci».

La specie umana, con la sua intelligenza e le sue capacità superiori, ha modificato artificialmente il corso dell’evoluzione biologica, oltre ai cicli della natura, adattando l’ambiente naturale alle proprie esigenze. È difficile pensare che questa manomissione sempre più radicale possa reggersi indefinitamente. Se avesse ragione il grande genetista Ernst Mayr: «L’intelligenza superiore è un errore dell’evoluzione, incapace di sopravvivere per più di un breve attimo della storia evolutiva».

Arrivando a manipolare il nucleo dell’atomo, che non gioca invece nessun ruolo nei processi chimici e biologici, abbiamo generato, insieme alla minaccia dell’olocausto nucleare, enormi quantità di isotopi radioattivi artificiali, con vite di migliaia o milioni di anni, che non è possibile eliminare, ma si potrà solo cercare di gestire riducendo per quanto possibile le conseguenze. Eppure questa follia non si arresta.

[1] C. Bryson, The Fluoride Deception, New York, Seven Stories Press, 2006, p. 101.

[2] Ivi, pp. 97-98.

[3] Rosalie Bertell, Victims of the Nuclear Age, http://www.ratical.org/radiation/NAvictims.html. Ian Fairlie, Childhood Leukemias Near Nuclear Power Stations, http://www.ippnw-europe.org/en/nuclear-energy-and-security.html?expand=176&cHash=abf6cd63d1

[4] S. Connor, “Glaxo chief: Our drugs do not work on most patients”, The Independent, 08/12/2003.

E’ lecito prevedere i terremoti? Seconda parte

 

I vulcani e la storia della terra

Vulcani e figli di Caino;la terra un essere vivente; embriologia della terra e formazione dei vulcani; natura dei vulcani; vulcani siciliani; interno della terra in ottica antroposofica e trasformazione dell’egoismo in altruismo.

 

Stare su una terra vulcanica significa stare in un punto assai particolare della crosta terrestre. Emergono alla superficie qualità delle profondità, più si scende di strato in strato più si torna indietro nel passato, un passato che ci parla di un mondo di fuoco, di calore, di una materia indifferenziata non ancora solidificata. I vulcani ci sollecitano a studiare la storia del nostro pianeta.

Abbiamo un rapporto interiore molto particolare con il nostro passato: da un lato è una occasione per cogliere sempre meglio la nostra identità, dall’altro se questo passato invade il presente diventa patologia, è un “bene” al posto sbagliato e diventa un “male”. Sappiamo che nella storia dell’uomo la conquista del fuoco è stata  un decisivo passo nella evoluzione della cultura, il mondo greco ne parlava in termini mitologici descrivendoci la figura di Prometeo che porta il fuoco agli uomini e viene per questo castigato da Zeus che lo incatena al Caucaso. La figura mitologica che incarna le forze del fuoco è Vulcano, il cui nome è stato preso per indicare appunti i nostri vulcani, nella tradizione ebraica corrisponde alla figura di Caino che inizia a trasformare la terra. I figli di Caino sono coloro che lavorano la materia, gli artisti, i tecnici. Caino è però legato anche alla esperienza della morte, uccide il fratello. Sono immagini che ci parlano della doppia natura del fuoco: da un lato il calore è la culla della vita, quando agisce in modo costruttivo, dall’altro ha in sé le forze della distruzione e della morte, quando agisce nel  luogo e nel tempo sbagliato. Nell’uomo le forze del fuoco vivono nella sua attività volitiva, nel suo metabolismo, nel suo movimento, è uno degli spunti importanti di R.Steiner che collega le qualità dell’anima alle tre sfere funzionali dell’uomo. Davanti ad un vulcano tocchiamo qualcosa del mistero dell’io umano legato alla sfera di calore nel nostro organismo, qualcosa del mistero della volontà nella sua polarità di egoismo ed altruismo.

Per cogliere la storia della terra possiamo prendere le mosse da alcune osservazioni generali che ci possono evidenziare un primo punto importante nella prospettiva antroposofica e cioè il fatto che non consideriamo la terra come un granello di materia proiettata nel cosmo, bensì come un organismo dotato di una sua vita e di una sua dimensione animica e spirituale. Se si guarda la morfologia della terra  si possono scoprire le tracce di forze formative simili a quella attive negli organismi viventi, dove nel grande e nel piccolo abbiamo gli stessi principi di forma. Già in passato si era parla del “volto della terra”. Alcuni pochi cenni:  se si guarda il globo terrestre con uno sguardo “fisionomico”, osservando il rapporto fra le terre emerse rispetto ai mari, si nota che la distribuzione non è omogenea, vi è una parte in cui prevale l’acqua e una parte in cui prevalgono le terre emerse. La figura mostra la disposizione.

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Se ora si guarda la forma dei continenti si nota una cosa singolare: verso il basso terminano tutti con una forma rastremata, tendono a fare una punta, mentre verso l’alto abbiamo la presenza di ampie pianure, si pensi al Canadà e alla Siberia. Nella zona centrale abbiamo nella parte orientali, in Asia, le grandi catene montuose. Se poi si guarda la disposizione fra oriente ed occidente si vede come le coste occidentali siano più lineari ed omogenee, per esempio in America, mentre le coste orientali frammentate e suddivise, per esempio nell’oriente asiatico.

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Potrebbe sembrare una disposizione casuale, ma se si guardano più da vicino i diversi continenti, si scopre che riemergono variate le stesse tendenze formative. L’Asia mostra la cosa nella forma più chiara: abbiamo nuovamente, come nel grande, tre grandi penisole, quella araba in occidente con una forma ben definita, è quasi un quadrangolo, quella orientale (Indonesia), frammentata e suddivisa, con l’India in mezzo.

