Identificazione con il destino

di Claudio Gregorat

Destino ! Parola piena di oscuri e vaghi significati. Predestinazione? Libero arbitrio? Necessità? La libertà viene esclusa. vi può essere libertà nelle vicende umane?

D’altra parte, se si tratta di predestinazione, legge, a chi è dovuta ?

Il Fato, le Moire – Parche, Nemesi, antiche forme immaginative del destino, definito

“cieco” e quindi sentito come nemico.

E’ possibile l’auto-determinazione?

L’uomo vive in un continuo altalenare fra necessità e libertà ed ha, in ogni caso, osservato che la necessità incombe severa su tutto quanto è “fisico ed eterico”, mentre per l’astrale e l’egoico è possibile considerare la libertà, in quanto organi animici oltre la terra. Per quanto poi, anche nell’ambito  di un singolo atto necessario, vi è sempre un margine  – e a volte assai ampio – di libertà di esecuzione.

La vera libertà sorge solo dall’Individuo etico, da colui che traduce le “intuizioni morali” in azioni, che sono allora azioni di destino volute dall’Io, come giustamente affermava Novalis con la sentenza:

”Tutto ciò che mi accade, l’ho voluto io”.

                                                                                                    Dunque, il “mio destino sono IO”.

Rudolf Steiner  chiarisce meglio:

 

            “Nell’Io superiore siamo noi stessi a preparare quel destino che poi, forse, ci tormenterà e martorizzerà per tutta la vita”

 

in quanto distingue l’Io Superiore dal destino che potremmo chiamare “Non-IO”

Ne consegue una chiara ed illuminata accettazione del proprio destino per quello che è.

Pensiamo al fioretto di S. Francesco dove egli, rivolgendosi a Frate Lione, pecorella di Dio, descrive quattro situazioni assolutamente positive in cui il Frate Minore si potrebbe trovare e nelle quali non c’è perfetta letizia. Ed un’ultima dove invece incontrerebbe  disagi, ingiurie ed offese, che però il frate accetta con semplicità ed umiltà. Dice Francesco:

                                        “Scrivi, frate Lione, che qui è perfetta letizia”,

che sta per “accettazione serena e semplice del proprio destino”. Condizione perfettamente nota al discepolo dell’iniziazione, la cui prima norma è proprio l’accettazione del proprio karma, così come si presenta: accettazione serena e consapevole, naturalmente.

Un’altra importante indicazione ci viene da J. G. Fichte, e soprattutto dal suo libro “La missione del Dotto”  a proposito dell’ Io e del Non-Io, collegati insieme ed interdipendenti come, ad esempio, lo stampo e la torta, l’involucro architettonico e lo spazio venutosi a creare, il contenuto ed il contenente, l’uomo ed il suo abito. L’Io puro ed il Non-Io portatore di destino e grazie al quale l’Io procede incessantemente verso il suo perfezionamento che non ha limiti. Parafrasando la scolastica, l’Io va inteso “formaliter” ed il Non-Io “fundamentaliter”. In altre parole: la “mente” ed il “braccio”.

Guardando con occhio oggettivo la situazione dobbiamo dire:

l’Io puro (superiore) di Fichte  è l’Io Angelico, il Sé Spirito, il cui germe viene posto oggi ed il suo sviluppo nella sesta epoca di cultura. Sotto di lui il Non-Io,  costituito dai corpi inferiori: anima cosciente, razionale, senziente,  corpo astrale, eterico e fisico, portatori di destino, soprattutto il fisico e l’ eterico.

Queste sono le determinazioni empiriche che presuppongono qualcosa fuori dell’Io.

Fichte nella sua “Dottrina della Scienza” qualifica tale contrapposizione con le parole:

           all’Io è contrapposto un Non-Io  e con ciò il vero significato della nostra Dottrina

            della Scienza

Nella conferenza del 2 marzo 1915, a proposito di uno specifico cammino iniziatico, il discepolo dopo aver attraversato la “porta della morte”, (descritta nel saggio “Entrata nel mondo elementare”)  viene posto nella condizione di passare attraverso la porta degli elementi:

            “…la seconda porta viene raggiunta quando ci si identifica col proprio destino.

In questo modo si ottiene il potere di vivere con la volontà nel tessere dei pensieri.

Il fatto che nel mondo spirituale si impari a fare da sé, si raggiunge identificandosi col proprio destino. Allora i pensieri acquistano un’entità che è identica alla nostra

 

Ora cerchiamo di visualizzare il Non Io.

Partiamo dal corpo fisico: questo è il risultato delle incarnazioni precedenti, e quindi coi segni karmici evidenti nella forma più o meno armonica ed equilibrata. Forse NON MI PIACCIO, tuttavia devo accoglierlo come mio: esso avrà malattie, incidenti ed altre sventure… che DEVO ACCETTARE = FARLE MIE.

Il corpo eterico poi è il portatore della somma di debiti in sospeso, delle incarnazioni precedenti. E’ bene che mi renda conto delle sue inclinazioni varie innate che diventano determinanti, come i quattro temperamenti. Da questi dipende la forma fisica ed il pormi nel mondo. Anche qui i vari problemi ed ostacoli, accanto alle diverse facoltà e talenti che vanno accolti come propri. Questo corpo eterico E’ MIO in quanto l’HO VOLUTO IO.

 

Una gustosa storiella messicana traduce umoristicamente tale antinomia:

            “Sotto un sole accecante, appoggiato ad un muretto ed interamente coperto dal

           sombrero, Caminito dormiva. Improvvisamente un voce lo sveglia: <Caminito, Caminito svegliati; la tua casa brucia, su svegliati. Tua moglie ed i tuoi figli sono in pericolo. Corri Caminito… corri !

Caminito balza sul cavallo e via; corri, corri Caminito, incalza la voce… corri…

Così correndo, ad un certo punto Caminito si dice: <Veramente io non ho una casa>

 

<Corri,  corri… non ti perdere in fantasie … corri…>

 

<E poi non ho neppure una moglie e dei figli.>

<Corri… corri… Caminito>

<E.. e poi… io NON sono nemmeno Caminito.>

 

Corri, corri, corri

La lettura è semplice: l’Io che incita e sprona ed il personaggio Non-Io che comunque deve assolvere i suoi compiti e poi i genitori, fratelli e parenti vari,  la casa dove ho abitato ed ora abito, il suo arredamento, i conoscenti ed amici, la varie relazioni con essi e fra di essi, la scuola, insegnanti e colleghi, il lavoro, l’eventuale compagno-a e figli  sono nel mio destino, con tutte le problematiche connesse.

Pensiamo a tutti gli interrogativi: chi sono,  dove vado, che senso ha questa vita? Il rifiuto di tante condizioni di vita, di tante relazioni difficili: perché ho questi genitori, questa famiglia con la quale sono spesso in contrasto; perché devo fare un certo lavoro, mentre ne aspiro un altro e così via. Ora non è da poco la forza interiore necessaria per farli propri e viverli di conseguenza.

