La Volontà violata

Riflessioni di Piero Priorini

Oramai lavoro come psicoterapeuta da più di quarant’anni… e credo perciò di poter testimoniare con una certa legittimità il mutamento delle patologie in atto nel più ampio tessuto della nostra società. Negli anni ’70, ad esempio, quando ancora ero in “formazione”, su nessun testo psichiatrico o psicanalitico si trovava il minimo accenno agli “attacchi di panico”, e nessuno dei miei maestri ne parlò mai… molto semplicemente perché l’attacco di panico era inesistente, almeno come sindrome a se stante. C’erano persone che denunciavano sintomi agorafobici o claustrofobici, questo è vero… ma erano poche e, comunque, scarsa era la rilevanza sociale del fenomeno. Ricordo molto bene quando, tra colleghi, si cominciò a parlare degli “attacchi di panico” come sindrome emergente, come una realtà psicopatologica pandemica sulla quale, oltretutto, era difficilissimo trovare la benché minima pubblicazione. Oggi, ovviamente, le pubblicazioni sulla materia abbondano. D’altra parte, un nesso profondissimo lega la psiche individuale alla società e alla cultura nella quale viene alla luce (o, per meglio dire, si incarna) perciò, preso atto dell’accresciuta velocità di trasformazione del tessuto socio-culturale, sarebbe ingenuo non aspettarsi l’emergere di patologie individuali che la testimonino.

Questa asserzione non è contraddetta dal fatto che società e cultura sono il prodotto della psiche individuale. Piuttosto, ciò che così si evidenzia, è la Dynamis circolare (o Feedback) che ha sempre caratterizzato l’esistere di Psiche nel mondo. Il nostro esistere.

In questi ultimi anni ho avuto come pazienti diversi giovani. Per lo più bravi ragazzi e ragazze tra i ventiquattro e i trenta anni che non avevano alcuna idea sul loro futuro o, se invece l’avevano, denunciavano apertamente di mancare della benché minima capacità per realizzarlo. Alcuni di loro avevano abbandonato la scuola dopo le superiori e vagavano in una incertezza assoluta. Altri si erano segnati all’università ma, nella migliore delle ipotesi, non sostenevano più di uno o due esami l’anno; nella peggiore neanche uno. Erano tutti assolutamente in grado di comprendere le difficoltà e i problemi che presto gli si sarebbero presentati, erano in grado di intravedere il baratro nel quale, da un momento all’altro, sarebbero precipitati, ma non erano in grado di fare nulla per evitarlo. Alcuni arrivavano a deplorare le notti insonni passate davanti alla TV o al computer, le nottate in discoteca, l’abuso di sostanze stupefacenti, gli improvvisi (e per loro inspiegabili) scoppi di aggressività quasi sempre rivolti verso le persone a loro più care. Arrivavano a riconoscere la loro totale mancanza di responsabilità verso se stessi e verso chiunque altro e, se il rapporto di transfert era buono, lasciavano emergere la sofferenza e la vergogna per questo loro stato interiore ma… quanto a mutarlo, sembrava loro un’impresa disperata. Qualcosa d’impossibile.

La contemplazione di questa sindrome (della quale questi ragazzi sono solo i testimoni più manifesti, ma che interessa un ben più ampio numero di persone) mi ha sempre affascinato e sconvolto nello stesso tempo. Come se mi trovassi di fronte ad un essere umano tranquillamente seduto su una bomba a orologeria, pronta a esplodere da un momento all’altro. L’uomo, o la donna, è del tutto consapevole della propria precaria situazione ma è come se non fosse assolutamente in grado di fermare il timer o, in alternativa, alzarsi e allontanarsi. Possiede gambe e braccia sane e funzionanti, nessun impedimento esteriore lo trattiene e la sua mente è lucida e cosciente. Contempla il proprio disastro imminente ma non fa nulla per evitarlo. Nella migliore delle ipotesi piange e si dispera, oppure si rivolge a un terapeuta o a chi per lui e lo prega di aiutarlo: per amor di Dio… Ma non è in grado di fare nulla che lo possa liberare. Non posso sapere se le mie parole avranno il potere di essere evocative, ma posso assicurare che osservare e partecipare a conflitti di questo genere è davvero terribile. Ci ho messo molto tempo per uscire dallo stupore inerziale dell’incredulità beota e cominciare a comprendere di quale fenomeno si trattasse e quali fossero le forze in gioco. Solo che, appunto per ciò, non sarà semplice farne partecipi i miei lettori. Perché la psicologia e la psicanalisi ortodossa che, come ben sappiamo, su tutto hanno già sentenziato, anche per questo quadro psichico qualcosa l’hanno pur detta ravvisando, nei vari sintomi, una passività depressiva precoce, oppure una risposta nichilistica a una società corrotta e malata o, ancora, una qualche forma di reattività vendicativa inconscia, un masochismo latente o quant’altro. Tutte osservazioni parzialmente corrette… non c’è dubbio, ma che non credo abbiano colto il nucleo centrale del problema. Perché se anche possono essere credibili tute le dinamiche sopra citate, resta un fatto che la loro attivazione implica l’inibizione totale o completa di quella importante funzione psichica che, per la scienza ufficiale… be’, diciamo che… in un certo senso… non esiste.

Mi spiegherò meglio. Nel linguaggio corrente tutti usiamo termini come: “determinazione”, “volitività”, “fermezza d’intenti o di carattere” e altri simili. E quando incontriamo questi termini tutti comprendiamo benissimo a cosa si riferiscano. E quasi chiunque è in grado di distinguere tra una donna o un uomo volitivo e ben determinato o, invece, una persona irrisoluta e sconclusionata. Ma per la psicologia e la psicanalisi di matrice materialistica le cose non sono così semplici: cos’è mai, infatti, la volontà?

Mistero!

Di sicuro qualcosa di sconcio che ha a che fare con la metafisica e che è consigliabile, perciò, scaricare come pertinenza della filosofia. Del “pensare”, infatti, la psicologia e la psicanalisi presumono di sapere tutto. In fondo si tratta di brevi scariche sinaptiche che si trasmettono da una cellula a un’altra. E anche “emozioni e sentimenti” possono essere abbastanza ben spiegati grazie alle endorfine o al complesso funzionamento dell’amigdala. Ma… la volontà? Cosa diavolo è la volontà? Dove trovare un’adeguata definizione? Purtroppo bisogna riconoscere che la psicologia e la psicanalisi hanno ragione. Andate su Internet, cercate una definizione di “volontà” e subito troverete affermazioni come queste:

“La volontà è la determinazione fattiva e intenzionale di una persona a intraprendere una o più azioni volte al raggiungimento di uno scopo preciso. La volontà consiste quindi nel fine, o i fini, che lo spirito umano si propone di realizzare nella sua vita, o specificamente anche nelle sue azioni semplici e quotidiane” (Wikipedia).

Fantastico… una perfetta inversione logica: la volontà consiste nel fine, anziché il fine essere la meta (non del tutto indispensabile) della volontà intesa come pura forza dello spirito. Infine, un’ulteriore, anche se indiretta prova della ambiguità scottante del tema della volontà può essere ricavata dal fatto che quasi nessun psicologo ricercatore ne abbia mai parlato. Da Freud in poi, fiumi d’inchiostro sono stati versati per interpretare la più elementare o la più rara delle funzioni umane. Ma sulla natura della volontà non ci sono state ricerche, né testimonianze. Due uniche eccezioni: lo psicanalista Roberto Assagioli, fondatore della Psicosintesi, con il suo L’atto di volontà, edizioni Astrolabio, e lo psichiatra statunitense Rollo May, con L’amore e la volontà, sempre edito da Astrolabio. Ma a parte loro, il vuoto. Protesa nello sforzo di farsi riconoscere come “scientifica” dall’attuale cultura materialistica, la psicologia è sempre arretrata con orrore di fronte alla volontà, per la quasi assoluta impossibilità di distinguerla dall’istinto (altro concetto ambiguo) e collegarla all’Io.

Come che sia… adesso non ho intenzione di entrare in una sterile polemica. Questi articoli sono, dichiaratamente, d’ispirazione antroposofica, quindi mi rivolgo a quanti hanno fatto propria l’idea dell’uomo come essere spirituale tripartito che si esprime nel pensare, nel sentire e nel volere. Queste sono le uniche e sole tre funzioni dell’anima umana e, a questo proposito, Rudolf Steiner indicò sempre la volontà come la funzione più difficile da afferrare con la coscienza ordinaria, proprio perché essa allude alla sostanza spirituale ultima dell’Io. In altre parole, l’Essenza Volitiva è il dono sacrificale che i Troni (Ia Gerarchia) offrirono all’origine della creazione. Vera e propria sostanza spirituale, dunque, alla cui natura l’essere umano partecipa e della quale è chiamato a divenire cosciente nei limiti in cui, proprio grazie all’esercizio della stessa, riuscirà a liberare il pensare e il sentire ordinari. Senza volontà, infatti, il pensare non sarà mai libero. Senza volontà, nessun sentimento umano supererà mai la fortuita occasionalità. Per quanto possa sfuggirci la rappresentazione corretta della cosa, la sostanza spirituale ultima dell’Io risiede nel Volere. Perciò, non credo affatto sia un caso se, in un momento drammatico come quello che l’umanità sta vivendo, lo Spirito Avverso dei Nuovi Tempi si ingegni di sferrare quanti più colpi possibili proprio nella sfera della volontà. Per annientarla alla radice. Sarà pertanto fondamentale rendersi consapevoli delle sue strategie. Non tanto perché sia possibile evitarle del tutto (indietro nel tempo non si torna) ma almeno per cercare di depotenziarle il più possibile.

La prima considerazione sarà la più difficile da digerire. Faccio qui riferimento a un’osservazione di Rudolf Steiner in merito al fatto che, ai suoi tempi (siamo alla fine del ‘800 primi del ‘900) si andasse sempre più perdendo l’uso di “contenere” ben fasciate le gambe dei neonati. I pediatri dell’epoca si erano infatti convinti che lasciare ai bambini appena nati la piena e totale libertà di movimento degli arti avrebbe loro favorito la coordinazione motoria e regalato un senso di piena e appagante libertà. In realtà, avvertì Steiner in tempi non sospetti, questo mancato “contenimento” iniziale rischierà di produrre effetti deleteri nella vita futura dei bambini così allevati, dissipando in maniera scoordinata il volere (che, come sappiamo, aderisce principalmente alla sfera metabolica del ricambio e si esprime nel movimento degli arti) e impedendo all’Io in embrione di appropriarsene. Premetto che mi rendo ben conto di quanto sospette possano sembrare all’uomo di oggi tali affermazioni. Chi mai si sentirebbe più di tenere avvoltolate strettamente le gambe dei propri figli nei fasciatoii “come ingenuamente si faceva una volta”. Sì… mi rendo davvero ben conto. Ma a parte il fatto che in quasi tutto il mondo così si faceva un tempo, soprattutto in quelle culture nelle quali i neonati passavano diversi mesi legati stretti sul dorso delle proprie madri, vorrei in aggiunta far notare come al di fuori di una coscienza ispirata o intuitiva, ben poco potrebbe essere detto sulle implicazioni di queste comunicazioni occulte. La coscienza ordinaria, cerebrale e astratta, è abituata oggi a pretendere ragione su tutto. Con il risultato che, per ogni cosa, per ogni soluzione proposta per qualsivoglia problema, si creano subito almeno una decina di correnti di pensiero: quelli a favore, quelli contrari e altri più o meno diversi e originali. Ma, come dovrebbero oramai aver compreso i miei lettori, sul piano del pensiero ordinario tutte queste correnti non sono altro che espressioni di opinioni, simpatie, ostilità inconsce, condizionamenti e quant’altro.

Come professionista addetto ai lavori, io non mi permetto di prendere posizione alcuna. Quando divenni padre, tanti anni fa, non pretesi di fasciare le gambe dei miei figli… affermo solo che, almeno al lume del mio naso, le osservazioni di Steiner mi convincono. In un contesto diverso da quello attuale, in un ambiente sociale più calmo e tranquillo, non credo sarebbe una crudeltà tenere fasciate le gambe dei bambini nei primi sei o otto mesi di vita e mi sembra di cogliere il nesso tra questo primordiale contenimento e la successiva capacità dell’Io di attingere alla propria volontà.

Secondo punto. Forse altrettanto spigoloso, ma abbastanza ben conosciuto e dibattuto. La presenza massiccia della televisione nella vita degli uomini e delle donne che sono stati bambini dagli anni ’60, ‘65 in poi. So che esistono molti studi e ricerche su questo fenomeno, ma tutte le volte che ne parlo mi piace fare riferimento al testo: La droga televisiva, della ricercatrice americana per l’infanzia Marie Winn. Amo citarlo perché già nel 1977 l’autrice osò spostare la sua denuncia dai contenuti dei programmi televisivi alla natura stessa della TV, evidenziandone i danni a prescindere. Per coloro che fossero interessati a ragionare sulle diverse negatività del mezzo televisivo suggerirei di leggere direttamente il saggio della Winn. Quello che a me qui preme riportare è il fatto che, per tutta una serie di motivi legati al fenomeno della scansione ottica, su cui si basa la creazione dell’immagine visiva, di fatto quello che si produce in tutti i gli spettatori è un principio di trance ipnotica, e una consequenziale inibizione della volontà. Detto in parole più semplici: la più bella immagine che possiamo osservare su uno schermo televisivo in realtà non esiste! Non c’è! Si tratta di un fantasma. Quello che osserviamo è il velocissimo movimento di un punto luminoso e colorato che, in un 28esimo di secondo, scorre lungo delle virtuali righe orizzontali dello schermo. Il fatto che il nostro occhio mantenga per un 28esimo di secondo la traccia visiva di ciò che lo colpisce, fa sì che continuamente noi componiamo l’immagine (che non c’è) grazie al trattenimento di tutti i punti luminosi e colorati che sono scorsi in quella micro-frazione di secondo. Il nostro cervello, perciò, lavora intensamente durante una qualsiasi visione, ma lo fa passivamente, ubbidendo ai dettami formali dell’immagine ripresa e poi proiettata. Un abisso separa l’immagine cinematografica, che è presente in tutta la sua interezza su ogni fotogramma della pellicola, dall’immagine televisiva che mai, in nessun momento, è presente in quanto tale sullo schermo. Questo è quanto potrebbe confermare un qualunque psichiatra o un qualunque esperto del settore audiovisivo. Tuttavia c’è di più. Di fatto, la condizione di leggera trance che così si produce arriva a inibire molto in profondità la funzione della volontà umana, perché scollega lo stimolo percettivo virtuale dalla risposta istintiva alla quale il nostro organismo sarebbe programmato. Ancora una volta, al di là di tante parole e citazioni, vorrei appellarmi alla naturale sensibilità dei miei lettori. Mettetevi dunque comodi di fronte ad uno schermo televisivo e selezionate – tanto per fare un esperimento – un film d’azione o d’avventura. Cioè a dire uno spettacolo all’interno del quale, potendovi lasciarvi andare in una naturale e spontanea identificazione con il o la protagonista, vi ritroviate all’improvviso sopraffatti da un qualsivoglia pericolo (un incendio, un terremoto, una bestia feroce, oppure da un qualche nemico violento e aggressivo), o da una intensa emozione. Noterete, se la vostra sensibilità psico-corporea è ancora integra, molteplici impulsi al movimento muscolare (attacco, fuga) che, tuttavia, vengono inibiti sul nascere. Perché in fondo siete pur sempre coscienti di essere nel vostro salotto, seduti su un comodo divano e in una condizione di assoluta tranquillità. Perché dunque scattare in piedi, inarcare la schiena, stringere i pugni o digrignare i denti? L’impulso al movimento (tranne forse un’alterazione del ritmo cardio-respiratorio) viene inibito. Adesso immaginate che fin da bambini siate stati spettatori più o meno compulsivi di televisione. Provate a immaginare le centinaia, le migliaia di volte in cui un sano impulso reattivo è partito, ma sia poi stato bloccato prima ancora di attuarsi. E adesso chiediamoci: non sarebbe normale per molti che fossero cresciuti in tali condizioni, a meno di non poter contare su straordinarie risorse volitive, registrare da adulti un’inspiegabile inerzia all’azione? Non sarebbe naturale denunciare una sorta di “blocco della volontà”, o una inspiegabile abitudine a trascurare molti degli stimoli che dovrebbero invece determinare una qualche minima reazione? I danni prodotti da questa “droga di Stato” sono ovviamente molteplici e, allo stato attuale delle cose, si allargano fino alla creazione di veri e propri condizionamenti della coscienza di tutti i cittadini. La politica e l’alta finanza si sono appropriati del sistema di comunicazione di massa e i loro crimini sono, e continueranno ad essere, molteplici. Tuttavia, ai fini di quel che qui a noi interessa sarà sufficiente aggiungere il fattore TV a tutti quelli che cospirano per privare l’essere umano della sua libertà, non solo di scelta ma anche di consequenziale azione. Ma andiamo oltre, perché i tempi e i danni della televisione, almeno in parte sono stati superati. Un ben più possente fenomeno si presenta alle nostre considerazioni: Internet, l’Informatica e tutto ciò che gli ruota intorno. Adesso spero che nessuno dei miei lettori mi voglia ritenere un conservatore reazionario pronto a sputare veleno sul presente e sul futuro. Sono ben consapevole del senso e del valore delle trasformazioni epocali e mai, nella mia vita, mai neanche lontanamente mi sono immaginato che il tempo possa essere fermato e il progresso ingiuriato.

Tuttavia ritengo doveroso “…dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”.

E per farlo direi che si potrebbe cominciare riprendendo l’ormai arcinota, e solo apparente, contraddizione espressa da Steve Jobs e dai molteplici altri amministratori delegati di prestigiose aziende tecnologiche. Faccio qui riferimento alla limitazione (estesa a volte fino al divieto assoluto) imposta da molti di questi manager ai propri figli dell’uso di quegli stessi apparecchi tecnologici che essi invece producono, pubblicizzano e vendono. Questo perché, almeno secondo accreditati studi clinici – che tutti questi dirigenti conoscono molto bene – l’utilizzo continuativo di dispositivi elettronici da parte dei bambini può portare a una sorta di pigrizia intellettiva, allo sviluppo ipertrofico della sola intelligenza associativa e un aumento dei disturbi della vista e del sonno. Inoltre, i ricercatori ritengono che le frequenze wireless per la connessione a Internet usate dall’iPad e da altri tablet possano rappresentare potenziali rischi per la salute ed essere cancerogene. Tuttavia, nonostante i pericoli psico-fisici impliciti nell’uso di tutti questi congegni, non sono questi l’oggetto del nostro interesse. Perché, questa volta, vorrei invece spostare l’attenzione dei miei lettori sull’apparente semplicità e gratuità con le quali il fruitore di Internet si illude di poter soddisfare i propri bisogni. Oggi tutto è alla portata di un clik. Deve svolgere una accurata ricerca bibliografica? Desidera acquistare un qualche strano oggetto difficile da reperire? Vuole mantenere contatti costanti con centinaia di persone? Vuole vedere un film? Ha bisogno di sesso? Basta un clik e, almeno in apparenza, tutto si realizza. Senza sforzo alcuno, senza dispendio di energia, senza eccessivi e faticosi movimenti. Le nuove generazioni stanno via via perdendo il senso del sacrificio, dell’impegno, della responsabilità diretta… del costo da sostenere, in termini di energia volitiva, per poter ottenere determinati risultati. Come se non bastasse, la realtà virtuale sta spodestando la realtà del mondo. Nello spazio magico del virtuale tutto è più facile da realizzare e anche la più grandiosa gratificazione di sé sembra sempre raggiungibile.

Alcuni anni fa, due dei miei pazienti più gravi da molti mesi non uscivano quasi più da casa. Passavano ore e ore al computer, intenti a perfezionare le proprie prestazioni in complicati video-giochi. Come ritorno, ricevevano la conferma ammirata di migliaia di altre vittime che, come loro, si erano ritirati dalla vita nel mondo. Nello spazio virtuale si sentivano realizzati come intrepidi eroi cibernetici, scaltri navigatori interstellari, vincitori di mostri e di eserciti alieni. Nel mondo reale si sentivano goffi, timidi, impauriti…vulnerabili nei confronti di forze che non avrebbero saputo contrastare in alcun modo. Una semplice prova d’esame per la patente, un tirocinio per il più semplice dei lavori o un approccio seduttivo verso una persona dell’altro sesso, sarebbero sembrati loro imprese al confine dell’impossibile.

Per completare il quadro, aggiungiamo adesso la moda-obbligo, per quasi tutti i giovani che hanno superato l’adolescenza, della vita notturna. Non che questa sia del tutto una novità. La giovinezza si è sempre esaltata nelle “nottate brave”, più o meno occasionali. Chi di noi, soprattutto da giovane, non mai ha “fatto” l’alba per veder sorgere il sole e sentirsi partecipe del “tempo nascosto” nelle pieghe della notte? Ci mancherebbe altro.

Ma quello che una volta era trasgressione e che, come tale, poteva sprigionare la pienezza dei suoi effetti, oggi si sta trasformando in consuetudine. La lancetta dell’orologio si è spostata sempre più avanti: i nostri giovani escono di casa all’una o alle due di notte per tornare solo verso le sei o le sette della mattina e andare poi a dormire buona parte del giorno.

Chiediamoci: ha senso criticare questa moda?

Ho paura di sì!

Perché l’essere umano, per quanto unico essere vivente potenzialmente emancipato da tutti i ritmi e le forze del cosmo cui appartiene, comunque gli appartiene. E senza quel cosmo e le forze in esso attive non sarebbe in grado di sopravvivere. Gli astronauti vanno in orbita su sofisticate navicelle spaziali ma, dopo un periodo più o meno prolungato, sono obbligati a tornare sulla terra. Sono costretti a farlo, perché senza la gravità il loro sistema osseo si decalcificherebbe e, alla lunga, potrebbe non risanare mai più. Così, allo stesso modo, coloro che lavoravano di notte, almeno nei tempi passati, erano solo giovani ai quali, proprio per questo loro sacrificio, si riconosceva il diritto a forti indennizzi. Si sapeva che la pratica lavorativa notturna, alla lunga, portava notevoli danni al sistema nervoso e si sfruttavano perciò le forze dei giovani per un periodo limitato del tempo di una vita. Non credo che molti dei nostri predecessori conoscessero il mistero del “Sole di Mezzanotte”, ma al livello istintivo e intuitivo, sapevano che addormentarsi in sintonia con i ritmi del cosmo era il modo migliore per vivere in piena salute. Quello che di sicuro ignoravano è che l’anima umana ha sempre necessitato di essere quotidianamente risanata dagli esseri che abitano i vari mondi spirituali ma che, per usufruire di un tale dono, deve poter soggiornare in quei mondi il più vicino possibile alla mezzanotte cosmica, cioè nel momento in cui le forze spirituali sono maggiormente attive sul piano astrale mentre, sul piano fisico-sensibile, scorrazzano i demoni. Non è solo suggestione, né patetica letteratura che di notte l’anima umana sia più vulnerabile e negativamente influenzabile dalle forze d’opposizione ma dato il materialismo diffuso, proprio di questa epoca, non c’è da stupirsi troppo se ben poco possa essere denunciato a proposito. Con una tolleranza che non ha uguali, la società moderna lascia che la vita dei propri giovani si dispieghi nella notte, permettendo così alle forze dell’opposizione di svolgere al meglio il proprio compito.