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Se si passa all’Europa si ritrova più nel piccolo ancora la stessa tendenza, di nuovo tre penisole, quella iberica ben formata, quella greca molto articolata, in mezzo l’Italia. Rispetto al mare, la costa adriatica, occidentale, è lineare e omogenea, quella dalmata ricca di isole e promontori.

Se passiamo all’America del nord, ritroviamo in modo variato la stessa tendenza formativa già vista, qui in modo contratto e poco differenziato, come è consono al polo occidentale: California, piccola rispetto al Messico in centro, e ad oriente la Florida con Cuba e le altre isole.

 

Se torniamo alla polarità nord-sud si può fare un confronto anche fra i due poli, a sud c’è terra circondata da mare, a nord c’è mare circondato da terra. Fra i due poli si inseriscono le correnti marine, con un doppio andamento oriente-occidente e viceversa, creando un sistema ritmico nell’ambito delle acque.

 

Se vogliamo accennare ad un aspetto più funzionale si può vedere come nei due poli prevalgano il freddo e la forma, nella zona equatoriale il calore della sfera metabolica e come nelle zone temperate vi sia una specie di sistema ritmico e di respirazione (monsoni,ecc.).

R.Steiner ci dice che la terra in quanto essere vivente, oggi è in una condizione praticamente di cadavere, restano solo le tracce di un essere che in passato era appunto vivente e in una condizione in cui la materia era molto meno densa, più fluida e plastica, meno differenziata e in una condizione di calore molto più intenso. Ci parla di una specie di stato embrionale della terra in cui vi era una prevalenza di sostanza proteica vivente, una specie di grande uovo con un “tuorlo” che formava un nucleo e un “albume” che ne formava l’atmosfera. Gli attuali elementi chimici, l’acqua e l’aria, sono il frutto di una graduale distruzione e differenziazione di questa originaria sostanza vivente.

Si può anche accennare alla composizione delle rocce, in quanto nella loro stratificazione troviamo ugualmente la traccia di una antica vita. Lo strato più profondo è legato alla composizione del magma, di natura basaltica, più basica che acida. Sappiamo dall’antroposofia che la basicità è più vicina ai processi vitali (corpo eterico),mentre l’acidità ai processi di coscienza ( corpo astrale) che fermano la vita, quindi abbiamo all’origine dei processi vitali piuttosto indifferenziati. Salendo si incontrano gli strati granitici, cioè una prima articolazione della matrice silicea che riflette una differenziazione tipica del mondo delle piante. Il quarzo che darà origine alla sabbia ha carattere più floreale e di seme, le miche con il ferro e il magnesio hanno più carattere di foglia, mentre il feldspato che darà origine alle argille è più vicino al polo terrestre della pianta. La struttura scistosa ha in sé la dinamica fogliare, mentre quella granulare ha la dinamica tipica del seme. Più in alto abbiamo la formazione dei calcari in prevalenza di origine animale. Seguono gli strati sedimentari sia di natura primaria che secondaria. Saliamo dunque attraverso la vita dei regni della natura, fino alla comparsa dell’uomo.

 

In alto: 1 stratificazione geologia, basalti, graniti,ecc.        2 genesi delle rocce: evoluzione ascendente, linea unita

Si può pensare alla situazione dei fluidi in cui le differenze di calore portano a dei moti convettivi che formano,come sappiamo dalla fisica dei fluidi, delle “celle”. Con un graduale raffreddamento e indurimento che procede dalla periferia verso il centro, si può pensare alla formazione di “croste” più dure che galleggiano sulla sostanza più fluida sottostante, sul modello  delle “zolle” di cui parla la moderna tettonica. La attuale crosta terrestre è una “pelle” assai sottile rispetto a tutto il volume della terra. Se si fa una sfera di due metri di diametro, vi sarebbe per i continenti uno spesso di meno di un centimetro, per la crosta oceanica di 2 millimetri circa, meno della teca cranica con la pelle che la ricopre rispetto al cervello.  La testa umana non è poi formata da un unico pezzo di osso, ma da più ossa piatte fra loro unite da suture, una struttura non dissimile da quella della  crosta terrestre. In altre parole si può dire che l’immagine di una realtà vivente non collide con le moderne rappresentazioni della crosta terrestre, vista come un insieme di “zolle” galleggianti sul magma fluido, con delle zone di “compressione” dove la litosfera sprofonda e delle zone di “dilatazione” dove fuoriesce il magma. Come si collocano ora i vulcani in questa immagine ?

 

A questo punto va inserita una importante indicazione che risulta alla indagine di R.Steiner, e cioè l’emergere di un evento drammatico per la storia della terra. L’indurimento con la formazione di un “guscio” era più intenso in due punti della terra che oggi corrispondono circa al polo atlantico e polo pacifico ( l’asse della terra va pensato spostato lungo questa linea secondo le ricerche di G.Wachsmuth). Questo indurimento procedeva con troppa intensità,  piante e animali subivano questo eccessivo indurimento (se ne trova traccia nei giganteschi sauri, ma anche negli equiseti molto più grandi di oggi,per esempio) rischiando di estinguersi. Si ha allora un tentativo di guarigione in quanto dal polo del pacifico si stacca quella parte della terra con le tendenze ad un eccessivo indurimento, andando a formare la luna. Ad una eccessiva “contrazione-indurimento” risponde una “espansione” di cui fa parte il fenomeno dei vulcani.

