Pasqua, la festa dell’esortazione

Ho citato la lettera ai Romani di San Paolo, che descrive il passaggio dall’uomo vecchio all’uomo nuovo in Cristo Gesù. Paolo ne fu testimone, non per essersi fatto convincere dalla visione diretta o dalla percezione fisica esteriore dei fatti occorsi in Palestina, poichè, in quel tempo, egli apparteneva alla fazione degli avversari di Cristo Gesù. Paolo fu apostolo di Cristo dopo che ebbe vissuto l’evento di Damasco, dopo cioè aver sperimentato l’impulso di Cristo attraverso un fatto cosmico, soprasensibile. Da quell’evento che gli successe sulla via di Damasco, Paolo si trasformò, divenne un iniziato del Signore. Attraverso di esso  giunse alla conoscenza della vicenda cosmica che si cela dietro il velo del mondo sensibile e ce ne parla come uno che sia in gado di giudicare la differenza tra il mondo soprasensibile e quello sensibile. L’evento del Golgota fu compreso da Paolo mediante una diretta illuminazione, perchè egli potesse dare impulso ad un giusto modo di comprendere quanto era avvenuto per l’umanità grazie alla venuta di Cristo Gesù. Egli portò nell’evoluzione terrestre l’insegnamento del Cristianesimo. La relazione tra ciò che la vita di Cristo Gesù significò per lo sviluppo terreno dell’umanità e ciò che Paolo insegnò riguardo a Cristo è il risultato dell’influsso soprannaturale che venne esercitato su Paolo.
Dire che Paolo a Damasco ebbe una sorta di allucinazione, come si riscontra in molti teologi moderni, fa capire come molta teologia sia precipitata nel materialismo, disconoscendo la natura del mondo soprasensibile e il significato che  ha la conoscenza di tale mondo per una giusta comprensione del Cristianesimo. L’uomo è lontano, molto lontano dal farsi giuste immagini di fronte alle parole di Paolo, tanto le sue rappresentazioni sono compenetrate dalle abitudini rappresentative di oggi. Però è impossibile capire il Cristianesimo senza ricorrere a conoscenze che abbiano la loro origine nel mondo soprasensibile. E’ necessario vedere sotto questa luce la testimonianza dell’apostolo Paolo, ciò che egli si è sforzato di insegnare all’umanità. Fu per lui molto importante indicare all’uomo un modo completamente nuovo di porsi dinnanzi all’evoluzione cosmica, derivato dall’impulso di Cristo Gesù. Fu per  lui importante dire che era trascorso il tempo dell’evoluzione cosmica che comprendeva le antiche esperienze pagane e che erano presenti nella vita animica dell’uomo nuove esperienze: si trattava solo di osservarle. Paolo aveva già indicato la svolta radicale dell’evoluzione terrena dell’uomo: l’evento del Golgota testimonia il punto che separa una fase evolutiva dall’altra. L’evento del Golgota superò nell’uomo l’antica visione atavica dello spirito nel mondo sensibile, affinchè egli potesse, da quel momento, sviluppare una coscienza nella quale sorgesse l’impulso alla libertà. A tale impulso doveva essere collegata la necessità per l’uomo di suscitare la visione dello spirituale dalle forze più profonde dell’anima, affinchè egli potesse elevarsi al divino-spirituale soltanto attraverso il rafforzamento attivo della sua interiorità. L’evento del Golgota rese questo possibile e si capisce questo segreto dalle parole di Gesù: “Il mio regno non appartiene a questo mondo”. Gli uomini devono trovare la via ad un regno  divino-spirituale da raggiungere grazie alla lotta interiore, allo sviluppo dell’interiorità. Paolo sapeva, come iniziato di Cristo, che Egli si è unito all’evoluzione terrena dell’umanità dalla resurrezione in poi e che Lo si può trovare soltanto raccogliendo le forze della visione interiore.  Paolo non si stancò mai di esortare gli uomini a sviluppare la forza interiore, affinchè essa rendesse possibile comprendere che era entrato nella terra un impulso completamente nuovo, quello di Cristo, che andava quindi cercato e trovato.
La teologia moderna riconosce alla scienza di avanzare attraverso una conoscenza sempre nuova delle cose, ma  non lo consente alla fede. La fede deve appellarsi all’aspetto più infantile dell’uomo e considerare, ad esempio, l’evento di Damasco una specie di allucinazione di Paolo. Non ammette, volendosi conformare alla scienza, che il Cristianesimo sia un fatto soprannaturale che corrisponde ad una realtà, come lo fu l’evento di Damasco,  e si aggrappa, nel contempo,  al Cristianesimo, anche se concepito in questo modo esso non ha più senso. La tendenza alla falsità, spesso inconscia, ma non per questo meno dannosa, ha colpito gli uomini proprio perchè essi sono diventati interiormente insinceri verso se stessi riguardo alle questioni più sacre, insinceri perchè non dovrebbero pù chiamare Cristianesimo quello che essi definiscono come tale. Per questo esiste l’inclinazione alla menzogna,  per questo essa è tanto intimamente collegata agli avvenimenti che dovranno ormai portare alla completa decadenza della vita culturale europea, a meno che in essa non si rifletta in tempo sulla necessità di volgersi alla conoscenza spirituale. Però per far questo non basta fermarsi alle piccole cose. E’ necessario invece considerare le cose veramente a fondo e pensare a che cosa rappresenta oggi veramente la Pasqua per gran parte degli uomini. Il significato della Pasqua poggia sulla conoscenza soprasensibile, perchè certo non si può attribuire alla resurrezione di Cristo Gesù un significato meramente sensibile, e si comprende solo se essa entrerà di nuovo a far parte dell’universo dell’uomo. La Pasqua dovrebbe ricordare all’uomo di volgere lo sguardo dalla terra verso il cielo, anche soltanto per la sua data di ricorrenza. Mentre infatti il Natale è una festa fissa che cade qualche giorno dopo il 21 dicembre, ossia dopo il solstizio invernale, la Pasqua cade la prima domenica successiva alla luna piena di primavera, che anticamente ricordava agli uomini il loro rapporto con le forze solari. Quindi è una festa mobile, perchè si deve osservare ogni anno questa costellazione.
L’uomo, ora, si occupa di cosmo soltanto in termini matematici, meccanici o di analisi di spettri e su questo fonda le sue conoscenze su di esso; non conserva nessun sentimento del suo legame spirituale con il cosmo, del fatto che Cristo sia da là venuto e si sia congiunto a Gesù di Nazareth.
La profonda menzogna interiore del nostro tempo è nell’evitare ciò che andrebbe veramente e necessariamente collegato nel pensiero. Si finge una cortina di nebbia  per non dover pensare a come collegare  le cose che sono in relazione le une con le altre e anche soltanto per festeggiare delle feste, di parlare della Pasqua, della festa della resurrezione, pur rimanendo in realtà lungi dal farsi un’idea della resurrezione, idea che si può oggi formare soltanto attraverso la conoscenza spirituale soprasensibile. Questa deve resuscitare dalla tomba della conoscenza materialistica, poichè assieme alla conoscenza soprasensibile resusciterà da questa tomba anche la conoscenza di Cristo Gesù. L’unico simbolo giusto che abbiamo oggi per la Pasqua è che l’intero destino delle anime degli uomini è crocefisso nella concezione materialistica dell’uomo; ma l’uomo stesso, l’umanità deve cercare qualcosa affinchè  possa risorgere dalla tomba del materialismo quanto può derivare dalla conoscenza soprasensibile. L’aspirazione alla conoscenza soprasensibile è già di per sè pasquale e, se viene sentita, può dare nuovamente all’uomo il diritto di festeggiare la Pasqua.  Se volgete lo sguardo alla luna piena e riuscite ad intuire la relazione che sussite tra il manifestarsi della luna piena e l’uomo, così come sussite tra il riflesso dell’aspetto solare e l’aspetto lunare, allora cercate di pensare che l’umanità di oggi deve aspirare alla conoscenza di se stessa, attraverso la quale l’uomo risulta come vero riflesso del soprasensibile. Se si riconosce in questo, se si riconosce come costituito da elementi provenienti dal mondo soprasensibile, allora troverà anche la via al soprasensibile. Voler essere solo il più evoluto degli animali e non un riflesso divino-spirituale è in realtà una presunzione umana, presunzione che viene espressa nella concezione materialistica in modo molto singolare. Tale presunzione porta l’uomo a non riconoscere assolutamente alcunchè al di fuori di se stesso. Se la concezione scientifica del mondo fosse coerente con la verità, essa dovrebbe continuare a ripetere all’uomo “tu sei il più alto degli esseri dei quali sei in grado di farti una rappresentazione”. Le conseguenze della concezione che vuole oggi essere veramente scientifica sono tali che dovrebbero in realtà far impallidire l’uomo, dovrebbero mostrargli i fondamenti morali da cui provengono, per quanto questi rimangano di solito nell’inconscio. Il nostro è proprio il tempo in cui Cristo Gesù è stato crocefisso e portato alla morte soprattutto nel campo della conoscenza. L’umanità non potrà elevarsi a sentimenti pasquali se prima non avrà considerato il modo di conoscere di oggi, legato soltanto al mondo sensibile, come la tomba della conoscenza, dalla quale essa dovrà risorgere. Non avremmo il diritto di festeggiare la Pasqua se apparteniamo alla cultura del presente. Per poter riacquistare tale diritto dobbiamo collegare il pensiero del Cristo Gesù che giace nella tomba, del Cristo Gesù che solleva la lapide rovesciata sul suo sepolcro, al pensiero che l’anima umana deve sentire su di sè il peso della lapide della conoscenza puramente esteriore e meccanicistica e che essa deve lottare per vincere l’oppressione di tale conoscenza, per poter riacquistare la capacità di non aver solamente il credo “Non io ma l’animale evoluto in me”, ma quella di poter riacquistare il diritto di dire, come San Paolo: “Non io, ma Cristo in me”. Solo allora un vero messaggio pasquale potrà di nuovo entrare nella nostra coscienza, dalle profondità della nostra anima.(tratto dalle conferenze pasquali tenute da Rudolf Steiner a Dornach il 2 e 3 aprile 1920, “Pasqua, la Festa dell’Esortazione“)