Naturalmente, agli elementi che ho voluto elencare in questo breve articolo se ne potrebbero aggiungere tanti altri. È indubitabile che il clima sociale, economico e politico attuale – al livello globale ma soprattutto nazionale – sia quanto di più malato si possa immaginare. E numerosi sono i ricercatori che lo stanno denunciando, dallo stimatissimo Zygmunt Bauman al nostro Umberto Galimberti. A causa delle “guerre pacifiche”, del terrorismo più distruttivo, dei crolli finanziari indotti, della sovra-popolazione e della immigrazione clandestina, degli immensi disastri ecologici e della peggior politica che i vari paesi abbiano mai espresso, la sfiducia serpeggia per il mondo. E al suo seguito, il nichilismo, la depressione, la rabbia più o meno autodistruttiva, trovano nei giovani terreno fertile. Come sempre, però, l’individuazione dei fattori esterni, responsabili in misura maggiore o minore della vacuità progettuale di così tanti giovani, è solo una parte del problema. L’altra è rappresentata dal bagaglio di risorse interiori con cui ogni individualità entra nella propria esistenza, dalla bontà delle relazioni umane all’interno delle quali sarà accolto, dalle tensioni sociali, economiche e politiche del momento in cui si troverà a nascere e così via. A seconda di dove sposteremo lo sguardo, mille altri fattori potranno assumere risalto e significato. Rimango ciò nonostante dell’avviso che da parte dei nostri secolari ostacolatori sia in atto un poderoso attacco contro le forze di volontà dell’essere umano. Perché se la natura profonda del nostro Volere sarà corrotta, allora ben poco spazio rimarrà alla speranza di poter realizzare quel traguardo di Amore e Libertà che ci era stato destinato.

Per molti ma non per tutti

 

Storia di un fallimento

Riflessioni del Dottor Piero Priorini

 

   Nel 2010, con la casa editrice Psiconline, pubblicai un testo che titolava: C’era una volta la psicanalisi e riecheggiava le riflessioni di James Hillman che, in un suo ben più celebre saggio, confessava: “Cento anni di psicanalisi e il mondo sta molto peggio di prima”. Perché era doveroso ammetterlo: nessuno dei traguardi ancorché minimi che i padri della psicanalisi avevano creduto di poter realizzare era stato raggiunto. Non solo: l’amara verità era che, proprio negli ultimissimi tempi, la diffusione popolare della “cura”, distruggendone l’alone sacro (vero o presunto che fosse), aveva finito per produrre la sua banalizzazione.

   Cos’era dunque accaduto? Chi o cosa aveva la responsabilità di un tale fallimento?

   Per rispondere a tutte queste domande, nelle prime venticinque pagine del mio testo, e nelle sue ultime venti (perché per il resto conteneva alcuni dei casi clinici più o meno emblematici della mia lunga carriera), in un linguaggio exoterico avevo provato ad esaminare alcuni dei motivi principali di questa drammatica situazione. E come prima cosa, iniziai interrogandomi se questo giudizio negativo non potesse essere addebitato solo ed esclusivamente alla mia vecchiaia incombente e perciò dunque alla consueta incapacità degli anziani di valutare positivamente le forme del nuovo che avanza. Ma alla fine, dopo essermi confrontato con alcuni esponenti degli ottimisti (Alessandro Baricco, fra tutti) e dei pessimisti (Umberto Galimberti), senza aver tralasciato coloro che invece trattenevano il proprio giudizio in una sorta di sospensione limbica (Zygmunt Bauman e Benjamin Barber), credetti di dover convenire che la “salute” della moderna psicoterapia fosse davvero pessima e il suo futuro… come minimo incerto. Questo perché i tempi storici sembravano profondamente cambiati e la fretta e la superficialità avevano invaso l’anima degli uomini. Perché le persone erano distratte e affaccendate in tali e tante stupide cose, da non avere più il tempo per pensare e, subito dopo, con conseguenzialità e coerenza, mettere in atto il risultato dei loro stessi pensieri. Perché la capacità di donarsi fino in fondo, ancorché a se stessi, era divenuta una merce rara e, infine, perché era difficile per chiunque orientarsi in quel variopinto “mercatino delle pulci” che era diventata la psicoterapia. Un mercatino nel quale mille imbonitori urlavano la straordinarietà della propria prassi terapeutica: “breve, efficace, veloce, indolore e, oltretutto, a prezzi stracciati”

   Come se non bastasse, avevo dovuto prendere atto del vergognoso tradimento che proprio la Facoltà di Psicologia dell’Università Italiana aveva operato nei confronti dell’anima umana perché,  oltre ad aver ridotto al minimo la richiesta della conoscenza dei testi originali dei padri della psicanalisi (Sigmund Freud, Alfred Adler, Melanie Klein, William Reich, Carl Rogers, Donald Winnicott) e aver depennato dai testi accademici gli autori più imbarazzanti di questa neonata disciplina umanistica – Victor Frankl, David Cooper, Roberto Assagioli, Donald Laing, Rollo May e addirittura Carl Gustav Jung – aveva finito poi per “amoreggiare” con la facoltà di medicina, offrendosi come sua vassalla (sgualdrina suonerebbe meglio) nel somministrare test, redigere diagnosi e offrire strategie cognitive alternative a quanti si trovassero nella malaugurata situazione di disagio psichico. E infine, per chiudere proprio in bellezza, dovetti convenire che la maggior parte dei miei giovani colleghi, provenienti da scuole superiori nelle quali la cultura classica era oramai assente da un tempo immemorabile (come minimo dagli anni ’80), oltre a un sapere specialistico nozionistico, non avevano la benché minima preparazione in filosofia, letteratura, storia delle religioni, mitologia, teatro, poesia, storia dell’arte, musica né, addirittura, in cinematografia.

   Nonostante questo, avevo concluso il mio testo con una apertura fiduciosa al domani, augurandomi che la crisi sarebbe potuta passare e che “la bella addormentata nel bosco” (così avevo chiamato la psicanalisi classica), baciata da un qualche Eroe di passaggio, magari un giorno si sarebbe anche potuta svegliare.

                                                                             ****

   Sono passati solo otto anni da allora ma le cose, se possibile, sono peggiorate.

   Ed essendo questa una raccolta di articoli il cui presupposto è quello di una immersione profonda nella scienza dello spirito antroposofica, sento un mio dovere il tentare di salire di livello e, da lassù, provare ad osservare un orizzonte più vasto.

   Per farlo, partirò da alcune drammatiche osservazioni fatte a Dornach, proprio durante un convegno di psicoterapia, da parte del filosofo-antroposofo J. Ben-Aharon sulla base – almeno così sembra – di sue autonome facoltà di indagine soprasensibile.

   Secondo lo stimabile personaggio, infatti, il paradosso assurdo di quest’epoca moderna – che ha fatto seguito alla fine del kali Yuga (1899) e che, appunto perciò, avrebbe dovuto segnare l’inizio di una nuova “epoca luminosa” – è che l’umanità, oggi, sta attraversando una crisi ancor più oscura di quella attraversata nei precedenti secoli bui. In altre parole – specifica l’autore della conferenza – l’umanità è precipitata in un abisso dal quale non è affatto sicuro che riuscirà a risalire. E, comunque, non senza un intenso impegno e immani sforzi.

   Certo: le sue sono parole drammatiche, terribili… parole che ci farebbe molto comodo giudicare folli, esagerate o menzognere, e così poterle mettere da parte. Ma il fatto è che, almeno per quel che mi riguarda, risuonano con le inquietudini che da molti anni si agitano nella mia anima, soprattutto in relazione a ciò che mi è dato sperimentare nel lavoro terapeutico di tutti i giorni. Inquietudini che con il libro: C’era una volta la psicanalisi, avevo tentato di esorcizzare, limitandomi a riflessioni exoteriche superficiali.

   In sostanza, scusandomi di dover sintetizzare pensieri che già il loro autore riteneva di aver dovuto fin troppo sintetizzare, J. Ben-Aharon ritiene che a seguito di tutta una serie di motivi evolutivi naturali – e, in quanto tali, previsti da Rudolf Steiner (e cioè: l’allentamento progressivo delle connessioni del corpo eterico con il cuore fisico) – l’Io umano tradizionale, che prima dipendeva dal sangue per incarnarsi, dagli anni 1933 in poi non sarebbe più veicolato da questo “succo molto particolare”. L’Io umano, piuttosto, sarebbe libero di individualizzarsi o meno agganciandosi più che altro alla libera collaborazione culturale, sociale ed economica degli altri esseri umani. In altre parole, il parziale distacco eterico avrebbe creato una sorta di “apertura del cuore” che, se da una parte è l’espressione della libertà morale di scelta dell’uomo, dall’altra lo espone a un nuovo e poderoso attacco delle forze del Male. Un Male che penetra, oggi, con sempre più facilità nello spazio vuoto del cuore dove l’Io non regna più secondo la precedente, antica, gratuita disposizione. Il motivo – ribadisce Ben-Aharon – risiede nel fatto che il sangue non è più la forza latrice dell’Io divino-spirituale corrispondente all’immagine archetipica dell’uomo voluto dagli Dei. Quel sangue è stato distrutto. Non c’è più. E se l’uomo non troverà la forza morale di mantenere aperto il proprio cuore, in quello spazio vuoto prenderanno potere gli Asuras. Esseri al servizio di Sorat, l’Anti-Cristo Cosmico, il cui precipuo scopo sarà quello di distruggere l’Io dell’uomo, realizzando così un’umanità capovolta, non-umana, sub-umana, anti-umana.

   È quello che sta accadendo, continua Ben-Aharon, ricordando come proprio Rudolf Steiner avesse profetizzato che, se nel breve volgere dei pochi decenni successivi agli impulsi di cui lui stesso si era fatto portavoce, l’umanità non si fosse indirizzata coscientemente verso il mondo spirituale, allora sarebbe scesa in quell’abisso che egli chiamava il Kamaloka Mondiale. Un termine di difficile comprensione immediata ma che sta ad indicare un rapporto inverso o, se vogliamo, capovolto con le brame. Infatti, mentre nel Kamaloka del post-mortem il tormento delle brame, che sono impraticabili dall’astrale disincarnato, purifica l’anima, nel Kamaloka del mondo, dove le brame invece possono essere pienamente realizzate, il patimento è sostituito dall’appagamento.

   Di fatto, l’umanità non ha trovato la strada verso il mondo spirituale e l’abisso si è aperto sotto i nostri piedi. Scrivo: “i nostri piedi”… perché tutti noi – sostiene l’autore – oramai stiamo vivendo in questo abisso. Non ci si illuda di esserne risparmiati, ancorché buoni cristiani, buddhisti o addirittura antroposofi, perché di fatto viviamo una vita sociale, una pedagogia, una medicina, una politica, una economia globale, una comunicazione virtuale, una pubblicità e molto altro che sono già espressione di questa discesa abissale.

   “Non puoi far parte di questa civiltà – ripete con lucidità Ben-Aharon – non puoi comprare e vendere, o cercare comunque di vivere, a meno che tu non abbia nel corpo, nell’anima o nello spirito almeno il nome o il numero o il segno della Bestia. Si sono già molto evolute tutte e tre. Ai giorni nostri non si può partecipare ad alcuna vita sociale, senza essere segnati da questa triplice segnatura, che è la segnatura dell’individualizzazione del Male nello spirito, nell’anima e nel corpo dell’essere umano”.

   Come ho già detto: parole terribili…

   Ora, però, ci si potrebbe chiedere quale relazione abbiano le parole e i pensieri su riportati con la disciplina psicoterapeutica della quale mi sono occupato in tutti questi articoli.

   Ebbene: il nesso è strettissimo. Non solo perché lo stesso Ben-Aharon, nel prosieguo del suo discorso, chiama in causa proprio la psicoterapia come possibilità di affrontare il Male, ma anche e soprattutto perché, se praticata da terapeuti preparati nel senso della scienza dello spirito, la psicoterapia potrebbe divenire uno strumento d’elezione per rinforzare quell’Io che è minacciato, oggi più che mai, dalle spaventose forze degli Asura.

   Ma se l’atteggiamento della società antroposofica oggi è cambiato nei confronti della psicoterapia, bisogna però riconoscere che anche la psicologia in tutti questi anni, almeno in Italia, è profondamente cambiata: ma in peggio!

   Perché in peggio sono cambiate le teorie di riferimento e peggiori sono le condizioni animiche degli uomini che presumono di servirsene per superare i propri disagi.

   Negli anni ’70, ’80 o ’90 del precedente millennio, chi entrava in un percorso terapeutico, oltre alla necessità di liberarsi di un sintomo più o meno scomodo, ne approfittava per prendere contatto con il senso e il significato della propria vita. Certo… non tutti! Ma per molti questo era ciò che accadeva. La malattia, o meglio, il disagio era l’occasione per l’entrata in un diverso rapporto con se stessi.

   Da un certo punto in poi, però, le cose cominciarono a cambiare: in maniera silente e tenue, all’inizio, ma poi, via via, in maniera sempre più ingombrante, pretenziosa e arrogante. In parallelo con lo spietato consumismo della vita economica e la solerte efficienza della tecnologia, le persone volevano solo guarire, “subito e bene”, senza sacrificare alcunché della loro personale visione del mondo e, soprattutto, in modo indolore. Il risultato di questa repentina e drammatica inversione interiore fu che, nonostante l’impegno esercitato da molti anziani psicoterapeuti, ancora preparati al modo antico, molte avventure psicoterapiche cominciarono a stentare il passo se non, addirittura, a fallire miseramente.

   E nonostante alcuni ricercatori, come me, sentissero legittimo mettere in discussione anche le proprie prassi terapeutiche, presto fu evidente a chiunque avesse occhi per vedere e onestà d’intenti che il fenomeno era generale: il fallimento della moderna cura psicologica era incontestabile, tanto più se ci si serviva di quelle innovative e tanto decantate tecniche psicoterapiche che, provenendo dagli Stati Uniti, avevano fatto della velocità e dell’efficienza i loro presunti cavalli di battaglia. Feroci nemiche della psicodinamica (visione storico-evolutiva propria della psicanalisi, che vede nel sintomo un antico meccanismo di difesa, trasformato e poi “fissato” nell’anima), queste nuove tecniche (cognitivismo, terapie strategiche-brevi, programmazione neuro-linguistica) presumono di poter attaccare ed eliminare i sintomi in maniera diretta e “aggiustare” la mente del malato con le stesse procedure con le quali si potrebbe aggiustare un computer.

   Di fatto, oggi, ci troviamo in questa situazione: un numero più che significativo di uomini e donne soffre terribilmente nell’anima, ne porta i sintomi ma, o rinuncia sfiduciata in anticipo a qualunque tentativo di psicoterapia, o tenta l’avventura introspettiva (anche se con modeste forze interiori) con risultati però che, bisogna ammetterlo, sono inferiori a quelli che sulla carta sarebbero invece realizzabili.

   Dove si annida il male? Al di là dei temi culturali generali riportati all’inizio di questo articolo e alla compiuta professionalità o meno del terapeuta, cosa ha ridotto la capacità di risposta di così tanti pazienti?

   Di sicuro non riguarda una distinzione di genere (Femminile o Maschile), perché anche se è vero che la donna, in linea di massima, è molto più sincera e spregiudicata con se stessa, nonché più introspettiva e sensibile dell’uomo, è poi anche vero che queste qualità non sono sufficienti a garantire alcun ragguardevole risultato. Non è un fatto culturale, perché successi e insuccessi si ripartiscono in egual misura tra persone erudite e altre decisamente incolte. Non riguarda l’intelligenza (c’è ancora qualcuno che si illude di sapere cosa sia l’intelligenza?), non la dichiarata buona disposizione d’animo, non l’età, il successo lavorativo o l’anonimato sociale. Né tanto meno l’agiatezza economica o la povertà.

   Allora… chi o cosa è responsabile di questa drammatica situazione?

   Confesso che prima di incontrare il testo della conferenza di Ben-Aharon, la mia autonoma e personalissima ricerca si stava già orientando verso il tema dell’Io. Perché quello che mi era sembrato di cogliere sempre più spesso in molti dei pazienti incontrati in questi ultimi anni era la loro debole, parziale, ma a volte anche totale incapacità di collegare una qualche scoperta realizzata nel corso dell’analisi e riconosciuta poi come vera, con una conseguenziale azione sul piano della realtà. Ancorché minima. La Volontà, per molti di loro, sembrava essere del tutto esautorata. E riconoscendo nel Volere – secondo le parole di Rudolf Steiner – la natura ultima e sostanziale dell’Io, era logico che mi orientassi in quella direzione. Negli anni precedenti avevo già riportato alcune mie considerazioni sul tema della Volontà (si legga l’articolo: La Volontà violata, contenuto in questa stessa raccolta), e stavo tentando di elaborare esercizi specifici e prassi interiori utili a superare o, almeno, ad alleggerire il problema… ma debbo ammettere che ero ancora lontano dall’avere chiaro, davanti a me, il quadro spirituale della situazione.

   Ma se la visione di Ben-Aharon è corretta, allora il problema potrebbe essere individuato nel fatto che, se da una parte l’intera umanità di questo presente storico presenta una vera e propria “ferita del cuore”, altrettanto vero, poi, è che non tutti gli uomini e le donne sono in grado, possono o vogliono, riuscire a sopravvivere mantenendo aperta tale ferita. Molti, purtroppo, consapevolmente o meno, preferiscono lasciare che il Male richiuda e cicatrizzi tale loro ferita. Con ciò impedendo che l’Io prenda possesso dello strumento (corporeo, eterico e astrale) indispensabile per sapere del mondo, di sé e della propria origine spirituale. Oggi è estremamente facile richiudere tale ferita: l’affanno lavorativo, la brama di guadagno, il numero incalcolabile di distrazioni (la connessione continua, i mondi virtuali, l’adeguamento alle mode, l’alienazione delle droghe), le relazioni affettive discontinue e instabili, le false e astratte ideologie politiche quando non addirittura le insane ed esagitate tifoserie sportive. Ancor più subdole, invece, le prassi religiose comuni, i convincimenti New Age o le pratiche ascetiche più strampalate.

   Bisogna riconoscerlo: oggi è davvero molto semplice lasciarsi sedurre dalla soddisfazione sempre attuabile delle molteplici brame che il mondo ci offre, così suturando la ferita e lasciando poi che cicatrizzi. E, con il cuore chiuso, girare poi per il mondo, senza vedere le miserie dei nostri simili, i soprusi e gli abusi perpetrati ovunque con l’indifferenza negli occhi, lo scempio operato sugli equilibri naturali, la malattia mortale del pianeta sul quale viviamo, la follia di quasi tutti coloro che lo governano e, addirittura, lo sconcerto delle persone che ci sono più vicine. Con il cuore chiuso anche la propria sofferenza è sterile, perché nasconde il compiacimento, è autocelebrativa e, soprattutto, non è catartica. Non tende al riscatto. Non allude al pentimento e non invoca alcun radicale cambiamento.

   Le implicazioni di questa concatenazione di pensieri sono sconcertanti: perché allo stato attuale della realtà si potrebbe allora affermare che solo un “cuore aperto”, ferito e sanguinante, potrebbe essere ritenuto ancora umano e perciò stesso permeabile all’aiuto.

   È quello che sentenzia Ben-Aharon quando, con una spregiudicatezza difficilissima da condividere, afferma: “si può fare lavoro psicoterapeutico solo tra e con esseri umani”.

   Lo ripeto: l’affermazione del filosofo ricercatore dello spirito è terribile, non solo perché sfida il nostro più elementare buonismo ma soprattutto perché, come operatori sul campo, ci costringe ad ulteriori riflessioni.

   E la prima apre una questione che sarà molto difficile risolvere: perché se è vero che solo un cuore aperto permette l’incarnazione dell’Io… è però anche vero che è l’Io, in un qualche modo, a permettere di (ma forse dovrei scrivere “a volere”) mantenere aperto il proprio cuore. Mi rendo conto che questo assunto sembra una contraddizione in termini: il cuore aperto permette l’identificazione dell’Io ma, per altri versi, è solo l’Io che può volerlo mantenere tale.

   Come si risolve questa assurda impasse?

   Non sono in grado di affermarlo con certezza, ma credo che questo dipenda da un insieme di fattori. Perché se è vero che il sangue non attira più l’Io nella propria individualizzazione e che le brame del mondo si offrono come nutrimento del Male che ne ha occupato il cuore, è però altrettanto vero che molti uomini e molte donne accettano la battaglia fin dal loro primo vagito e, in un qualche modo, tengono la posizione. Suppongo che questa capacità possa derivare loro dall’amore genitoriale con cui sono stati accolti nel mondo o, in mancanza di quello, da risorse segrete immagazzinate in precedenti incarnazioni, oppure ancora – spero di non risultare blasfemo – da un guizzo di Fantasia Morale che ad un certo punto sfolgora nella loro anima. Ma, non ultimo, anche da un Incontro Terapeutico che, per qualche motivo “tocca” il loro cuore, strappa i punti di sutura e lo induce a sanguinare.

   Nel lavoro psicoterapeutico non credo sia possibile, in alcun modo, sapere in anticipo chi abbia preservato o meno la propria umanità, né chi, pur avendola perduta, non sia poi in grado di ritrovarla, magari grazie a una sola parola giusta, pronunciata nel momento giusto da un terapeuta illuminato. Resta però vero il fatto che, sempre più spesso, uomini e donne moderni sembrano immunizzati a qualunque parola, a qualunque sforzo terapeutico, e il loro cuore rimane chiuso e sigillato.

   È impossibile esercitare una vera terapia con tali pazienti il cui numero – è doveroso ammetterlo – va aumentando. È davvero così! A volte, con alcune persone, sembra che non ci sia proprio nulla da fare. Ma questo fatto apre una seconda questione: perché, chi può sapere se il limite invalicabile era nel paziente piuttosto che nel terapeuta? Se è vero che il lavoro psicoterapico si può realizzare solo tra esseri ancora umani, chi può sapere quale dei due protagonisti dell’Incontro avrebbe potuto fare di più per l’altro, ma non c’è riuscito, perché il suo cuore non era sufficientemente aperto? O, almeno, sufficientemente coraggioso da andare oltre quelli che credeva fossero i propri limiti?

   Quando cominciai a lavorare, quarantatré anni or sono, la prima domanda che si affacciò alla mia giovane anima fu la seguente: “Come riconoscere il limite che, in ogni vita, separa il “non posso” da un “non voglio”? In altre parole, quando un paziente davvero non può andare oltre e quando invece non vuole farlo? Da allora, penso che non sia passato un solo giorno in cui io non abbia riflettuto su questo tema e oggi, dopo tanto tempo e tante battaglie, posso con orgoglio dire che: ancora non lo so! Credo che dovrò aspettare di varcare la soglia per sperare di risolvere questo angoscioso arcano.

   Nel frattempo, però, posso dire di aver cercato in ogni dove un qualunque strumento in più che mi permettesse di poter dire a me stesso: ho fatto tutto quello che potevo. Oltre non sono potuto andare, anche se non potrò sapere, almeno per ora, se davvero non ho potuto o invece non ho voluto. Perché resto convinto che non ci siano limiti invalicabili in assoluto per l’essere umano, bensì solo limiti contingenti al suo impegno e al suo destino.

   Ma la psicoterapia accademica, invece, oggi registra dei limiti: che sono i limiti della visione materialistica del mondo. Se il cuore degli uomini si sta chiudendo, non è nemmeno lontanamente possibile immaginare che tecniche disanimate (cioè prive di anima), veloci ed efficaci secondo lo standard economico-arimanico del mondo possano sperare di riaprirlo.

   La Psicologia accademica ha tradito se stessa! Occorre trovare il coraggio di dirlo, di gridarlo al mondo, di comunicarlo a quante più persone possibili perché, se ancora ci sono delle pur minime speranze per l’umanità, solo da una psicoterapia rinnovata nel senso di una scienza dello spirito l’uomo contemporaneo potrà essere davvero salvato.