Deriva dei continenti                                   Pangea

 

                                  Linee di dilatazione

 

Linee di compressione

 

Va pensato come un processo organico simile alla gemmazione. A questo punto l’altro polo, dove le terre emerse erano riunite in un insieme che viene chiamato pangea, inizia un graduale processo di espansione noto come le deriva dei continenti, se ne sono fatti diversi modelli. Proprio questo muoversi delle terre emerse crea le premesse per la formazione dei vulcani. Infatti si definiscono allora meglio le linee di compressione e di dilatazione, individuate proprio studiando la disposizione dei vulcani, più frequenti su alcune direttive che su altre. Nel loro insieme tracciano una struttura di tipo tetraedrico, confermando alcune indicazioni che R. Steiner fa nelle conferenze agli operai dei Goetheanum ( v. di seguito le figure tratte da Schmutz).

Di seguito, in verde, linee di compressione con estroflessione adriatica;  a destra   distribuzione dei vulcani esplosivi, con cono (linee di compressione)

 

In basso

1 Zolle  africana, euro-asiatica                                                    2 Ripiegamenti caledoniano e alpino

3 Formazione dell’Europa: giallo,alpina

4 Placca africana ed euro-asiatica, con promontorio e arco eolico

 

 

A questo punto possiamo vedere più da vicino alcune caratteristiche significative dei vulcani. Da un lato possiamo inserirli in una immagine funzionale dell’organismo terrestre: nelle profondità ricche del magma fuso abbiamo il retaggio di una fase prevalentemente metabolica della terra, nelle rocce superficiali indurite fino a formare dei tessuti cristallini trasparenti abbiamo un prevalere della forma come nella testa dell’uomo, le gemme si possono considerare come “occhi” aperti verso il cosmo, il corrispettivo della nostra vita sensoriale, in mezzo abbiamo il sciogliersi verso l’interno  della crosta nelle zone di compressioni e il rapprendersi del magma nelle zone di dilazione, cioè un lento respiro fra sopra e sotto.

In basso: 1  zona di compressione, vulcano a cono

2 vulcano a scudo e vulcano a cono

 

 

Dall’altro possiamo considerare il polo metabolico espresso nei fenomeni vulcanici, articolato in una sua polarità: i vulcani antichi, cosiddetti a scudo, in cui il magma esce orizzontalmente formando della grandi piastre di basalto, si tratta delle classiche rocce effusive dei ripiegamenti più antichi. E’ il polo della quiete, è come se si formassero delle ossa piatte come quelle della testa, si creano delle “pelli” che avvolgono la terra. Il colare della lava è lento, la lava indurisce alla periferia, forma come dei canali, diventa vetrosa e dura, le piante fanno fatica a crescervi. Polari sono i vulcani a cono, qui la spinta dalle profondità, legata ai ripiegamenti più recenti come quello alpino, preme finchè gli strati superficiali di rocce e minerali spesso ricchi di acqua e aria non vengono fusi, per cui si arriva alla “esplosione” con lapilli, nuvole,cenere, anche temporali, accumulo di detriti che formano i classici “coni”. La terra intorno diventa feconda, le rocce sono spesso porose e leggere e friabili. Per il primo tipo è caratteristica la formazione della lava, una condizione molto particolare della materia, eco di uno stato antico in cui solido,liquido e gas non erano ancora differenziati. Quando si formano dei “laghi di lava” si ha una massa fusa piuttosto quieta,salvo ogni tanto qualche zampillo dovuto alla uscita di aria, la temperatura sembra maggiore in periferia che all’interno, vi sono più legami di ferro bivalente che trivalente, quando arriva l’aria si passa alla trivalenza con formazione di calore. Non cristallizza realmente quando si raffredda, forma dei fili, in passato le grandi colonne basaltiche. Per il secondo tipo di vulcano è invece caratteristica la formazione di “nubi ardenti”, anche questo uno stato particolare della materia, una specie di emulsione ardente, in cui non è ancora differenziato il gas dal liquido e anche dal solido. Scendono a velocità impetuosa  (540  km/ora) e bruciano tutto. In un qualche modo si vede la traccia di stati antichi della terra. Fra i due poli vi è poi un terzo tipo di vulcano, detto “mediterraneo” con caratteristiche miste fra quelle “atlantiche” a scudo e “pacifiche” a cono (usando una vecchia terminologia). I nostri vulcani del sud sono di questo tipo, con una fase antica e una fase più recente. Dunque anche nei vulcani abbiamo una eco di una articolazione vivente dei processi.

Un brevissimo cenno alla situazione dei vulcani della zona: nel piccolo siamo in un punto particolare di incrocio fra linee di compressione e di dilatazione. L’arco che forma le Eolie è parte di una “piega” che ha dato forma al Mediterraneo, nel suo insieme come parte di una “protuberanza” della zolla africana che forma la base dell’Adriatico e che si scontra con la zolla euro-asiatica. Visto in grande si ha una linea di compressione che vede i fenomeni vulcanici dell’arco del Vesuvio, delle Eolie e dell’Etna. In direzione più nord-sud vi sono linee di dilatazione, con formazione di “fosse”, con un significativo incrocio in Palestina. Ci troviamo cioè in una zona molto dinamica fra compressione e dilatazione. Abbiamo come si è detto resti antichi (le caldere) e i crateri delle eruzioni più recenti, quindi con rocce effusive di tipo basaltico ( andesiti basaltiche, colata di ossidana nera) e pomice bianca,leggera, lapilli vari e “bombe” come espressioni della fase più recente.