 

Va anche considerato che l’Io è sussistente in quanto è agente il Non-Io. Difatti la sola condizione in cui l’IO si pone da sé, è quella eccezionale della “mezzanotte cosmica”, durante la quale le Gerarchie superiori “pronunciano e vogliono l’IO” e dispongono del nuovo destino, secondo gli impulsi derivati dalla presenza del “Cristo quale Signore del Karma”. Da questo momento in poi, il Non-IO inizia a formarsi e la vita prende il tono corrispondente.

Ora, mentre per superare la “porta della morte” è necessario affidarsi a

“pensieri che hanno una vita propria, una propria vitalità interiore. E’ come se si diventasse

capaci i sviluppare veramente un essere dentro di sé, … il pensiero, per il fatto che si vivifica tanto, acquisisce veramente le caratteristiche di un essere, plasma se stesso, originando una sorta di essere, si viene trascinati, non si nuota  DA SE’ nel flusso dei pensieri, bensì sono i pensieri che

ci prendono sulle spalle e ci portano”.

Ora per il passaggio attraverso la <porta degli elementi>.

            “…si riceve  il tutto nel proprio arbitrio e diventa possibile fare un determinato percorso di

            pensiero con intenzione. Con la propria volontà si vive in tutta la vita del pensiero

            e questo viene raggiunto quando ci si identifica col proprio destino. In questo modo si

            ottiene il potere di vivere con la volontà dentro al tessere dei pensieri” 

            Il fatto che – nel mondo spirituale – si impari a fare da sé, si raggiunge identificandosi

           col proprio destino”.

Così  Rudolf Steiner nella conferenza sopra citata.

In concreto ci si deve identificare col Non-IO con tutto il bagaglio che esso comporta.

In quanto alla volontà e capacità di tessere e regolare i propri pensieri, è molto opportuna una superiore evoluzione dell’anima cosciente, del senso estetico e soprattutto morale, in quanto si tratta di operare con esseri spirituali concreti e non più con le loro ombre.

Nella prima prova <la porta della morte> si giunge ad una vitalizzazione dei pensieri in modo da renderli autonomi. Esempio: qui nella coscienza ordinaria diciamo : rosaio – pianta – fiore rosso, e li colleghiamo per via logica onde raggiungere una frase sensata.

Nel mondo elementare ciò non è possibile: in ogni pensiero-concetto formulato si infila dentro un essere elementare che appunto lo vivifica e perciò acquista vita propria indipendente. I tre pensieri stanno per conto proprio, separati l’uno dall’altro; per cui bisogna saltare da uno all’altro e con la propria volontà nulla si può.

Nella seconda <porta degli elementi> al contrario è opportuno entrare <con la volontà>

in essi e coordinarli, collegarli consapevolmente, dominare la loro vita, grazie alla identificazione col proprio destino, come considerato sopra.

 Le opere a corredo del testo sono di Marina Sagramora

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I 4 temperamenti nel bambino

                                I QUATTRO TEMPERAMENTI NEL BAMBINO

da uno studio di Emanuela Cardarelli

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Nei bambini, il corpo costitutivo che è alla base del temperamento è diverso da quello dell’adulto. Come si può vedere nello schema qui sotto, nel bambino il temperamento malinconico è dovuto all’io, il temperamento flemmatico è dovuto al corpo fisico, il temperamento sanguinico al corpo eterico e il temperamento collerico al corpo astrale.

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Nel primo settennio, nel bambino è in atto una lotta tra l’individualità e l’ereditarietà. In questo primo settennio (all’incirca fino ai nove anni) il bambino forma il suo corpo fisico, nel quale si andrà poi a iscrivere il temperamento.

Per spiegare questa differenza dei corpi costitutivi, possiamo dire che nel bambino il corpo fisico è ancora molto impregnato dal corpo eterico. I due corpi sembrano essere quasi una cosa sola. Di conseguenza, la prevalenza del corpo fisico nel bambino non genera un temperamento malinconico, ma flemmatico.

Allo stesso tempo, il corpo eterico del bambino è molto vivo e attivo. I bambini prendono velocemente nuove abitudini, ma altrettanto velocemente si adattano a nuove situazioni, o apprendono lingue e dialetti. Il corpo eterico del bambino possiede quella flessibilità che l’adulto ha solo nel corpo astrale. Per questo motivo, nel bambino il corpo eterico genera il temperamento sanguinico.

Nel bambino, il temperamento collerico non emana dall’io, ma dalla sfera dell’astralità. Quando il bambino si arrabbia non è l’io che si esprime, ma una colorazione dell’io nella vita emotiva del bambino. Di conseguenza, nel bambino il temperamento collerico proviene dal corpo astrale.

Infine, per quello che riguarda il temperamento malinconico del bambino, può sembrare strano che esso sia legato all’io, tuttavia già descrivendo questo temperamento avevamo visto che il malinconico può talvolta avere un ego piuttosto smisurato e ritenersi un po’ il centro dell’universo. Il bambino malinconico, inoltre, ha uno sguardo da adulto, da persona matura, come se, appunto, in lui l’io fosse già sviluppato.

Nel determinare il temperamento del bambino, quindi, l’educatore deve prestare molta attenzione a non farsi trarre in inganno da altri elementi. Poiché l’infanzia è sanguinica, tutti i bambini tenderanno a mostrare (chi più, chi meno) dei comportamenti sanguinici. Il comportamento del bambino potrà inoltre essere influenzato dalle sue condizioni di salute, da problemi famigliari, o anche dal modo in cui il suo temperamento si mescola con gli altri. Può essere che un bambino faccia emergere il suo temperamento solo in certi ambiti (ad esempio nel modo di scrivere, calcando o meno sul foglio).

L’educazione non deve livellare i temperamenti, ma metterli sulla buona strada. L’educatore quindi non deve cercare di suscitare nel bambino ciò che non ha, ma piuttosto andare incontro a ciò che ha.

Uno dei metodi con cui si può aiutare il bambino a scuola è metterlo seduto accanto a un compagno di classe con lo stesso temperamento, perché in questo modo i due bambini agiranno l’uno sull’altro in maniera omeopatica. Purtroppo non sempre questo è possibile.

I bambini possono inoltre essere aiutati da fiabe specifiche o da racconti (già esistenti o inventati) adattati a ognuno dei temperamenti, dalle quattro operazioni svolte in maniera adatta a ognuno dei temperamenti e anche da disegni di forme specifici.

IL BAMBINO MALINCONICO

Nell’essere umano, l’io può giungere ad espressione da due lati. Uno è dall’alto, cioè dalla testa, percorrendo prima la strada dei sensi, poi dei nervi e penetrando infine con le sue forze formative nell’organismo. Se ciò avviene con troppa forza nel bambino, la cui fisicità oppone poca resistenza, in lui si manifesta il temperamento malinconico. Nell’adulto, invece, l’influenza dell’io può far prevalere le forze della volontà, che agiscono dal basso verso l’alto e quindi il metabolismo elabora proprio quell’elemento che si spinge verso l’alto, cioè il calore. Se esso si presenta in maniera preponderante nell’adulto, esso avrà un temperamento collerico.