   Forse, occorrerà trovare ulteriori nuove tecniche che, come io credo, siano in grado di mettere in movimento in maniera diretta la volontà dell’uomo e della donna moderni. E bisognerebbe trovare il modo di poter offrire a chi richiede aiuto, l’occasione di sperimentare in un unico setting la riunificazione di scienza, arte e religione. Perché è senz’altro vero che in ambienti antroposofici si è sempre esaltata la capacità terapeutica dell’arte – Euritmia in primis, pittura, arte della parola (recitazione) e musica – ma credere che facendo arte si possa sperare di curare alla radice una sindrome di “attacco di panico” o una di “anoressia” è di una ingenuità che sfiora la follia. Così come altrettanto ingenuo, o folle, è credere di superare una “depressione” o una “dipendenza da alcool, da droghe o affettiva” impegnandosi strenuamente nei sei esercizi fondamentali donatici da Rudolf Steiner o negli altri esercizi, altrettanto mirati, suggeritici da Massimo Scaligero. Così come, almeno nell’ambito psichico, non possono essere efficaci gli effetti dei medicamenti della Wala o della Weleda, ancorché prescritti da illuminati medici antroposofici (che anche loro, spesso, come i colleghi allopatici, chissà perché si sentono in diritto di poter intervenire con la parola in un campo nel quale la loro preparazione è pressoché nulla).

   La separazione di arte, scienza e religione, avvenuta dopo il mistero del Golgota affinché crescessero in maniera autonoma e indipendente l’una dall’altra, ha fatto il suo tempo. Un domani, sempre più solo interventi integrati avranno il potere di sconfiggere il vero male dell’uomo, del quale, i sintomi che egli accusa, sono solo benefici segnali d’allarme. Il cammino dei Nuovi Tempi dovrà portare alla riunificazione di tutto ciò che un tempo fu diviso e separato. Non c’è altra strada! Non ci sono altre vere alternative!

   Sono altresì consapevole della pretesa utopistica dei miei pensieri. Ma se i “tempi sono gravi”, come diceva ogni volta Scaligero, allora bisognerebbe trovare il coraggio dell’utopia. E se la posta in palio è il cuore degli uomini, allora bisognerebbe poter offrire loro un percorso unitario in cui ogni professionista (l’artista, lo psicoterapeuta e il medico), uniti da un’unica visione immaginativa, potesse mettere le proprie conoscenze al loro servizio, strutturando un “percorso” capace di offrire tutti i supporti di cui ci fosse bisogno.

   Negli anni ’80, io e alcuni colleghi (psicoterapeuti, artisti e medici) avevamo già partorito un’idea simile. Ma tutti noi eravamo troppo giovani e, oltre all’esperienza, ci mancava quella facoltà imprenditoriale necessaria per varare un progetto del genere. In pratica lo lasciammo cadere, anche se già allora, in tempi non ancora sospetti, avevamo visto giusto. Oggi, riuscire a realizzare un progetto del genere sarebbe ancor più necessario, per il bene di tutta la società ma, ça va sans dire, proprio il degrado della vita sociale moderna rende tale realizzazione ancora più difficile.

   I limiti di questa nostra antica utopia, nella quale io oggi ancora mi riconosco, sono tanti.

   Ripeto, ne sono consapevole: prima di tutto il fattore economico (come pagare così tanti professionisti dediti ad affrontare il problema di ogni persona con diversi mezzi?), poi quello del tempo (quanti mai, oggi, sono coloro che hanno tanto tempo libero da dedicare a loro stessi?), quello logistico (dove trovare un “luogo” in cui riunire e far convivere tutto questo?) e, non ultimo, quello dell’accordo profondo e intimo dei professionisti che dovrebbero lavorare in perfetta sintonia. Non posso sapere se un giorno, illuminati terapeuti, riusciranno mai a dare vita a un simile progetto. Ma so per certo che, qualora fosse varato, molti più uomini e donne, grazie all’organicità che assumerebbero i vari interventi, riuscirebbero a sostenere il “vuoto sanguinante del proprio cuore” così da potervi accogliere un giorno quell’Io Cosmico che di sé disse:

   “Io sono l’Io sono!”

   “Io sono la Verità, Io sono la Via, Io sono la Vita!”

Il mistero dell’IO

Riflessioni del Dottor Piero Priorini

 

È molto probabile che, almeno nel momento storico attuale, nell’ambito della coscienza collettiva così come in quella specialistica, non esista confusione più grande e assoluta di quella concernente il concetto di Io. La filosofia, ma soprattutto la psicologia e la psicanalisi sono le dirette responsabili di questo stato di cose, avendo avallato centinaia di autori e teorie che, in pieno e totale disaccordo tra loro, hanno usato, e ancora usano gli stessi termini per definire realtà del tutto diverse. Il risultato è che proprio quell’istanza interiore che l’uomo moderno contemporaneo dovrebbe poter percepire e sentire con la massima immediatezza, confidenzialità e sintonia, cioè il suo proprio Io, ha finito per essere relegata in un limbo concettuale astratto a cui ognuno – ammesso che la percepisca – attribuisce la natura che crede: materiale per alcuni, psicologica per altri, spirituale per altri ancora. Diatriba inutile, a ben vedere, essendo tutte e tre le posizioni il risultato di pensieri astratti e riflessi che non comportano nessuna conseguenza né sul piano della vita pratica né su quello della vita interiore. Quasi nessuno di coloro che usano e abusano di tutte queste parole – Io, Super Io, Ego, Complesso dell’Io, Sé, Io fenomenico, Io Spirituale – ne ha mai fatto esperienza diretta, però ne parlano con convinzione di causa, spesso contrapponendosi gli uni agli altri e contribuendo ad aumentare in maniera esponenziale la confusione.

Potrebbe sembrare, questa, una questione di relativa importanza… ma non lo è, perché l’epoca che stiamo affrontando sarà sempre più caratterizzata da un attacco massiccio dello Spirito dei Nuovi Tempi (Ahriman) appunto alle forze dell’Io. E quale migliore strategia se, prima ancora di dispiegarsi in tutta una serie di offensive (droghe chimiche, dipendenza da Internet, menzogne dei mezzi d’informazione, ignoranza diffusa, terrorismo e quant’altro) il Nemico ha creduto opportuno relativizzare e disperdere quell’esperienza della percezione di sé, come soggetto ontologico assoluto, che ogni uomo moderno dovrebbe oramai avere a disposizione?

Stando così le cose, questo mio stesso discorso s’inserirà in un pandemonio teorico nel quale senza alcun dubbio si perderà, confondendosi con altri solo apparentemente simili. Ho creduto, tuttavia, che andasse fatto, potendo magari ispirare qualche scrupoloso ricercatore che, partendo da una propria, significativa e pregnante esperienza personale, volesse giustificare il nome che si attribuisce ogni volta che dice “Io” a se stesso.

Partendo da una visione del mondo già dichiarata – l’Antroposofia di Rudolf Steiner – mi asterrò dall’entrare ulteriormente nel merito dei miei convincimenti e inizierò questa trattazione con una affermazione che, spero, non sia creduta provocatoria: l’Io di ogni uomo è di natura extra-terrestre! Nel senso che non si forma, o anche, non è prodotto dalle forze attive nella sfera della natura terrena, bensì discende da sfere cosmiche estranee al tempo e allo spazio. La parola “discende” è metaforica e indicativa, ma credo sia la migliore che possa descrivere l’evento dell’abbandono provvisorio da parte dell’Io della patria spirituale e la sua progressiva entrata nella sfera d’influenza delle forze terrene. Perciò l’Io non è terreno, piuttosto discende dai mondi spirituali e, dopo aver attraversato una serie di zone intermedie, incontrerà finalmente l’organismo terreno che due genitori avranno messo a sua disposizione. Con ciò, cominciando a subire a pieno l’influenza delle forze terrene che spegneranno la sua precedente coscienza spirituale per vincolarla al sistema neuro-sensoriale, a quello ritmico e a quello metabolico dell’organismo nel quale è disceso. Con l’immersione in una corporeità umana, l’Io perde dunque la coscienza di sé nonché quella della propria originaria natura, e il suo compito sarà quello di ritrovarle in un ambiente ostile che farà di tutto per impedirglielo. È importante comprendere la duplicità del suo compito: perché per risalire le dimensioni che ha appena disceso, l’Io dovrà prima riconoscersi come soggetto sul piano terreno ordinario (io riflesso) e solo in seguito tentare di afferrare la propria natura sovrasensibile. Nei casi in cui quest’ordine non viene rispettato e la natura spirituale dell’Io si affaccia anzitempo sul piano terreno (cioè prima che si sia formata e rafforzata l’ordinaria coscienza di sé), l’individualità rischia la follia. Perciò è essenziale e propedeutica la penetrazione dell’Io nell’ambito delle forze terrestri che eserciteranno su di lui tutta l’ostilità di cui sono capaci.

L’ostilità è qui rappresentata dall’evidenza gratuita dei dati sensoriali e dal loro comporsi in configurazioni di realtà prive della corrente del pensare vivente che ha concorso a edificarle. La configurazione, alla fine del processo, permane come già bella e compiuta davanti alla coscienza che resta, così, ignara del lavoro compiuto per realizzarla. Ciò nonostante, contrapponendosi come “altro” alle configurazioni di realtà che alla fine lo circonderanno, l’Io acquisterà una prima, elementare coscienza di sé. “Se io non sono il corpo materno, né quello paterno… se io non sono la culla nella quale dormo, né il biberon nel quale bevo, se non sono il giocattolo con cui mi balocco, né i vestiti che indosso, né la stanza nella quale mi muovo… allora… allora, io sono io!”

Con estrema precisione, infatti, si potrebbe cogliere il momento preciso in cui il bambino passa dalla percezione di sé come oggetto tra gli oggetti (dichiarando, ad esempio: bimbo vuole acqua!), all’esperienza di sé come soggetto interiore (dichiarando: voglio acqua!).

Questo, in estrema sintesi, è il processo che realizza tale elementare prima consapevolezza, ma che necessita, per compiersi di una serie complessa di ausili emozionali a dir poco essenziali. Contributi talmente delicati che la loro minima disattesa porterà conseguenze disastrose nel futuro di quella individualità che avrà dovuto rinunciarvi o accoglierli distorti.

Per farsene un’idea anche soltanto approssimativa dobbiamo partire da lontano, e cominciare a prestare attenzione a quello che accade nel mondo animale: provate a osservare con cura la nascita e il primo sviluppo di un qualunque cucciolo di cavallo, di elefante, di tricheco, di aquila o altro. Noteremo subito che, per quanto piccoli, inesperti o indifesi l’unico problema dei cuccioli animali è quello di crescere, rinforzarsi e imparare dal gruppo alcune strategie comportamentali. Di fatto, però, fin dal momento in cui un animale fuoriesce dalla placenta o dall’uovo che lo conteneva, esso è e sarà, a tutti gli effetti, un cavallo, un elefante, un tricheco o un’aquila. La maggior parte delle caratteristiche della specie sono innate e nessuna forza al mondo potrebbe mai fare di un cavallo un tricheco o di un’aquila una papera. Nessun “Io” s’incarna in un singolo animale il quale piuttosto, in quanto tale, possiede un Io di gruppo. Una “entità Io” che non scende sul piano terrestre ma che, dal piano astrale, coordina tutti gli organismi di animale che gli appartengono.

Rudolf Steiner osservò una volta, invitando i suoi ascoltatori ad una riflessione spregiudicata ma soprattutto artistica, come per nessun animale vivente in natura si potrebbe mai scrivere una vera e propria “biografia”. Il racconto biografico è possibile solo nell’ambito dell’umano. Per quanto diversi possano essere gli eventi attraversati da un animale, infatti, per quanto lunga o corta possa essere la sua vita, di fondo essa sarà sempre molto simile a quella di un qualunque altro esemplare della stessa specie. Perché tutti rimandano a un unico Io di gruppo (o di specie).

Non è così per l’essere umano. Quando un bambino fuoriesce dal grembo della madre, infatti, quello che nasce è un organismo che dovrà essere aiutato ad accogliere l’Io che dai mondi spirituali sta discendendo per prenderne possesso. Un aiuto irrinunciabile che, come vedremo, dovrà essere messo a disposizione dall’ambiente umano significativo nel quale il bimbo verrà a nascere. Il cucciolo d’uomo ha bisogno, infatti, di sguardi che si posino su di lui, di gesti che lo manipolino, di voci che lo aiutino a definire il mondo che lo circonda, di atmosfere emozionali che lo incitino a credere nella propria irrinunciabile singolarità. Se questi aiuti non dovessero verificarsi, se dovessero mancare del tutto, pur a fronte di cure basilari e sostentamento alimentare (come, di fatto, è avvenuto nel corso della storia umana in alcuni casi-limite di bimbi tenuti in vita da animali), quel bambino mai più – e vorrei sottolineare questo mai più – riuscirà ad evolvere la propria piena umanità. Sguardi, gesti, voci e partecipazione emotiva sono indispensabili nei primi anni affinché sul piano cerebrale si attivino tutta una serie di catene neurali, sul piano emotivo possano essere riconosciute, ridimensionate e contenute certe sensazioni e, sul piano metabolico, possano essere realizzate le principali esperienze di movimento. Perciò, in caso di iniziale e innaturale sensory deprivation, tutti quei processi non si metterebbero in moto e l’Io ospitato in quel singolo organismo non avrebbe a disposizione gli strumenti che gli avrebbero permesso, attraverso tutte quelle operazioni, di divenire gradualmente consapevole di sé e del proprio valore esistenziale.

In altre parole, tanto per continuare la nostra comparazione al mondo animale, mentre con la nascita fisica qualunque piccolo di animale può ritenersi nato a tutti gli effetti e, salvo estreme avversità naturali, raggiungerà sempre e comunque la piena maturità di specie, per nessun motivo con il parto fisico potremmo considerare nata l’individualità dell’uomo. Occorreranno molti anni prima che questo possa accadere (per l’esattezza ventuno) e, durante tutto questo periodo di tempo, sarebbe necessario che ogni Io disceso dal cosmo spirituale nel tempo e nello spazio terrestre trovasse le condizioni adatte a prendere una prima, ordinaria coscienza di sé.

Per fortuna, ben difficilmente si verificano condizioni estreme di isolamento dalla restante comunità umana. Molto più frequenti, invece, sono quelle in cui gli aiuti ci sono… ma sono parziali, incompleti, distorti, condizionati e condizionanti. Il risultato è che la presa di coscienza dell’Io risulterà modificata, contraffatta, deformata o comunque compromessa. Spesso per sempre… salvo che una qualche intensa esperienza interiore o esteriore non intervenga a sanare la situazione.

Di fatto, ogni “Io” porta nel mondo un’individualità con un temperamento, qualità, attitudini e caratteristiche sue proprie. Il compito di un’autentica e sana educazione sarebbe perciò quello di individuare tale patrimonio spirituale e aiutarlo a realizzarsi per quello che è. Questo, però, è proprio ciò che molto spesso non accade, per tutta una serie di motivi molto complessi la cui responsabilità si distribuisce tra i genitori e la società di cui essi stessi fanno parte. Il risultato, drammatico, è che molto spesso, così operando, ci si trova di fronte a situazioni paragonabili a quelle di una cooperativa di floricultori che, ad esempio, pur avendo a disposizione una magnifica orchidea, si sforzasse in tutti i modi di ottenere una rosa. E applicasse perciò all’orchidea cure inadeguate, con l’ovvio risultato di ottenere un orribile ibrido.

Quando invece l’organismo corporeo del neo-nato riceve le cure adeguate, quando i genitori lo preparano con amore e loro stessi si sforzano, in ogni modo, di entrare in contatto con l’originalità dell’ospite tanto atteso, allora l’Io extra-terrestre di quell’individualità potrà avvertire il piacere e dunque la voglia di prendere il pieno possesso di quell’organismo e di unirvisi profondamente.

Alexander Lowen coglie pienamente questo primordiale processo d’incarnazione quando afferma: “L’Io è soprattutto io corporeo!” Non tanto però – mi permetto di precisare – in quanto epifenomeno risultante dall’attività cerebrale, come vorrebbe la stragrande maggioranza delle teorie psicologiche di matrice materialistica, quanto piuttosto perché è il Soggetto Occulto a cui rimandano tutte le attività e i processi corporei. Provenendo dai mondi spirituali, infatti, e immergendosi nei processi spazio-temporali della dimensione terrestre, l’Io perde coscienza non solo della propria originaria natura ma anche di quel tanto o di quel poco che si era conquistato nel corso delle ripetute vite terrene. Tuttavia, le stimolazioni neuro-sensoriali alle quali torna ad essere sottoposto nascendo, quelle ritmiche del respiro e della circolazione sanguigna, nonché quelle determinate dall’attività metabolica, risvegliano la sua consapevolezza, anche se nei limiti della propria corporeità.

Per questo, nei primissimi tempi di vita, stimoli neuro-sensoriali invadenti e aggressivi (come forti rumori, urla, freddo, luci fastidiose), atmosfere emozionali eccessive e incontenibili (come contatti umani distaccati e sgraziati, stati di angoscia o di gratuita seduttività, sguardi indifferenti), disturbi metabolici (come fame o sete non soddisfatte, dolori corporei, stati febbrili non curati) feriscono il corpo e segnano l’Io. Il quale, anche se in maniera inconsapevole, cercherà una qualche strategia per uscire dalla situazione e la strutturerà nel corpo. In pratica, quello che si viene a creare è una sorta di feed-back negativo che, a lungo andare determinerà posture scorrette e corazze muscolari nel corpo, atteggiamenti mentali stereotipati e difese di varia natura nella psiche. Tutte cose che condizioneranno l’Io rendendogli difficile, se non addirittura impossibile, proseguire il suo cammino di scoperta di sé che, in molti casi, avrebbe anche potuto condurlo a una successiva esperienza della propria originale natura.

Feed-back negativi di questo tipo sono perciò all’origine di esperienze psicoterapiche spesso sconcertanti per giovani terapeuti: sono quelle che hanno luogo con pazienti (uomini o donne) già adulti e che, magari, hanno realizzato nella vita tutta una serie di successi in campo lavorativo, intellettuale o sportivo, ma che sotto le ceneri nascondono una debole, se non addirittura totalmente assente, consapevolezza del valore esistenziale del proprio Io.

A distanza di molti anni ricordo ancora molto bene lo sconcerto che provai le prime volte che mi trovai di fronte a situazioni di questo tipo. Ci fu, ad esempio, un direttore di grandi hotel internazionali della catena degli Sheraton; ricordo poi una donna avvocato cinquantenne, bellissima e molto ricercata in campo civile per la grinta con la quale difendeva i propri clienti; e ancora, un ingegnere delle comunicazioni, altamente specializzato e ovunque richiesto. Ebbene… tutte queste persone, nonostante i loro tangibili successi, non avevano neanche la più pallida idea di chi fossero sul piano ordinario, né del più profondo valore rappresentato dalla loro esistenza. Tutti e tre erano assolutamente convinti di essere “un bluff”, dei poveri falliti che soltanto grazie a una sorta di sbadataggine del mondo avevano conseguito un’immeritata fortuna. Tutti e tre vivevano in preda a una profondissima angoscia di essere scoperti, da un momento all’altro, e pubblicamente sbugiardati. Tutti loro, infine, si ritenevano indegni della stima dei loro amici e dell’amore che i rispettivi compagni portavano loro incontro. Tutta la loro intelligenza era inerme di fronte allo schiacciante senso d’indegnità e disvalore che opprimeva le loro vite.

È molto difficile far comprendere a tutti coloro che posseggono un sano e naturale senso di sé la natura e la gravità del male che sto tentando di descrivere. Chi possiede il più elementare senso dell’Io non può neanche immaginare che un suo simile, per altro brillante, magari famoso o ricco o molto piacente, possa vivere una intera vita come se fosse sospeso sopra un abisso. Sopra un vuoto incolmabile o, peggio ancora, sopra un buco nero che risucchia tutte le sue energie e che lo lascia costantemente senza fiato, in balia di un’angoscia divorante. Chi possiede un sano ed elementare senso dell’Io sa, anche senza davvero saperlo, che la sua sicurezza non dipende da quanto è bello, o ricco, o intelligente, o simpatico, bensì da una conferma che poggia sul nulla dell’amore gratuito che almeno uno dei genitori deve avergli trasmesso. Un nulla che è tutto… mentre coloro che non hanno ricevuto quel dono vagano in un vuoto senza fine che nessun attributo da loro posseduto potrà mai colmare. Nonostante il lavoro che faccio, ci ho messo decenni per riuscire a immedesimarmi, anche soltanto per la durata di pochi minuti, con persone che presentano questo tipo di nevrosi, perciò mi permetto di descriverne la condizione e di avvertire il mio lettore dell’estrema difficoltà di coglierne tutta la drammaticità.

All’origine, per tutti loro, c’è stata una grave carenza di amore! La mancanza di quell’unica forza che sarebbe stata in grado di riconoscerli e accettarli per ciò che sostanzialmente erano nella loro irripetibile originalità. Con ciò rispecchiandoli fedelmente e offrendo loro, appunto attraverso il rispecchiamento, una prima puntuale immagine della loro unicità.

 Mi rendo conto che questa sembrerà un’accusa pesante rivolta verso l’istituzione familiare. So bene che la maggior parte dei genitori è convintissima di amare i propri figli e di essere disposta, per amor loro, a fare qualunque sacrificio. E l’esperienza mi ha insegnato che quasi tutti i genitori asseriscono la verità. Peccato che la loro verità sia una pia menzogna.

La giustificazione del precedente, cinico ossimoro si spiega con il fatto che l’amore cui prima accennavo, oggi come oggi, è merce rarissima. Come già prediceva quarant’anni fa uno dei miei storici maestri, l’uomo moderno contemporaneo presto finirà di perdere del tutto l’originale istinto della genitorialità… peccato che non abbia ancora raggiunto quella pienezza di conoscenza spirituale che sarà l’unica in grado di sostituirlo. Essere genitori è il mestiere più difficile del mondo (meglio ancora: l’Arte più difficile del mondo) e, allo stato attuale, è quasi impossibile che donne e uomini non commettano errori. Come umanità occidentale moderno-contemporanea siamo tutti troppo egoici per elargire amore disinteressato, e pochi tra noi sono così realizzati e consapevoli di sé da essere in grado di accogliere con totale disponibilità lo “sconosciuto” che hanno invitato a discendere sul piano terreno. Di amarlo quindi per quello che è, con tutte le sue potenzialità e tutti i suoi difetti. Senza mai perderlo di vista ma, anche, senza giudicarlo né, tanto meno, senza costringerlo in direzioni diverse o contrarie a quelle che lui stesso sentirà di scegliere.

L’amore incondizionato dei propri genitori e la conferma gratuita del valore della propria esistenza sono gli alimenti principali, indispensabili e insostituibili perché si realizzi nell’individualità umana la prima, elementare presa di coscienza del proprio Io. Qui inteso come “io corporeo”, identificato con l’organismo che lo supporta e riflesso nel pensiero di tutti i giorni. Occorreranno decenni per il rafforzamento e la stabilizzazione di questo Io ordinario – è il periodo che Erich Neumann chiamava di “centro-versione” – che si compirà definitivamente una volta che l’individualità si sarà dispiegata e riconosciuta nelle amicizie, nella sessualità, nel lavoro, nei propri interessi (quali che essi siano) e nell’amore. Solo allora – sempre secondo Neumann – può cominciare quella dinamica opposta e contraria, chiamata “dis-identificazione”, che spogliando l’Io ordinario di tutte le sue maschere e vesti accessorie, tenterà di coglierne e sperimentarne l’originaria natura spirituale.