In basso- 1 linea di compressione, ondulata, 2 dilazione nord-sud; 3 schema di andamento a croce (Palestina)

 

Vorrei fare ancora un confronto fra la terra e il mondo vivente delle piante per poter comprendere, almeno in via di ipotesi, una singolare indicazione che proviene da R.Steiner. Nella vita di una pianta, quando si arriva nella stagione fredda tutto si ferma, salvo che nella formazione dei semi, negli alberi  si formano invece dei punti in cui resta come la traccia della passata vita e al contempo il germe della vita futura con la formazione delle gemme. Queste iniziano a maturare quando diventa più attiva la forza del sole, quando cioè la pianta risponde alle forze che provengono dall’ambiente, non solo come luce e calore, anche come influsso più articolato del mondo dei pianeti. Si potrebbe fare un paragone e vedere i vulcani come delle “gemme” che hanno in sé l’antica vita di fuoco delle origini. E’ quindi pensabile che si attivino per un influsso particolare delle forze della periferia. Questo è proprio quello che ci dice R.Steiner quando considera le eruzioni vulcaniche come espressione di una particolare azione delle forze solari e il muoversi delle zolle  su di una massa fluida come risultato di forze che agiscono dalla periferia cosmica. Anche le maree derivano da influssi cosmici (luna). Sono spunti singolari che danno da riflettere e che andrebbero approfonditi, ma non risultano così incomprensibili se si pensa alla terra come ad un essere vivente.

Possiamo riprendere alcuni accenni fatti all’inizio. Se è vero che i vulcani ci riportano al passato della terra e che là dove questo passato si fa vivo oggi porta con sé distruzione e morte, allora dobbiamo anche vedere un nesso fra la vita volitiva dell’uomo, la sfera dove manifestiamo impulsi sia di natura morale che di natura immorale, e l’attività delle forze del fuoco. L’uomo antico aveva forze volitive di tipo magico legate alla sua vita istintuale, prima che si sviluppasse una coscienza di pensiero come quella odierna, se queste forze emergono oggi diventano chiaramente distruttive. La tradizione, basti pensare alla Divina commedia, vede l’interno della terra come  “inferno”, come contro-immagine della vita celeste. E ‘interessante che R.Steiner, in occasione dell’eruzione del Vesuvio nella primavera del 1906, il 16.4.1906, coglie l’occasione per parlare dell’interno della terra dal punto di vista della scienza dello spirito. E’ un vasto capitolo che qui non possiamo affrontare, se non con un brevissimo cenno. Il cammino interiore dell’iniziazione cristiana prevede sette gradini noti con la terminologia della via crucis, dalla lavanda dei piedi,alla flagellazione, fino alla morte e alla resurrezione. A ognuna di queste tappe corrisponde uno strato interno della terra con caratteristiche negative, strato che l’uomo ha da superare in una interiore evoluzione che lo porterà anche oltre gli ultimi due dei nove strati complessivi.

Questo significa che il fuoco distruttivo della volontà istintuale può trasformarsi nelle fiammelle pentecostali della futura comunità in cui ognuno sarà in grado comprendere realmente la lingua dell’altro, in cui le forze della sfera riproduttiva legate alle profondità della terra si trasformeranno in capacità creativa del linguaggio.

Molto di quanto è stato esposto è ovviamente semplificato e riduttivo rispetto alla complessità del tema, affrontato qui da un dilettante della materia.

Note: per R.Steiner le esplosioni vulcaniche ed anche le solfatare sono il risultato dell’azione di forze periferiche, cioè del copro eterico e astrale della terra; l’immagine del magma incandescente è discutibile, il calore sarebbe dovuto a influenze cosmiche. L’interno della terra è formato da 9 strati: terra minerale,terra liquida,terra vaporosa,terra fruttifera,terra focosa,specchio, strato frantumatore, nucleo. Ai primi sette strati corrispondo le tappe della iniziazione cristiana: lavanda dei piedi,flagellazione,incoronazione di spine,crocifissione,morte, sepoltura,resurrezione. Eruzioni vulcanice e terremoti provengono dal V strato, sotto spinta del VI. I nove livelli sono la contro-immagine negativa degli strati dei mondi spirituali superiori (mondo astrale I-III, devachan inf. (IV-VI),devachan sup. (VII-IX)

Nota: non sono riuscita ad individuare l’autore dello studio. Chiunque lo abbia scritto può contattarmi alla mail :luigina.marchese@tin.it

 

 

 

 

Sulla scienza

Seconda parte

Studio di Luigina Marchese

   cristallo-amoreZichichi enumera  tre falsi teoremi che riguardano la Scienza. Il terzo afferma che Scienza e Fede sono in antitesi ma, sostiene lo stesso scienziato,  “(…) lavorando con la Ragione nell’Immanente non viene fuori, né con l’ausilio della Logica Matematica, né con l’ausilio della Scienza galileiana, che Dio non esiste. Anche la religione occidentale crede di essere depositaria di un sapere assoluto, ma per restare sul trono fa ricorso al dogma ed alla fede. Tolto il dogma resta il dubbio ed il dubbio si può eliminare solo… provando o  cambiando punto di vista, ribaltando quei paradigmi cristallizzati che altro non sono che credenze fossilizzate, basi precostituite su cui innestare la conoscenza. E quale posto occupa o ha occupato l’uomo nel quadro che Scienza e Religione hanno dipinto o stanno dipingendo per lui? Fino al 1400 in occidente gli uomini avevano una visione organica della vita, concepita come interazione tra fenomeni materiali e spirituali, quasi un modo ecologico di intendere la natura, oltre la quale s’intravedeva l’ordine divino. Con Cartesio, Spinoza ma in maniera più evidente con Hume, Locke, Bacone, Newton15, la visione cambia: da quel momento in poi l’uomo prende il sopravvento sulla natura: metodo analitico, riduzionismo, meccanicismo… e di Dio si perdono le tracce. Laddove l’oriente continua la propria ricerca interiore, in occidente prende l’avvio una frattura profonda fra Scienza e Religione.