 

Identificazione con il destino

di Claudio Gregorat

Destino ! Parola piena di oscuri e vaghi significati. Predestinazione? Libero arbitrio? Necessità? La libertà viene esclusa. vi può essere libertà nelle vicende umane?

D’altra parte, se si tratta di predestinazione, legge, a chi è dovuta ?

Il Fato, le Moire – Parche, Nemesi, antiche forme immaginative del destino, definito

“cieco” e quindi sentito come nemico.

E’ possibile l’auto-determinazione?

L’uomo vive in un continuo altalenare fra necessità e libertà ed ha, in ogni caso, osservato che la necessità incombe severa su tutto quanto è “fisico ed eterico”, mentre per l’astrale e l’egoico è possibile considerare la libertà, in quanto organi animici oltre la terra. Per quanto poi, anche nell’ambito  di un singolo atto necessario, vi è sempre un margine  – e a volte assai ampio – di libertà di esecuzione.

La vera libertà sorge solo dall’Individuo etico, da colui che traduce le “intuizioni morali” in azioni, che sono allora azioni di destino volute dall’Io, come giustamente affermava Novalis con la sentenza:

”Tutto ciò che mi accade, l’ho voluto io”.

                                                                                                    Dunque, il “mio destino sono IO”.

Rudolf Steiner  chiarisce meglio:

 

            “Nell’Io superiore siamo noi stessi a preparare quel destino che poi, forse, ci tormenterà e martorizzerà per tutta la vita”

 

in quanto distingue l’Io Superiore dal destino che potremmo chiamare “Non-IO”

Ne consegue una chiara ed illuminata accettazione del proprio destino per quello che è.

Pensiamo al fioretto di S. Francesco dove egli, rivolgendosi a Frate Lione, pecorella di Dio, descrive quattro situazioni assolutamente positive in cui il Frate Minore si potrebbe trovare e nelle quali non c’è perfetta letizia. Ed un’ultima dove invece incontrerebbe  disagi, ingiurie ed offese, che però il frate accetta con semplicità ed umiltà. Dice Francesco:

                                        “Scrivi, frate Lione, che qui è perfetta letizia”,

che sta per “accettazione serena e semplice del proprio destino”. Condizione perfettamente nota al discepolo dell’iniziazione, la cui prima norma è proprio l’accettazione del proprio karma, così come si presenta: accettazione serena e consapevole, naturalmente.

Un’altra importante indicazione ci viene da J. G. Fichte, e soprattutto dal suo libro “La missione del Dotto”  a proposito dell’ Io e del Non-Io, collegati insieme ed interdipendenti come, ad esempio, lo stampo e la torta, l’involucro architettonico e lo spazio venutosi a creare, il contenuto ed il contenente, l’uomo ed il suo abito. L’Io puro ed il Non-Io portatore di destino e grazie al quale l’Io procede incessantemente verso il suo perfezionamento che non ha limiti. Parafrasando la scolastica, l’Io va inteso “formaliter” ed il Non-Io “fundamentaliter”. In altre parole: la “mente” ed il “braccio”.

Guardando con occhio oggettivo la situazione dobbiamo dire:

l’Io puro (superiore) di Fichte  è l’Io Angelico, il Sé Spirito, il cui germe viene posto oggi ed il suo sviluppo nella sesta epoca di cultura. Sotto di lui il Non-Io,  costituito dai corpi inferiori: anima cosciente, razionale, senziente,  corpo astrale, eterico e fisico, portatori di destino, soprattutto il fisico e l’ eterico.

Queste sono le determinazioni empiriche che presuppongono qualcosa fuori dell’Io.

Fichte nella sua “Dottrina della Scienza” qualifica tale contrapposizione con le parole:

           all’Io è contrapposto un Non-Io  e con ciò il vero significato della nostra Dottrina

            della Scienza

Nella conferenza del 2 marzo 1915, a proposito di uno specifico cammino iniziatico, il discepolo dopo aver attraversato la “porta della morte”, (descritta nel saggio “Entrata nel mondo elementare”)  viene posto nella condizione di passare attraverso la porta degli elementi:

            “…la seconda porta viene raggiunta quando ci si identifica col proprio destino.

In questo modo si ottiene il potere di vivere con la volontà nel tessere dei pensieri.

Il fatto che nel mondo spirituale si impari a fare da sé, si raggiunge identificandosi col proprio destino. Allora i pensieri acquistano un’entità che è identica alla nostra

 

Ora cerchiamo di visualizzare il Non Io.

Partiamo dal corpo fisico: questo è il risultato delle incarnazioni precedenti, e quindi coi segni karmici evidenti nella forma più o meno armonica ed equilibrata. Forse NON MI PIACCIO, tuttavia devo accoglierlo come mio: esso avrà malattie, incidenti ed altre sventure… che DEVO ACCETTARE = FARLE MIE.

Il corpo eterico poi è il portatore della somma di debiti in sospeso, delle incarnazioni precedenti. E’ bene che mi renda conto delle sue inclinazioni varie innate che diventano determinanti, come i quattro temperamenti. Da questi dipende la forma fisica ed il pormi nel mondo. Anche qui i vari problemi ed ostacoli, accanto alle diverse facoltà e talenti che vanno accolti come propri. Questo corpo eterico E’ MIO in quanto l’HO VOLUTO IO.

 

Una gustosa storiella messicana traduce umoristicamente tale antinomia:

            “Sotto un sole accecante, appoggiato ad un muretto ed interamente coperto dal

           sombrero, Caminito dormiva. Improvvisamente un voce lo sveglia: <Caminito, Caminito svegliati; la tua casa brucia, su svegliati. Tua moglie ed i tuoi figli sono in pericolo. Corri Caminito… corri !

Caminito balza sul cavallo e via; corri, corri Caminito, incalza la voce… corri…

Così correndo, ad un certo punto Caminito si dice: <Veramente io non ho una casa>

 

<Corri,  corri… non ti perdere in fantasie … corri…>

 

<E poi non ho neppure una moglie e dei figli.>

<Corri… corri… Caminito>

<E.. e poi… io NON sono nemmeno Caminito.>

 

Corri, corri, corri

La lettura è semplice: l’Io che incita e sprona ed il personaggio Non-Io che comunque deve assolvere i suoi compiti e poi i genitori, fratelli e parenti vari,  la casa dove ho abitato ed ora abito, il suo arredamento, i conoscenti ed amici, la varie relazioni con essi e fra di essi, la scuola, insegnanti e colleghi, il lavoro, l’eventuale compagno-a e figli  sono nel mio destino, con tutte le problematiche connesse.