Se la prima fase, quella dell’identificazione, è necessaria e irrinunciabile per vivere in maniera sana ed equilibrata la propria vita, la seconda fase, invece, è arbitraria e opzionale. Nessuno può obbligarci a iniziarla e nessuno potrà mai garantirci di riuscire a concluderla. E per quanto come terapeuta antroposofico io la ritenga imprescindibile per appropriarsi del senso ultimo della propria esistenza, si può vivere benissimo anche senza fare nessuno sforzo in questa direzione. La storia umana rigurgita di donne e uomini che si sono pienamente realizzati nel lavoro, nell’amore, nello sport, nell’arte, nel successo economico o politico senza avvertire la benché minima spinta ad indagare il mistero del loro stesso Io. Anche se faccio molta fatica a credere che si possa vivere bene senza domandarsi quale sia la sostanza e la vera natura del proprio soggetto interiore, anche se resto convinto che sotto lo strato di apparente indifferenza perfino la persona più soddisfatta di sè nutra questa curiosità insoddisfatta, pur tuttavia riconosco che questo è possibile, perché è proprio nella libera adesione a una ricerca di questo tipo che si cela il senso di tutta la creazione. L’Io, di natura non terrestre, scende sulla Terra ed entra nel tempo e nello spazio. Perdendo la coscienza della propria natura. Nel tempo e nello spazio terrestri, senza più nulla che possa obbligarlo a riconoscersi, potrebbe tuttavia sentire il desiderio di tornare a farlo, superando gli ostacoli che troverà di fronte. Se un giorno l’uomo riuscirà nell’impresa avrà aggiunto al cosmo divino-spirituale dal quale discende una qualità prima mancante: quella della Libertà! O dell’Amore, essendo i due termini sinonimi. Non a caso, nella maggior parte delle visioni escatologiche, la Terra è chiamata il Pianeta dell’Amore. Ovviamente non nel senso profano del termine, bensì in quella più ampia accezione di totale e completa donazione di sé che solo un essere libero può realizzare.

Ma almeno per ora siamo lontani dalla possibilità di attuare tale missione. Piuttosto, l’Io della maggior parte delle persone è impegnato a difendersi da tutto ciò che lo attacca e lo contrasta sul piano della vita di tutti i giorni. E sarà compito di una sana psicoterapia aiutarlo a riconoscersi come il Soggetto protagonista di questa meravigliosa avventura.

 

Psicoterapia per l’uomo di ieri e l’uomo di oggi

 

Articolo di Piero Priorini

Mentre scrivo buona parte del 2015 è scivolata già via, ingoiata dal tumultuoso fiume del divenire. Sono passati più di cento anni da quando Joseph Breuer prese in cura la signorina Berta Pappenhein per poi, spaventato dalle dinamiche del transfert (di cui allora s’ignorava la vera natura), passare il caso al giovane collega Sigmund Freud. Intelligente, ambizioso, colto e risoluto, questi gettò le basi della cura psicanalitica e rese immortale la sua paziente pubblicando: Anna O. Un caso di isteria. Più di cento anni sono passati da allora… Eppure, ancora oggi, ogni tanto ricevo dei pazienti reduci da un’esperienza più o meno lunga con qualche collega freudiano. Uomini e donne che mi raccontano il disagio che hanno vissuto nel silenzio del terapeuta nascosto dietro il lettino sul quale erano sdraiati e, spesso, l’inconcludenza della loro esperienza. E mentre loro parlano io mi chiedo: ma esistono ancora? Davvero esistono dei colleghi che ancora praticano la psicanalisi ortodossa? I dinosauri sono qui, tra noi? Girano indisturbati e professano senza che nessuno si scandalizzi, gridi aiuto e li esponga al pubblico giudizio? Davvero esistono colleghi che, magari in buona fede, s’illudono di poter parlare all’uomo di oggi (anzi, non parlare, perché più di tre parole in genere non pronunciano) con quello stesso identico linguaggio che usava Freud più di cento anni fa?Nonostante tutte le mie perplessità, credo proprio che questa sia la cruda realtà. Dovrebbe sembrare incredibile, senza senso, pazzesco… invece così è. Adesso però, prima di entrare nel merito della questione, si potrebbe obbiettare che la stessa cosa potrebbe essere detta della psicologia del profondo, della bioenergetica, della logoterapia o quante altre pratiche psicoterapiche. Ma il confronto non sarebbe corretto, se non altro perché sia le correnti citate che le tante altre che invadono il mercato del disagio si sono sviluppate ed evolute fin quasi a ridosso della fine del secolo e, in maniera più o meno consapevole, hanno dovuto fare i conti con i cambiamenti ai quali l’uomo occidentale è andato incontro. Magari impoverendosi e disumanizzandosi insieme a lui (si provi a guardare, a questo proposito, il cognitivismo o la Programmazione Neuro-Linguistica) ma, se non altro, parlando lo stesso linguaggio. Forse evidenziando la propria impotenza, ma comunque rimanendo in contatto con l’anima umana piuttosto che arroccarsi su modalità che l’accelerazione dei tempi ha reso obsolete. I cambiamenti intervenuti nell’uomo contemporaneo sono stati radicali e sembra davvero incredibile che operatori del settore umano possano averli ignorati o aver prestato loro scarsa considerazione. Proviamo perciò a esaminarli. Trasferiamoci con l’immaginazione ai primi del ‘900 e immaginiamo di poter osservare una qualunque delle grandi metropoli europee. La corrente elettrica cominciava appena a fare la sua comparsa, le strade erano percorse da veicoli trainati da cavalli e quella che oggi è chiamata “comunicazione” avveniva quasi a stretto giro di voce. Al di fuori dal lavoro, che occupava un considerevole lasso di tempo, c’erano gli incontri tra le persone, oppure la lettura di buoni libri, la musica suonata in prima persona o comunque ascoltata dal vivo, l’immersione nei paesaggi naturali che circondavano città e villaggi, c’erano svaghi semplici per i più ingenui, e altri eleganti, articolati e complessi per i più colti e raffinati. L’anima dell’uomo godeva dello scorrere lento e cadenzato del tempo. I silenzi e la quiete erano la norma, il senso di responsabilità nei confronti degli altri e di se stessi dominava, anche là dove spessissimo veniva eluso. Il bene e il male, luci e ombre, si contendevano gli spazi interiori dell’uomo né più né meno come oggi… ma senza fretta, con più eleganza. Evocando dilemmi con i quali l’uomo si confrontava con una dignità oggi impensabile. All’improvviso l’elettricità illumina la notte. Il motore a scoppio accorcia le distanze spaziali, il telefono quasi le annulla. La radio, il grammofono e infine la televisione portano la molteplicità del mondo all’interno dell’anima che esce così dai suoi ritmi atavici ed entra in una nuova dimensione. Sembrava chissà quale accelerazione si fosse verificata. Invece il tempo aveva solo preso la rincorsa, per poi esaltarsi in quello spavaldo balzo in avanti che ci ha condotti alla folle frenesia del presente. Il computer e il cellulare prima, Internet poi, e infine i social network hanno occupato tutti gli spazi liberi della coscienza, saturandoli con surrogati di comunicazione, brandelli di nozionismo, maree montanti di opinionismo gratuito, un proliferare di amenità e stupidaggini inutili, una produzione inesauribile di menzogne e poi: false opportunità, pubblicità cannibaliche e parassitarie, mode irrinunciabili. Dopo Freud ci sono state due guerre mondiali… poi il boom economico e la Dolce Vita mentre, dall’America, giungevano i primi echi della Beat Generation che, almeno agli inizi, invitava gli uomini a scendere nelle profondità della propria anima. Poi il movimento si pervertì, aprendosi progressivamente all’uso della marijuana, poi dell’hashish, quindi dell’eroina e infine della cocaina e di tutte le altre schifezze sintetiche che oggi circolano per il mondo. In confronto a queste ultime l’L.S.D. era una sciocchezzuola, e veniva sperimentata per tentare di rintracciare le origini spirituali del proprio io. Almeno nelle prime intenzioni. E venne l’epoca della rivolta politica. I giovani ci credettero e permisero che si realizzasse un sogno: il ’68 esplose come un inno alla vita, alla fratellanza tra gli uomini, alla fantasia e alla creatività. Non fece in tempo ad apparire che fu fagocitato dalla ideologia politica, privato di tutto ciò che possedeva di utopico e umanistico e, così scarnificato, risputato senza più anima né cuore. Aveva fatto appena in tempo a distruggere i perbenismi, le falsità, e tutti gli antichi valori e principi e norme di riferimento borghesi. Ma non aveva avuto il tempo di produrre nulla di nuovo. L’uomo moderno occidentale rimase vuoto. Una sorta di torpore invase la sua anima, e in quel torpore si riversarono i germi di tutte quelle aberrazioni che oggi sembra come se fossero sempre esistite. L’uomo contemporaneo vive così, tra milioni di stimoli sensoriali, impegni inderogabili e necessità impellenti che lacerano il suo tempo interiore, riducendolo a miseri brandelli. Ma, soprattutto, vive costipato d’immagini fatue e pensieri morti, astratti, cerebrali, privi del benché minimo nesso con la realtà vivente del mondo nel quale ancora abita. La tecnologia ci incalza, quasi ogni giorno, con novità irrinunciabili. Peccato sia una pia illusione quella di pensare la tecnica come uno strumento a nostra disposizione perché, come aveva previsto Umberto Galimberti, già molti anni fa, piuttosto: “la tecnica è diventata l’ambiente che ci circonda e ci costituisce secondo quelle regole di razionalità che, misurandosi sui soli criteri della funzionalità e dell’efficienza, non esitano a subordinare le esigenze dell’uomo alle esigenze dell’apparato tecnico. Inconsapevoli, ci muoviamo ancora con i tratti tipici dell’uomo pre-tecnologico che agiva in vista di scopi inscritti in un orizzonte di senso, con un bagaglio di idee e un corredo di sentimenti in cui si riconosceva. Ma la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela verità: la tecnica funziona”. Dal primo all’ultimo siamo tutti uomini tecnologici, e anche se ci opponiamo e resistiamo in tutti i modi possibili immaginabili, la nostra è una battaglia persa. Gli scenari del nostro futuro, o meglio, del futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti, non sono facili da immaginare. Quello che è certo, invece, è lo stato di scarsa lucidità, disorientamento e crisi esistenziale che già da parecchi anni pervade l’animo della maggior parte delle persone. Così come, altrettanto certo, è il male più o meno inconsapevole che uomini e donne si riservano l’un l’altro, avendo quasi completamente perduto i modelli archetipici originari della propria identità di genere e dei ruoli di competenza relazionale (quelli, cioè, che avrebbero dovuto essere trasmessi dalla famiglia d’origine), ed essendo stati condizionati alla sfiducia e al consumismo sfrenato fin nell’ambito degli affetti e della sessualità. In altre parole, sto sintetizzando quella condizione di Liquidità della vita di relazione sociale, lavorativa e affettiva tanto bene investigata e descritta da Zygmund Bauman, ritenuto, non a caso, una delle più brillanti menti dei nostri tempi.

 

                                                       ****

E adesso chiediamoci: se questo è lo scenario all’interno del quale si aggira l’uomo contemporaneo, com’è possibile che la psicanalisi freudiana ortodossa, arroccata sui tre o quattro incontri a settimana, sdraiati sul lettino e con il terapeuta semi-muto alle spalle possa ancora riscuotere credibilità? Com’è possibile che la medicina ufficiale, attraverso la mediazione della psichiatria, avalli e sostenga una simile aberrazione? Dopo molto riflettere credo di aver trovato una plausibile spiegazione. Anch’io da giovane fui affascinato dalle teorie di Sigmund Freud che, ancora oggi, ritengo un coraggioso ed onesto esploratore dei territori allora sconosciuti dell’anima. Ebbi tuttavia la fortuna di rendermi conto, ben presto, che le sue osservazioni dovevano essere prese con cautela o, per meglio dire, come dati fenomenici che avrebbero potuto ricevere ben altre interpretazioni. Perché, come ho già scritto in un altro articolo, riportando il pensiero di Massimo Scaligero, “il dato è sempre dato al pensiero”. E dunque non è mai il dato a essere sbagliato, bensì l’interpretazione che pensieri condizionati, e dunque non liberi, possono darne. Così, ad esempio, se è innegabile il dato dell’Edipo infantile, profondamente diverse sono le conclusioni che se ne possono trarre aderendo alla Weltanshauung pan-sessualista freudiana o, al contrario, a quella libidico-evolutiva junghiana. Altro ancora è interpretarlo secondo le accreditate ipotesi dello psichiatra italiano Leopoldo Rigo, le cui esperienze cliniche con l’I.T.P. e le acute argomentazioni dimostrano non solo l’erroneità dei presupposti biologico-causali freudiani ma, addirittura, rinforzano l’ipotesi teleologica junghiana grazie ad una decisa e coraggiosa apertura sulla natura spirituale dell’uomo. In un successivo articolo cercherò di entrare nel merito di questa innovativa visione psicoterapica. Quello che qui mi preme rilevare, ancora una volta, è la subordinazione dei dati ricavati dall’osservazione all’attività pensante del ricercatore e – qualora questa non fosse libera e spregiudicata – il consequenziale condizionamento delle teorie che poi ne derivano. La scienza medica attuale, incantata dalla presunta scientificità di tutto ciò che risulta misurabile e quantificabile, è radicalmente e profondamente materialistica. Anche quando, con timidezza, si dichiara parzialmente aperta sulla realtà autonoma dello psichico. Quello che proprio non le è possibile concepire è la realtà vivente dello spirito. Perciò avalla e favorisce la psicanalisi freudiana ortodossa che nel biologico e nell’evoluzionismo darwiniano (dunque nel principio causale) ha riposto i presupposti della propria attendibilità. Non credo, tuttavia, che l’uomo moderno contemporaneo abbia bisogno di prassi psicoterapiche di questo tipo. È fin troppo solo (da un punto di vista ontologico-esistenziale) per essere lasciato isolato sul lettino; è fin troppo intellettuale, astratto e cerebrale per ricavare ausilio dalla presa di coscienza dell’origine dei propri problemi; ed è fin troppo bloccato, inibito e inerte nei confronti della propria volontà per sperare che, anche sulla base di corrette elaborazioni, possa riuscire a frenare o a interrompere in un qualche modo i propri comportamenti autodistruttivi. Come se non bastasse, se è vero quanto ha sempre affermato Rudolf Steiner, che il materialismo è una vera e propria malattia dell’anima, altrettanto vero è che molti sintomi dell’uomo di oggi si presentano contorti, enigmatici e amplificati a dismisura proprio dal vuoto pneumatico (inteso come mancanza di pneuma) nel quale galleggia la sua anima. L’aveva già intuito Viktor Franckl, il padre della Logoterapia, che in uno dei suoi celebri libri, Dio nell’inconscio, osservava con arguzia che se l’uomo borghese con cui Freud aveva modo di lavorare, nella Vienna di fine ‘800, era pervaso d’inconsapevole ipocrisia e falsità nei confronti della propria vita sentimentale e sessuale (nessuna allusione poteva essere fatta su certi temi e alcune parole non potevano nemmeno essere pronunciate nei salotti borghesi), oggi la situazione è completamente capovolta. L’uomo moderno contemporaneo parla apertamente e con noncuranza dei propri bisogni o desideri sessuali, a volte anche delle proprie perversioni ma guai a evocare pensieri sul mistero della nostra comune esistenza di creature mortali. Insomma… se all’epoca di Freud era il sesso ad essere confinato nell’inconscio, oggi si può con tranquillità affermare che è il Divino ad essere finito nei meandri più oscuri della nostra incoscienza. E lo stesso, identico, imbarazzato sollievo che si affacciava negli occhi dei primi pazienti di Freud quando er Doctor attribuiva un nome e un’origine alle loro tensioni inconsce, oggi è possibile ritrovarlo quando un terapeuta trova il coraggio di ampliare le riflessioni dei suoi pazienti fin sul confine dei mondi spirituali. Tuttavia, se il terapeuta mostra attendibilità professionale e spregiudicatezza, difficilmente il paziente si ritira dal voler prendere in considerazione questi aspetti nello sforzo di superare i propri sintomi. Lo spirituale giace nascosto nell’anima di tutti gli uomini. Bisogna solo offrirgli l’opportunità di uscire allo scoperto senza per questo venir giudicato, offeso o oltraggiato. In altre parole, oggi bisognerebbe saper testimoniare e incarnare la naturalezza dello spirito così come Freud, a suo tempo, osò incarnare quella della sessualità. Ma per poterlo fare, oltre ad un coraggio che non tutti possiedono, oltre al fatto di aver realizzato una qualche significativa esperienza interiore dello spirito, bisognerebbe altresì conoscere i diversi linguaggi necessari per poterne fare testimonianza. Perché quello cui qui alludo, non è certamente una propaganda confessionale. Piuttosto è un’apertura a trecentosessanta gradi su tutti gli infiniti modi con i quali lo spirito si manifesta agli uomini, a seconda della cultura e del grado di maturità che posseggono. Perché il cammino interiore può assumere infiniti risvolti: quello cattolico così come quello ateo; quello buddhista così come quello della Fisica Quantistica; quello islamico così come quello esperienziale diretto (nelle EPM; nelle attività estreme; nell’Amore); quello intellettuale (la “via secca” dell’esoterismo occidentale) così come quello del cuore e dell’impegno sociale (nel terzo mondo, oppure nei paesi devastati dalla guerra). E la provocazione che un terapeuta dovrebbe essere in grado di raccogliere o di rilanciare potrebbe riguardare la scienza, la letteratura, l’arte (romanzi, cinema, teatro, musica, danza) o, ancora una volta, la più elementare delle esperienze dirette.

Sapranno farlo i futuri giovani terapeuti?

Quando nel 2010 scrissi C’era una volta la psicanalisi il dubbio che covavo su di loro era molto forte. Oggi è divenuto una certezza. Purtroppo, una certezza negativa. Perché i miei giovani colleghi vengono formati a suon di neuroscienze, perfezionismi diagnostici, test e dati statistici. Ma provenendo dal fallimento epocale della scuola superiore (almeno in Italia) e approdando ad una formazione universitaria che privilegia il materialismo scientifico ed è del tutto carente di una visione d’insieme dei vari indirizzi psicoterapici, questi ragazzi una volta realizzato l’iter da loro scelto e approdati alla professione, si ritrovano davanti alla multiforme varietà che il disagio dell’anima assume nella realtà della vita delle persone. E non sono in grado di decifrarne il senso, né posseggono un linguaggio in grado di adattarsi, ogni volta, alla originalità della forma che si troveranno davanti. Nella migliore delle ipotesi non resterà loro che una strategia… riportare il mistero a cui ogni disagio allude nelle strettoie della teoria da loro privilegiata. Proprio ciò che Goethe aveva intuito quando, nella fiera consapevolezza del valore innovativo racchiuso nei propri rivoluzionari studi scientifici (la teoria dei colori, la metamorfosi delle piante e quella degli animali), aveva accusato il metodo newtoniano di procedere in modo non scientifico. Perché, almeno secondo lui, tutti coloro che si dedicavano alla ricerca anziché attendere che i fatti si rivelassero nella loro compiutezza, e solo poi elaborare una teoria sulla realtà, piuttosto preferivano costringere la realtà nella teoria da loro pre-costituita. Anche se non lo ammetterebbero mai, nemmeno sotto tortura, gli scienziati moderni usano un metodo di ricerca che è induttivo, violento, maschilista e patriarcale. Se non si lasceranno quanto prima fecondare da una diversa metodologia di pensiero, femminile, deduttiva, accogliente e artistica, presto diverranno incapaci di comprendere il Vivente. L’unica comprensione che avranno a disposizione riguarderà solo ciò che è meccanico e, in definitiva, ciò che è morto.

Mentre ero intento a scrivere le ultime righe di questo articolo una giovane collega, con la quale condivido lo studio, mi racconta di aver preso in cura poco tempo fa una signora che, precedentemente, era stata per quaranta anni da un terapeuta freudiano. Quarant’anni… avete letto bene! Durante tutto quel tempo il terapeuta aveva pronunciato sì e no un centinaio di parole e, ovviamente, i sintomi della signora erano rimasti inalterati. Un classico caso, anche se davvero estremo, di nevrosi da transfert, cavalcata e abusata da un terapeuta che, sul piano morale, più che “collega” preferisco considerare “pericoloso nemico” da ricercare, giudicare, condannare e radiare per sempre dall’albo. Questo però non accadrà. Né a lui né a tanti altri suoi simili compari.

La signora che si è rivolta alla mia giovane collega in poco più di un anno ha visto scemare i propri sintomi e comincia a intravedere luce in fondo al tunnel buio nel quale ha vissuto buona parte della sua vita. Tutto sommato, si potrebbe dire che sia stata fortunata! Meglio tardi che mai. Resta però il fatto che oggi, oggi più che mai in un’epoca di demagogiche garanzie, per l’anima turbata dell’uomo contemporaneo non ci sono assicurazioni di sorta sulla professionalità, sulle effettive capacità e sui valori morali del terapeuta al quale rivolgersi. Resta il rammarico che all’anima turbata degli uomini e delle donne dell’immediato futuro non resterà che confidare nella benevolenza del proprio destino… che sappia guidarla alla porta giusta dove bussare.

Il sogno nell’approccio psicoterapico antroposofico

Articolo di Piero Priorini

L’idea di scrivere anche solo un breve articolo sul tema del sogno, oggi, sei giugno del 2015, a più di cento anni di distanza dal giorno in cui l’ingegno di Sigmund Freud spalancò le porte della coscienza collettiva sul significato nascosto delle immagini oniriche, in tutta onestà mi sembrava un’impresa come minimo avventata. Cosa mai avrei potuto aggiungere a tutto quanto, fin da allora, è stato detto e scritto sulla materia? E anche ammesso che la scienza dello spirito antroposofica (della quale mi faccio discreto testimone) permetta riflessioni del tutto nuove sul sogno, con quale coraggio potrei contestare la teoria e, soprattutto, la prassi dell’interpretazione onirica che migliaia – forse milioni – di psicoterapeuti al mondo hanno praticato in tutti questi anni e che, ancor oggi, continuano a praticare. Una prassi che anch’io ho utilizzato e che, almeno in apparenza, continuo a perseguire.

In effetti, prima di accingermi a scrivere queste righe, ci ho riflettuto davvero molto, e se non fosse per il fatto che, appunto, la mia particolare veste di antroposofo e l’esperienza pratica di tanti anni mi hanno costretto a sbattere il naso contro l’enormità delle contraddizioni presenti nella “teoria e pratica” dell’interpretazione onirica, credo che mi sarei guardato bene dal farlo. Ma se è vero, come è vero, quello che sosteneva Carl Gustav Jung, che “il sogno è la via regia all’inconscio”, altrettanto vero è che proprio penetrando nei mondi onirici dei loro pazienti i terapeuti più audaci e spregiudicati possono contemplare, oggi più che mai, orizzonti discontinui e davvero sconcertanti. Basta essere interiormente mobili e non dogmatici, basta essere ricettivi e rifiutarsi di riportare ogni nuovo dato acquisito sempre e comunque alla propria teoria di riferimento e si scoprirà, proprio grazie al fenomeno onirico, quanto più complesso, vasto e articolato sia il mondo dell’anima umana della quale il sogno è specchio fedele. Basta un minimo di spregiudicatezza e si riconoscerà con facilità come L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud non sia affatto un impeccabile testo scientifico, bensì solo ed esclusivamente un’impareggiabile opera letteraria autobiografica. Così come dottissime opere letterarie rimangono Libido: simboli della trasformazione, di Carl Gustav Jung, Il linguaggio dimenticato di Eric Fromm, Il sogno e il mondo infero di James Hillman, il Manuale per l’analisi del sogno di Emil Gutheil, I sogni e la loro interpretazione di Ernst Aeppli, e tutti gli altri innumerevoli testi che sarebbe possibile citare.