La scienza nell’idea di Rudolf Steiner

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   Nel mio continuo cercare, solo in Rudolf Steiner ho trovato  risposte. Egli ci offre della scienza un quadro di estrema coerenza. Prima di ogni cosa, Steiner ci indica che occorre risalire indietro di qualche secolo per imparare a conoscere il vero significato della ricerca scientifica moderna. Se infatti la si volesse giudicare solo nell’immediato, sarebbe facile misconoscerne l’essenza, si impara invece a valutarla solo seguendone il divenire negli ultimi secoli.3

   Se applicassimo questo metodo ad ogni campo dello scibile umano, se fossimo capaci di non guardare le cose isolatamente, ma considerando i nessi fra gli eventi, allora avremmo un quadro rispondente al vero. Noi occidentali abbiamo operato una frattura profonda fra il campo di ricerca scientifico ed il campo di ricerca religioso, una dicotomia fra spirito e ragione, tra forma e sostanza, tra quantità e qualità.

   L’uomo della tradizione, conscio delle corrispondenze fra i diversi piani della realtà, aveva una visione olistica dell’universo e percepiva ben chiara la propria posizione in esso. Per l’uomo antico era inconcepibile un universo meccanico, regolato da leggi alle quali doveva praticamente sottostare (in effetti egli viveva ancora immerso nel mondo spirituale ed il mondo fisico era per lui pura e semplice maya). Tali idee caratterizzano invece l’uomo moderno. Il primo aveva una visione olistica, unitaria del cosmo ed era ben consapevole del suo posto e del suo ruolo poiché  i fattori finito ed infinito erano per lui  intimamente coesi.       L’immensità era pulsante di vita!

      Laddove l’oriente continua la propria ricerca interiore, in occidente prende l’avvio una frattura profonda fra Scienza e Religione. La cognizione di un intrinseco rapporto spirito-materia è ciò che la scienza moderna ha perso, o meglio, è una consapevolezza che essa non ha mai avuto e neppure la famosa formula di Albert Einstein è riuscita a dischiuderle il dominio dello spirito. Eppure le parole di Steiner a riguardo  sono sconcertanti: “Dall’osservazione obiettiva dei fatti mi sembra si possa dedurre che la via della scienza non è una via sbagliata, purché la si intenda rettamente e se così viene compresa essa porta con sé il germe di una nuova conoscenza spirituale. .. di una spiritualità futura.” 4

   Scienza quale precursore dello spirito! Perché? Perché essa è nata in seguito all’oscuramento dei mondi spirituali e può con sicurezza ricondurci ad essi. La caduta nella materia era necessaria, come spiegato dalla Scienza dello spirito.

   La veggenza spirituale di cui era naturalmente dotato l’uomo antico lasciò nel tempo il posto ad oscuri ricordi. Anche i ricordi del mondo invisibile si spensero poi del tutto. L’uomo si ritrovò davvero senza patria, nel vuoto, in una natura che ora non riconosceva più quale parte integrante dello spirito. Essa gli era dinanzi, estranea: si era smarrito, per necessità, il primitivo collegamento. Nacque così, dopo un  periodo di trasmissione orale, la filosofia, come tentativo di riunire conservare, tramandare l’antico sapere affinché l’uomo irrimediabilmente non lo perdesse. Il termine “filosofia” sta ad indicare amore per la sapienza, ma per Platone, ad esempio, tale definizione non assumeva il significato di amore per la conoscenza, bensì desiderio di riavere ciò che era andato perduto. Quell’amore non era aspirazione alla perfezione, quanto piuttosto desiderio di recuperare l’antica sapienza di cui si erano perse le tracce, qualcosa che ci appartiene in quanto esseri umani e di cui è rimasto sentore nel nostro inconscio.5Per il poeta vedico la natura, invece, è simile ad un velo trasparente dietro il quale si agitano forze imponderabili e divine. Quelle visioni presero poi strade diverse; laddove i Greci si volsero all’esterno, cercando spiegazioni nel e del mondo fenomenico e gettando così le basi per la ricerca scientifica, per le scienze esatte, lì il pensiero indiano ripiegò su se stesso, alla ricerca di ciò che giace nelle profondità incommensurabili dell’animo umano. Fino al 1400 in occidente gli uomini avevano ancora una visione organica della vita, concepita come interazione tra fenomeni materiali e spirituali, oltre la natura  s’intravedeva l’ordine divino. Con Cartesio, Spinoza ma in maniera più evidente con Hume, Locke, Bacone, Newton, la visione cambia: da quel momento in poi l’uomo prende il sopravvento sulla natura: metodo analitico, riduzionismo, meccanicismo…  di Dio si perdono le tracce. E insieme a Copernico nasce la scienza! L’arduo e sotteso compito, avente come premio la conquista della libertà, diventa proprio quello di rinvenire le tracce del divino nel mondo materiale, nella natura. Ma questo, generalmente, l’uomo non lo sa! In questi ultimi anni il cambiamento si va facendo faticosamente strada, l’uomo modifica i propri parametri interpretativi e prende avvio l’idea che la Scienza non sia estranea al concetto di Dio, anzi, che possa aiutarci a cercarlo. Ma di quale Dio stiamo parlando? La Scienza ha escluso quel Dio che governava l’universo secondo leggi sue proprie, alle quali non si poteva far altro che sottostare, il Dio della Bibbia al quale si doveva obbedienza, il Dio che puniva, il Dio che distingueva,  un Dio orologio. Ma Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Sulle tracce del Cristo, scopo dell’uomo sulla Terra è rendere conosciuto lo sconosciuto, là dove lo stesso Kant ebbe a dire: “L’eterno mistero del mondo è la sua comprensibilità”. Per questo siamo qui. Per spiritualizzare la terra, per divenire uomini liberi, quella stessa libertà che nel campo della fisica dei quanti pare avere l’elettrone. L’idea che la fisica ci mostra del mondo è completamente diversa (dove sia in errore lo vedremo in seguito, ma quell’idea della libertà non è certamente un caso). Lo stesso Einstein non l’accettò in origine. Celebre la sua frase: “Dio non gioca ai dadi con il mondo”. Così egli si espresse. Ad Einstein sembrava inaccettabile ed intollerabile la libertà dell’elettrone. “L’idea che un elettrone (…) possa scegliere liberamente l’istante e la direzione in cui spiccare il salto, è per me inconcepibile”.6 Eppure lo stesso Hawking scrisse: “Tutto sembra indicare (…) che Dio sia un giocatore inveterato e che non perda occasione per lanciare i dadi”.7 In questa cornice Dio non è uno di “quegli immutabili che la Scienza si è lasciato alle spalle”, al contrario, Dio acquista una veste nuova perché anche Dio è ricerca, è cammino. Dio non è più sostegno assoluto ed incontrovertibile, ma pura libertà, libertà di essere, libertà di esistere, libertà di scoprire ed assaporare la totalità delle cose. Dio è libertà, dunque anche l’uomo è libertà. Ma a quella libertà occorre dare un senso profondo poiché, se mal gestita, può generare incapacità di controllo dei processi scientifici, come accaduto con le bombe di Hiroshima e Nagasaki