Dal punto di vista fisico, ciò che colpisce maggiormente del bambino malinconico sono gli occhi, il cui sguardo è in tutto e per tutto simile a quello di un adulto, cioè di una persona matura, pensosa. Ѐ come se in questo bambino la personalità si rivelasse molto più presto che negli altri. Spesso i bambini malinconici hanno un fisico gracile e si ammalano di frequente. Nelle creature più deboli, infatti, l’io fa meno fatica a superare la materia di cui è costituito l’organismo e a compenetrarlo, per cui vedremo che nel bambino malinconico (a differenza, ad esempio, del collerico) i lineamenti vengono plasmati più rapidamente (il naso riceve prima la sua impronta e la bocca perde presto la sua rotondità infantile).

Questo sviluppo precoce, però, può avere conseguenze anche gravi, a causa dell’eccessivo consumo di forze in età infantile. Occorre quindi cercare di armonizzare il più possibile i temperamenti, per evitare che si crei unilateralità o si manifestino problemi di salute.

Il bambino malinconico può essere chiuso, poco attento e pigro, oppure molto meticoloso, con quaderni ben tenuti. Di solito usa colori delicati e cerca la perfezione in tutto quello che fa. Ha spesso freddo e non ama l’acqua fredda neanche in estate, per cui i genitori dovrebbero stare attenti che stia sempre al caldo.

Con questi bambini sarà inutile cercare di distoglierli dal proprio disagio e dolore interiore, pensando che così possano trarre sollievo. Al contrario, sarà utile mostragli che nel mondo il dolore esiste, magari con esempi di sofferenza altrui, o facendo sì che le cose esterne suscitino in lui dolore. Ad esempio, si potrà intralciare la via di questo bambino con degli ostacoli, al fine di procurargli una causa giustificata di sofferenza. Occorre, in pratica, deviare il suo dolore interiore verso cose che sono fuori di lui, procurandogli appunto difficoltà esteriori.

Per ottenere la fiducia di questi bambini, l’educatore dovrà mostragli che lui stesso ha sofferto molto nella vita, e questo, quindi, significherà che le sue parole sono avvalorate dalle dure esperienze superate. Quando il bambino malinconico si accorge di avere accanto qualcuno che gli sappia narrare una storia reale di dolori causati dal mondo esterno, in contrasto quindi con le inclinazioni dell’alunno, fondate solo sull’interiorità, egli partecipa ai casi di una sofferenza giustificata e quindi riprende coraggio.

Per quello che riguarda le quattro operazioni, quella del malinconico è la sottrazione. L’insegnante può quindi chiedere al bambino di contare, ad esempio, quante noci ha. Se ne ha 10, può dire al bambino che lui non ne vuole 10, ma solo 3 e quindi gli può chiedere quante ne debba togliere per averne 3.

Nel racconto, per un bambino malinconico sarà adatto un discorso sintatticamente ben costruito, elegante, elaborato, un po’ sofisticato, con molte subordinate di varia natura, finali, concessive, temporali, periodi ipotetici, periodi complessi ma anche con molte domande e dubitative. Il verbo per lo più al congiuntivo, sempre che sia possibile.

Esempio di La volpe e l’uva di Esopo:

Ah! Quella povera volpe con lo stomaco vuoto! Ormai è quasi quattro giorni che non mangia! Trova un bel grappolo d’uva ma, sfortunatamente, non riesce a prenderla. E così la povera volpe può solamente trovare la sconsolante scusa di vederla ancora immatura.

Nel disegno di forme si possono proporre al bambino forme come queste.

 

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Queste forme sono l’una il contrario dell’altra, perché ciò che è vuoto in a è pieno in b e viceversa. Questo mette in movimento l’immaginazione e il bambino malinconico, che tende a essere chiuso in se stesso, è portato verso l’esterno.

La figura base di questo esercizio è ordinata intorno a un centro.

 

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La parte interna della figura spinge verso l’esterno, mentre le linee esterne spingono le punte verso l’interno. Con l’aggiunta delle ombre, il bambino potrà fare dei paragoni tra ciò che in una figura è chiaro e ciò che nell’altra è scuro e viceversa.

Queste sono altre figure che si possono proporre.

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IL BAMBINO FLEMMATICO

Nel bambino flemmatico, le sostanze nutritive entrano nella costruzione del corpo con uno slancio molto più forte che nell’adulto, poiché vengono assimilate molto più rapidamente. Di conseguenza il corpo fisico, sotto l’influenza delle forze formatrici, può assumere con più facilità la forma richiesta. A volte questi bambini possono superare nel peso i loro coetanei, poiché, amando molto mangiare e bere, accumulano facilmente il grasso e a causa del peso imparano a camminare più tardi degli altri.

Riuscire ad avere un’influenza su questi bambini è abbastanza difficile, ma si potrà risvegliare il loro interesse creando un rapporto vivo coi loro compagni. Essi devono avere compagni dai più svariati interessi. Per quanto possano essere indifferenti di fronte al loro ambiente, un interesse potrà venirgli suscitato dall’azione che eserciterà su di essi l’interesse dei suoi compagni. In questo modo potranno vivere per riflesso le passioni altrui. Le cose come tali non agiscono sul flemmatico. Gli oggetti, i compiti, lo interesseranno solo per via indiretta, mediante l’interesse dei suoi compagni.

Può anche essere utile metterlo a contatto con oggetti o situazioni in cui sia necessario essere flemmatici, magari situazioni poco interessanti o indifferenti. In questo modo si farà leva su ciò che in lui c’è, e non su ciò che in lui non c’è.

Questi bambini in genere hanno un senso dell’ordine molto spiccato, quasi pedantesco e si arrabbiano solo quando non vengono rispettate le loro abitudini. Se gli si affidano piccole commissioni, si può star certi che le svolgeranno come richiesto. Hanno un’ottima memoria e sono portati per tutto ciò che si può imparare tramite l’esercizio.

Si dovrebbe evitare di farli dormire troppo, per cui la mattina li si potrebbe svegliare un po’ prima e fargli svolgere qualche lavoretto in casa. Ovviamente si dovrebbe anche evitare di farli mangiare troppo, anche a colazione. A differenza del bambino malinconico, al mattino il bambino flemmatico può essere lavato con acqua un po’ fredda, perché questo piccolo shock lo aiuterà a svegliarsi.

Se l’educatore si accorge che il bambino si è perso nel suo mondo, può essere utile richiamarlo ad alta voce, o battere una mano sul suo banco. Se, ad esempio, l’insegnante ha appena spiegato qualcosa e gli chiede di ripeterla, e lui non sa cosa rispondere, l’insegnante può alzare la voce e rimproverarlo, al che il bambino si desta e risponde alla domanda. Questo metodo non deve ovviamente diventare un metodo educativo, ed è sconsigliabile con gli altri temperamenti.

Con questi bambini l’insegnante dovrebbe cercare a sua volta di essere un po’ flemmatico, cioè non deve mostrargli il suo affetto con troppa partecipazione, ma piuttosto in maniera disinteressata. In questo modo, l’apparenta flemma dell’adulto aiuterà il bambino a superare la propria indifferenza.