Basta un minimo di spregiudicatezza… e ci si renderà subito conto quanto sia difficile, se non addirittura impossibile, voler sostenere sempre e comunque la tesi del sogno come “realizzazione di un desiderio” (Freud), come “svelamento di scopi e propositi” (Fromm), oppure come “compensazione psichica” (Jung), oppure ancora come “rivelazione del sacro” (Hillman). Piuttosto sarebbe doveroso stupirsi di come sia possibile che tante e così diverse teorie abbiano trovato credito e che riscuotano successo nella prassi interpretativa. Perché sarebbe un po’ come ammettere che il calcolo del cemento armato di un ponte sospeso possa essere diverso a seconda della teoria di riferimento dell’ingegnere che l’ha progettato. La scienza non funziona così… neanche quella applicata all’essere vivente dell’uomo. Perciò, come ho già sostenuto in precedenti articoli, se la psicanalisi funziona, perché di fatto funziona, a prescindere dalle sue diverse teorie di riferimento, dovrebbe essere evidente che nella sua prassi c’è qualcosa che le teorie non contemplano ma che, di fatto, la rendono funzionante. La stessa cosa può dirsi per l’interpretazione dei sogni: se la maggior parte dei terapeuti usa il sogno partendo da assunti del tutto diversi ma i pazienti ne traggono comunque consapevolezza e beneficio, dovrebbe essere evidente che nelle diverse interpretazioni è presente un qualche elemento che, non visto dai suoi stessi ermeneuti, le rende efficaci. Perciò non ha senso alcuno che un terapeuta si sforzi di mantenere le interpretazioni nell’ambito della propria scuola di appartenenza. Sarebbe invece auspicabile che fosse così emancipato interiormente da interpretare i sogni come può, seguendo l’estro della propria creatività terapeutica, senza sentire poi la necessità di irrigidirsi in nessun dogma interpretativo.

Adesso però sarà necessario fare un distinguo, perché lungi da me voler fare apologia alla spontaneità e alle buone intenzioni di qualsivoglia terapeuta. La Fantasia Terapeutica alla quale spesso ho alluso in molti miei articoli si fonda in realtà su un rigore estremo, per illustrare il quale mi servirò della splendida metafora usata dallo scrittore russo Dimitri Merezkovskij per tratteggiare il genio militare di Napoleone Bonaparte.

Immaginiamo un campo – scrive Merezkovskij – dove si fronteggiano due eserciti nemici, il giorno prima di battaglia. Napoleone passa in rassegna le sue truppe: vuole conoscere che cosa e quanto hanno mangiato e se hanno ben bevuto. Controlla lo stato delle loro uniformi, la bontà degli stivali, lo stato dei fucili, il filo delle baionette e s’informa sul numero dei proiettili che ognuno ha a disposizione. Molti soldati li saluta per nome e raccomanda loro un buon sonno ristoratore. Poi passa nelle scuderie e controlla lo stato dei cavalli, se sono ben ferrati, quanta biada hanno mangiato e se sono stati accuditi come si conviene dagli stallieri. Infine si dirige nel reparto artiglieria e ispeziona i cannoni: vuole sapere quanti sono, il numero preciso dei proiettili e la quantità di polvere da sparo a disposizione di ogni artificiere.

Quindi perlustra il campo di battaglia. Annota ogni fosso, la disposizione degli alberi, la pendenza dei dislivelli collinari, la compattezza del terreno, la direzione della corrente di ogni più piccolo ruscello. Fissa bene in mente il punto preciso in cui il sole si leverà e quello opposto, in cui andrà a dormire. Poi finalmente entra nella propria tenda, dispiega la mappa sul tavolo e – quasi sapesse, anche lui, che la “mappa non è il territorio” – sovrappone la propria esperienza ricognitiva con le linee tratteggiate sulla carta. Giunto a questo punto, Napoleone prepara il suo piano: in maniera meticolosa, quasi ossessiva. Un piano che dovrà essere rispettato fin nei minimi particolari.

Poi, finalmente, il generale va a dormire.

La mattina, all’alba, tre squilli di tromba danno inizio alla battaglia… ed è a questo punto che il genio di Napoleone abbandona ogni piano preparato in precedenza e… da inizio a una nuova creazione. Immagina, inventa, improvvisa seguendo l’estro del momento e rispondendo duttile al metamorfosarsi degli eventi. Può farlo perché conosce tutto ciò che c’è da conoscere, nessun particolare gli è ignoto, ed è allora, e solo allora, che la sua genialità è libera di dispiegarsi.

Ecco… così ho sempre concepito la Fantasia Terapeutica o la creatività interpretativa. Come una conoscenza meticolosa, accurata, al limite della pedanteria. Una conoscenza di tutto quello che è stato detto a proposito dell’interpretazione onirica ma che, appunto perciò, può spiccare il volo e inseguire la natura evanescente dei sogni che vuole comprendere.

                                                            *****

sogno

Confidando nel fatto che nessuno dei miei lettori si sia lasciato intimidire in riferimento alla “creatività terapeutica” alla quale ho appena alluso, cerchiamo adesso di vedere come potrebbe la scienza dello spirito gettare una nuova luce sul fenomeno del sogno. Solo che, per farlo, dobbiamo partire dall’organizzazione umana e dalla diversa configurazione che i suoi quattro arti (corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io) assumono durante la vita diurna e quella notturna. Infatti, mentre durante il giorno, salvo rarissimi casi, le quattro parti costitutive dell’uomo risultano essere strettamente connesse, durante la notte tale legame si modifica a favore di un provvisorio distacco dell’io e del corpo astrale dai restanti due corpi, eterico e fisico. Non è questo il luogo per approfondire un processo di cui Rudolf Steiner ha parlato più e più volte e in modo molto dettagliato. Basterà qui ricordare come, appunto, durante la notte la componente animico-spirituale dell’uomo abbandoni il piano fisico-eterico, penetri nei mondi sovrasensibili e, in stato di non consapevolezza, elabori il proprio vissuto guidata dai molti altri esseri appartenenti a quelle sfere. Ogni notte, tuttavia, ad intervalli ritmici, io e corpo astrale si riconnettono con la propria componente eterico-vitale, pur mantenendo il distacco dal substrato fisico del cervello. Così, in questa anomala condizione, le esperienze attraversate durante la notte possono venire almeno in parte registrate dal corpo eterico il quale, però, non avendo a disposizione il sistema neuro-sensoriale ancorato alla dimensione spazio temporale, le registra come immagini svincolate dagli ordinari paradigmi sensibili.

Sarebbe fondamentale, per un terapeuta, tenere sempre presente come tutti i sogni siano espressione di questa disarticolazione di base dei quattro corpi costitutivi dell’individualità umana e che le molte e significative diversità che a volte si riscontrano tra i sogni di un paziente e quelli di un altro, rimandano perciò alle diverse caratteristiche della loro personalità e dei loro corpi sottili.

Così, ad esempio, le esperienze notturne realizzate in stato di ottusità di coscienza da un individuo impegnato, durante la veglia, nella ricerca spirituale saranno profondamente diverse da quelle di un altro, interessato invece al raggiungimento di ricchezze materiali. Non solo… quando comunque l’Io e il corpo astrale dell’uno e dell’altro, durante la notte, si accostano ritmicamente ai rispettivi corpi vitali, questi registreranno le esperienze fatte dalla componente animico-spirituale con le forze e le capacità che fino a quel momento si sono conquistate.

Per questo motivo mi hanno sempre molto imbarazzato i tentativi di rintracciare una regola uniforme per l’interpretazione dei sogni. Piuttosto, con gli anni, l’esperienza mi ha dimostrato come si possa, invece, addirittura parlare di stili onirici individuali, fondati appunto sul livello di sensibilità e maturazione spirituale dei vari corpi sottili. E sarà interessante notare, da questo punto di vista, che l’identità di genere, l’età, l’intelligenza, l’istruzione e la cultura posseduti non hanno nulla a che vedere con la sensibilità di cui parlo, la quale sembra piuttosto riposare nella storia occulta di ogni individualità.

Ma non basta… Oltre agli stili individuali, bisognerebbe anche inserire nelle nostre considerazioni il “fatto in sé” del lavoro terapeutico. Tutti sanno, infatti, che durante un percorso psicoterapico si tende a ricordare un maggior numero di sogni di quanto altrimenti si farebbe fuori da un tale impegno. E’ ovvio che questo ubbidisce a una serie di aspettative evocate dalla relazione terapeutica, solo che questo condizionamento non dovrebbe essere considerato motivo di invalidità dell’indagine onirica, bensì esattamente il contrario. Come al solito, chi avanza questa tipo di critica, lo fa perché non si rende conto del valore riposto nella relazione dialogica umana e nutre un feticistico ossequio al mito dell’oggettività scientifica. Una “oggettività del dato” che proprio molti scienziati moderni, basandosi su alcune implicazioni della meccanica quantistica, hanno ampiamente dimostrato non esistere affatto… ma che, per tutta una serie di ragioni, continua ad esercitare una sua presa significativa sui poveri di spirito.

La complessità dei sogni, infine, risulterà ancora più sconcertante se, oltre a quanto già detto, aggiungiamo anche la considerazione che – come aveva ben intuito Jung – gli “inconsci si toccano”. In termini scientifici spirituali questo significa che la nostra individualità non arriva al proprio estremo limite sui confini della nostra pelle corporea. Eterico, astrale e io, infatti, pur vincolati allo spazio-tempo del corpo fisico, vivono in altre dimensioni e, in quelle dimensioni, si toccano e si interpenetrano. Chi più chi meno, infatti, tutti percepiamo, anche se al livello non cosciente, le qualità (o le non-qualità) spirituali delle persone che incrociamo… Anche se sono dei perfetti sconosciuti, incontrati per un breve momento. E tutti tendiamo a reagire a tali percezioni secondo inconsce leggi di attrazione o respingimento di ciò che di simile nutriamo nell’anima. Perciò non mi ha mai scandalizzato più di tanto la stupida critica, tanto spessa ascoltata, fondata sul fatto che spesso i pazienti dei terapeuti freudiani farebbero sogni freudiani, mentre i pazienti dei terapeuti junghiani farebbero sogni junghiani. A me non risulta… ma se anche così fosse, lo troverei del tutto normale perché, come ho detto, è comprensibile che su piani profondi le organizzazioni sottili dei due protagonisti si sforzino di trovare un linguaggio comune e condivisibile. Anzi, sarebbe auspicabile che un giorno tale sforzo possa essere perseguito in piena consapevolezza.

Esaminiamo ora un altro elemento, sempre del tutto assente pur nel gran numero di teorie proposte sulla natura dei sogni e sulla loro interpretazione. L’elemento in questione è quello della continua modificazione cui vanno incontro nel corso delle epoche storiche i corpi sottili dell’uomo e, dunque, dei loro legami. In realtà questo problema rimanda a un errore concettuale ben più ampio che mi ero permesso di osservare e registrare fin da quando ero studente e che, con un neologismo da me stesso inventato, presi a chiamare: antropo-modernismo. Infatti, con tale termine, vagamente dispregiativo, presi l’abitudine di chiamare tutte quelle descrizioni dell’uomo che sembrano non tener in nessun conto dei profondi e radicali cambiamenti intervenuti nell’organizzazione dei suoi corpi sottili durante lo scorrere del tempo. Per cui, ad esempio, un antico egiziano o un antico persiano poco si discosterebbero da un occidentale moderno, salvo il fatto di andare in giro seminudi su carri trainati da buoi, non avere la televisione (poverini) e, mancando del sapere scientifico, essere ingenui e creduloni. Insomma… il lettore più smaliziato avrà riconosciuto negli esempi su riportati le tipiche descrizioni dell’uomo antico smerciate da Piero Angela e dal suo clone, Alberto. Che nessuno qui vuole condannare per la presunta mancanza di conoscenze spirituali – ci mancherebbe altro… – ma che invece una bella condanna si meriterebbero per la mancanza della più elementare nozione di antropologia e psicologia dell’età evolutiva. Quelle nozioni minime che, se conosciute, permetterebbero di comprendere a chiunque come il pensiero logico-astratto-cerebrale sia un’acquisizione relativamente moderna e che in passato, al suo posto, c’erano facoltà del tutto diverse.

In realtà, i documenti giunti fino a noi dal passato, se non fossero distorti dall’interpretazione riduttiva e astratta dei sacerdoti del materialismo moderno, ci parlano di uomini del tutto diversi, nei quali ancora sopravvivevano facoltà ancestrali di chiaroveggenza. A quei tempi, infatti, gli uomini ancora commerciavano con gli dei, il pensiero logico-concettuale era quasi del tutto assente e la possibilità di sconnessioni momentanee dei corpi sottili quasi all’ordine del giorno.

Il processo d’individuazione egoica, che oggi tutti gli uomini devono affrontare, allora non era nemmeno iniziato, tanto è vero che i sogni avevano spesso un significato collettivo e divinatorio. Basti pensare ai grandi sogni del re babilonese Nabucodonosor i quali, ben interpretati dal profeta Daniele, rivelarono a tutti il destino futuro del grande regno. O a quelli ancor più famosi ricevuti dal Faraone d’Egitto e che, interpretati da Giuseppe, permisero al popolo egiziano di sopravvivere ai sette anni di siccità che seguirono quelli dell’abbondanza.

Tutto questo per dire che l’interpretazione dei sogni di un Re, di un Faraone o di un Capo villaggio del passato, ottenuta grazie all’intervento di un profeta, di un veggente o di un mago, sembra soltanto essere simile a quella realizzata nel presente da un terapeuta, nei confronti dei sogni di un qualunque suo paziente. Perché diverso, oggi, è l’ambiente animico dei sognatori, e diverse sono le facoltà degli interpreti. Nulla accomuna un antico egiziano a un greco, un antico romano a un cavaliere medievale, uno scienziato del rinascimento italiano a un marinaio olandese della compagnia delle Indie. Perché i loro mondi interiori, le conoscenze che avevano, gli Dei nei quali credevano erano ineluttabilmente diversi e distanti. E pura fantasia, o sciocco trastullo intellettuale sarebbe quello di credere che un terapeuta moderno potrebbe essere in grado di interpretare in maniera corretta e adeguata i sogni di uomini di altre epoche storiche.

In altre parole, aveva ragione Artemidoro quando affermava che: Le regole del sognare non sono generali e non possono perciò soddisfare tutti, giacché spesso i sogni, a seconda dei tempi e delle persone, sono suscettibili di interpretazioni diverse.

Perciò, su questa base, direi che una profonda differenza si è manifestata addirittura in questi ultimi cento anni di storia. Pensiamoci bene: all’epoca di Sigmund Freud e di Carl Gustav Jung gli uomini andavano in giro in carrozza, scrivevano a mano i libri che avrebbero poi pubblicato, la radio non era ancora funzionante e poche persone si potevano permettere il telefono. Sul piano dell’anima tutto questo si traduceva in una vita dai ritmi molto più lenti di quanto noi oggi possiamo anche soltanto immaginare. Una vita interiore nella quale c’era posto per idee, principi e valori di cui noi, oggi, stiamo perdendo addirittura il ricordo. Come si può dunque pensare che siano validi in assoluto ancor oggi i principi cui loro si ispirarono?

Nella mia piccolissima esperienza di lavoro – perché quarant’anni sono un nulla nei confronti delle grandi epoche storiche – potrei addirittura affermare di avvertire la differenza dei mondi onirici dei miei primi pazienti (quelli che incontravo intorno agli anni ’80) e quelli dei miei pazienti attuali, per interpretare i quali devo continuamente rivedere i miei paradigmi interpretativi.

Nonostante tutto ciò, il sogno continua a rappresentare la via regia ai misteri dell’anima. Perciò, torno a ripetere, è molto importante che il terapeuta si mantenga duttile, aperto, curioso, disponibile e creativo, in modo da poter accogliere con libertà interiore qualunque messaggio voglia inviargli l’essere profondo del proprio paziente. Naturalmente mi rendo conto del rischio implicito in questo mio suggerimento: una linea sottilissima separa la stupidità e la cialtroneria dalla vera saggezza. Tuttavia, su quella linea un giorno bisognerà imparare a camminare se non vorremo che la nostra professione, più che un aiuto, diventi un ostacolo allo sviluppo dell’anima.

 

 

Essere Terapeuta

Articolo del Dottor  Piero Priorini

 

pilgrim

       Se trascuriamo la storia formativa dei padri fondatori della psicanalisi e sorvoliamo sullo stato confusionale che caratterizzò gli anni bui della prima e della seconda guerra mondiale, non appena il mondo si riebbe da quell’immane catastrofe troviamo, nell’ambito della cura psicanalitica, una significativa e interessante prassi formativa dei nuovi terapeuti. Saranno infatti le singole scuole (freudiana, junghiana, kleiniana, bioenergetica, logoterapica ecc…) ad esercitare la cura, la didattica e infine la valutazione della formazione degli allievi. L’ammissione al training e il suo superamento prescinderanno dal titolo accademico del tirocinante. Laureato o non laureato in medicina – Freud in un barlume di saggezza visionaria aveva raccomandato di precludere la psicanalisi ai medici – l’allievo terapeuta necessiterà piuttosto di una personale esperienza di immersione nell’inconscio, dovrà imparare a fare i conti con i propri fantasmi psicodinamici e dimostrare poi una particolare disposizione non solo allo studio umanistico, quanto alla creatività dialogica, alla responsabilità morale e all’empatia con i suoi simili.

Come si può osservare, dagli anni ’50 in poi gli intenti delle scuole di formazione furono encomiabili: garantire una certa stabilità interiore del terapeuta e una sua apertura a trecentosessanta gradi sul vasto panorama culturale dell’umanità intera. Perciò alla formazione scientifica era sottointeso che egli dovesse accompagnare una pur minima conoscenza di filosofia, di storia dell’arte (letteratura, pittura, scultura, musica, cinema) e delle religioni (nelle loro varie sfaccettature confessionali), perché solo così si poteva sperare di arrivare a comprendere le radici comuni di ognuna delle singole esperienze umane e di ognuna delle sue patologie. E’ probabile che quelli fossero gli anni più fecondi per le conoscenze psicologiche. Ma, come recita il proverbio: “Se gli Dei fanno le pentole, poi sono i demoni a fare i coperchi”. Con la complicità del disimpegno irresponsabile e della dissacrazione culturale, favoriti in Italia da chi, negli anni ’80, gestiva il potere politico, la psicanalisi prima si rivolta contro se stessa (ricordate gli anni della psicanalisi selvaggia? Quella praticaccia che qualunque incolto personaggio, purché spregiudicato, pretendeva di saper esercitare?) per poi, così indebolita, prestare il fianco alle garanzie generosamente offerte dal controllo di stato. Chiusi gli istituti psicanalitici originari e aperta la facoltà di psicologia, la terapia si fa vassalla dell’università. Da quel momento in poi chiunque, dopo aver superato un certo numero di esami e aver pagato il “pizzo” alle mafiose scuole di formazione gestite dagli stessi professori universitari, avrà il sacrosanto diritto di esercitare la psicoterapia. Il titolo universitario di stato fa fede a tutti gli effetti. Se poi quel singolo terapeuta non è troppo sano di mente, se è rigido e poco creativo, se non è empatico o addirittura ignorante, la colpa non è certamente imputabile all’università, che la garanzia l’ha data… uguale per tutti. Critiche a parte… la formazione degli anni ’50 aveva visto giusto: il solo sapere intellettuale era considerato poca cosa se paragonato a un’esperienza d’immersione profonda nella propria anima protratta per almeno cinque o sei anni. Un’esperienza nella quale l’allievo terapeuta era chiamato a impegnare tutte le proprie risorse interiori (e non solo quelle intellettuali). Ma adesso che il danno è stato fatto, adesso che la moderna psicologia sembra aver finalmente trovato la sua credibilità aderendo alle neuroscienze, adesso che la maggior parte dei nuovi e giovani terapeuti brancola in un buio culturale senza precedenti, proviamo a chiederci: in un clima siffatto, quale potrebbe essere la formazione di uno psicoterapeuta che volesse rifarsi alla visione dell’uomo proposta da Rudolf Steiner quasi cent’anni fa?

Mi rendo conto della complessità del problema e, se devo essere sincero, non sono sicuro che esso possa trovare una soluzione. Molti dei miei più giovani colleghi non hanno letto né Freud né Jung… figuriamoci Klein, Reich, Lowen, Frankl, Lacan, Neumann, Laing, Cooper, Assagioli, Hillman, Rogers, Basaglia, Watzlawick, Miller o Cancrini. Ma, cosa ancor più drammatica, a parte avanzatissime nozioni di neurofisiologia e di rabberciati tecnicismi di programmazione neuro linguistica, non hanno alle spalle nessuna conoscenza umanistica, né artistica, né spirituale. Come possono pretendere di curare l’essere umano? E con quali forze? Parlando di cosa? I lettori dei miei precedenti articoli ricorderanno a questo punto come, pur ritenendo la scienza dello spirito antroposofica proposta da Rudolf Steiner l’unica vera scienza davvero credibile, non per questo riterrei allora legittimo buttare nella spazzatura cento anni di ricerca psicologica e di esperienze straordinarie che, straordinari terapeuti, hanno realizzato con i propri pazienti attingendo, magari senza saperlo, alle radici stesse dell’amore spirituale.

Perciò, senza alcun timore di sembrare di parte, perché condizionato dalla mia personale formazione, direi che la migliore preparazione possibile per un candidato terapeuta continui a essere lo studio sistematico della psicologia del profondo (cioè quella junghiana) correlata a qualsivoglia altro grande interprete della prassi psicoterapica. Consiglierei inoltre di fare propria la prassi dell’ I.T.P. (Tecnica immaginativa di analisi e ristrutturazione del profondo) elaborata dallo psichiatra italiano Leopoldo Rigo e insegnata dalla GITIM di Treviso. Aggiungerei poi storia delle religioni, letteratura, storia dell’arte, cinematografia, filosofia, antropologia culturale e, volendo strafare, i principi basilari della nuova fisica quantistica. Solo su queste solide fondamenta, e solo dietro l’incalzare di una richiesta spontanea, forte e pressante, mi sentirei di promuovere una formazione scientifico-spirituale volta a operare nell’ambito del disagio psichico. E se mi fosse concesso il potere di farlo, credo che saprei ben organizzare un appropriato percorso formativo suddividendolo in tre specifici ambiti.