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Oggi  la scienza deve avere il coraggio di riconoscere i propri errori, le proprie omissioni e rigettare quanto nel corso del tempo si è verificato falso, improduttivo, fuorviante.

Una scienza che fondi la vita stessa dell’uomo su false premesse e su false acquisizioni, deve essere rigettata a favore di una scienza nuova che veda  la materia fondata sullo spirito e che veda lo spirito nella materia. E’ una scienza nuova quella che andremo a delineare. Paul Davies afferma:  “Può sembrare strano, ma ho l’impressione che la Scienza ci indichi la strada verso Dio con maggior sicurezza di quanto non faccia la Religione”.8

Questo voleva suggerirci Rudolf Steiner!

Nota

A causa di alcune modifiche operate sul testo originale, le note non hanno successione numerale corretta

1 F. Nietzsche, La gaia scienza, Adelphi Edizioni, Milano, 1977 af. 37)

8 F. Nietzsche, La gaia scienza, op. cit. af. 373.

15Non è una critica al paradigma newtoniano. Qui si vuole semplicemente affermare che la coscienza dell’uomo, nel suo percorso evolutivo, abbraccia differenti realtà, verità parziali che sono o possono essere vere in quel particolare momento ed in relazione al grado stesso della coscienza.

3 Rudolf Steiner, Nascita e sviluppo storico della scienza, Editrice Antroposofica, Milano, 1982, O.O. 326, pag. 11

4 Rudolf Steiner, Nascita e sviluppo storico della scienza, Editrice Antroposofica, Milano, 1982, O.O. 326, pag. 41

5 Cfr. C. Muscato, La questione delle dottrine non scritte e l’esoterismo di Platone, op. cit. pag. 2

6 Einstein, Feyerabend, Kuhn, Pirsig, Popper, Severino, La scienza come problema, op. cit. pag. 130

7 S. Hawking, Buchi neri e universi neonati, Rizzoli, Milano, 1993, pag, 77

8 P. Davies, Dio e la nuova fisica” Mondadori, Milano, 1984, pag 11

Sulla scienza

Tratto da La scoperta del nulla, di Luigina Marchese, Edizioni Terre Sommerse, Roma,  2009

Prima parte

Già Nietzsche scriveva: ”Si è promossa la Scienza negli ultimi secoli, sia perché si sperava con essa e per essa di poter comprendere nel miglior modo la bontà e la sapienza divina (…); sia perché si credeva all’assoluta utilità della conoscenza, specialmente all’intima colleganza di morale, sapere e felicità (…); sia perché si riteneva di possedere e di amare nella Scienza qualcosa di disinteressato, di pacifico, di autosufficiente, di veramente innocente cui in generale i cattivi istinti degli uomini sarebbero estranei. Dunque sulla premessa di tre errori!” 1 Errori che hanno portato sovente a sostituire alla parola “scienza” il termine dispregiativo di scientismo. Secondo Zichichi “lo scientismo è la pretesa che la Scienza abbia (…) capito tutto quello che c’era da capire e che anche oggi capisca tutto quello che c’è da capire” Nel “Dizionario di filosofia e scienze umane” troviamo che  scientismo è un termine usato dai positivisti francesi per indicare il ricorso alla Scienza e alla sua metodologia anche nello studio delle attività spirituali umane. Questa concezione, derivata dal positivismo, ritiene che l’universo sia essenzialmente conoscibile e che nessuna conoscenza sia accettabile se non stabilita dal metodo scientifico. Pertanto è respinta ogni forma di metafisica. Lo scientismo ottocentesco attribuisce alla Scienza un valore universale, la vede come depositaria del sapere assoluto che però essa, legata com’è all’esperienza, non può avere. “Il Fisico deve rassegnarsi (…) a rappresentare i fenomeni più semplici (…), mentre (quelli) più complessi non possono essere ricostruiti dallo spirito umano con quella precisione e quello spirito di coerenza sottile invocato dal fisico teorico”. La Scienza, dunque, non può introdursi in territori che non le sono propri, ma poiché di fatto lo fa, essa ci offre un quadro deformato e deformante. Al di là di tali argomentazioni lo scientismo, oggi, assume una connotazione ancor più sottile che può essere riferita a quelle forme comportamentali adottate in quelle strutture, in quegli agglomerati ove vige un paradigma condiviso e da condividere, un paradigma quasi impossibile da scalfire:  entrare o uscire da esso è di fatto difficile, il costo è generalmente la propria reputazione di scienziato.