Pensiamo a tutti gli interrogativi: chi sono,  dove vado, che senso ha questa vita? Il rifiuto di tante condizioni di vita, di tante relazioni difficili: perché ho questi genitori, questa famiglia con la quale sono spesso in contrasto; perché devo fare un certo lavoro, mentre ne aspiro un altro e così via. Ora non è da poco la forza interiore necessaria per farli propri e viverli di conseguenza.

 

Va anche considerato che l’Io è sussistente in quanto è agente il Non-Io. Difatti la sola condizione in cui l’IO si pone da sé, è quella eccezionale della “mezzanotte cosmica”, durante la quale le Gerarchie superiori “pronunciano e vogliono l’IO” e dispongono del nuovo destino, secondo gli impulsi derivati dalla presenza del “Cristo quale Signore del Karma”. Da questo momento in poi, il Non-IO inizia a formarsi e la vita prende il tono corrispondente.

Ora, mentre per superare la “porta della morte” è necessario affidarsi a

“pensieri che hanno una vita propria, una propria vitalità interiore. E’ come se si diventasse

capaci i sviluppare veramente un essere dentro di sé, … il pensiero, per il fatto che si vivifica tanto, acquisisce veramente le caratteristiche di un essere, plasma se stesso, originando una sorta di essere, si viene trascinati, non si nuota  DA SE’ nel flusso dei pensieri, bensì sono i pensieri che

ci prendono sulle spalle e ci portano”.

Ora per il passaggio attraverso la <porta degli elementi>.

            “…si riceve  il tutto nel proprio arbitrio e diventa possibile fare un determinato percorso di

            pensiero con intenzione. Con la propria volontà si vive in tutta la vita del pensiero

            e questo viene raggiunto quando ci si identifica col proprio destino. In questo modo si

            ottiene il potere di vivere con la volontà dentro al tessere dei pensieri” 

            Il fatto che – nel mondo spirituale – si impari a fare da sé, si raggiunge identificandosi

           col proprio destino”.

Così  Rudolf Steiner nella conferenza sopra citata.

In concreto ci si deve identificare col Non-IO con tutto il bagaglio che esso comporta.

In quanto alla volontà e capacità di tessere e regolare i propri pensieri, è molto opportuna una superiore evoluzione dell’anima cosciente, del senso estetico e soprattutto morale, in quanto si tratta di operare con esseri spirituali concreti e non più con le loro ombre.

Nella prima prova <la porta della morte> si giunge ad una vitalizzazione dei pensieri in modo da renderli autonomi. Esempio: qui nella coscienza ordinaria diciamo : rosaio – pianta – fiore rosso, e li colleghiamo per via logica onde raggiungere una frase sensata.

Nel mondo elementare ciò non è possibile: in ogni pensiero-concetto formulato si infila dentro un essere elementare che appunto lo vivifica e perciò acquista vita propria indipendente. I tre pensieri stanno per conto proprio, separati l’uno dall’altro; per cui bisogna saltare da uno all’altro e con la propria volontà nulla si può.

Nella seconda <porta degli elementi> al contrario è opportuno entrare <con la volontà>

in essi e coordinarli, collegarli consapevolmente, dominare la loro vita, grazie alla identificazione col proprio destino, come considerato sopra.

 Le opere a corredo del testo sono di Marina Sagramora

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I 4 temperamenti nel bambino

                                I QUATTRO TEMPERAMENTI NEL BAMBINO

da uno studio di Emanuela Cardarelli

temperamenti

Nei bambini, il corpo costitutivo che è alla base del temperamento è diverso da quello dell’adulto. Come si può vedere nello schema qui sotto, nel bambino il temperamento malinconico è dovuto all’io, il temperamento flemmatico è dovuto al corpo fisico, il temperamento sanguinico al corpo eterico e il temperamento collerico al corpo astrale.

.temperamenti

Nel primo settennio, nel bambino è in atto una lotta tra l’individualità e l’ereditarietà. In questo primo settennio (all’incirca fino ai nove anni) il bambino forma il suo corpo fisico, nel quale si andrà poi a iscrivere il temperamento.

Per spiegare questa differenza dei corpi costitutivi, possiamo dire che nel bambino il corpo fisico è ancora molto impregnato dal corpo eterico. I due corpi sembrano essere quasi una cosa sola. Di conseguenza, la prevalenza del corpo fisico nel bambino non genera un temperamento malinconico, ma flemmatico.

Allo stesso tempo, il corpo eterico del bambino è molto vivo e attivo. I bambini prendono velocemente nuove abitudini, ma altrettanto velocemente si adattano a nuove situazioni, o apprendono lingue e dialetti. Il corpo eterico del bambino possiede quella flessibilità che l’adulto ha solo nel corpo astrale. Per questo motivo, nel bambino il corpo eterico genera il temperamento sanguinico.

Nel bambino, il temperamento collerico non emana dall’io, ma dalla sfera dell’astralità. Quando il bambino si arrabbia non è l’io che si esprime, ma una colorazione dell’io nella vita emotiva del bambino. Di conseguenza, nel bambino il temperamento collerico proviene dal corpo astrale.

Infine, per quello che riguarda il temperamento malinconico del bambino, può sembrare strano che esso sia legato all’io, tuttavia già descrivendo questo temperamento avevamo visto che il malinconico può talvolta avere un ego piuttosto smisurato e ritenersi un po’ il centro dell’universo. Il bambino malinconico, inoltre, ha uno sguardo da adulto, da persona matura, come se, appunto, in lui l’io fosse già sviluppato.

Nel determinare il temperamento del bambino, quindi, l’educatore deve prestare molta attenzione a non farsi trarre in inganno da altri elementi. Poiché l’infanzia è sanguinica, tutti i bambini tenderanno a mostrare (chi più, chi meno) dei comportamenti sanguinici. Il comportamento del bambino potrà inoltre essere influenzato dalle sue condizioni di salute, da problemi famigliari, o anche dal modo in cui il suo temperamento si mescola con gli altri. Può essere che un bambino faccia emergere il suo temperamento solo in certi ambiti (ad esempio nel modo di scrivere, calcando o meno sul foglio).

L’educazione non deve livellare i temperamenti, ma metterli sulla buona strada. L’educatore quindi non deve cercare di suscitare nel bambino ciò che non ha, ma piuttosto andare incontro a ciò che ha.

Uno dei metodi con cui si può aiutare il bambino a scuola è metterlo seduto accanto a un compagno di classe con lo stesso temperamento, perché in questo modo i due bambini agiranno l’uno sull’altro in maniera omeopatica. Purtroppo non sempre questo è possibile.

I bambini possono inoltre essere aiutati da fiabe specifiche o da racconti (già esistenti o inventati) adattati a ognuno dei temperamenti, dalle quattro operazioni svolte in maniera adatta a ognuno dei temperamenti e anche da disegni di forme specifici.

IL BAMBINO MALINCONICO

Nell’essere umano, l’io può giungere ad espressione da due lati. Uno è dall’alto, cioè dalla testa, percorrendo prima la strada dei sensi, poi dei nervi e penetrando infine con le sue forze formative nell’organismo. Se ciò avviene con troppa forza nel bambino, la cui fisicità oppone poca resistenza, in lui si manifesta il temperamento malinconico. Nell’adulto, invece, l’influenza dell’io può far prevalere le forze della volontà, che agiscono dal basso verso l’alto e quindi il metabolismo elabora proprio quell’elemento che si spinge verso l’alto, cioè il calore. Se esso si presenta in maniera preponderante nell’adulto, esso avrà un temperamento collerico.

Dal punto di vista fisico, ciò che colpisce maggiormente del bambino malinconico sono gli occhi, il cui sguardo è in tutto e per tutto simile a quello di un adulto, cioè di una persona matura, pensosa. Ѐ come se in questo bambino la personalità si rivelasse molto più presto che negli altri. Spesso i bambini malinconici hanno un fisico gracile e si ammalano di frequente. Nelle creature più deboli, infatti, l’io fa meno fatica a superare la materia di cui è costituito l’organismo e a compenetrarlo, per cui vedremo che nel bambino malinconico (a differenza, ad esempio, del collerico) i lineamenti vengono plasmati più rapidamente (il naso riceve prima la sua impronta e la bocca perde presto la sua rotondità infantile).