A) Il primo: ovvio per chiunque conosca almeno in parte la Weltanshauung della quale parlo, sarebbe quello di invitare gli allievi-terapeuta allo studio dei testi antroposofici principali, quelli minimamente necessari per appropriarsi di questa originale visione del mondo e dell’uomo. Nell’ordine: Teosofia, La scienza occulta, L’iniziazione, Il cristianesimo come fatto mistico, Massime antroposofiche. Ove fosse possibile suggerirei poi agli allievi di prendere l’abitudine a ritrovarsi tra di loro, almeno una volta a settimana, per leggere insieme uno di quei libri, a libera scelta, e confrontarsi su di esso. Questo perché l’approccio all’antroposofia non è così semplice come molti potrebbero essere tentati di credere. Nei primi tempi, infatti, alcune descrizioni e indicazioni della scienza dello spirito potrebbero sembrare fantasmagorie gratuite e avventate… al punto che lo stesso Steiner sentì il bisogno di ricordare come, nel momento di passaggio dalla visione tolemaica a quella copernicana, finché non furono assorbiti ed elaborati tutti i principi e le leggi che sottintendeva quella visione, essa fosse del tutto incomprensibile. Come avrebbero potuto uomini e donne abituati a credersi abitanti di un pianeta piatto, sostenuto in cielo da giganteschi mitici animali, “credere” di poter vivere a testa in giù, su un pianeta rotondo, lanciato a folle velocità nel vuoto siderale insieme al proprio sole e a tutti gli altri pianeti? Nei primi tempi, avvisa Steiner, potrà sembrare che l’antroposofia, proprio come il leggendario Barone di Munchausen, voglia sostenersi in aria da se medesima afferrandosi per il codino. In realtà, dopo aver assimilato, digerito ed elaborato i principali parametri di riferimento antroposofici, il quadro d’insieme – continua Steiner – assumerà una tutt’altra legittimità concettuale anche per la coscienza ordinaria dell’uomo contemporaneo. E molti dei processi o dei fenomeni soprasensibili descritti, anche se non immediatamente sperimentabili, troveranno allora una legittima plausibilità. Come se non bastasse, suggerirei agli allievi di confrontarsi con i tanti altri autori e le tante altre concezioni del mondo aperte sulla dimensione della spiritualità (omeopatia, medicina cinese e tibetana, buddhismo zen, medicina olistica), e questo per mantenere sempre aperta la propria anima, non irrigidirsi in alcun dogma e correggere di continuo i propri pensieri. La scienza dello spirito non vuole essere una fede, bensì una risposta al desiderio di conoscenza di se stessi e del mondo.

B) Il secondo ambito, più specifico, dovrebbe indicare al ricercatore tutti quei testi nei quali la materia di studio tratta solo ed esclusivamente della costituzione dell’essere umano come archetipo divino spirituale. In altre parole lo studio:

1) dell’uomo tripartito (corpo, anima spirito; testa, torace, membra; processi neuro-          sensoriali, processi ritmici e processi metabolici; pensare, sentire, volere)

2) dei cicli settennali di sviluppo

3) dei quattro temperamenti (sanguinico, collerico, melanconico e flemmatico)

4) di alcune nozioni fondamentali di medicina antroposofica.

5) delle dettagliate descrizioni esoteriche di Arthur Powel sul Doppio eterico, il Corpo astrale, il Corpo mentale, il Corpo causale e il Sistema solare

6) delle correlazioni tra psicodinamica e funzionalità dei chakra descritte nella Core Energetica di John e Eva Pierrakos, e ben riassunte nei testi di Barbara Ann Brennan.

C) Il terzo ambito, infine, dovrebbe favorire la crescita iniziatica del candidato terapeuta, perché non credo avrebbe senso alcuno professarsi psicoterapeuta antroposofico limitando la propria esperienza al solo campo intellettuale. Non è più epoca di riproporre solo e soltanto i pensieri altrui.

Anche in questo caso mi sentirei di consigliare tre specifici ambiti di esperienze:

1) il primo, volto a superare la riflessità del pensare ordinario, necessiterebbe di uno studio attento e riflessivo sui testi elencati in altri miei articoli: Verità e scienza; Filosofia della libertà; Le opere scientifiche di Goethe di Rudolf Steiner. Ai quali aggiungerei molti dei testi di Massimo Scaligero, tra i quali: L’avvento dell’uomo interiore; La logica contro l’uomo; Trattato del pensiero vivente; Meditazione e miracolo; Manuale pratico della meditazione; Iside-Sophia; Dell’amore immortale e Graal. In realtà, ognuno dei testi qui raccomandati, per essere davvero compreso, necessita il superamento dello stato riflesso e devitalizzato del pensiero ordinario, così che anche la loro semplice acquisizione interiore si configura come la prima esperienza di superamento degli ordinari limiti, imposti ad ogni uomo dall’esperienza neurosensoriale;

2) il secondo, necessario per coinvolgere la totalità umana dell’allievo, avrebbe bisogno di esperienze dirette in alcune arti quali l’Euritmia, il Teatro, la Pittura con l’acquarello… ma in alternativa anche il Tai Chi Chuan o il Qi Gong. Oppure ancora le pratiche Zen (e non la sola conoscenza) della Cerimonia del tè, oppure del Bonsai o del Tiro con l’arco. Questo perché, salvo rare eccezioni, non sarebbe credibile un terapeuta che non avesse sperimentato in prima persona quell’armonia di pensare, sentire e volere che solo nell’arte, sia pure nelle arti marziali, è possibile realizzare;

3) infine, un terzo ambito, predisposto alla realizzazione di esercizi pratici (meditazione, concentrazione, contemplazione) diretti sia alla crescita spirituale interiore degli allievi, sia all’acquisizione di reali potenzialità terapeutiche. Perché, anche in questo caso, parlare o operare solo sulla base di presunti convincimenti intellettuali non conduce da nessuna parte. Perché solo l’esperienza, solo l’esperienza diretta e totale dell’uomo sull’insieme delle forze e dei processi cosmici all’interno dei quali tutti viviamo può sperare di divenire operativa.           In sostanza, vale tanto più per la psicoterapia quello che Tiziano Bellucci, del Gruppo Divulgazione Antroposofica, scrive a proposito dell’insegnamento nelle scuole Waldorf. Basterà sostituire alla parola “insegnante” la parola “terapeuta” e, come si vedrà, le sue esortazioni avranno il medesimo valore:

“Solo chi ha raggiunto un risultato può insegnare come raggiungerlo.” Un insegnante, non può essere solo un teorico che ha appreso da altri o da libri. Egli deve trasmettere la conoscenza di ciò che egli stesso ha sperimentato. Deve aver “incontrato” la sua conoscenza e saperla praticare, con destrezza e capacità. Sovente si crede che basti essere informati per “conoscere” una cosa. Studiarla. Invece conoscere non è raccogliere nozioni, riempirsi di notizie; conoscere è diventare ciò che si è saputo: è raggiungere un’esperienza. Io “conosco la musica” quando la so suonare. Non quando racconto la sua storia o le sue leggi. Chi ha conseguito una data facoltà, conosce in profondità la strada per arrivarci e i mezzi necessari per realizzare l’obiettivo. Sa come predisporre le proprie risorse al fine di ottenere il risultato. E sa istruire altri. Chi insegna, deve aver raggiunto il risultato che promette. Questo concetto vale soprattutto in ambito psicologico e spirituale. Chi parla di Psiche (Anima) e di spirito (Dio) deve averne avuto esperienza, non solo lettura. Parlare di spirito e anima senza averne avuto esperienza è un’astrazione. Non è necessario avere sperimentato tutto ciò di cui si parla (perché la conoscenza di tutto non la può possedere un individuo solo): ma bisogna che almeno in parte, alcune conoscenze fondamentali siano state conseguite. Queste esperienze sono conseguibili da chiunque si applichi con rigore e volontà, come descritto nei testi scientifico spirituali di R. Steiner.

dipintp

 

L’Arabismo e la Donna

arabismo e la donna

Riflessioni scientifico-spirituali

Articolo del Dottor Piero Priorini

Premesso:

1) che ho viaggiato per più di dieci anni in Medio Oriente e che ho conosciuto musulmani dall’animo dolce e gentile che mi hanno onorato delle loro confidenze.

2) che ho studiato l’Islam per tre anni e che, fin dall’inizio, mi convinsi della fenomenologia occulta cui si deve la “rivelazione” del Corano al suo profeta Maometto.

3) che conosco bene le opere di Qassim Amin, Ghaleb Bencheikh, Rita El Kayat, Fatema Mernissi, Magdi Allam, Chahdortt Djavann, Leila Ahmed, Jean P. Sasson e quelle critiche, pro e contro l’integrazione, di Abdelwahab Meddeb, Oriana Fallaci, Tiziano Terzani e Dacia Maraini.

4) che sono persuaso del dato scientifico che nega l’esistenza delle “razze” umane e della loro presunta diversità. Mentre sono convintissimo dell’estremo valore che si cela nel destino delle “Anime di popolo” e nell’intenso condizionamento operato dai fattori culturali e ambientali…

Sperando di non essere frainteso vorrei condividere le riflessioni che seguiranno.

                                                                ****

Buffo però che oggi, prima ancora di dire soltanto A, ci si senta in obbligo di proteggersi le spalle come io ho fatto nella speranza di promuovere una discussione approfondita e non animosa sui fatti storici di cui siamo testimoni. Ironico – o forse drammatico – che abbia sentito l’esigenza di farlo, ben sapendo che servirà a poco in questo clima di “bassa tifoseria” che imperversa nel web o sui giornali (virtuali o meno), dove non c’è traccia alcuna di un’autentica riflessione del pensiero e tutto è rimandato a quel che resta dell’antica appartenenza a una ideologia anziché ad un’altra. Dove allo sforzo di una penetrazione conoscitiva dei fenomeni in atto si sostituisce lo scontro tra il fare grossolano, reattivo ed esagitato della Destra e il dire solo politicamente-corretto della Sinistra. Peccato sia così! Perché se l’immigrazione islamica in Europa è un fatto, il problema dell’estrema difficoltà dell’integrazione di queste genti non potrà essere risolto se non si penetrerà il suo più profondo significato e non si arriverà ad intravedere a quale livello spirituale la battaglia dovrebbe essere condotta.

                                                                   ****

Nel 1915, nel cuore della prima guerra mondiale, il fondatore del movimento scientifico spirituale antroposofico, Rudolf Steiner, portò in numerose città (Zurigo, Hannover, Brema, Lipsia, Norimberga) delle conferenze che riecheggiavano sempre lo stesso, identico contenuto. Affranto e turbato per il costo di vite umane che la guerra esigeva, Steiner si sentì responsabilizzato dagli eventi a svelare agli uomini predisposti a comprenderlo quale fosse il motivo occulto di quel drammatico contendere. E riallacciandosi a un precedente ciclo di conferenze che lui stesso aveva tenuto nel 1912 a Kristiania sulla missione delle Anime di Popolo, ricordò come al popolo tedesco e, più in generale a tutta la Mitteleuropa, fosse stato chiesto di incarnare e perfezionare lo sviluppo dell’anima cosciente. Forte del contributo di artisti e pensatori quali furono Goethe, Novalis, Schelling, Fichte, Hegel e quant’altri, la Mitteleuropa, infatti, avrebbe dovuto arginare il gretto materialismo allora appena emergente nella corrente anglo-americana e contenere lo spiritualismo profondo ma ancora vacuo, intenso ma privo di forma (e dunque indicibile), da sempre presente nella corrente slava. Perciò la tragedia del 1915, sempre secondo le investigazioni di Steiner, non sarebbe stata altro se non l’espressione sensibile di quella ben più terribile guerra che nei mondi superiori vedeva il “Serpente Midgard” tentare di stritolare tra le proprie spire (una alimentata dalle correnti del nord-ovest anglo-americano, l’altra da quelle del sud-est slavo) i viventi valori e i viventi principi della più spirituale Mitteleuropa.

Steiner morì nel 1927 e mancano perciò sue ulteriori investigazioni, ma è più che probabile che gli eventi denunciati abbiano continuato il loro corso fin oltre la seconda guerra mondiale e che l’attuale Europa (quella dei nostri giorni) abbia quasi completamente smarrito il ruolo di centralità spirituale che avrebbe invece dovuto saldamente tenere. Almeno fin tanto che la Grande Madre Russia non fosse stata pronta a darle il cambio assumendo quel ruolo centrale che, sempre secondo previsioni occulte, le spetterà nella futura epoca evolutiva terrestre. Di fatto, gli attuali governanti europei sono già stati completamente asserviti all’immoralità del neo-liberismo finanziario anglo-americano che sta tentando di stritolare il mondo, e solo qua e là, celate nelle pieghe del corrotto mercato europeo, ancora sopravvivono sparute frange di cultura e di pensiero davvero degni di chiamarsi tali. È in questo quadro di possibile, totale disfatta spirituale dell’Occidente che io credo si possa, anzi, che si debba, tentare di interpretare e comprendere il fenomeno dell’immigrazione dei popoli musulmani nel cuore della vecchia Europa. Su questo processo in atto tanto si è detto, tanto si è scritto e tanto ci si è accapigliati. Ingiuriandosi l’un l’altro nei modi più feroci, com’è consuetudine nella peggiore tifoseria calcistica di uomini e donne decerebrati. Difficile, se non impossibile, che qualcuno ascolti il proprio presunto nemico, che valuti con animo sereno quel che ha da dire e sia pronto, almeno in parte, a correggere i propri inderogabili assunti. Già alcuni mesi fa, in un articolo intitolato “Ma di che cosa stiamo parlando?” denunciavo questa patetica situazione e, provocatoriamente, avevo proposto una riflessione sui temi lanciati dalle due opposte fazioni sul tema dell’integrazione islamica rappresentate da Oriana Fallaci, da una parte, e Tiziano Terzani e Dacia Maraini dall’altra. Perché mi sembrava, già allora, che la penetrazione conoscitiva del fenomeno non stesse da una parte o dall’altra, bensì al centro, in una combinazione creativa delle due tesi. L’Analisi della Fallaci, infatti, nonostante un margine di ampia distorsione, dovuta alla sua caratteriale animosità e a quell’inconsapevole parzialità che le ha sempre impedito anche solo di intravedere l’arroganza e la violenza occulta dell’imperialismo americano, contiene alcune osservazioni che meriterebbero comunque di essere prese in considerazione. Come quella sulla più che evidente fragilità delle varie intellighenzie europee che, in virtù di un buonismo di principio, si sono sempre dimostrate incapaci di dialogare con l’Islam ad armi pari. Infatti, nessuna delle libertà che sono state concesse all’Islam sul territorio europeo hanno mai avuto la sacrosanta pretesa di un corrispettivo. I musulmani edificano moschee in Europa mentre nessun’altro popolo ha da loro ottenuto la medesima libertà di espressione. Loro possono permettersi di criticare o offendere in tutti i modi i costumi e il Dio propri della cultura nella quale si vanno insediando, ma guai se qualcuno di quella stessa cultura, a loro estranea, si mostra irrispettoso nei confronti dei costumi e del Dio che essi invece venerano. In questo senso ho paura che fosse corretta l’analisi di Giovanni Sartori quando, nell’articolo apparso nel Corriere della Sera del 20. 12. 2009, rilevava come in nessun paese del mondo la penetrazione islamica, una volta compiutasi, avesse mai accettato l’integrazione. Ma come, piuttosto, avesse sempre preteso la resa incondizionata delle altre culture alla propria. Come se non bastasse, il politologo italiano avvertiva, in tempi non ancora del tutto sospetti, basandosi sugli scricchiolii che la moderna Turchia voluta da M. K. Ataturk già lasciava presagire, quanto difficile sia per i popoli musulmani accettare fino in fondo la divisione tra stato laico e stato religioso. D’altra parte, però, non si può negare che qualsivoglia critica dovrebbe pur sempre riguardare la cultura o, se proprio vogliamo, i principi e i valori della religione islamica e non gli uomini che li esprimono riunendoli sotto l’antico e assai dubbio concetto di razza.  Personalmente faccio fatica a credere che ancor oggi, dopo gli studi di così tanti scienziati – tra i quali spicca il genetista italiano Luigi Cavalli-Sforza – qualcuno possa fare ancora appello a quella fumosa nozione, mancando invece di osservare come gli esseri umani – al di là di tratti corporei dissimili – sviluppino quelle credenze e quegli atteggiamenti che la famiglia, la scuola e l’ambiente sociale propone loro.

Le razze non esistono, come provava a far osservare Dacia Maraini ad Oriana.

E su questa base scientifica, oggi più che accreditata, mi sento di affermare che non esistono bambini che, alla loro nascita, possono essere definiti cristiani o musulmani. Piuttosto credo che nascano solo dei bambini… i quali, purtroppo, saranno educati a un credo religioso senza alcuna autentica possibilità di scelta. Le religioni dovrebbero poter essere giudicate. Tutte! Non gli uomini che poi le esprimeranno! Allo stesso modo non credo sia corretto mancare di prendere in considerazione i drammatici percorsi di vita attraversati da ogni singolo essere umano, anche quelli dei più pericoloso guerrigliero o kamikaze… non solo perché – come ha fatto notare Terzani – sono quei percorsi che li hanno condizionati e plasmati, ma anche perché potremmo scoprire che in un qualche modo siamo stati noi occidentali ad imporglieli. Poco importa se a causa di nostri egoistici e specifici interessi o solo a causa della consueta indifferenza che caratterizza la nostra vita di distratti, pigri e ben pasciuti occidentali. Il risultato è sempre lo stesso. Fu il presidente americano George W. Bush a ordinare la seconda Guerra del Golfo (la prima fu opera del padre) che portò all’uccisione di Saddam Hussein e che, oltre a migliaia di morti, gettò nella miseria più nera un’intera nazione. E il processo “farsa” cui in seguito Saddam fu sottoposto, e la sua frettolosa, ignobile, esecuzione non sono certo riusciti a fugare i sospetti sui vergognosi interessi economici e geo-politici che mossero l’intelligence americana a falsificare l’inchiesta su una sua illecita detenzione di armi nucleari e chimiche. Così come non c’era solo l’interesse di Sarkozy e della Francia nella guerra inscenata contro Gheddafi, bensì come sempre anche quello dell’America. Entrambe non potevano permettere che il Ras libico volesse liberarsi del CAF (la moneta ufficiale francese valida in tutto il nord-Africa) sostituendolo con una moneta Pan-Africana alternativa, già pronta ad entrare in funzione perché sostenuta dall’ingente patrimonio d’oro e d’argento messo a disposizione dell’operazione dallo stesso Gheddafi. Una moneta che, nell’immediato futuro, avrebbe potuto sostituirsi addirittura al petrol-dollaro. La verità è che l’Europa, del tutto dimentica della missione che avrebbe dovuto rivestire nell’epoca dell’anima cosciente, serva accattona dell’imperialismo anglo-americano, dopo averne appoggiato le sporche guerre si trova ora invasa da quella stessa massa di povera gente che ha contribuito ad allontanare dai propri territori. All’interno di questa massa si agita di tutto: disperazione, paura, miseria, fame, rabbia, violenza e sete di vendetta.

Ma non è questo il punto. Centinaia, forse migliaia di reportage e articoli ben documentati parlano di tutto questo, e con ben più ampio respiro. Sarebbe sciocco, oltre che inutile da parte mia, riproporre analisi che già sono state fatte sulle complesse cause di questo esodo e sui pericoli che sta generando. Ma, appunto, non sono i soliti punti di vista che in quest’articolo mi interessa mettere in evidenza. Perché di là dall’impossibile integrazione o meno dei popoli musulmani nella cultura dei popoli ospitanti, di là delle loro più o meno esorbitanti pretese e anche oltre i pericoli incombenti, rappresentati dagli attentati terroristici realizzati dal fondamentalismo talebano e ora dai ben più motivati guerriglieri dell’Isis, in realtà sono sempre stato convinto che il vero pericolo per tutti noi europei risieda, come aveva indicato Rudolf Steiner, ad un altro livello: quello di perdere definitivamente la forza interiore necessaria per realizzare – nel pensiero vivente – la spiritualità immanente dell’Io.

“L’arabismo – avverte a questo proposito Massimo Scaligero in Lotta di classe e Karma, ancora nel 1970 – penetrò in Occidente come sottile impulso a separare l’elemento spirituale dal conoscere rivolto al mondo fisico, onde al conoscere divenne impossibile trovare in sé il proprio Principio”.  Non a caso – continua Scaligero – “L’Io effimero, secondo Avicenna (che può essere considerato una delle voci più rappresentative dell’impulso filosofico arabico), è un raggio del divino, che dopo la morte si riassorbe nel divino”. Da qui, come si può vedere, la negazione di qualunque valore spirituale intrinseco alla sacralità dell’individualità singola, a tutto vantaggio dell’immenso valore rappresentato dalla comunità dei fedeli. Di qui, le basi mistiche dell’estremo sacrificio di sé per la realizzazione del Bene Supremo (Allah), immaginato in una realtà trascendente l’umana comprensione.

Ma come ho già detto, non è questo che soprattutto mi interessa. Come può ben comprendere qualunque moderno ricercatore dello spirito, la rivelazione araba è l’eco tardiva di una remota conoscenza sovrasensibile che, inoculata come germe nel cuore dell’Europa, ha sempre operato occultamente affinché l’Io umano venisse trasceso prima ancora che, grazie all’esperienza del pensare vivente, fosse riuscito ad afferrarsi come Spirito, in piena coscienza di veglia e nella propria immanenza. Almeno in parte, e a ben vedere, l’arabismo fu il responsabile del fallimento della filosofia Mitteleuropea che, con Hegel, seppe intravedere l’esaurirsi della funzione del pensiero riflesso, ma non seppe superarla. Perciò mi sento di aderire pienamente a Scaligero quando sostiene che l’insolubilità dei problemi del presente tempo possa essere fatta risalire all’influenza che l’arabismo esercitò in Occidente, preparando un’inconscia opposizione dell’Io alla percezione di sé, paradossalmente, proprio nell’epoca dell’anima cosciente. Massimo Scaligero morì nel 1980. Fu risparmiato ai suoi occhi terreni di vedere il degrado in cui si trascina oggi, a soli trentacinque anni di distanza temporale, quell’anima cosciente della quale la Mitteleuropa avrebbe dovuto farsi protettrice. Ed è in questo degrado che mi sembra di poter cogliere ulteriori, drammatici sviluppi, derivanti dal rapporto che da sempre, e non a caso, il mondo arabo ha intrattenuto con la Donna. L’aumento esponenziale dell’immigrazione araba nei territori europei e l’incapacità, o comunque la non volontà, dell’arabo esule di “mediare” tra i propri valori culturali e quelli dei popoli ospitanti, soprattutto in merito al rapporto con il mondo femminile rappresenta, a mio avviso, un ulteriore attacco alla missione spirituale dell’uomo europeo. Prima di andare avanti, però, vorrei ancora una volta provare a proteggermi le spalle: non voglio fare un riferimento specifico, in questa mia ricerca, ai presunti fatti del capodanno 2016 a Colonia, Zurigo, Salisburgo, Amburgo, Helsinki e in altre città del nord Europa. Anche se mi sembra ovvio la relazione tra quelle molestie e il “problema” femminile che io credo espresso dall’intero mondo arabo. E ai lettori più curiosi consiglierei comunque l’interessante articolo di Ida Magli su “Libero Quotidiano” di cui allego il link:

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/sottomessi-ida-magli-autorit-bruxelles-hanno-accelerato-116555.htm

Ma ancora una volta, ribadisco, non è questo il punto del mio interesse, quanto piuttosto cogliere il nesso tra il momentaneo ristagno dello sviluppo dell’anima cosciente in tutto il territorio europeo e gli impulsi presenti nel mondo arabo. Impulsi tra i quali il più pericoloso in assoluto potrebbe essere considerato quello rappresentato dagli aspetti occulti della considerazione che il mondo arabo riserva all’essere della Donna. Nel 2007, in tempi non ancora sospetti, di ritorno da un lungo viaggio in Turchia, Siria e Giordania, scrissi sull’argomento un lungo articolo intitolato “Il segreto del velo” e in seguito pubblicato come capitolo autonomo nel mio libro “AfricAzonzo”. In questo articolo, tuttavia, dopo essermi scusato in tutti i modi per la pretesa di voler interpretare gli usi e costumi di una cultura con i paradigmi propri di un’altra, avevo prediletto il taglio psicanalitico. Anche se, per farlo nel più corretto dei modi, avevo comunque usato le riflessioni di autori arabi. Invitando il lettore interessato alla lettura integrale del mio articolo – del quale allego il link: http://www.pieropriorini.it/index_file/ilsegretodelvelo.html  – mi fa piacere ricordare che già allora, nella speranza di essere riuscito a camminare sulla corda tesa sopra l’abisso dei pregiudizi, avevo sentito necessario concluderlo con le parole: [Senza l’incontro libero con l’Essere della Donna]”…il cammino che separa oggi il mondo islamico dal traguardo della reintegrazione spirituale sarà ben più lungo e tormentato del nostro.”