 L’ideologia dominante all’interno dell’apparato scientifico, esaltando dunque i meriti della Scienza, si vedrà costretta, a volte suo malgrado, a rigettare nuove scoperte ed acquisizioni che possono minare le fondamenta di un castello già traballante. Accade così che ricercatori vengano snobbati solo perché propongono verità scomode per il corpo accademico, verità che fanno sobbalzare gli scienziati dalle loro comode poltrone costringendoli a rivedere le proprie convinzioni. Un ego troppo forte e condizionante è alla radice di ogni male, perché non si lavora per il bene della Scienza, per la verità in sé, ma per “la propria verità” e dunque per se stessi e per il merito che ne deriva. Da semplice modello di pensiero la Scienza è divenuta stile di vita, ma anche fattore condizionante inteso come controllo e dominio sulla natura, non solo, controllo altresì sull’uomo! Sembra paradossale, ma è come se la Scienza controllasse se stessa, racchiudendo gli scienziati entro una specie di bozzolo dal quale è impossibile vedere la luce se non rompendo il bozzolo stesso; chi vive lì è costretto a rispettare determinate leggii, se vuole uscire lo fa a suo rischio e pericolo.

 Che cos’è la Scienza? Questa è la domanda da cui ogni cosa dipana. Scienza, intanto, è sinonimo di Conoscenza. Essa è una modalità conoscitiva del reale. La Scienza può provare lo Spirito? La risposta è “no” se insistiamo a permanere nell’ambito della dicotomia, del dualismo, della polemica, dell’antitesi ma se riusciamo a superare tale baratro,  allora non ha più senso parlare di scientismo, poiché la Scienza riesce ad avvicinarsi ai reami dello Spirito, come può fare altresì qualsiasi ricercatore che, indagando tramite intuizione lo Spirito, in luogo della Natura, trovi ugualmente in Esso le leggi che regolano l’universo. Eppure in occidente la Scienza ha acquisito un valore così elevato da superare quello dell’intuizione. Premettendo che una via non esclude l’altra, cos’ha la scienza di così accattivante da essere ritenuta sempre e comunque la via sicura?

Se partiamo dal presupposto che non esiste la Scienza, ma l’uomo di scienza, allora vedremo come tutto sia in relazione alla valutazione che diamo all’ente uomo e tale valutazione si differenzia da un luogo all’altro del nostro pianeta. In occidente, ad esempio, contrariamente all’oriente, l’aspetto materiale ha prevalso su quello spirituale. Severino dice che la Scienza non potrebbe funzionare un solo istante se non si trovasse all’interno di un sistema economico, giuridico, politico, burocratico, scolastico, urbanistico, sanitario altamente sviluppato e concentrato negli stati ricchi del nord del pianeta. Nonostante le nostre tanto decantate radici cristiane, noi siamo come San Tommaso, crediamo solo a ciò che vediamo e tocchiamo con le nostre mani; ma la Scienza ci fa da specchio, essa è ciò che noi siamo. Al contrario, la filosofia, la teologia, occupandosi del mondo sovrasensibile, non direttamente percepibile dai sensi, ci appariranno come vie incerte. Così Kant ebbe a dire: “La filosofia è un campo di lotta, si procede a tentoni e si deve innumerevoli volte rifare la via”. Questo procedere a tentoni appartiene oggi irrimediabilmente anche alla Scienza. Quelle che all’inizio del xx secolo erano ormai considerate e consolidate come certezze, oggi non lo sono più e sono ancora molte le cose che la Scienza non riesce a spiegare.  Se Scienza è sinonimo di conoscenza, mi chiedo allora: qual è l’oggetto del conoscere? Lo scienziato risponderà: il mondo esterno. Il filosofo risponderà: me stesso. Il teologo risponderà: Dio. Così l’uomo razionale crederà ciecamente nella Scienza, chiederà che ogni cosa sia da essa provata, il filosofo userà la ragione, mentre il religioso vedrà tutto in termini di fede. Per l’uomo accorto, oggi anche la Scienza può portarci nei reami dello spirito. ma solo se riesce a spogliarsi di certi orpelli che più non le si addicono. Non fu forse lo stesso Einstein ad affermare che “solo l’intuizione, fondata sull’esperienza, ci può condurre alla scoperta delle leggi elementari”?  Ma quando usiamo il termine Scienza, quali immagini evoca esso nelle menti della gente comune? Di quale Scienza stiamo parlando? La maggioranza delle persone ignora le nuove scoperte scientifiche e le grandi implicazioni filosofiche, sociali, spirituali che da esse derivano. Oggi non parliamo più del vecchio paradigma newtoniano che intese applicare all’uomo le leggi meccaniche dell’universo. Considerando che forse è la minoranza a conoscere le più recenti frontiere della fisica dei quanti e le sue sconvolgenti scoperte, ciò implica che l’uomo, oggi, è ancora schiavo del vecchio paradigma scientifico, ancorato ad esso. Dice ancora Nietzsche: “Un’interpretazione scientifica del mondo, come l’intendete voi, potrebbe essere pur sempre una delle più sciocche, cioè, tra tutte le possibili interpretazioni del mondo, una delle più povere di senso: sia detto ciò per gli orecchi e per la coscienza dei signori meccanicisti che oggi s’intrufolano volentieri tra i filosofi, e sono assolutamente dell’opinione che la meccanica sia la teoria delle leggi prime e ultime, sulle quali ogni esistenza dovrebbe essere edificata come sopra le sue fondamenta. Tuttavia un mondo essenzialmente meccanico sarebbe un mondo essenzialmente privo di senso. Ammesso che si potesse misurare il valore di una musica da quanto di essa può essere computato, calcolato, tradotto in formule, come sarebbe assurda una tale “scientifica” misurazione della musica! Che cosa di essa avremmo mai colto, compreso, conosciuto?

  Niente, proprio un bel niente di ciò che propriamente in essa è “musica”..