Questo sviluppo precoce, però, può avere conseguenze anche gravi, a causa dell’eccessivo consumo di forze in età infantile. Occorre quindi cercare di armonizzare il più possibile i temperamenti, per evitare che si crei unilateralità o si manifestino problemi di salute.

Il bambino malinconico può essere chiuso, poco attento e pigro, oppure molto meticoloso, con quaderni ben tenuti. Di solito usa colori delicati e cerca la perfezione in tutto quello che fa. Ha spesso freddo e non ama l’acqua fredda neanche in estate, per cui i genitori dovrebbero stare attenti che stia sempre al caldo.

Con questi bambini sarà inutile cercare di distoglierli dal proprio disagio e dolore interiore, pensando che così possano trarre sollievo. Al contrario, sarà utile mostragli che nel mondo il dolore esiste, magari con esempi di sofferenza altrui, o facendo sì che le cose esterne suscitino in lui dolore. Ad esempio, si potrà intralciare la via di questo bambino con degli ostacoli, al fine di procurargli una causa giustificata di sofferenza. Occorre, in pratica, deviare il suo dolore interiore verso cose che sono fuori di lui, procurandogli appunto difficoltà esteriori.

Per ottenere la fiducia di questi bambini, l’educatore dovrà mostragli che lui stesso ha sofferto molto nella vita, e questo, quindi, significherà che le sue parole sono avvalorate dalle dure esperienze superate. Quando il bambino malinconico si accorge di avere accanto qualcuno che gli sappia narrare una storia reale di dolori causati dal mondo esterno, in contrasto quindi con le inclinazioni dell’alunno, fondate solo sull’interiorità, egli partecipa ai casi di una sofferenza giustificata e quindi riprende coraggio.

Per quello che riguarda le quattro operazioni, quella del malinconico è la sottrazione. L’insegnante può quindi chiedere al bambino di contare, ad esempio, quante noci ha. Se ne ha 10, può dire al bambino che lui non ne vuole 10, ma solo 3 e quindi gli può chiedere quante ne debba togliere per averne 3.

Nel racconto, per un bambino malinconico sarà adatto un discorso sintatticamente ben costruito, elegante, elaborato, un po’ sofisticato, con molte subordinate di varia natura, finali, concessive, temporali, periodi ipotetici, periodi complessi ma anche con molte domande e dubitative. Il verbo per lo più al congiuntivo, sempre che sia possibile.

Esempio di La volpe e l’uva di Esopo:

Ah! Quella povera volpe con lo stomaco vuoto! Ormai è quasi quattro giorni che non mangia! Trova un bel grappolo d’uva ma, sfortunatamente, non riesce a prenderla. E così la povera volpe può solamente trovare la sconsolante scusa di vederla ancora immatura.

Nel disegno di forme si possono proporre al bambino forme come queste.

 

temperamenti 3

temperamenti 4

Queste forme sono l’una il contrario dell’altra, perché ciò che è vuoto in a è pieno in b e viceversa. Questo mette in movimento l’immaginazione e il bambino malinconico, che tende a essere chiuso in se stesso, è portato verso l’esterno.

La figura base di questo esercizio è ordinata intorno a un centro.

 

temperamenti 5

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La parte interna della figura spinge verso l’esterno, mentre le linee esterne spingono le punte verso l’interno. Con l’aggiunta delle ombre, il bambino potrà fare dei paragoni tra ciò che in una figura è chiaro e ciò che nell’altra è scuro e viceversa.

Queste sono altre figure che si possono proporre.

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IL BAMBINO FLEMMATICO

Nel bambino flemmatico, le sostanze nutritive entrano nella costruzione del corpo con uno slancio molto più forte che nell’adulto, poiché vengono assimilate molto più rapidamente. Di conseguenza il corpo fisico, sotto l’influenza delle forze formatrici, può assumere con più facilità la forma richiesta. A volte questi bambini possono superare nel peso i loro coetanei, poiché, amando molto mangiare e bere, accumulano facilmente il grasso e a causa del peso imparano a camminare più tardi degli altri.

Riuscire ad avere un’influenza su questi bambini è abbastanza difficile, ma si potrà risvegliare il loro interesse creando un rapporto vivo coi loro compagni. Essi devono avere compagni dai più svariati interessi. Per quanto possano essere indifferenti di fronte al loro ambiente, un interesse potrà venirgli suscitato dall’azione che eserciterà su di essi l’interesse dei suoi compagni. In questo modo potranno vivere per riflesso le passioni altrui. Le cose come tali non agiscono sul flemmatico. Gli oggetti, i compiti, lo interesseranno solo per via indiretta, mediante l’interesse dei suoi compagni.

Può anche essere utile metterlo a contatto con oggetti o situazioni in cui sia necessario essere flemmatici, magari situazioni poco interessanti o indifferenti. In questo modo si farà leva su ciò che in lui c’è, e non su ciò che in lui non c’è.

Questi bambini in genere hanno un senso dell’ordine molto spiccato, quasi pedantesco e si arrabbiano solo quando non vengono rispettate le loro abitudini. Se gli si affidano piccole commissioni, si può star certi che le svolgeranno come richiesto. Hanno un’ottima memoria e sono portati per tutto ciò che si può imparare tramite l’esercizio.

Si dovrebbe evitare di farli dormire troppo, per cui la mattina li si potrebbe svegliare un po’ prima e fargli svolgere qualche lavoretto in casa. Ovviamente si dovrebbe anche evitare di farli mangiare troppo, anche a colazione. A differenza del bambino malinconico, al mattino il bambino flemmatico può essere lavato con acqua un po’ fredda, perché questo piccolo shock lo aiuterà a svegliarsi.

Se l’educatore si accorge che il bambino si è perso nel suo mondo, può essere utile richiamarlo ad alta voce, o battere una mano sul suo banco. Se, ad esempio, l’insegnante ha appena spiegato qualcosa e gli chiede di ripeterla, e lui non sa cosa rispondere, l’insegnante può alzare la voce e rimproverarlo, al che il bambino si desta e risponde alla domanda. Questo metodo non deve ovviamente diventare un metodo educativo, ed è sconsigliabile con gli altri temperamenti.

Con questi bambini l’insegnante dovrebbe cercare a sua volta di essere un po’ flemmatico, cioè non deve mostrargli il suo affetto con troppa partecipazione, ma piuttosto in maniera disinteressata. In questo modo, l’apparenta flemma dell’adulto aiuterà il bambino a superare la propria indifferenza.

A volte nei bambini flemmatici, quando sono molto piccoli, si possono manifestare delle abilità artistiche che poi tendono a scomparire. Per evitarlo, si dovrebbe cercare di compenetrare di coscienza il loro agire sognante, ad esempio evitando che pasticcino a caso con i colori o con gli strumenti musicali. Al contrario, gli si dovrebbero dare dei compiti che destino la loro coscienza e che li obblighino a riflettere e ad agire coscientemente. In questo modo le loro abilità artistiche saranno salvate per il resto della vita.

Per quello che riguarda le quattro operazioni, abbiamo detto che l’operazione del flemmatico è l’addizione, fatta però a partire dalla somma. Per cui, se ad esempio abbiamo 20 noci, diremo al bambino di vedere quanti mucchietti se ne possono fare (20=10+5+3+2, 20=8+2+7+3, ecc.). In questo modo l’io del bambino flemmatico si rafforza. La stessa operazione si può fare anche al contrario, cioè partendo dagli addendi, e in questo caso è più adatta al collerico (8+2+7+3=20).

Nel racconto, per il bambino flemmatico sono adatti periodi lunghissimi, con molte incidentali e relative, dove si spiega e si puntualizza tutto, si dice anche ciò che è superfluo e scontato. Si possono usare affermative, espositive, dichiarative e il modo indicativo, in tutti i suoi tempi.

Esempio di La volpe e l’uva di Esopo:

La volpe è un animale molto agile, fa parte della famiglia dei mammiferi e ha il pelo rossastro e la punta della coda bianca. Un giorno, che aveva molta fame, perché da molte ore non mangiava, dato che non era riuscita a trovare niente, trova un grappolo d’uva e subito prova a prenderlo, ma non ci riesce perché la spinta delle zampe non è abbastanza idonea all’altezza del pergolato. Prova la prima volta, poi con uno sforzo maggiore anche una seconda volta, riuscendo ad arrivare più in alto di una decina di centimetri, poi una terza volta, ma senza riuscire ad avanzare nell’altezza. Infine decide di riflettere sulla cosa e dopo aver ponderato bene sul da farsi finalmente si accorge che è inutile insistere, perché si sarebbe stancata inutilmente senza riuscire ad ottenere nulla, dato che l’uva era troppo in alto, e dice che l’uva non è matura, ma non è vero perché lo ha detto solo perché non vuole sentirsi presa in giro dalla situazione stessa.