A volte nei bambini flemmatici, quando sono molto piccoli, si possono manifestare delle abilità artistiche che poi tendono a scomparire. Per evitarlo, si dovrebbe cercare di compenetrare di coscienza il loro agire sognante, ad esempio evitando che pasticcino a caso con i colori o con gli strumenti musicali. Al contrario, gli si dovrebbero dare dei compiti che destino la loro coscienza e che li obblighino a riflettere e ad agire coscientemente. In questo modo le loro abilità artistiche saranno salvate per il resto della vita.

Per quello che riguarda le quattro operazioni, abbiamo detto che l’operazione del flemmatico è l’addizione, fatta però a partire dalla somma. Per cui, se ad esempio abbiamo 20 noci, diremo al bambino di vedere quanti mucchietti se ne possono fare (20=10+5+3+2, 20=8+2+7+3, ecc.). In questo modo l’io del bambino flemmatico si rafforza. La stessa operazione si può fare anche al contrario, cioè partendo dagli addendi, e in questo caso è più adatta al collerico (8+2+7+3=20).

Nel racconto, per il bambino flemmatico sono adatti periodi lunghissimi, con molte incidentali e relative, dove si spiega e si puntualizza tutto, si dice anche ciò che è superfluo e scontato. Si possono usare affermative, espositive, dichiarative e il modo indicativo, in tutti i suoi tempi.

Esempio di La volpe e l’uva di Esopo:

La volpe è un animale molto agile, fa parte della famiglia dei mammiferi e ha il pelo rossastro e la punta della coda bianca. Un giorno, che aveva molta fame, perché da molte ore non mangiava, dato che non era riuscita a trovare niente, trova un grappolo d’uva e subito prova a prenderlo, ma non ci riesce perché la spinta delle zampe non è abbastanza idonea all’altezza del pergolato. Prova la prima volta, poi con uno sforzo maggiore anche una seconda volta, riuscendo ad arrivare più in alto di una decina di centimetri, poi una terza volta, ma senza riuscire ad avanzare nell’altezza. Infine decide di riflettere sulla cosa e dopo aver ponderato bene sul da farsi finalmente si accorge che è inutile insistere, perché si sarebbe stancata inutilmente senza riuscire ad ottenere nulla, dato che l’uva era troppo in alto, e dice che l’uva non è matura, ma non è vero perché lo ha detto solo perché non vuole sentirsi presa in giro dalla situazione stessa.

Per quello che riguarda il disegno di forme, in questo caso disegneremo prima un cerchio e poi quattro linee curve che fanno apparire un centro.

 

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La sorpresa si ha quando, cancellando il cerchio esteriore, appare una forma strutturata in quattro parti, come in c.

Il bambino flemmatico ama le ripetizioni, ma ha la tendenza a fare sempre la stessa cosa e quindi, in mancanza di modificazioni, la sua attività può divenire meccanica. Nella forma appena presentata, la modificazione si ha con il disegno c, quando compare la nuova forma. Quest’ultima si può realizzare più facilmente alla lavagna, dove è più semplice cancellare, ma la si può fare anche sul foglio, magari utilizzando colori diversi. Si può far andare alla lavagna il bambino flemmatico e far disegnare la stessa forma sul foglio agli altri bambini.

Altre forme per i bambini dai sette agli undici anni.

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IL BAMBIBNO SANGUINICO

Il bambino sanguinico sente molto l’influenza dell’ambiente in cui vive e il suo benessere ne è fortemente condizionato: il caldo e il freddo, la luce e l’ombra agiscono su di lui direttamente. Il suo stato d’animo quindi può dipendere dall’essere sazio o affamano, dall’aver digerito bene o no. A differenza dell’adulto sanguinico, nel bambino sanguinico si rispecchia la mobilità dei suoi processi vitali: come l’aria viene inspirata e fluisce nei polmoni, come i succhi digestivi passano nell’intestino e come si va costruendo il suo corpo. Il bambino li segue a livello inconscio con la massima partecipazione interiore ed essi si imprimono continuamente nella sua anima.

Questo bambino, più di altri, vive nelle sue forze animiche. Ѐ sempre in movimento, saltella qua e là e un adulto, anche se sanguinico, fa fatica a stragli dietro.

Come abbiamo visto, i bambini e le persone sanguiniche in generale sono molto intelligenti e comprendono tutto alla svelta, ma altrettanto rapidamente dimenticano. Ѐ difficile farli stare concentrati sullo stesso argomento per molto tempo, perché dopo un po’ perdono l’interesse. Con questi bambini non servirà a niente costringerli a prestare attenzione o cercare di insegnargli qualità opposte, perché in questo modo si tenta solo di stimolare forze che loro non hanno. Si dovrà, invece, contare sulle qualità che essi hanno.

Più che negli altri temperamenti, il bambino sanguinico lavorerà in classe soprattutto se riuscirà ad avere un interesse durevole per l’insegnante. Se l’insegnante si farà amare da questo bambino, allora potrà destare in lui quell’interesse che spesso manca.

Un altro modo per aiutare il bambino sanguinico è circondarlo con cose che sappiamo destare in lui un interesse profondo, ma che richiedano comunque un interesse passeggero. Cose, cioè, che gli permettano di esplicare la sua indole sanguinica. Poi gliele togliamo, e quando vediamo nascere in lui il desiderio di riaverle, gliele ridiamo.

Per evitare di fargli perdere interesse in ciò che fa, si potrà anche cercare di apportare piccole variazioni nelle sue attività.

Per quello che riguarda le quattro operazioni, al bambino sanguinico può essere utile fare il processo inverso del malinconico, cioè chiedergli quanto è stato tolto dalla somma. Quindi se io ho 8 noci e me ne restano 3, lui dovrà dirmi che ne sono state tolte 5.

L’operazione del sanguinico è la moltiplicazione, per cui possiamo prendere, ad esempio, un mucchietto di 56 noci e chiedergli quanti mucchietti da 8 vi sono contenuti, cioè 7. L’operazione contraria la si può far fare al bambino malinconico, cioè gli chiederemo quale numero è contenuto 7 volte nel 56.

Per quello che riguarda il racconto, per un bambino sanguinico, costruiremo il discorso con brevi frasi interrotte, molte esclamazioni, desiderative, qualche interrogativa. I tempi usati saranno quelli del congiuntivo e del condizionale, ma anche dell’indicativo, a seconda dei casi. Molti punti esclamativi e altrettante interiezioni: Oh, ah, com’è bello! Uh che paura! Come mi piace! Guarda quest’altro! Corriamo, corriamo… Discorsi lasciati a metà e poi ripresi, tutto giocato sulle emozioni e sulle impressioni sensoriali.

Esempio di La volpe e l’uva di Esopo.

C’era una volta una volpe tutta rossa e con una coda folta folta! “Guarda che bel grappolo d’uva!” esclamò. E prese la rincorsa! “Ora la prendo! Ora la prendo!” gridava al vento e agli uccelli dell’aria!! “Sì la prendo, che bello!!! La prendo! Ma uffa! Non ci riesco! È così alta! Ed anche acerba! Ciao uva! Non fai per me!”

Quando il bambino sanguinico disegna ha la mano leggera e le sue linee sono sottili, delicate e ben formate. Ripete sempre le stesse forme senza migliorare in maniera visibile e quando comincia a perdere entusiasmo le sue forme perdono il loro orientamento, soprattutto se sono organizzate intorno a un centro.