Si rende necessario per l’uomo comune e per lo stesso scienziato, guadagnare un punto di vista superiore, come insegnano da tempo gli antichi saperi. (Questo punto di vista superiore può forse esserci offerto dall’Arte, (sentire) quale fulcro della bilancia fra il braccio  del pensiero (Scienza) ed il braccio della volontà (Religione)? Solo grazie al tre si riesce a superare la polarità del due. Il primo passo è comunque un’ampia rivalutazione di cosa sia in effetti l’uomo, del senso della vita e della morte. Preferiamo purtroppo non farci le grandi domande o, anche se le poniamo a noi stessi, le releghiamo in angoli remoti, presi come siamo dai ritmi frenetici di una vita che va perdendo la visione globale a favore di quella analitica e specialistica. Abbiamo perso di vista di vista l’unità in un continuo processo di divisione e di frammentazione.

Su queste basi poggia la società moderna, una società che ha perso di vista il fine ultimo della vita e non riesce più a ritrovarlo. Siamo figli di Cartesio, plasmati dal riduzionismo e condizionati dagli specialismi. Si nota nella nostra cultura un atteggiamento esclusivamente antropocentrico, una visione basata essenzialmente sull’essere umano e sulle sue problematiche,  egoiche più che spirituali. Tale affermazione non va intesa come disinteresse nei confronti dell’uomo, tutt’altro, ma… non si vive di solo pane…

Noi occidentali abbiamo operato una frattura profonda fra il campo di ricerca scientifico ed il campo di ricerca religioso, una dicotomia fra spirito e ragione, tra forma e sostanza. L’uomo della tradizione, al contrario, era conscio che nulla nell’Universo è separato e che le leggi che regolano l’atomo minuscolo sono le stesse che regolano le grandi galassie; conscio delle corrispondenze fra i diversi piani della realtà, aveva una visione olistica dell’universo e percepiva ben chiara la propria posizione in esso, un cosmo ove “ciò che è in alto è uguale a ciò che è in basso”.L’uomo antico aveva una visione che gli consentiva di considerare le realtà dello spirito in modo più accessibile di quanto faccia l’uomo occidentale. Per l’uomo antico era inconcepibile un universo meccanico, regolato da leggi alle quali doveva praticamente sottostare. Tali idee, caratterizzano invece l’uomo moderno. Il primo aveva una visione olistica, unitaria del cosmo ed era ben consapevole del suo posto e del suo ruolo. Egli guardava alla totalità delle cose e non semplicemente agli aspetti esteriori. L’immensità era pulsante di vita, quella stessa vita che, per la legge delle corrispondenze, vibra nell’essere umano. Dunque la caratteristica fondamentale delle antiche civiltà era la consapevolezza della cooperazione, della fusione dei fattori finito ed infinito in ogni aspetto della vita. Tale consapevolezza è ciò che la Scienza moderna ha perso o meglio, non ha mai avuto. Eppure in tutto ciò  non vi è nulla da biasimare, in quanto frutto necessario dell’evoluzione spirituale dell’uomo. In questi ultimi anni il cambiamento si va facendo faticosamente strada, l’uomo modifica i propri parametri interpretativi e prende così avvio l’idea che la Scienza non sia estranea al concetto di Dio, anzi, che possa aiutarci a cercarlo. Oggi anche la scienza, come la filosofia, “è un campo di lotta (…)” e “si deve innumerevoli volte rifare la via, poiché si trova che quella già eseguita non conduce alla meta”. La Scienza, da visione, è divenuta costruzione del mondo e ciò significa che quanto ha valore oggi può non averlo domani, poiché sostituito da un valore nuovo e più vero.

1 F. Nietzsche, La gaia scienza, Adelphi Edizioni, Milano, 1977 af. 37)

8 F. Nietzsche, La gaia scienza, op. cit. af. 373.

Si può vincere la forza di gravità?

E’ illusoria l’idea dell’uomo di vincere meccanicamente la forza di gravità. Nessuna macchina può vincere la forza di gravità, in quanto non esce fuori dall’àmbito di questa forza: la quale non ha esterna a sé la materia ed è causa del pesare, proprio perché non lo subisce. La condizione della macchina è il pesare: essa non può nulla fuori del pesare, la sua funzione rispondendo alla utilizzazione della sua inerzia, ossia all’uso dei rap­porti puramente meccanici delle sue parti inerti, prive di reciproca relazione e pur costrette ad agire come se l’aves­sero. La macchina non è nulla fuori dell’àmbito della gra­vità terrestre. Gli spazi extra-terrestri non possono acco­glierla, per il fatto che essa non è reale fuori dell’àmbito terrestre o dell’influenza gravitazionale che avvolge per una determinata altezza la terra. La struttura della macchina è tale che può stabilire relazioni di spazio unicamente là dove lo spazio è astrat­tamente riferito dall’uomo a punti fisici che cadono sotto la sua percezione, non a luoghi non terrestri la cui fisicità è la proiezione del suo modo di percepire, possibile solo sulla terra. Come dimostreranno i fatti. La macchina non può superare la gravità, per il sem­plice fatto che la esprime, la traduce in valore. Con la macchina, l’uomo fa della forza di gravità non ciò che viene superato, bensì ciò che continuando a trarre verso la terra, può imitare il moto della forza che trae verso il cielo: illudendo circa un elevarsi verso il cielo o un pe­netrare negli spazi cosmici. Che è comunque un conti­nuare astrattamente a misurare, immobili e chiusi in una sfera, più che mai entro il limite terrestre. Quel peso continua a essere il peso che ha bisogno di appoggio: non esce fuori della terra.

Tratto da –I segreti dello spazio e del tempo- Massimo Scaligero, Edizioni Tilopa, paragrafo 42