Per quello che riguarda il disegno di forme, in questo caso disegneremo prima un cerchio e poi quattro linee curve che fanno apparire un centro.

 

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La sorpresa si ha quando, cancellando il cerchio esteriore, appare una forma strutturata in quattro parti, come in c.

Il bambino flemmatico ama le ripetizioni, ma ha la tendenza a fare sempre la stessa cosa e quindi, in mancanza di modificazioni, la sua attività può divenire meccanica. Nella forma appena presentata, la modificazione si ha con il disegno c, quando compare la nuova forma. Quest’ultima si può realizzare più facilmente alla lavagna, dove è più semplice cancellare, ma la si può fare anche sul foglio, magari utilizzando colori diversi. Si può far andare alla lavagna il bambino flemmatico e far disegnare la stessa forma sul foglio agli altri bambini.

Altre forme per i bambini dai sette agli undici anni.

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IL BAMBIBNO SANGUINICO

Il bambino sanguinico sente molto l’influenza dell’ambiente in cui vive e il suo benessere ne è fortemente condizionato: il caldo e il freddo, la luce e l’ombra agiscono su di lui direttamente. Il suo stato d’animo quindi può dipendere dall’essere sazio o affamano, dall’aver digerito bene o no. A differenza dell’adulto sanguinico, nel bambino sanguinico si rispecchia la mobilità dei suoi processi vitali: come l’aria viene inspirata e fluisce nei polmoni, come i succhi digestivi passano nell’intestino e come si va costruendo il suo corpo. Il bambino li segue a livello inconscio con la massima partecipazione interiore ed essi si imprimono continuamente nella sua anima.

Questo bambino, più di altri, vive nelle sue forze animiche. Ѐ sempre in movimento, saltella qua e là e un adulto, anche se sanguinico, fa fatica a stragli dietro.

Come abbiamo visto, i bambini e le persone sanguiniche in generale sono molto intelligenti e comprendono tutto alla svelta, ma altrettanto rapidamente dimenticano. Ѐ difficile farli stare concentrati sullo stesso argomento per molto tempo, perché dopo un po’ perdono l’interesse. Con questi bambini non servirà a niente costringerli a prestare attenzione o cercare di insegnargli qualità opposte, perché in questo modo si tenta solo di stimolare forze che loro non hanno. Si dovrà, invece, contare sulle qualità che essi hanno.

Più che negli altri temperamenti, il bambino sanguinico lavorerà in classe soprattutto se riuscirà ad avere un interesse durevole per l’insegnante. Se l’insegnante si farà amare da questo bambino, allora potrà destare in lui quell’interesse che spesso manca.

Un altro modo per aiutare il bambino sanguinico è circondarlo con cose che sappiamo destare in lui un interesse profondo, ma che richiedano comunque un interesse passeggero. Cose, cioè, che gli permettano di esplicare la sua indole sanguinica. Poi gliele togliamo, e quando vediamo nascere in lui il desiderio di riaverle, gliele ridiamo.

Per evitare di fargli perdere interesse in ciò che fa, si potrà anche cercare di apportare piccole variazioni nelle sue attività.

Per quello che riguarda le quattro operazioni, al bambino sanguinico può essere utile fare il processo inverso del malinconico, cioè chiedergli quanto è stato tolto dalla somma. Quindi se io ho 8 noci e me ne restano 3, lui dovrà dirmi che ne sono state tolte 5.

L’operazione del sanguinico è la moltiplicazione, per cui possiamo prendere, ad esempio, un mucchietto di 56 noci e chiedergli quanti mucchietti da 8 vi sono contenuti, cioè 7. L’operazione contraria la si può far fare al bambino malinconico, cioè gli chiederemo quale numero è contenuto 7 volte nel 56.

Per quello che riguarda il racconto, per un bambino sanguinico, costruiremo il discorso con brevi frasi interrotte, molte esclamazioni, desiderative, qualche interrogativa. I tempi usati saranno quelli del congiuntivo e del condizionale, ma anche dell’indicativo, a seconda dei casi. Molti punti esclamativi e altrettante interiezioni: Oh, ah, com’è bello! Uh che paura! Come mi piace! Guarda quest’altro! Corriamo, corriamo… Discorsi lasciati a metà e poi ripresi, tutto giocato sulle emozioni e sulle impressioni sensoriali.

Esempio di La volpe e l’uva di Esopo.

C’era una volta una volpe tutta rossa e con una coda folta folta! “Guarda che bel grappolo d’uva!” esclamò. E prese la rincorsa! “Ora la prendo! Ora la prendo!” gridava al vento e agli uccelli dell’aria!! “Sì la prendo, che bello!!! La prendo! Ma uffa! Non ci riesco! È così alta! Ed anche acerba! Ciao uva! Non fai per me!”

Quando il bambino sanguinico disegna ha la mano leggera e le sue linee sono sottili, delicate e ben formate. Ripete sempre le stesse forme senza migliorare in maniera visibile e quando comincia a perdere entusiasmo le sue forme perdono il loro orientamento, soprattutto se sono organizzate intorno a un centro.

Nel disegno, si può venire incontro al bambino sanguinico chiedendogli di apportare delle varianti. Ad esempio, si può iniziare con una forma simile, molto semplice

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Poi la si fa ripetere tre volte

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Poi una volta più tre

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Variazioni della stessa forma

 

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Quando s’inventano delle variazioni, occorre sempre fare attenzione agli elementi fondamentali di questa forma, e cioè:

  • Movimento oscillatorio ascendente e discendente lungo una direzione continua
  • Ripetizioni ritmiche
  • Cambiamento di direzione cosciente grazie alla formazione di angoli
  • Interruzioni che si susseguono ritmicamente, quindi non linee senza fine.

Con questo tipo di esercizi, il bambino è spinto a mettere coscienza in quello che fa.

Verso gli 11-12 anni gli si potranno far disegnare le metamorfosi delle foglie così come le si vede in natura.

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IL BAMBINO COLLERICO

Nel bambino collerico, ciò che apparirà nell’adulto è solo accennato. La testa è grande e con fronte ben sviluppata, ma per il resto tutto tende alla rotondità. Di solito non ci sono spigoli, o, se presenti, sono equilibrati e morbidi. Anche il naso acquista la sua forma solo dopo la pubertà, e visibili sono solo le narici grandi e di forma circolare. L’ampiezza del mento e della bocca si manifesta lentamente, e in genere solo dopo il dodicesimo anno. Il tronco, invece, si sviluppa molto presto, a volte a danno di braccia e gambe, che quindi possono rimanere più corte rispetto al busto. Il passo, al contrario, si avvicina abbastanza a quello del collerico adulto.

In questi bambini, ciò che viene acceso dai sensi sprofonda con grande violenza nell’ambito della volontà, ancora poco governata dall’io, e costringe il bambino all’azione. Per cui se il bambino collerico vuole qualcosa e non può ottenerla, può essere colto da una crisi di rabbia. In lui le forze animiche hanno preso il sopravvento e l’individualità, non ancora sviluppata, può portare solo in minima parte un’armonia nell’azione nell’anima.

Con il bambino collerico servirà un approccio diverso da quello usato con gli altri temperamenti. Ad esempio, non si potrà usare l’approccio usato col sanguinico, perché è difficile che il collerico si affezioni a una persona. In questi bambini occorrerà stimolare la stima e il rispetto per l’autorità. Essi devono avere fiducia nel fatto che l’educatore sa sempre di cosa sta parlando, e che sappia sempre dargli le risposte e i consigli giusti.

Il bambino collerico ha bisogno di mettere in azione le sue forti energie interiori, e per fare questo dovrà essere messo in contatto con tutto ciò che è arduo da superare. Deve trovare resistenze, non è bene facilitargli troppo la vita, perché in questo modo il suo temperamento potrà esplicarsi nella lotta contro le difficoltà da superare, e se questi ostacoli saranno fatti di cose futili o sciocchezze, tanto meglio. Può essere utile anche far capire al bambino che l’educatore stesso è in grado di superare grandi difficoltà.