Nel disegno, si può venire incontro al bambino sanguinico chiedendogli di apportare delle varianti. Ad esempio, si può iniziare con una forma simile, molto semplice

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Poi la si fa ripetere tre volte

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Poi una volta più tre

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Variazioni della stessa forma

 

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Quando s’inventano delle variazioni, occorre sempre fare attenzione agli elementi fondamentali di questa forma, e cioè:

  • Movimento oscillatorio ascendente e discendente lungo una direzione continua
  • Ripetizioni ritmiche
  • Cambiamento di direzione cosciente grazie alla formazione di angoli
  • Interruzioni che si susseguono ritmicamente, quindi non linee senza fine.

Con questo tipo di esercizi, il bambino è spinto a mettere coscienza in quello che fa.

Verso gli 11-12 anni gli si potranno far disegnare le metamorfosi delle foglie così come le si vede in natura.

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IL BAMBINO COLLERICO

Nel bambino collerico, ciò che apparirà nell’adulto è solo accennato. La testa è grande e con fronte ben sviluppata, ma per il resto tutto tende alla rotondità. Di solito non ci sono spigoli, o, se presenti, sono equilibrati e morbidi. Anche il naso acquista la sua forma solo dopo la pubertà, e visibili sono solo le narici grandi e di forma circolare. L’ampiezza del mento e della bocca si manifesta lentamente, e in genere solo dopo il dodicesimo anno. Il tronco, invece, si sviluppa molto presto, a volte a danno di braccia e gambe, che quindi possono rimanere più corte rispetto al busto. Il passo, al contrario, si avvicina abbastanza a quello del collerico adulto.

In questi bambini, ciò che viene acceso dai sensi sprofonda con grande violenza nell’ambito della volontà, ancora poco governata dall’io, e costringe il bambino all’azione. Per cui se il bambino collerico vuole qualcosa e non può ottenerla, può essere colto da una crisi di rabbia. In lui le forze animiche hanno preso il sopravvento e l’individualità, non ancora sviluppata, può portare solo in minima parte un’armonia nell’azione nell’anima.

Con il bambino collerico servirà un approccio diverso da quello usato con gli altri temperamenti. Ad esempio, non si potrà usare l’approccio usato col sanguinico, perché è difficile che il collerico si affezioni a una persona. In questi bambini occorrerà stimolare la stima e il rispetto per l’autorità. Essi devono avere fiducia nel fatto che l’educatore sa sempre di cosa sta parlando, e che sappia sempre dargli le risposte e i consigli giusti.

Il bambino collerico ha bisogno di mettere in azione le sue forti energie interiori, e per fare questo dovrà essere messo in contatto con tutto ciò che è arduo da superare. Deve trovare resistenze, non è bene facilitargli troppo la vita, perché in questo modo il suo temperamento potrà esplicarsi nella lotta contro le difficoltà da superare, e se questi ostacoli saranno fatti di cose futili o sciocchezze, tanto meglio. Può essere utile anche far capire al bambino che l’educatore stesso è in grado di superare grandi difficoltà.

Possono essere utili anche racconti o biografie che gli presentino fatti eroici, in modo da mostrargli gesta che lui non avrebbe potuto compiere. Oppure l’insegnante può inventare delle storie su persone colleriche che lui ha incontrato, descriverle e descrivere il modo in cui le ha trattate. In questo modo il bambino vedrà la collera in qualcun altro e il suo temperamento verrà smussato.

Se il bambino viene colto da un attacco d’ira, l’educatore dovrebbe restare imperturbabile e non rispondere arrabbiandosi a sua volta. Solo il giorno dopo si potrà parlare col bambino, in modo da fargli ripercorrere in tutta calma ciò che ha fatto. Poiché il collerico ha un elevato senso di giustizia, si renderà conto che il suo comportamento ha nuociuto al resto della classe.

In generale, i bambini non sopportano l’ironia, e questo vale soprattutto per i piccoli collerici.

A volte il bambino collerico può trarre in inganno, nel senso che lo si confonde con altri temperamenti. Ad esempio, il bambino può apparire flemmatico, perché sembra disinteressato alla lezione. Poi però accade che qualcosa lo colpisca e improvvisamente sa quello che vuole e lo porta a termine. La sua volontà, infatti, non partecipa finché non può proporsi le sue proprie mete, cioè mete che ha deciso lui. Oppure può apparire malinconico, perché si lascia prendere in giro in silenzio finché un bel giorno la sua collera scatta inattesa.

Per quello che riguarda le quattro operazioni, l’operazione del collerico è la divisione. L’insegnante può prendere un mucchietto di 56 noci, ma senza dire al bambino quante ne sono, e chiedergli quale numero contiene 8 volte sette volte. Il bambino arriverà quindi al 56. L’operazione inversa, cioè la normale divisione, può essere fatta fare al bambino flemmatico

Per quello che riguarda il racconto, per il bambino collerico il racconto dev’essere conciso, l’esposizione diretta e poco adorna. La sintassi deve presentare dichiarative e imperative, la costruzione del periodo deve far risaltare quanto più possibile il verbo.

Esempio di La volpe e l’uva di Esopo.

C’era una volta una volpe: aveva fame. Trova dell’uva su un alto pergolo. Inizia a saltare, ma alla fine non riesce a prenderla. “Non è matura!” dice. E se ne va.

Il bambino collerico, come sappiamo, è portato verso l’esterno e quindi le forme per lui dovranno essere costruite a partire da un centro, per poi tornare al centro. In questo caso, più che mettere in evidenza le superfici, si metterà in evidenza il cambiamento di colori.

Qui, ad esempio, potremo far disegnare in rosso le linee dritte della prima figura, in un rosso più chiaro le curve della seconda figura e in azzurro le linee esterne della terza.

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Altri esempi.

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BIBLIOGRAFIA

  1. VV., L’énigme des tempéraments, Editions Triades, 2014

Caroline von Heydebrand, Lo sviluppo animico del bambino, Fior di pesco edizioni, San Martino B.A., 2006

Gilbert Childs, Understand your Temperament, Sophia Books, 2009

Marieke Anschutz, Children and their Temperaments, Floris Books, Trowbridge, 1995

Norbert Glas, I quattro temperamenti sulla strada dell’autoconoscenza, Natura e cultura editrice

Rudolf Steiner, Conversazioni di tirocinio, Editrice Antroposofica, Milano, 2009

Rudolf Steiner, Il segreto dei temperamenti umani, Editrice Antroposofica, Milano, 2013

 

 

 

 

I quattro temperamenti -quinta parte- collerico

Da uno studio di Emanuela Cardarelli

 

COLLERICO

Nel collerico, il corpo predominante è l’io. Quando predomina l’io, l’uomo vuole farsi valere contro ogni opposizione esterna, vuole apparire: è l’io condottiero. Quando l’io è eccedente, può ostacolare lo sviluppo delle altre parti costitutive umane e non permette al corpo astrale e all’eterico di affermarsi. Poiché il corpo fisico si forma sul modello del corpo eterico, può accadere che il collerico si presenti con una crescita trattenuta, tozzo e tarchiato. Questo però non significa che tutti i collerici debbano essere bassi, ma bisogna sempre vedere nel singolo caso in che rapporto sta la crescita con il complesso della sua figura.