Oggi, tuttavia, alla fine del mese di gennaio del 2016, sento la necessità di condividere con i miei lettori pensieri che vanno ben oltre il taglio di una psicologia del profondo, sperando di riuscire a illustrare perché – almeno a mio avviso – la chiusura del mondo arabo nei confronti del Femminile rappresenta il più potente attacco mai lanciato contro la missione spirituale della Mitteleuropa. Per farlo, però, dovrò partire da lontano: dalla visionaria speranza che Dostoevskij – ne L’idiota – mette in bocca al principe Miskin:

                              La Bellezza salverà il mondo!

La speranza, infatti – scrive il nostro Stefano Zecchi nel suo bellissimo saggio: Le promesse della Bellezza – è che di fronte al Bello che si esprime nella natura, nell’arte e nel corpo umano (soprattutto di Donna, io aggiungo) l’anima dell’uomo difficilmente potrà essere sedotta dal Male. Circondato, sopraffatto, violato dal Bello, l’essere umano stupisce… e si ritrova capace di migliorare se stesso perseguendo il Vero e il Giusto cui la Bellezza allude. Ovviamente, la tentazione di trattenere in una dimensione solo “intellettuale” questi concetti è per tutti noi, ricercatori smarriti, molto forte. Cedervi, però, sarebbe un grave errore. In realtà i tempi sarebbero maturi perché i più coraggiosi tentassero di penetrare conoscitivamente, con un pensiero vivente, il segreto che lega la donna alla Bellezza. Uno dei primi che azzardò l’impresa fu Pavel Evdokimov nel suo meraviglioso, straordinario libro: La donna e la salvezza del mondo. E nel testo, l’autore – uno dei maggiori teologi ortodossi del secolo passato – forse ispirato in anticipo da quello stesso Spirito di Popolo Russo cui Rudolf Steiner accennava – non mancò di farlo. È vero- scrive Evdokimov – “la bellezza salverà il mondo; non una bellezza qualsiasi, ma quella dello Spirito Santo, quello della Donna avvolta di Sole”. Ma se lo sguardo visionario dell’autore è rivolto verso il Paraclito, egli non manca di coglierne il riflesso nascosto in ogni donna, perché: “…ogni donna – scrive Evdokimov – quando è veramente una nuova creatura, ha la capacità di generare Dio nelle anime devastate”. Qualche decina di anni dopo, in pieno Occidente, Massimo Scaligero – poco prima della propria scomparsa terrena – con una poetica sublime che nacque dalla purezza vivente del proprio pensare, dedicò alla Vergine-Sofia il suo saggio più toccante. In esso, l’autore invitava tutti coloro che volessero tentare di uscire subito dalle tenebre di una situazione disperata ad osare la via più semplice: rivolgersi all’immagine della Vergine la Quale, come autentica esperienza percettiva, può darsi soltanto in quanto “vestita di sole”. Che è la trascendenza del pensiero, la resurrezione dell’idea. I due ricercatori, quello russo e quello italiano, operano ad altissimi livelli… tuttavia non perdono mai di vista il filo segreto che unisce ogni donna, per quanto comune la si voglia immaginare, alla natura della Sofia. Seguendo questo ordine di pensieri, da quattro anni – ogni volta che vengo invitato a farlo -ripropongo una lunga conferenza su “Femminile e Maschile” nella quale, anche se prediligendo il taglio psicanalitico, vado affermando come la Bellezza si incarni in maniera naturale nella donna. La Bellezza è Donna… e tutte le donne, allora, sono belle se, con tale termine, fossimo capaci di intendere una Qualità Dinamica che dalla fisicità esteriore può giungere fino pre-figurazione dello Spirito Santo. Se, come credo, così stanno le cose, non dovrebbe stupire allora la totale chiusura del mondo arabo a questa latente qualità superiore della donna e alla forza che da essa emana. Né dovrebbe stupire la dinamica solo apparentemente banale delle molestie e delle violenze esercitate in quest’oscuro periodo storico contro le donne occidentali. Dietro la banalità degli illeciti sessuali si nasconde, infatti, il bisogno di scongiurare attraverso l’offesa, il sopruso e la paura, il potere immenso che si cela in ogni donna. Il potere della Vergine che, vittoriosa, pone il piede sulla testa del Serpente Antico. L’Islam, in quanto eco distorto di una antica trascendenza, ha il sacrosanto terrore di questo potere. Per questo si è irrigidito in un patriarcato duro e violento di cui il burka, la preclusione di qualsiasi diritto alle donne, la lapidazione della vittima in caso di stupro e l’imposizione della poligamia non sono, come si vorrebbe fare credere, delle patologiche distorsioni del messaggio originario, bensì l’inevitabile degenerazione di una tensione spirituale oramai morta e che sopravvive come mummia di se stessa. Tuttavia, è questa Entità Morta che sta tentando di infettare il cuore già asfittico dell’Europa colpendola là dove ancora potrebbe opporre una pericolosa resistenza: nel corpo della donna. E spero sia chiaro a tutti i miei lettori che l’Entità Morta responsabile di quest’ultimo ignobile attacco alle speranze di resurrezione spirituale della Mitteleuropa non va necessariamente identificata nei rappresentanti di una nazionalità piuttosto che di un’altra, bensì nello spirito morto che da sempre anima gli uomini ottusi. Ancor fossero di pelle bianca, biondi e con gli occhi azzurri. Tuttavia, è doveroso ammettere come una predisposizione cultural-religiosa si esprima nell’arabismo e in quasi tutti coloro che vi sono stati educati. Se non altro come giustificazione rituale dei propri atti, anziché come crimine che meriterebbe di essere punito. La libertà della donna avrebbe bisogno di essere salvata dall’uomo-eroe moderno. E protetta! Perché dalla sua salvezza dipende quella del suo salvatore e di tutta quanto l’umanità. Quando i Principi Sauditi confinano le proprie donne dentro le quattro mura della propria casa e impediscono loro di uscire se non rigorosamente nascoste dal burka e accompagnate da un uomo, mentre loro – i Principi – si dilettano in orge inenarrabili con prostitute d’alto bordo fatte venire con jet privati da Parigi o da Berlino, più o meno inconsciamente sanno che cosa stanno facendo. Stanno infettando l’Occidente, il loro acerrimo nemico che, se si svegliasse, potrebbe distruggerli con un solo sguardo. Il loro nemico è l’uomo europeo che fosse capace di sperimentare nella propria immanenza la trascendenza del “Io sono l’Io sono”. È a questo mistero cui allude Rudolf Steiner quando svela il genio segreto della lingua tedesca che nel pronome “Io” (Ich, in tedesco) si collega direttamente al Cristo (I Ch = Jesus Christus). “Non Io, ma il Cristo in me”, come autentica e reale esperienza interiore. Nel tempo presente pochi esseri in Occidente sono arrivati a sviluppare fino in fondo l’anima cosciente, ma il rischio c’è e per questo motivo gli Ostacolatori dell’evoluzione umana devono premunirsi spingendo i portatori inconsci di un’arcaica conoscenza sovrasensibile a umiliare e violare le donne. Perché in ogni donna giace dormiente, prigioniera o sepolta la prefigurazione immaginifica della Vergine-Sofia. Che tale deve restare, se il Male vuol sopravvivere. E sia chiaro che non immagino neanche lontanamente che tutti questi fatti, nel loro valore occulto, siano agiti dai vari attori con predisposizione e in piena coscienza. Purtroppo, da questo punto di vista, aggressori e aggrediti, siamo tutti burattini. Almeno per ora.

Di fatto, l’Europa di oggi sta soffocando tra le spire del Serpente Midgard: l’unione dei suoi popoli è stata resa una farsa da istituzioni che non rappresentano nulla e da una moneta unica che ha generato solo la speculazione degli stati più forti sui più deboli. Con l’inevitabile ricambio di odio reattivo. La cultura languisce, sotto gli sferzanti attacchi della seduzione tecnologica e l’abbattimento di qualunque confine etico. I padroni della grande finanza anglo-americana, attraverso la corruzione di tutti i capi di stato europei, stanno per aggredire e distruggere quelle poche conquiste di trasparenza e onestà dei mercati che, conquistate in un recente passato, ancora a stento sopravvivono. L’intimidimento delle donne europee, la diminuzione delle loro ordinarie libertà di movimento e di espressione – quelle cui alludeva, condannandole, il nostro vergognoso politicante Matteo Salvini, all’indomani dei fatti del capodanno 2016 – la loro pur parziale segregazione per vergogna, paura e sgomento, potrebbero rappresentare una nuova battaglia vinta dai nostri comuni nemici. Che non sono, lo ripeto ancora per amor di chiarezza, i numerosi singoli immigrati arabi con il proprio carico di miserie o di odio, bensì quegli Esseri Ostacolatori che hanno infiacchito il nostro pensiero di uomini occidentali.

 In realtà i veri responsabili siamo tutti noi, uomini occidentali, perché tutti noi siamo divenuti intellettualmente e spiritualmente impotenti.

A) È un’impotenza intellettuale quella che ci impedisce di comprendere, fino in fondo, verità che alcuni degli stessi intellettuali arabi riconoscono, e cioè che ” Il rapporto con la donna – come denuncia Kamel Daoud (non a caso condannato a morte da una fatwa lanciatagli contro dall’Imam Abdelfattah Hamadache Zeraoui) – rappresenta il nodo gordiano del mondo di Allah, ove la donna è negata, uccisa, velata, rinchiusa e posseduta. [Perché] è l’incarnazione di un desiderio necessario, per quanto ritenuto colpevole di un crimine orribile: la vita”. La vita umana e la realtà del mondo, infatti, per l’Islam sono un inganno, un crimine; l’unica verità è quella trascendente di Allah. “La donna – continua Daoud – è la posta in gioco senza volerlo, sacralità senza rispetto per la propria persona, desiderio di tutti senza un desiderio proprio. Il suo corpo è il luogo dove tutti si incontrano. È questa la libertà che il rifugiato, l’immigrato desidera ma non accetta”.

B) È invece una grave impotenza spirituale quella che ci impedisce di vedere il vero volto del nostro Nemico e fa sì che, contro di lui, schieriamo combattenti deboli e vulnerabili, perché divisi da mille opinionismi, sdolcinati buonismi, manierismi politichesi o, quel che è peggio, vacui spiritualismi d’altri tempi. Peccato che senza un pensare chiaro e redento dalla propria riflessità, senza un’autentica realizzazione interiore della spiritualità dell’Io, non si andrà da nessuna parte e nessuna battaglia potrà mai essere vinta. E qualunque stratagemma, per quanto ingegnoso o politicamente corretto, cozzerà contro i suoi stessi limiti.

Perciò, devo ammetterlo… Sì, devo proprio confessarlo: non vedo per il momento grandi possibilità di opposizione al Nemico che incalza se non quello dell’attesa paziente che, nel tempo e nella più fitta oscurità della buia notte di questa nostra anima occidentale, la “Vergine vestita di sole” torni a partorire in tutti noi una scintilla di Luce. Che è poi il mistero della Pentecoste.

 

madonna

 

In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno…”

Mc 3,28 – 30

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’amore nel transfert

Un solo scopo ha l’Amore: Amare!”

(O. Wilde)

 

“L’essere dell’Amore è la ricerca e la scoperta

della bellezza inesauribile dell’essere dell’Altro:

che è la Sua crescita interiore,

così come crescita è la ricerca che la scopre.”

(M. Scaligero)

Articolo del Dottor Piero Priorini

 

Come già altre volte era accaduto con altri pazienti, nel momento più delicato della sua analisi, una donna mi rivolse la consueta e ciò nonostante sempre originale domanda: “Come è possibile, dottore, che l’interesse che lei sembra nutrire nei miei riguardi, l’affetto e l’attenzione dai quali mi sento circondata siano veri ed autentici, se poi sono limitati a quest’ora di analisi, condizionati dalla sua professione e, con molta probabilità, elargiti indifferentemente a tutti i suoi pazienti?” Istruito dall’esperienza, sapevo che con la risposta che stavo per darle ci giocavamo più di tre anni di analisi, ore ed ore di sforzi reciproci, di momenti piacevoli e altri invece dolorosi, di incontri durante i quali non ci eravamo risparmiati nulla, costantemente tesi alla realizzazione di quella trasformazione interiore che era l’obiettivo dichiarato del nostro contratto terapeutico. Avevo il dovere di risponderle con sincerità, per quanto difficile potesse apparirmi la cosa. Dovevo risponderle, pur sapendo quanto il tema fosse in sé delicato – c’erano voluti anni perché io stesso raggiungessi una certa chiarezza interiore sull’argomento – quanto fosse poco adatto alle cerebrali astrazioni del nostro pensare ordinario e, infine, quanto fosse difficilmente comprensibile nel suo contenuto ultimo e, dunque, più occulto. Dalla mia risposta di allora (era il 1985) nasce questo articolo (fu scritto nel 1987, ma lo persi in un susseguirsi di traslochi, in una epoca in cui il computer non era ancora di uso comune e le copie cartacee erano l’unica testimonianza dei propri lavori. Per caso l’ho ritrovato oggi: 3 luglio 2013). Fu scritto per A., la donna che allora mi rivolse la domanda, ma era dedicato a tutti i miei pazienti passati e futuri; abbellito nella forma, arricchito nei riferimenti letterari, ma sostanzialmente identico al contenuto di quell’ora in cui entrambi ci sforzammo di comprenderci.

                                                             ****

Che l’Amore, nel suo mistero, abbia sempre sollecitato la curiosità dell’uomo è una realtà che non ha certamente bisogno di essere dimostrata: quale che fosse l’epoca storica e la cultura dominante, esso ha ispirato artisti e poeti, ha guidato il cammino dei saggi e dei giusti, ha incuriosito filosofi e scienziati, ha commosso le masse e ha dato infine un senso ed un significato alla vita di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di incontrarlo. Secondo i casi e le circostanze, ha elargito gioia e dolore, inaspettatamente ha stravolto i piani più accurati della ragione, puntualmente ha distrutto il passato e ricreato il nuovo dalle ceneri del vecchio. Presenza tanto più attiva e reale quanto più ineffabile, sfuggente, inesprimibile, misteriosa! Molti di coloro che hanno tentato di indagarne la vera natura – da Platone (nella celebre opera Il Simposio) a S. Freud (nell’altrettanto celebre opera Tre saggi sulla sessualità) passando per Dionigi l’Areopagita, S. Agostino, Apuleio, Catullo, Boccaccio, Abelardo ed Eloisa, Dante, R. Lullo, B. Pascal, San Francesco, T. Campanella , F. Schiller, J. W. Goethe, V. Solov’ev e mille altri. Ultimi, e ciò nonostante originali per l’originalità sempre rinnovatesi dell’Amore, lo psicanalista Eric Fromm con L’arte di amare, il sociologo Francesco Alberoni con Innamoramento e Amore, e lo psichiatra Rollo May  con L’amore e la volontà. È ovvio che i divergenti presupposti epistemologici dei vari autori e la loro personale concezione del mondo e dell’uomo hanno condizionato in modo profondo tutti questi lavori, offrendo però, proprio con ciò, un’ immagine sufficientemente ampia di una realtà per sua stessa natura poliedrica e complessa. Tanto più, quanto più colta al suo livello di manifestazione formale anziché nella sua essenza. Ma una cosa è certa: che per quanto utopistico ciò possa sembrare, solo se l’uomo riuscirà in un futuro a esprimere un’autentica e completa capacità di amare potrà sperare di vedere finalmente risolti tutti i suoi mali, siano essi politici, economici o sociali. Idea, questa, sulla quale si sono sempre trovati d’accordo uomini di tutte le epoche e delle più diverse estrazioni: artisti, filosofi, scienziati, gente di chiesa e liberi pensatori. Utopia? Forse! Ma certamente l’unica utopia che valga veramente la pena di tentare di realizzare. Fatto sta che l’Amore è stato assai spesso indicato come il segreto dei segreti, sostanza connettiva dell’intero universo, origine stessa del divenire, fondamento dell’Essere che l’uomo, proprio in quanto creatura incompleta, avrebbe il compito di ritrovare e di realizzare in se stesso come atto di estrema e assoluta libertà. Come Auto-ricreazione. Non sono certamente mai mancate testimonianze in tal senso. Nella notte dell’ultima cena, con l’animo ormai rivolto all’imminente sacrificio, il Cristo parla per l’ultima volta ai suoi discepoli e per loro sintetizza, in poche significative parole, tutto il suo insegnamento:

“Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate a vicenda;

amatevi l’un l’altro, come io ho amato voi.

Da questo conosceranno tutti che voi siete miei discepoli,

Se avrete amore gli uni verso gli altri.”

(Giov.. XIII, 34)

Più volte, quell’ultima sera, il Cristo ripete queste parole, sempre le stesse, con tenera insistenza, quasi a raccomandarsi che il loro contenuto non vada dimenticato. Comandamento tanto più paradossale se si riflette che esso necessita per essere ottemperato di un’assoluta autenticità e spontaneità del cuore le quali, per antonomasia, mal si accordano con l’ubbidienza e la volontarietà. Trasferiamoci ora, cento anni dopo la svolta dei tempi, in Efeso, antica sede dei misteri sulla costa dell’Asia Minore.

“Vive colà un uomo – scrive Emil Bock1tanto vecchio da aver veduto sparire a poco a poco tutti i compagni della propria vita; è divenuto quasi un mito vivente, senza padre né madre, un’immagine e, nello stesso tempo, un messaggero dell’eternità”.

 In ogni parola tramandata da coloro che ancora lo videro di persona, riecheggia la commozione e il reverenziale, pio timore che la sua apparizione risvegliava negli uomini.” Ebbene quest’uomo vecchissimo, conosciuto con il nome di “Presbyter Giovanni” e che altri non era se non l’ispirato autore dell’apocalisse; quest’uomo che tutto aveva visto e conosciuto, veggente potentissimo di fronte al cui spirito si erano squarciati i cieli e rivelati i segreti dell’intero universo; questo gigante della conoscenza i cui occhi avevano contemplato Iside-Sofia, giunto all’apice della saggezza con queste parole, immancabilmente sempre le stesse, istruiva la sua piccola comunità:

                                              “Fanciullini amatevi l’un l’altro!”

Messaggio che nella sua apparente semplicità si è sempre rivelato però di difficilissima attuazione. Passano i secoli, e, con essi, le civiltà, i costumi, le culture…. Arriviamo così al 1880! Un altro grande, Fedor Dostoevskij2, esploratore instancabile dei più oscuri abissi dell’animo umano, nella sua ultima opera mette in bocca al venerando monaco Zosima le seguenti parole:

“Amate tutta la creazione divina, nel suo insieme ed in ogni granello di sabbia. Amate ogni fogliuzza, ogni raggio di sole! Amate gli animali, amate le piante, amate ogni cosa! Se amerai tutte le cose coglierai in esse il mistero di Dio! Coltolo una volta, comincerai a conoscerlo senza posa ogni giorno di più profondamente. E finirai per amare tutto il mondo di un amore ormai totale.”

Ancora una volta la risoluzione della impropria condizione umana, la ricomposizione unitaria di ciò che per esigenze conoscitive si andò dolorosamente separando e frantumando, nonché la definitiva redenzione dal Male, sembra essere riposta nella possibilità che l’uomo rintracci nel proprio cuore quell’Amore Cosmico capace di abbracciare il mondo, le cose e gli essere tutti. Quanto poco ci si sia avvicinati alla realizzazione di una tale impresa è alla portata di tutti. Basta prendere un autobus di linea o confondersi tra la folla di un grande magazzino per accorgersi della incolmabile distanza interiore che separa ogni essere umano dai suoi simili. Eccoci tutti qui, ognuno chiuso nel proprio mondo di pensieri, sentimenti e desideri, monadi solitarie arroccate nel proprio egoismo, rinoceronti ciechi dalla corazza inviolabile, monoliti granitici originati dalla sedimentazione e mineralizzazione di tutti i pregiudizi, le incomprensioni, i tradimenti, i rancori ed i narcisismi di cui abbiamo riempito la nostra vita. Ineluttabilmente individui, ineluttabilmente divisi e separati proprio affinché avesse senso l’eventuale ricongiunzione, non abbiamo ancora rintracciato, né tanto meno attuato, la prassi interiore capace di  operare un tale miracolo. Dolorosamente consapevoli – nella migliore delle ipotesi – della nostra più completa solitudine, senza posa aneliamo l’Incontro, l’abbraccio fraterno, la consolazione di una solidarietà autentica ed universale. Ma, con altrettanta insistenza, siamo incapaci di realizzarla richiedendo tutto ciò molto di più di un’astratta decisione. Sono pure masturbazioni mentali, in tal senso, tutti i programmi sociali, le rivoluzioni di classe o le trasformazioni politiche, sono vuote apparenze le piccole come le grandi comunità di individui, patetiche le prediche, dialettici i manifesti, desolatamente ingenui i progetti di fraternità, uguaglianza e libertà. Ovviamente, pur nell’attuale incapacità di un’autentica comunione, ognuno di noi ha pur sperimentato momenti di profonda intimità con un suo simile; o periodi (più o meno coscienti) di reale accordo ed  armonia con il mondo e la vita. Ma se analizziamo attentamente tali esperienze ci troveremo costretti ad ammettere che, ad esempio, l’amore dei genitori verso i propri figli (o dei figli verso i propri genitori) è un fatto istintivo e perciò dunque “naturale”, che le amicizie più care sono selettive, e che la persona amata appaga in verità le nostre più inconfessate esigenze o i nostri bisogni più segreti; necessariamente è bramata, desiderata, voluta, in un delirio di possesso che raramente conosce soluzione (almeno fin tanto che permane la condizione di innamoramento). Ed anche gli stessi momenti di serena confidenza con gli elementi della terra, quand’anche siano autenticamente vissuti, sembrano per lo più accadimenti occasionali, autentici momenti di grazia che sembrano sfuggire a qualunque determinazione. Comunque delle pause, mai una condizione definitivamente conquistata dall’Io. In realtà, siamo lontani anni luce da quella condizione di amore cosmico incondizionatamente rivolto verso tutti e tutto, quale autentica espressione dell’Io nell’umano. Ma il tono volutamente carico con cui ho descritto questo stato di cose non deve tuttavia trarre in inganno: se un lungo cammino ancora ci separa dalla meta, questo non significa che essa sia irraggiungibile, né tanto meno che l’impresa debba essere considerata impossibile. La storia, la nostra stessa storia, testimonia di un numero considerevole di uomini che hanno realizzato ed espresso nel quotidiano un tale Amore. Uomini la cui eccezionalità, a ben vedere, consiste unicamente nel fatto di aver saputo accelerare i tempi della propria evoluzione interiore, e pertanto possono a pieno diritto essere considerati gli antesignani della compiuta realizzazione umana. Tanto più umana quanto più conforme alle potenzialità di libertà e di amore che, non ancora evolute, germinano nell’animo di tutti gli esseri di questo mondo. Intanto, come segno di un’incompiutezza che va facendosi sempre più patologica, assistiamo ad un impressionante aumento di disturbi psichici o malattie dell’anima, ingenuamente attribuite dalla superficialità dei moderni ricercatori agli “stress” della vita quotidiana, o alle violenze del potere politico, o alle disfunzioni delle strutture sociali di base (famiglia d’origine, coppia chiusa, habitat lavorativo, ecc…..) o ancora all’educazione, alla religione, alla morale od alla cultura dominanti, a seconda della teoria formativa di ogni singolo teorico o, quel che è peggio, a seconda delle proprie non ravvisate idiosincrasie. Fatto sta che per ovviare alla crescente esigenza di aiuto che gli uomini della presente epoca storica sempre più spesso reclamavano ecco sorgere un modello di relazione umana che, almeno strutturalmente, non ha precedenti storici: il rapporto psicanalitico. Legittimato da una pretesa scientificità di ricerca, regolato da una prassi pretenziosamente ritenuta rigorosa, tutelato dalla segretezza inviolabile all’interno della quale nasce e si consolida, e ciò nonostante assolutamente autonomo, originale e imprevedibile, sfuggente – come cercherò di mostrare – a qualunque pedissequa sistemazione della ragione. Segreto centrale di un tale rapporto è l’incontro d’anima che esso realizza tra due individui l’uno a l’altro sconosciuti, secondo un accordo interiore che non muove da elettive selezioni, né da scelte preventive, né da interessi grossolani, bensì  dal reciproco desiderio di comprendersi fino in fondo e, in definitiva di amarsi. Cosa che necessita, per realizzarsi autenticamente, della capacità di vedere l’altro non solo per ciò che sembra, ma anche e soprattutto per ciò che potrebbe essere, ove fosse capace di realizzare ciò che radicalmente è.