Possono essere utili anche racconti o biografie che gli presentino fatti eroici, in modo da mostrargli gesta che lui non avrebbe potuto compiere. Oppure l’insegnante può inventare delle storie su persone colleriche che lui ha incontrato, descriverle e descrivere il modo in cui le ha trattate. In questo modo il bambino vedrà la collera in qualcun altro e il suo temperamento verrà smussato.

Se il bambino viene colto da un attacco d’ira, l’educatore dovrebbe restare imperturbabile e non rispondere arrabbiandosi a sua volta. Solo il giorno dopo si potrà parlare col bambino, in modo da fargli ripercorrere in tutta calma ciò che ha fatto. Poiché il collerico ha un elevato senso di giustizia, si renderà conto che il suo comportamento ha nuociuto al resto della classe.

In generale, i bambini non sopportano l’ironia, e questo vale soprattutto per i piccoli collerici.

A volte il bambino collerico può trarre in inganno, nel senso che lo si confonde con altri temperamenti. Ad esempio, il bambino può apparire flemmatico, perché sembra disinteressato alla lezione. Poi però accade che qualcosa lo colpisca e improvvisamente sa quello che vuole e lo porta a termine. La sua volontà, infatti, non partecipa finché non può proporsi le sue proprie mete, cioè mete che ha deciso lui. Oppure può apparire malinconico, perché si lascia prendere in giro in silenzio finché un bel giorno la sua collera scatta inattesa.

Per quello che riguarda le quattro operazioni, l’operazione del collerico è la divisione. L’insegnante può prendere un mucchietto di 56 noci, ma senza dire al bambino quante ne sono, e chiedergli quale numero contiene 8 volte sette volte. Il bambino arriverà quindi al 56. L’operazione inversa, cioè la normale divisione, può essere fatta fare al bambino flemmatico

Per quello che riguarda il racconto, per il bambino collerico il racconto dev’essere conciso, l’esposizione diretta e poco adorna. La sintassi deve presentare dichiarative e imperative, la costruzione del periodo deve far risaltare quanto più possibile il verbo.

Esempio di La volpe e l’uva di Esopo.

C’era una volta una volpe: aveva fame. Trova dell’uva su un alto pergolo. Inizia a saltare, ma alla fine non riesce a prenderla. “Non è matura!” dice. E se ne va.

Il bambino collerico, come sappiamo, è portato verso l’esterno e quindi le forme per lui dovranno essere costruite a partire da un centro, per poi tornare al centro. In questo caso, più che mettere in evidenza le superfici, si metterà in evidenza il cambiamento di colori.

Qui, ad esempio, potremo far disegnare in rosso le linee dritte della prima figura, in un rosso più chiaro le curve della seconda figura e in azzurro le linee esterne della terza.

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Altri esempi.

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BIBLIOGRAFIA

  1. VV., L’énigme des tempéraments, Editions Triades, 2014

Caroline von Heydebrand, Lo sviluppo animico del bambino, Fior di pesco edizioni, San Martino B.A., 2006

Gilbert Childs, Understand your Temperament, Sophia Books, 2009

Marieke Anschutz, Children and their Temperaments, Floris Books, Trowbridge, 1995

Norbert Glas, I quattro temperamenti sulla strada dell’autoconoscenza, Natura e cultura editrice

Rudolf Steiner, Conversazioni di tirocinio, Editrice Antroposofica, Milano, 2009

Rudolf Steiner, Il segreto dei temperamenti umani, Editrice Antroposofica, Milano, 2013

 

 

 

 

I quattro temperamenti -quinta parte- collerico

Da uno studio di Emanuela Cardarelli

 

COLLERICO

Nel collerico, il corpo predominante è l’io. Quando predomina l’io, l’uomo vuole farsi valere contro ogni opposizione esterna, vuole apparire: è l’io condottiero. Quando l’io è eccedente, può ostacolare lo sviluppo delle altre parti costitutive umane e non permette al corpo astrale e all’eterico di affermarsi. Poiché il corpo fisico si forma sul modello del corpo eterico, può accadere che il collerico si presenti con una crescita trattenuta, tozzo e tarchiato. Questo però non significa che tutti i collerici debbano essere bassi, ma bisogna sempre vedere nel singolo caso in che rapporto sta la crescita con il complesso della sua figura.

Il volto ha lineamenti duri e incisivi, con fronte ben formata, mascella squadrata e labbra piene e rosse. Due gesti del suo capo sono particolarmente caratteristici. Uno consiste nel gettare la testa all’indietro con alterigia, come un gallo nel pollaio, l’altro invece consiste nel guardare l’interlocutore come un toro che si prepara alla carica, cioè sporgendo la testa in avanti e chinando la fronte. Il collerico, infatti, ha il cosiddetto collo taurino, e le spalle perfettamente orizzontali evidenziano ancora di più la sua natura taurina. Proprio da qui derivano le spalline delle uniformi militari e le spalline che oggi si usano nell’abbigliamento.

Il collerico ha lo sguardo fermo e i suoi occhi rivelano una vivissima luce interiore. Il suo passo è fermo e sicuro ed egli non solo appoggia il tallone sul terreno, ma sembra quasi che voglia farvelo sprofondare. La parte anteriore del piede, invece, quasi non poggia per terra. Questo suo tratto caratteristico si evidenzia maggiormente negli scoppi d’ira, quando il collerico pesta furioso i piedi per terra. In genere i collerici camminano a passo svelto, dando l’impressione di essere sempre di fretta, ed in effetti spesso lo sono, poiché, essendo persone d’azione, sono sempre impegnati.

Da alcune mie ricerche preliminari sembrerebbe che tra le persone con i capelli rossi sia particolarmente diffuso il temperamento collerico (se non come primo, come secondo). In due conferenze (8 gennaio e 30 giugno 1924), Steiner spiega che le persone bionde e soprattutto quelle rosse producono in continuazione zolfo. Ad esempio Napoleone, che aveva i capelli ramati, viene descritto come avente un volto “sulfureo”. I capelli rossi, inoltre, a differenza degli altri, sono particolarmente ricchi di ferro. Già gli antichi studiosi greci (come ad esempio Galeno) associavano i capelli rossi al temperamento collerico, e d’altronde lo stereotipo del rosso come persona facilmente “infiammabile” una sua origine dovrà pur averla. Sarebbe interessante se qualche medico antroposofo potesse fare ricerche più approfondite a riguardo.

Come sappiamo, il veicolo dell’io è il sangue, per cui per il collerico è importante che il calore contenuto nel sangue compenetri tutto l’organismo, consentendogli così di vivere nella volontà. Questo temperamento, infatti, favorisce soprattutto l’elemento volitivo e quindi non deve meravigliare che fra i condottieri più famosi si annoverino tanti collerici. In essi vi era il desiderio di lasciare la loro impronta nel mondo.

Nell’uomo il calore del sangue affluisce soprattutto nel fegato, e infatti non è un caso che durante la digestione il sangue del fegato sia il più caldo di tutto l’organismo. Esiste quindi una relazione tra il collerico e quel prodotto del fegato, cioè la bile, da cui deriva il suo nome (cholee in greco). Un individuo con un fegato sano è quindi in grado di prendere decisioni più velocemente e facilmente. Per inciso, possiamo notare che non bisogna confondere la persona collerica con la persona irascibile. I Greci, infatti, avevano un altro termine per indicare le persone irascibili, cioè arguilos. Essere irascibili fa parte del carattere, e quindi questo tratto lo si può trovare in qualunque temperamento.

Una delle caratteristiche principali del collerico è la grande forza di volontà, grazie alla quale egli (a differenza del sanguinico) porta sempre a termine quello che inizia, anche a costo di cadere poi a terra stremato. Questo loro amore per la sfida, però, può trasformarsi in cocciutaggine e ostinazione e soprattutto in sconsideratezza, perché li porta a non valutare bene i rischi di ciò che hanno intrapreso. Il collerico, infatti, è convinto di essere infallibile, invincibile, indispensabile, e se quindi gli si dice, magari anche scherzando, che non sono all’altezza del compito, la reazione sarà quasi certamente uno scatto d’ira. Per cui è meglio lasciarli fare a modo loro. Una cosa che il collerico non tollera è l’adulazione, la piaggeria. Di conseguenza, chiunque tenti di adularlo, verrà da loro disprezzato e respinto. In genere i collerici sono persone oneste e di cuore, dotate di grande integrità, e anche se all’esterno possono apparire un po’ bruschi e taciturni, sono in realtà generosi e non se la prenderebbero mai con chi è in difficoltà.