Il volto ha lineamenti duri e incisivi, con fronte ben formata, mascella squadrata e labbra piene e rosse. Due gesti del suo capo sono particolarmente caratteristici. Uno consiste nel gettare la testa all’indietro con alterigia, come un gallo nel pollaio, l’altro invece consiste nel guardare l’interlocutore come un toro che si prepara alla carica, cioè sporgendo la testa in avanti e chinando la fronte. Il collerico, infatti, ha il cosiddetto collo taurino, e le spalle perfettamente orizzontali evidenziano ancora di più la sua natura taurina. Proprio da qui derivano le spalline delle uniformi militari e le spalline che oggi si usano nell’abbigliamento.

Il collerico ha lo sguardo fermo e i suoi occhi rivelano una vivissima luce interiore. Il suo passo è fermo e sicuro ed egli non solo appoggia il tallone sul terreno, ma sembra quasi che voglia farvelo sprofondare. La parte anteriore del piede, invece, quasi non poggia per terra. Questo suo tratto caratteristico si evidenzia maggiormente negli scoppi d’ira, quando il collerico pesta furioso i piedi per terra. In genere i collerici camminano a passo svelto, dando l’impressione di essere sempre di fretta, ed in effetti spesso lo sono, poiché, essendo persone d’azione, sono sempre impegnati.

Da alcune mie ricerche preliminari sembrerebbe che tra le persone con i capelli rossi sia particolarmente diffuso il temperamento collerico (se non come primo, come secondo). In due conferenze (8 gennaio e 30 giugno 1924), Steiner spiega che le persone bionde e soprattutto quelle rosse producono in continuazione zolfo. Ad esempio Napoleone, che aveva i capelli ramati, viene descritto come avente un volto “sulfureo”. I capelli rossi, inoltre, a differenza degli altri, sono particolarmente ricchi di ferro. Già gli antichi studiosi greci (come ad esempio Galeno) associavano i capelli rossi al temperamento collerico, e d’altronde lo stereotipo del rosso come persona facilmente “infiammabile” una sua origine dovrà pur averla. Sarebbe interessante se qualche medico antroposofo potesse fare ricerche più approfondite a riguardo.

Come sappiamo, il veicolo dell’io è il sangue, per cui per il collerico è importante che il calore contenuto nel sangue compenetri tutto l’organismo, consentendogli così di vivere nella volontà. Questo temperamento, infatti, favorisce soprattutto l’elemento volitivo e quindi non deve meravigliare che fra i condottieri più famosi si annoverino tanti collerici. In essi vi era il desiderio di lasciare la loro impronta nel mondo.

Nell’uomo il calore del sangue affluisce soprattutto nel fegato, e infatti non è un caso che durante la digestione il sangue del fegato sia il più caldo di tutto l’organismo. Esiste quindi una relazione tra il collerico e quel prodotto del fegato, cioè la bile, da cui deriva il suo nome (cholee in greco). Un individuo con un fegato sano è quindi in grado di prendere decisioni più velocemente e facilmente. Per inciso, possiamo notare che non bisogna confondere la persona collerica con la persona irascibile. I Greci, infatti, avevano un altro termine per indicare le persone irascibili, cioè arguilos. Essere irascibili fa parte del carattere, e quindi questo tratto lo si può trovare in qualunque temperamento.

Una delle caratteristiche principali del collerico è la grande forza di volontà, grazie alla quale egli (a differenza del sanguinico) porta sempre a termine quello che inizia, anche a costo di cadere poi a terra stremato. Questo loro amore per la sfida, però, può trasformarsi in cocciutaggine e ostinazione e soprattutto in sconsideratezza, perché li porta a non valutare bene i rischi di ciò che hanno intrapreso. Il collerico, infatti, è convinto di essere infallibile, invincibile, indispensabile, e se quindi gli si dice, magari anche scherzando, che non sono all’altezza del compito, la reazione sarà quasi certamente uno scatto d’ira. Per cui è meglio lasciarli fare a modo loro. Una cosa che il collerico non tollera è l’adulazione, la piaggeria. Di conseguenza, chiunque tenti di adularlo, verrà da loro disprezzato e respinto. In genere i collerici sono persone oneste e di cuore, dotate di grande integrità, e anche se all’esterno possono apparire un po’ bruschi e taciturni, sono in realtà generosi e non se la prenderebbero mai con chi è in difficoltà.

Poiché, come abbiamo detto, si considerano i più efficienti e i più competenti di tutti, non tollerano l’incompetenza e l’inefficienza negli altri, e poiché hanno buon occhio per i dettagli, sono spesso critici verso gli altri, ma poi non tollerano le critiche verso loro stessi. Se qualcosa va storto o non va secondo i loro piani, allora è meglio correre a nascondersi perché la loro rabbia non risparmierà nessuno. E quando un collerico è arrabbiato è inutile tentare di calmarlo, ma è sempre meglio aspettare il giorno dopo per parlargli. Nel collerico, infatti, la causa dell’ira è il fatto che la soluzione ai problemi da lui proposta e che lui, ovviamente, considera l’unica e la migliore, non è vista allo stesso modo dagli altri. Di conseguenza, se i suoi sforzi di cambiare la situazione non sono riconosciuti, o addirittura sono ostacolati, il collerico si arrabbia, poiché sente sminuita la sua individualità.

Poiché, appunto, possiedono un forte senso della loro individualità, i collerici rischiano di diventare persone autoritarie, se non addirittura dittatoriali, aggressive e brutali, capaci, nei loro scatti d’ira, di fare cose di cui poi si pentiranno. Un esempio è quando Alessandro Magno, in uno scatto d’ira probabilmente favorito anche dall’alcol, uccise uno dei suoi generali più fidati e amico d’infanzia, Clito il Nero. Resosi conto di ciò che aveva fatto, il suo primo istinto fu di uccidersi con la stessa spada, ma fortunatamente venne fermato e trascorse i giorni successivi chiuso in una tenda a piangere, e nessuno pareva riuscisse a consolarlo. Essi devono quindi imparare a tenere a bada non solo l’ira, ma anche il desiderio di potere e di riconoscimenti sociali.

A differenza del flemmatico che, come abbiamo visto, dimentica le offese ma non perdona mai del tutto, il collerico perdona le offese ricevute, ma non le dimentica.