Ma procediamo con ordine.

Che all’interno del rapporto terapeutico psicanalitico si realizzasse una sorta di intima comunione fu evidentissimo fin dalle prime esperienze di Joseph Breuer e dello stesso Sigmund Freud. Ma il clima rigorosamente positivistico dell’epoca e la necessità di ancorare quanto più solidamente possibile la nuova prassi terapeutica al sistema delle scienze naturali, non concedevano spazi sufficienti per una elaborazione veramente spregiudicata del processo terapeutico. Dopo la fase iniziale, in cui si considerò l’attaccamento insorgente del paziente verso il proprio terapeuta addirittura come un’interferenza al processo di svelamento dei ricordi rimossi, si cominciò poi con l’adottare per esso appunto il termine di transfert ed a studiarne quindi tutte le modalità di espressione. Infine, sebbene dopo molti anni, si riconobbero ufficialmente al transfert tutte quelle potenzialità terapeutiche che ne fecero, secondo le parole di Carl Gustav Jung: L’alfa e l’omega dell’intero processo terapeutico. Occorse invece molto più tempo e, soprattutto, molta più spregiudicatezza prima di riconoscere l’esistenza di un’analoga tensione emozionale del terapeuta verso il paziente; cosa che inevitabilmente, scuoteva il mito dell’imparzialità scientifica dello psicanalista, almeno nei termini con cui questa era una volta immaginata. Comunque sia, da allora, centinaia di lavori sono stati pubblicati sull’argomento dai rappresentanti delle più diverse scuole, e non è certamente mia intenzione trovare parole nuove per esprimere cose già dette. In tal senso, come analista di formazione junghiana, non posso non richiamare il lettore interessato al bel saggio di C. G. Jung: Psicologia del transfert, nel quale, in una successione di immagini estremamente ricche ed efficaci, attinte dal mondo immaginale dell’alchimia, l’autore compara l’intera fenomenologia del transfert  appunto al tema alchemico delle nozze chimiche (coniuctio oppositorum). Sarebbe difficile, a mio avviso, trovare un’esposizione altrettanto ricca e suggestiva quanto quella di Jung, o una descrizione così particolareggiata e ciò nonostante mai monotona, sempre essenziale,  comunque ricca e suggestiva. Il linguaggio usato, ovviamente, è quello della psicologia del profondo, ma chi sa comprenderlo vi troverà descritte tutte le fasi attraverso le quali si evolve e si sviluppa la dynamis trasferenziale fino alla sua definitiva soluzione, rappresentata appunto dall’epifania interiore del Sé. Nonostante tale riconosciuta completezza non ho mai potuto liberarmi dall’impressione che Jung, ove non l’abbia volutamente ignorata, abbia però come minimo trascurato di porsi la domanda fondamentale: “Qual è la forza di coesione dei contrari? Cos’è che unisce Re e Regina in un incontro che, proprio per il fatto di dissolvere le ordinarie quanto unilaterali identità, permetterà poi loro di realizzare la definitiva integrazione? In altre parole cos’è che riunisce proprio ciò che all’origine è stato diviso e separato? Cos’è che prima seduce, attrae e poi infine cementa, fonde e trasmuta in una superiore unità i due opposti contrari? A mio giudizio il concetto di enantiodromia – da Jung traslato dalla fisica classica all’ambito psichico – non è sufficiente a dare una risposta a tutte le precedenti domande; domande alle quali non si risponderà mai con esauriente completezza fin tanto che non si troverà il coraggio di riconoscere proprio nell’Amore l’essere in sé di tutte quelle forze che presiedono alla riunificazione di ciò che, per esigenze evolutive, andò frantumandosi all’alba dei tempi. Perciò, anche volendo prescindere dall’opera junghiana, non esiste testo, almeno che io sappia, in cui sia stata rilevata e rivelata tale sostanziale presenza. Certamente non è facile parlare dell’Amore… e ciò non soltanto per quell’anomala dimensione del pudore che, oggi come oggi, ci fa discutere con assoluta naturalezza di qualunque aberrazione sessuale, ma che non può tollerare, perché sconvolgente, anche soltanto l’ipotesi di una presenza sacrale, ma soprattutto perché della natura di una tale realtà in genere si ignora ogni cosa. E, d’altra parte, i moderni sacerdoti della nuova divinità – la Scienza Esatta – quelli che si ostinano a credere il processo terapeutico fondato su una successione rigorosa di eventi (anamnesi, associazioni, sogni, interpretazioni ecc…) in genere non possono neanche lontanamente sentir parlare della psicanalisi come comunione di anime essenzialmente fondata sull’Amore. Di solito, quando ciò viene loro con discrezione avanzato, inorridiscono. Temono che tali idee possano aprire le porte al dilettantismo e al pressappochismo, o che possano legittimare una superficiale preparazione del terapeuta. Non immaginano quanto maggiormente serio, responsabile e oneroso sia il compito di tutti quelli che lavorano a tale livello di consapevolezza, quanto accurata sia la loro preparazione, proprio perché consapevoli della relatività di tutte le attuali teorie e della impossibilità di poter contare su una sistemazione organica e definitiva dei misteri dell’anima dell’uomo. Almeno fin tanto che non ne sarà conosciuta la sostanziale natura. Si può infatti parlare quanto si vuole di “psiche” o di “anima”, ma finché lo strumento delle nostre indagini rimarrà l’ordinario pensiero cerebrale (cerebrale perché tenacemente vincolato appunto all’organizzazione neuro-sensoriale) anche nella migliore delle ipotesi non se ne avranno che rappresentazioni astratte.

“In realtàscrive R. Steiner3se indagassimo con mezzi scientifico-spirituali la sostanza, la reale essenza fondamentale dell’animico,…, ci si paleserebbe che tutti i fenomeni animici sulla Terra, pur così diversi, ci si presentano come modificazioni, come molteplici trasformazioni di ciò che, se afferriamo realmente il significato fondamentale della parola, deve essere chiamato amore.

Ogni moto di carattere animico, dovunque esso si presenti, è in qualche modo amore modificato.”

E dunque così come occorre intervenire fisicamente per lenire o sanare un disturbo essenzialmente fisico, allo stesso modo è necessario intervenire animicamente per placare o anche solo riordinare un animo sconvolto. Ma se è l’Amore la sostanza fondamentale di tutti i fenomeni animici, ne consegue necessariamente che è attraverso veri e proprio impulsi d’amore che si realizzano le così dette guarigioni.

“Hanno carattere d’amorecontinua R. Steiner nello stesso testo tutti quegl’atti terapeutici che si basano più o meno sui così detti processi terapeutici psichici. …L’agente effettivo in tali terapie psichiche è la forza d’amore trasformata in una qualsiasi forma. Ci deve quindi essere ben chiaro che, senza che ci sia per base questa forza d’amore, si avrà sempre qualcosa che non può portare alla giusta meta. Però i processi d’amore non hanno proprio sempre il bisogno di svolgersi soltanto in modo che l’uomo ne sia completamente cosciente nell’abituale coscienza diurna; essi si svolgono anche negli strati subcoscienti. …Quindi perfino dove in un processo terapeutico non scorgiamo immediatamente il nesso, dove non vediamo ciò che viene fatto, è presente tuttavia un atto d’amore, anche se esso è assolutamente trasformato in tecnica.”

Animati da tale nuova consapevolezza si potrà allora tentare di comprendere anche quegli aspetti del transfert psicoanalitico fino ad ora giudicati se non altro paradossali. Infatti, mentre al livello formale il rapporto paziente-terapeuta è generalmente tanto più valido quanto più rispettoso di tutta una serie di convenzioni o normative quotidiane (uso almeno iniziale del Lei, giorni e ore prefissate per gli incontri, sempre nello stesso identico posto, pagamento dell’onorario ecc…), al livello contenutistico questo stesso rapporto sembra invece trarre la sua validità da un elemento  sfuggente a qualsiasi forma o sistemazione, che non è programmabile né tanto meno prevedibile, perché affidato alla libera determinazione di due individui. Un elemento assai raramente rintracciabile nelle più ordinarie esperienze di vita: l’amore non egoistico. Perché, come nell’amore, paziente e terapeuta possono a volte raggiungere una comunione interiore che va ben di là dei summenzionati limiti formali, e che vive in quella dimensione senza tempo e senza spazio che è propria di ogni realtà animica; ma tutto questo senza nulla chiedere sul piano quotidiano, senza bramare il possesso esclusivo dell’altro (che è l’ordinario limite dell’amore umano) né tanto meno pretendere alcuna forma di manifestazione esteriore che non sia quella prevista dal contratto terapeutico. Si può dunque comprendere come i due aspetti, che ho chiamato per l’occasione: formale e contenutistico, nella loro polarità siano entrambi fondamentali e necessari. Come lo spirito dell’uomo ha bisogno di una forma fisico-sensibile nella quale provvisoriamente esprimersi e riconoscersi, così allo stesso modo la quintessenza dell’animo umano, l’Amore appunto, ha bisogno di una forma, o prassi, nella quale vivere e manifestarsi. Senza l’uno non vi sarebbe tecnica, per quanto raffinata, che non finirebbe per rivelarsi cadaverica, astratta e sostanzialmente inutile. Senza l’altra non vi sarebbe amore, almeno per ora, capace di non degradarsi nelle consuete forme che tutti conosciamo o, quel che forse sarebbe peggio, di non inaridirsi nel più vuoto dei misticismi. Per tutti questi motivi mi sono da qualche tempo convinto che il rapporto psicanalitico, proprio per il fatto di riuscire a mantenere drasticamente separati i più alti valori ideali dai quotidiani compromessi spinga paziente e terapeuta, reciprocamente, a percepirsi nelle loro immagini ideali; immagini che, in quanto tali, sono più vere e reali di quanto l’ottusa coscienza ordinaria possa lontanamente supporre. Forse che il rapporto terapeutico possa essere considerato una sorta di anticipazione imperfetta, quasi un germe, di quella autentica fratellanza universale che, se vorrà un giorno essere realizzata, dovrà necessariamente fondarsi sulla comprensione e sull’amore reciproco? Certo è che quando finalmente tale fratellanza si stabilirà tra gli uomini, perché mi piace credere che si stabilirà, non sarà dovuta a programmi politici, o a credi religiosi od a astratte filosofie, bensì appunto allo sviluppo sempre più diffuso tra gli uomini di facoltà superiori di coscienza con le quali osservare il mondo, le cose, gli altri…. E sono proprio tali facoltà che il terapeuta, a volte ancora senza rendersene conto, tenta disperatamente di evocare. Quando vi riesce l’altro, il paziente, non viene più percepito secondo le ordinarie quanto grossolane forme del suo apparire ordinario, bensì appunto per ciò che essenzialmente è, e che sarebbe ove smettesse, lui per primo, di identificarsi con il proprio limitato apparire. Spogliato del superfluo, dell’accessorio, del corrotto, del viziato e del malato di cui normalmente si riveste, il paziente è così immaginato dal terapeuta nella sua nudità essenziale, nella sua potenzialità interiore non ancora espressa ed invitato appunto ad esprimerla. Trasformandosi e modificandosi, se non altro per essere degno di quella immaginazione d’amore che lo ha colto nella sua verità più segreta. Suprema arte dell’immaginazione, che non è qui intesa, si badi bene, come gratuita fantasia, bensì come oggettiva modalità conoscitiva o, per usare le profetiche parole di O. Wilde4:

…quella qualità che ci consente di vedere le cosa e le persone nelle loro reazioni reali e ideali.

E quella stessa facoltà che, sebbene non posseduta, da sempre illumina l’amato agli occhi dell’amante, conferendogli una bellezza che nessun altro in genere è in grado di percepire. Perché è la bellezza dello spirito che si rivela appunto soltanto alla attività immaginativa di un’anima innamorata.

“L’amore si nutre d’immaginazione – continua O. Wilde – e così diveniamo più saggi di quanto sappiamo, migliori di quanto sentiamo più nobili di quanto siamo. In questo modo possiamo vedere la vita nella sua completezza, in questo modo, ed in questo soltanto, possiamo comprendere gli altri, nelle loro reazioni vere ed ideali.”

Naturalmente mi rendo ben conto di quanta poca coscienza abbia in genere la cultura psicanalitica dell’argomento di cui mi sto sforzando di parlare; eppure se non si riuscirà quanto prima a penetrare i segreti del transfert e della sacra forza che lo anima, ben poche speranze potranno essere nutrite sul futuro della psicanalisi come scienza. Quando per ignoranza, per cecità, per malafede o per vizio incorreggibile dell’anima si confonde tale amore con il desiderio sessuale e si finisce, come ad esempio accade in America, per avallare e giustificare teoricamente i rapporti sessuali tra paziente e terapeuta, allora il guasto ha raggiunto i limiti di guardia, e difficilmente potrà essere recuperato. Perché gravi fraintendimenti amorosi tra terapeuti e pazienti sono sempre accaduti, fin dai tempi di Breuer, di Freud e di Jung. Accadono ancor oggi ma, almeno, fino a poco tempo fa si aveva il coraggio di chiamarli con il proprio nome: peccati! Errori morali! Imperdonabili colpe commesse da entrambe le parti ma, in special modo, dal terapeuta che avrebbe dovuto testimoniare centralità dell’Io e maggiore consapevolezza5. Mi auguro di cuore che nessuno creda queste parole dettate da antiquati moralismi. Perché non sono certamente i rapporti sessuali in se stessi che possono turbare una coscienza, quanto piuttosto il fatto di dover assistere all’inversione di una forza originariamente donatasi per ben altri fini. Non comprendere la natura spirituale di quella tensione interiore, che come una sorta d’immateriale corrente o di impalpabile vibrazione, lega il terapeuta al proprio paziente significa proclamare il primato della primitività.

“L’orroreper usare le belle parole con le quali Saul Bellow6 in un suo romanzo analizza la natura e il senso di un immaginario crimine sessualesta nella letteralità: la letteralità genitale dell’illusione. Letteralità – Litteralnes – l’ovvietà dei corpi e delle loro membra.” Quando ciò accade – e purtroppo spesso accade, se si deve dar credito alle cronache americane – si realizza dunque un tradimento. Che non è tanto, o non solo, il tradimento della fiducia che ogni paziente ripone nella professionalità del terapeuta, quanto piuttosto il tradimento di quell’Amore che accesosi come impersonale forza terapeutica dell’anima, viene invece sacrificato a soddisfare le esigenze egoiche dei due protagonisti. O almeno di uno dei due (spesso il terapeuta). Come dire che il suo benefico potere viene di colpo annullato. Perché solo quando ciò che si chiede all’interno del rapporto non nasconde il benché minimo interesse personale del terapeuta, né riflette in alcun modo i gusti o le simpatie di quest’ultimo, si può esser certi del suo immateriale potere. E il paziente, più o meno coscientemente, lo avverte: per questo lo si può all’occorrenza accusare anche duramente, o costringerlo a modificare quegli aspetti della propria personalità che magari anche altri, forse in maniera errata, gli avevano già indicato, ma che lui, appunto per ciò, non aveva voluto modificare. Egli percepisce che non per antipatia, per ripicca, per fastidio o per convenienza viene denunciato, bensì per obbiettiva necessità. L’esperienza che allora in lui si compie potrebbe essere paragonata a quella dell’incontro con il più imparziale dei giudici: se stesso. È il giudizio più severo ma, d’altra parte, anche l’unico che possa essere mai accettato. Ma c’è di più: solo un tale impersonale amore garantisce della libertà futura del paziente. Qualunque compromesso, in tal senso, ancorché minimo, significa invece ipotecare, forse per sempre, tale sua libertà sovrana. Per realizzare il fine ultimo del proprio lavoro non c’è terapeuta, infatti, che non necessiti della donazione di sé totale ed assoluta da parte del proprio paziente. E appunto perciò il rischio di soprusi, di plagi o di vampirismo psichico in genere è tanto più elevato quanto più bassa è la consapevolezza da parte del terapeuta della sacralità della forza con cui opera. La tentazione di credersi degno al livello personale dell’amore dei propri pazienti, un inconfessato bisogno di potere, o un’errata concezione del mondo e dell’uomo, sono solo alcuni esempi tra i tanti motivi che possono stravolgere l’animo di un terapeuta, così compromettendo, se non addirittura vanificando, il fiducioso affidamento del paziente. Eppure, senza un tale affidamento totale del paziente non v’è terapeuta che potrà mai avere il potere di realizzare la benché minima guarigione. Guarda caso, è proprio questo aspetto sacrificale che è stato spesso denunciato dagli avversari della psicoterapia e, come si è visto, non senza ragione. Sono tuttavia convinto che il rimedio non consista tanto nella condanna ed eliminazione della psicoterapia come prassi terapeutica (cosa che avrebbe tutto il sapore di una rinnovata caccia alle streghe), quanto piuttosto nella preparazione di operatori che sappiano ciò che fanno e con che cosa lo fanno. Solo allora l’Amore, evocato e impersonalmente mediato dal terapeuta attraverso la propria tecnica, potrà esplicare tutta la propria efficacia: non solo operando quale vero e proprio bisturi animico nella interiorità dell’altro, bensì anche risolvendo poi, alla fine del trattamento, l’originario affidamento del paziente in una rinnovata, ma questa volta più autentica autonomia. Proprio perché trattenuto a livello soprasensibile un tale Amore non vincola, non trattiene, non imprigiona ma libera. Perché sempre la vera libertà nasce dalla volontà e dalla capacità di superare se stessi. Per il terapeuta: offrendosi come impersonale strumento dell’altrui trasformazione. Per il paziente: donando interamente se stesso e accettando fino in fondo il rischio di perdersi. Proprio con ciò, tuttavia, ritrovandosi. Solo chi ha consapevolmente sperimentato la sacralità di tali rapporti:

“Vedeper usare le parole di M. Scaligero7la virtù dell’amore agire nello sforzo degli esseri tesi, in modi diversi e apparentemente contraddittori, a uscire dalle strettoie della necessità naturale. Vede gli aspetti di questo sforzo come forme di tempo, risultandogli fasi della sua stessa storia: quelle che gli hanno dato modo di essere ciò che ora è. Perciò egli ama questi esseri, li sente percorrenti la sua stessa strada: li sente simili a lui e sa che, soccorrendoli, soccorre se stesso”

Ed infine, solo chi ha coscientemente sperimentato l’assoluta impersonalità di questa forza e l’ha avvertita irradiare indistintamente tra uomini e donne, oltre ogni limite di età, oltre ogni grossolano apparire dell’altro, può riuscire ad evocare nella propria anima il giusto atteggiamento: che è quello della gratitudine. Perché contrariamente a quello che si sarebbe portati a credere, non è solo il paziente ad arricchirsi di questo Amore, bensì anche lo stesso terapeuta che, nei propri pensieri scorgerà, sempre un continuo stimolo alla crescita, un motivo in più per tentare di migliorare se stesso, una continua occasione per lasciar affluire attraverso la propria anima la corrente eterna dell’Amore. Se non fosse per essa il più saldo dei terapeuti, lavorando come di fatto lavora sui confini della follia, cadrebbe in poco tempo ammalato. L’Amore è la terapia del terapeuta. È ovvio che non è tutt’oro quello che riluce; e ognuno di noi, nel proprio lavoro giornaliero ha conosciuto, e forse sempre conoscerà, come segno dell’umana incompiutezza, l’amaro del fallimento. Che è l’amaro degli amori non nati, o abortiti, per colpa dell’uno o dell’altro. Degli amori incompresi o traditi, degli amori sprecati, ignorati o fuggiti. Troppo incompleto ancora è il nostro essere Uomini. Ma di fronte ad un sintomo che scompare, di fronte ad un’anima che si rasserena o di fronte ad un uomo che ritrova infine la strada perduta, dovremmo restare meravigliati, perché ancora una volta, sulla Terra, un miracolo si è compiuto.

                           _______________________________

Nota: come ho riportato tra parentesi, all’inizio di questo articolo, esso fu scritto nel 1987. Mi colpì, rileggendolo, la distanza che separa l’humus culturale di quegli anni da quello attuale. Mi resi subito conto, infatti, che – pur continuando a essere del tutto convinto dei pensieri riportati – se lo avessi voluto scrivere oggi, mai avrei usato le parole o i riferimenti letterari che, invece, appunto usai. E che all’epoca – si badi bene – erano del tutto usuali. Un abisso psicologico e culturale separa quegli anni dai giorni attuali, ed è difficile anche soltanto immaginare dove la decadenza epocale che stiamo vivendo condurrà tutti noi. Quando per puro caso ritrovai il dattiloscritto con l’articolo rimasi a lungo indeciso se continuare a tenerlo nel cassetto, o trascriverlo, invece, con parole del tutto diverse da quelle originali (abiurando cioè la forma ma non la sostanza). Ma alla fine, però, dopo averci molto riflettuto, decisi di trascriverlo così come si presentava nell’originale, a testimonianza di un’epoca alla quale devo ciò che oggi sono diventato, come terapeuta e come uomo.

 

1) Emil Bock                                      Cesari e Apostoli                               Fratelli Bocca Editori         Milano   1954

2) Fedor Dostoevskij                        I fratelli Karamazov                          Garzanti                               Milano   1984

3) Rudolf Steiner                                Le manifestazioni del karma            Ed. Antroposofica              Milano   1974

4) Oscar Wilde                                    De Profundis                                       Tilopa                                   Roma    1984

5) Sebastian Krutzenbichler             Se l’amore in sé non è peccato        Raffaello Cortina                               Milano   1993

Anonima                                          Seduzione sul lettino                         Boringhieri                           Milano   1990

Erika Kaufmann                            Transfert                                              Feltrinelli                               Milano   1994

6) Saul Bellow                                     Il dono di Humboldt                          Rizzoli                                   Milano   1976

7) Massimo Scaligero                        Graal                                                    Perseo                                   Roma      1970

Massimo Scaligero                        Dell’amore immortale                       Tilopa                                   Roma      1964