Poiché, come abbiamo detto, si considerano i più efficienti e i più competenti di tutti, non tollerano l’incompetenza e l’inefficienza negli altri, e poiché hanno buon occhio per i dettagli, sono spesso critici verso gli altri, ma poi non tollerano le critiche verso loro stessi. Se qualcosa va storto o non va secondo i loro piani, allora è meglio correre a nascondersi perché la loro rabbia non risparmierà nessuno. E quando un collerico è arrabbiato è inutile tentare di calmarlo, ma è sempre meglio aspettare il giorno dopo per parlargli. Nel collerico, infatti, la causa dell’ira è il fatto che la soluzione ai problemi da lui proposta e che lui, ovviamente, considera l’unica e la migliore, non è vista allo stesso modo dagli altri. Di conseguenza, se i suoi sforzi di cambiare la situazione non sono riconosciuti, o addirittura sono ostacolati, il collerico si arrabbia, poiché sente sminuita la sua individualità.

Poiché, appunto, possiedono un forte senso della loro individualità, i collerici rischiano di diventare persone autoritarie, se non addirittura dittatoriali, aggressive e brutali, capaci, nei loro scatti d’ira, di fare cose di cui poi si pentiranno. Un esempio è quando Alessandro Magno, in uno scatto d’ira probabilmente favorito anche dall’alcol, uccise uno dei suoi generali più fidati e amico d’infanzia, Clito il Nero. Resosi conto di ciò che aveva fatto, il suo primo istinto fu di uccidersi con la stessa spada, ma fortunatamente venne fermato e trascorse i giorni successivi chiuso in una tenda a piangere, e nessuno pareva riuscisse a consolarlo. Essi devono quindi imparare a tenere a bada non solo l’ira, ma anche il desiderio di potere e di riconoscimenti sociali.

A differenza del flemmatico che, come abbiamo visto, dimentica le offese ma non perdona mai del tutto, il collerico perdona le offese ricevute, ma non le dimentica.

Riguardo l’alimentazione, poiché il collerico vive nell’azione dei muscoli, gli è necessario molto zucchero, ma ovviamente sarebbe meglio evitare lo zucchero raffinato e preferire quello contenuto negli amidi del grano intero e dei cereali, in modo che sia il suo stesso organismo a doverlo produrre da sé. Steiner ha infatti detto che lo zucchero è la sostanza attraverso cui l’io si collega all’organismo. Il cereale più indicato per il collerico è quindi l’avena, che già veniva preferita dai popoli nordici. L’avena, inoltre, deve essere masticata a lungo, e per il collerico sono proprio da preferire cibi che richiedono di essere masticati molto, poiché ciò gli procura piacere. Ovviamente non dovrà mangiarne troppa, ma alternarla a cereali che non appartengono a nessun temperamento, come segale, orzo e grano

 

 

Alessandro Magno

 

 

Ludwig van Beethoven

Benito Mussolini

Winston Churchill

 Napoleone Bonaparte

Margaret Thatcher, la lady di ferro

 

 Giuseppe Garibaldi

 Otto von Bismark da giovane

 

Otto von Bismark da adulto

 Ugo Foscolo

 

 George Gordon, Lord Byron

 

I quattro temperamenti -quarta parte- sanguinico

Da uno studio di Emanuela Cardarelli

SANGUINICO

Il sanguinico è connesso con il sistema nervoso, che in questi soggetti è molto sensibile a tutto ciò che lo attraversa, e proprio per questo il sanguinico viene spesso considerato un tipo “nervoso”. L’elemento collegato al sanguinico è l’aria, anche se il termine sanguinico potrebbe far pensare al sangue. In realtà il termine è dovuto al fatto che il sangue, come l’aria, è in costante movimento. I possessori di questo temperamento, infatti, si muovono veloci come uccelli o farfalle, con gesti rapidi e nervosi e con ogni nervo teso al massimo.

Fisicamente sono persone molto proporzionate, magre, con carnagione chiara e occhi chiari e generalmente molto belle, con visi a forma di cuore o ovali. Il loro sguardo è sempre vivace e si sposta in continuazione da un oggetto all’altro, e le loro guance sono rosse e un po’ paffute. Hanno una parlantina molto sciolta e a volte possono essere un po’ impertinenti. Nell’andatura, il sanguinico sembra volare anche quando cammina, e quindi tende a poggiare per terra solo la parte anteriore del piede. Non deve quindi sorprendere che tra i modelli si ritrovino molti sanguinici. Il naso del sanguinico è detto “da musicista” (e infatti non è un caso che molti grandi musicisti furono sanguinici), poiché spesso ha le narici molto aperte, per far entrare più aria. Esistono però anche sanguinici col naso più piccolo e con la punta rivolta all’insù (il cosiddetto nasino alla francese), che quindi denota la superficialità che può caratterizzare questo temperamento. Possiamo quindi vedere che oggi anche i canoni di bellezza si ispirano molto al tipo sanguinico. Pensiamo ad esempio ai tacchi alti (che vogliono replicare l’andatura del sanguinico), all’uso del fard sulle guance o al desiderio di avere un nasino all’insù.

Nel complesso, quindi, le persone sanguiniche sono molto affascinanti e riescono sempre a diventare l’anima di una festa. Amano molto seguire la moda e fare shopping, possiedono buon gusto e soprattutto le donne amano acquistare gioielli e accessori. Amano tutti i tipi di novità, ma (e questo è il loro grande problema) se ne stancano subito. Il sanguinico, infatti, passa continuamente da un interesse all’altro, da un’impressione all’altra, e non riesce a restare concentrato su uno stesso argomento molto a lungo. Rischiano perciò di essere persone superficiali, poiché non hanno interesse ad approfondire. Spesso iniziano qualcosa (un hobby, un corso di studi, ecc.), ma poi dopo un po’ lo abbandonano, dimostrando quindi di mancare di volontà. Sono persone molto intelligenti e intuitive, soprattutto grazie alla loro grande mobilità interiore e al fatto di avere i sensi sempre all’erta, ma nonostante questo a scuola rischiano di andare male, proprio perché non riescono a concentrarsi nello studio e spesso hanno scarsa memoria. Sono impazienti, poco puntuali e non amano fare lavori per i quali sia richiesto di seguire una certa procedura o istruzioni. A volte può capitare che, dopo aver parlato a lungo con un sanguinico, questi non abbia in realtà ascoltato niente di quello che gli è stato detto. Tuttavia, si aspettano che gli altri siano modelli di affidabilità e resistenza.

Amano prendere la vita così come viene e non sono propensi a fare piani per il futuro, e proprio per questo a volte sono costretti a imparare dure lezioni attraverso l’esperienza. Per fortuna sono persone dotate di grande adattabilità, flessibilità, ottimismo e capacità di perdonare e quindi, con l’età, possono acquisire molta saggezza.

Una caratteristica del sanguinico è quella di essere facilmente influenzati dall’ambiente e dalle compagnie che frequentano. Spesso, infatti, assumono le qualità e le caratteristiche delle persone intorno a loro (coniugi, amici o famigliari), questo soprattutto per via della loro grande adattabilità e capacità d’imitazione. In pratica è come se avessero bisogno di un eroe da ammirare e su cui modellarsi. Spesso, però, finiscono con lo scoprire che questi loro eroi hanno i piedi d’argilla, e questa è dunque per loro un’altra esperienza di vita.

Il sanguinico è una persona dotata di buon cuore, che si preoccupa per il benessere di tutti e ama fare donazioni alle associazioni di beneficenza. Perdona facilmente i torti subiti, ma essendo molto sensibile può essere facilmente ferito, e se l’ingiuria o l’offesa è davvero grave, si rivelerà una persona vendicativa e spietata.