Riguardo l’alimentazione, poiché il collerico vive nell’azione dei muscoli, gli è necessario molto zucchero, ma ovviamente sarebbe meglio evitare lo zucchero raffinato e preferire quello contenuto negli amidi del grano intero e dei cereali, in modo che sia il suo stesso organismo a doverlo produrre da sé. Steiner ha infatti detto che lo zucchero è la sostanza attraverso cui l’io si collega all’organismo. Il cereale più indicato per il collerico è quindi l’avena, che già veniva preferita dai popoli nordici. L’avena, inoltre, deve essere masticata a lungo, e per il collerico sono proprio da preferire cibi che richiedono di essere masticati molto, poiché ciò gli procura piacere. Ovviamente non dovrà mangiarne troppa, ma alternarla a cereali che non appartengono a nessun temperamento, come segale, orzo e grano

 

 

Alessandro Magno

 

 

Ludwig van Beethoven

Benito Mussolini

Winston Churchill

 Napoleone Bonaparte

Margaret Thatcher, la lady di ferro

 

 Giuseppe Garibaldi

 Otto von Bismark da giovane

 

Otto von Bismark da adulto

 Ugo Foscolo

 

 George Gordon, Lord Byron

 

Crisi economica e crisi spirituale

Riflessioni di Stefano Freddo

Intenzioni all’origine di questo scritto

La crisi economica in cui ci troviamo invischiati e la conseguente paralisi politica che si è venuta a creare in Italia, sono la naturale conseguenza di una crisi spirituale, di pensieri sociali non ancora in grado di afferrare con coscienza le leggi della vita. Questa crisi rappresenta un’occasione che ci viene offerta per una nuova evoluzione. In questa situazione di stallo possiamo forse prendere la decisione di iniziare ad osservare i fatti con nuovi occhi. Le difficoltà e le sofferenze ci possono aiutare a compiere un passaggio di coscienza decisivo, per porre le basi di una nuova configurazione della vita sociale che mai prima d’ora è esistita.

Per una nuova creazione ci occorrono nuovi pensieri. Il pensare è l’attività che ci consente di osservare i fatti e le loro relazioni. I pensieri sono giusti quando sono collegati alla vita, sono tratti dalla vita. Solo essendo viventi hanno in se stessi la forza di agire generando vita, dapprima in chi li coltiva e poi anche nel mondo. Proviamo ad osservare i nostri pensieri. Nell’attuale caos sociale quali pensieri stiamo coltivando? I nostri pensieri ci rendono giudici critici nei confronti del mondo e degli uomini, nella continua ricerca dei colpevoli dei mali sociali? Oppure ci aprono con meraviglia a nuove conoscenze, ci infiammano di entusiasmo per l’azione, ci infondono fiducia e si trasformano in forza positiva d’iniziativa?

Questo scritto vorrebbe aiutare a liberare le forze d’iniziativa celate nell’intimo di chi legge. Non vuole essere una trattazione teorica, ma un’osservazione del processo economico e monetario che indirizzi in modo immediato alla necessaria terapia per la malattia sociale del presente. All’autore sta a cuore presentare il frutto della propria ricerca, affinché chi ha la buona volontà di comprendere possa divenire attore del cambiamento sociale. Egli si augura che questo sia il tempo propizio perché si uniscano tutti coloro che vogliono collaborare a questa opera con coraggio.

L’altruismo è la legge dell’economia moderna

L’economia moderna dei paesi socialmente avanzati si fonda sulla divisione del lavoro. Praticamente nessun lavoratore produce merci o dà prestazioni in relazione ai propri bisogni. Ciò che io produco, va a beneficio di altri e tutti i miei bisogni sono soddisfatti grazie al lavoro di altri. L’attività produttiva raggiunge il suo scopo quando le merci non stanno ferme nel luogo di produzione, ma circolano per raggiungere chi ne ha bisogno.

Cos’è il denaro

Il mezzo che le fa circolare è il denaro. Il denaro è un assegno che dà al suo possessore il diritto di ritirare una determinata merce o prestazione che qualcuno ha prodotto per lui. Nell’atto della compravendita, ogni volta che del denaro passa da una mano all’altra si muove in senso inverso una merce o una prestazione.

La fondamentale caratteristica del denaro è quindi che esso diventa reale solo quando si muove, quando viene speso. Finché è fermo nelle mie tasche o nel mio conto bancario non vale nulla. Quando io do del denaro ad un altro, posso ritirare quello che egli ha prodotto per me e, col denaro che egli riceve da me, consento a lui di ritirare poi da altri quello che essi hanno prodotto per lui, e così nel movimento si generano molteplici scambi. Ogni banconota che circola muove innumerevoli passaggi di merci e prestazioni da uomo a uomo. La reciprocità in questi scambi non sta solo nel fatto che il consumatore pagando con denaro ottiene la soddisfazione del suo bisogno, ma anche che il denaro ricevuto consente al produttore di portare a buon fine la sua opera, di consegnare ciò che ha prodotto a chi ne ha bisogno. La merce ha valore in sé, nell’essere consumata, e potrei trattenerla per soddisfare il mio bisogno. Il denaro ha valore solo quando lo spendo, quando circola passando da una mano all’altra.

Perciò il denaro è il mezzo che rende possibile l’altruismo e la reciprocità nella moderna vita sociale, contraddistinta dalla divisione del lavoro pienamente realizzata. Per assolvere al suo alto compito deve circolare.

Ostacoli alla circolazione monetaria

Le merci prodotte in regime di divisione del lavoro sono obbligate a circolare, devono essere vendute. Se questo non avviene si produce un danno sia per il produttore che per il consumatore, perché esse deperiscono e marciscono. Il denaro invece, non essendo un bene di natura, sembra non essere soggetto al deperimento. Avviene quindi che il suo possessore assegni ad esso uno speciale valore e, contrariamente a come si comporta con le merci prodotte, che deve cedere vendendole, tende ad accumularlo.

Questo è il primo ostacolo alla circolazione monetaria. La brama di denaro deriva dall’illusione che il denaro abbia valore in se stesso, per il solo fatto di possederlo. Esso invece vale solo quando lo spendo. Ogni volta che esso si accumula da qualche parte, si sottrae alla circolazione e viene impedito lo scambio di merci e prestazioni, il movimento che sostiene la vita dell’organismo sociale.

Il secondo ostacolo è costituito dalla paura. Specialmente in periodi di crisi come l’attuale, quando non si è fiduciosi nel domani e non si sa se si potrà avere ancora un lavoro e un reddito, si tende a risparmiare, a non spendere il denaro. Questo non fa che accelerare la recessione e la crisi.

Tentativi di soluzione e coscienza delle conseguenze

Per tentare di contrastare questa tendenza del denaro di accumularsi nelle mani di pochi e di essere scarso per tutti gli altri, si è ideato il sistema fiscale. Le tasse sono di due tipi, dirette sui redditi e indirette sui consumi. Esse hanno lo scopo di ridistribuire la ricchezza monetaria, di impedire l’eccesso di accumulo e garantire a tutti la sussistenza e il diritto a fruire dei servizi essenziali garantiti dallo Stato, anche nel caso di mancanza di lavoro e di reddito. Il principio è in sé giusto, ma il modo in cui è stato applicato ha prodotto conseguenze che non sono ancora state portate adeguatamente a coscienza.

Gravando di tasse l’economia, le imprese e i redditi, si è ottenuto l’effetto che i costi fiscali si sono scaricati interamente sui prezzi, facendo rincarare tutto. Oggi la pressione fiscale reale supera il 50%, toccando punte del 70%. Quindi il potere d’acquisto del denaro circolante è più che dimezzato.