Un disturbo al quale possono andare soggetti i sanguinici è l’ipertiroidismo. Spesso chi ha questo problema è sensibile verso tutto ciò che gli viene dall’esterno, nulla gli sfugge, vuole fare tutti i lavori nel minor tempo possibile, passando da un’occupazione all’altra. Mangia in fretta e si sente sempre affamato, perché il suo metabolismo si svolge ad una velocità abnorme. Nei processi ritmici subentra il disordine e polso e respiro accelerano. Chi non è medico giudicherà queste persone “nervose”. Se questa condizione si aggrava può portare addirittura alla follia, che per Steiner è il pericolo maggiore per il sanguinico.

Riguardo l’alimentazione, il sanguinico dovrebbe prima di tutto evitare il dolce, poiché senza zucchero il fegato viene stimolato a svolgere un’attività più intensa a partire dalle proprie forze, e questo può quindi stimolare anche la volontà del sanguinico. Dovrebbe poi introdurre cibi amari, che hanno anch’essi un’azione stimolante sul fegato. Per radicarsi maggiormente nella terra, il sanguinico potrà scegliere il latte e i suoi derivati. Tra i cereali, quello più adatto al sanguinico è il miglio, che, grazie al silicio, sorregge il sanguinico per la sua azione nell’attività sensoriale. Si potranno poi aggiungere altri cereali che rafforzano in senso centrale come grano, segale e orzo. Fra le erbe aromatiche, il sanguinico potrà preferire il prezzemolo, la maggiorana, il timo e il rosmarino.

La nostra epoca è fortemente sanguinica, proprio perché tutto avviene velocemente e c’è una costante rincorsa alla novità, che però viene rapidamente consumata. Anche le notizie hanno vita breve e vengono subito sostituite da altre. Di conseguenza ci troviamo nella situazione in cui nulla viene più approfondito, nessuna notizia, nessun fatto, nessuna idea, e questo sta generando dei disastri, perché spesso decisioni importanti vengono prese sulla base di analisi superficiali e approssimative.

 Wolfgang Amadeus Mozart

  Niccolò Paganini

 Shirley Temple

 Shirley Mac Leane

 Leonardo da Vinci

 Giuseppe Verdi

 Ginger Rogers

 Gene Kelly

 Fred Astaire

 Dante Gabriele Rossetti

 

I quattro temperamenti – terza parte- flemmatico

FLEMMATICO

da uno studio di Emanuela Cardarelli

Nel flemmatico prevale l’attività del corpo eterico e l’elemento acqua. Gli antichi, infatti, sentivano in tutti i fluidi la forza formatrice del vivente, e infatti un seme può trasformarsi in pianta solo quando entra in azione l’acqua. Il corpo eterico si esprime fisicamente nel sistema ghiandolare-linfatico e animicamente in una placidità, in un equilibrio interiore. Quando in un individuo del genere non soltanto regna un ordine interiore delle forze formative, ma avviene anche un eccesso di forze di benessere, esse si accumulano nel corpo e l’individuo ingrassa.

Nell’aspetto fisico del flemmatico, quindi, tutto tende allo sferico-tondeggiante e il suo volto ha in genere un aspetto cordiale e gradevole. Il mento si arrotonda verso il basso e frequente è anche il doppio mento. Gli occhi sono privi di vivacità, quasi vacui, ma lo sguardo, a differenza di quello del malinconico, è gioviale e lieto, mai triste. Il flemmatico, infatti, guarda al mondo con contentezza e ama starsene seduto a osservare l’agitazione degli altri. Anch’egli, come il malinconico, rivela nell’andatura una certa pesantezza, ma tra i due vi è una differenza. Il passo del malinconico dà l’impressione che egli subisca completamente l’influenza della forza di gravità e che rischi di sprofondare verso il centro della terra. Il flemmatico, invece, ha un’andatura piuttosto barcollante, come gli uccelli marini, per cui oscilla da destra a sinistra. Sembra quasi che il piede non voglia adattarsi al terreno, poiché il flemmatico non riesce a mettersi in rapporto con le cose.

Il loro modo di parlare è lento, a volte esitante. Amano vestire in maniera modesta e convenzionale e non seguono la moda, poiché sono persone abitudinarie e non amano le novità, che potrebbero turbare il loro equilibrio. Sono molto ordinati e in casa amano tenere le cose sempre nello stesso posto. Non sono persone chiacchierone e se si chiede o si pretende da loro un’opinione rischiano di andare in confusione e di dare risposte non soddisfacenti.

Ciò che contraddistingue il flemmatico è che egli ama vivere nell’atto dell’assaporamento e dell’ingestione del cibo, per poi seguire, in maniera inconscia, i processi della digestione. Egli, quindi, ha un atteggiamento quasi reverenziale nei confronti del cibo e durante i pasti preferisce restare in silenzio. In genere non ama prendere l’iniziativa, tranne appunto quando c’è di mezzo il cibo.

Il flemmatico ha una vita interiore molto forte e desidera mantenere la sua armonia e pace interiore e proprio per questo è poco incline a dirigere verso l’esterno ciò che è dentro di sé. Se potesse, vorrebbe estendere la sua armonia interiore anche al mondo esterno, che però non vuole saperne. La nostra epoca, infatti è molto sanguinica e quindi sopporta poco la lentezza del flemmatico. Sono persone molto pazienti e tolleranti e la loro pazienza è superiore a quella degli altri temperamenti. Nulla li può turbare insomma, e anche di fronte al caos più estremo riescono a conservare la calma. Tuttavia, quando il suo equilibrio e la sua regolarità vengono turbati, il flemmatico si irrita e se la situazione non cambia possono verificarsi dei veri e propri scoppi d’ira. Questo lo si può notare soprattutto nelle persone anziane (infatti il temperamento flemmatico è legato proprio all’anzianità), che in genere non amano che la loro routine venga sconvolta, soprattutto per quello che riguarda gli orari dei pasti o del sonno. Spesso, ad esempio, capita che un anziano non abbia reazioni eccessive di fronte alla morte di un amico, ma si arrabbi se per un qualche motivo è costretto a mangiare in ritardo.

Poiché sono persone modeste, che non si rendono conto delle loro qualità, è raro trovarli in ruoli di guida. Sono però persone molto affidabili e se gli si dà un compito lo svolgeranno in maniera precisa fin nel dettaglio, anche perché hanno un forte senso del dovere. Possono essere un po’ lenti nell’apprendere nuove informazioni, ma una volta appreso non dimenticano e questo fa di loro dei lavoratori molto coscienziosi e meticolosi, leali e fedeli. Sono molto bravi ad amministrare il denaro e di solito non amano fare spese folli.

A differenza del collerico (come vedremo più avanti) il flemmatico tende a dimenticare le situazioni spiacevoli o le offese subite, ma conserva un sentimento di rancore, il che significa che non ha del tutto perdonato (proprio per questo a volte sono accusati di tenere il broncio).

All’apparenza, quindi, il flemmatico può apparire una persona anonima, noiosa e per niente interessante, ma non è così, perché, proprio come il mare, essi hanno delle profondità che celano dei tesori che resteranno nascosti per tutti, tranne pochi fortunati. Il flemmatico, infatti, è molto vicino al mondo della natura (tanto che a volte può addirittura essere in grado di percepire gli esseri elementari) e ha una buona memoria, per cui, se riuscisse a sollevarsi dall’osservazione dei propri processi verso l’osservazione del mondo esterno, potrebbe diventare un ottimo conoscitore del mondo. E se ha il dono della poesia (come Conrad Ferdinand Meyer), potrebbe descrivere le bellezze della natura per tutto il mondo.

Per il flemmatico, il pericolo minore è l’apatia di fronte al mondo esterno mentre il pericolo maggiore è l’idiozia, l’ebetismo.

Per lui è consigliato il mercurio, che dà mobilità. Riguardo l’alimentazione, dovrà prima di tutto moderarsi nel mangiare. Poi potrà preferire alimenti acquosi come frutta maturata al sole, insalata in foglia, cetrioli e cavoli, ma conditi con spezie che possano stimolarlo. Anche l’elemento acido gli è molto utile, come l’acido lattico o il latte acido. Il cereale che cresce in acqua e che quindi ha un rapporto privilegiato col flemmatico è il riso, ma anche in questo caso andrebbe accompagnato con spezie come il curry. Dovrà ovviamente evitare i dolci e preferire il pane integrale.

Nelle immagini seguenti, nell’ordine, abbiamo: Conrad Ferdinand Meyer, Camillo Benso conte di Cavour, Alfred Hitchcock, Johann Sebastian Bach, Enrico VIII, Gilbert Keith Chesterton, Oliver hardy.