Fondamentale è il prezzo

Deve essere portato chiaramente a coscienza il fatto che il denaro vale come potere d’acquisto in funzione dei prezzi di ciò che viene scambiato. E i prezzi dipendono dai costi di produzione. Se gravo di tasse la produzione aumento i costi e i prezzi. Per questo si riduce il potere d’acquisto del denaro e ciò che viene prodotto non viene venduto interamente perché scarseggia il mezzo di scambio, con grave danno sia per i produttori che per i consumatori.

Ma un’altra grave carenza di osservazione si aggiunge. Non si considera che gravando di tasse l’economia per finanziare lo Stato e i servizi pubblici, si gravano di tasse anche gli stessi servizi che si intendono finanziare con le entrate fiscali. Anche l’impresa che costruisce una scuola pubblica o un ospedale è gravata di tasse e deve quindi alzare il prezzo dell’opera che realizza per lo Stato. Anche il personale che lavora in strutture pubbliche paga le tasse sullo stipendio. I servizi pubblici aumentano di prezzo a causa della tassazione e le entrate fiscali non sono mai sufficienti a coprire le uscite che esse stesse fanno inesorabilmente lievitare.

Da questo si origina il debito pubblico. Imporre nuove tasse all’economia per pagare il debito non può che aggravare la situazione. Oggi ci troviamo in questo vicolo cieco e non ne potremo uscire se non cambiamo radicalmente prospettiva ai nostri pensieri.

Fiscalità monetaria

Esiste una forma di tassazione che può ridistribuire la ricchezza monetaria senza causare i danni dell’attuale sistema fiscale.

Abbiamo visto che le merci sono indotte a circolare per il fatto di essere deperibili. Ma quando io cedo una merce in cambio di denaro, questo denaro che ricevo non è apparentemente deperibile allo stesso modo delle merci. Quindi, se non devo soddisfare dei bisogni impellenti e se non ne possiedo in abbondanza, sono indotto a trattenerlo, a risparmiarlo.

Se però noi potessimo rendere deperibile il denaro al pari delle merci, esso sarebbe obbligato a circolare allo stesso modo, non potrebbe essere trattenuto.

Questo può essere realizzato attraverso una tassa da applicare direttamente al denaro. Questa tassa non sottrae denaro a chi l’ha guadagnato vendendo merci o prestazioni, e così gli consente di poterlo spendere e favorire la circolazione economica e gli scambi. Semplicemente fa deperire lentamente il denaro nel tempo. La tassa rappresenta il tasso di deperimento del denaro, corrispondente al deperimento che subiscono i valori economici concreti che sono oggetto reale dell’economia. Con questa misura il denaro e le merci sarebbero parificati in valore, sarebbero entrambi regolati dalla giusta legge della morte. Lo scambio tra merce e denaro verrebbe in tal modo reso equo.

La percentuale di tassazione annua proposta da Nicolò Bellia, ideatore della riforma, è di circa l’8%.

Per riscuotere agevolmente la tassa monetaria, egli propone di convertire tutto il denaro in moneta elettronica. Oggi il 98% degli scambi avviene già in questa forma. Il denaro circolerebbe così interamente su conti bancari. Non esisterebbe denaro occultabile e accumulabile, che possa essere sottratto alla circolazione. Applicando un interesse passivo giornaliero dello 0,022% su tutti i valori monetari presenti sui conti bancari in forma elettronica, si otterrebbe un gettito fiscale annuo pari all’8% dell’intera massa monetaria circolante.

Questa sarebbe la sola tassa esistente, che sostituirebbe tutte le altre. Le entrate fiscali così ottenute corrisponderebbero circa a quelle attuali, ma sarebbero riscosse in modo semplice e automatico, senza necessità di documenti fiscali, dichiarazioni dei redditi, controlli dell’evasione, con grande risparmio di lavoro e denaro. L’evasione fiscale sarebbe semplicemente impossibile.

Riforma retroattiva

L’applicazione di questa riforma agisce automaticamente in modo retroattivo. Defiscalizzando interamente l’economia, si ottiene il risultato di eliminare tutti i costi fiscali dalle imprese e dai servizi. Di conseguenza i prezzi dimezzano. Poiché, come abbiamo visto, il valore del denaro dipende dai prezzi di ciò che con esso si scambia, col dimezzare dei prezzi si ottiene che raddoppi il valore, il potere d’acquisto, di tutto il denaro esistente.

Quindi anche il denaro del gettito fiscale raddoppia di valore, perché anche i prezzi dei servizi, sgravati di costi fiscali, dimezzano.

Humus

Il deperimento monetario attraverso la tassazione ottiene il sorprendente effetto di far raddoppiare il valore del denaro. Come in natura tutto ciò che deperisce e muore ritorna alla terra, si decompone e forma l’humus che arricchisce di vita il terreno sul quale possono prosperare tutte le piante, così il deperimento monetario genera l’humus per sostenere la vita di tutti i membri della comunità sociale.

L’humus deriva da tutto ciò che avanza come un residuo, un rifiuto che non è utilizzabile come alimento o materia prima per altri usi, dai resti delle piante, dalle deiezioni degli animali. Sarebbe insensato se io volessi produrre il concime per la mia azienda agricola utilizzando direttamente gli alimenti e le altre materie prime prodotte, che devono soddisfare le necessità degli uomini e degli animali.

Ma questa azione insensata viene compiuta con l’attuale sistema fiscale. Si vuole garantire l’humus sociale tassando le produzioni, si sottraggono i valori prodotti prima che possano essere consumati, si impedisce che vengano spesi i valori monetari, che devono circolare perché ciò che è stato prodotto sia acquistato e consumato. E così si fanno raddoppiare i prezzi, causando una morte del denaro che non è un sano deperimento naturale generatore di humus e di vita, ma una vera e propria distruzione.

Oggi questo processo di distruzione sta per giungere al compimento. Se in questo caos manteniamo la coscienza desta, dalla comprensione di quanto ci si presenta e ci è dato di osservare, possiamo trarre i giusti pensieri e i giusti impulsi per procedere di un gradino nella nostra evoluzione e per trasformare in bene ciò che appare ad un primo sguardo come un grande male.

Il giusto posto dell’uomo

Una volta creato con la tassazione monetaria un terreno sociale ricco di humus, si tratta ora di stabilire come si possa utilizzarlo al meglio perché ogni essere umano vi possa crescere secondo le sue esigenze, potendo soddisfare i suoi interessi e riuscendo ad esprimere le sue capacità a vantaggio dell’intero organismo.

Dall’osservazione della divisione del lavoro deriva già una prima indicazione. Dato che oggi tutti lavoriamo per gli altri, dovrebbe starci a cuore che chi dispone di particolari attitudini per determinate produzioni, materiali o spirituali, abbia la possibilità di svilupparle e di metterle in atto, con soddisfazione propria e di tutti coloro che sono interessati a fruire delle sue prestazioni. Per poter realizzare ciò è necessario che ogni produttore sia sollevato dalla preoccupazione per la propria sopravvivenza. Solo così potrà dedicarsi efficacemente ai bisogni altrui. Se il lavoratore è costretto a lavorare per la propria sopravvivenza, entra inopportunamente in conflitto con la forma sociale, già configurata in modo che ognuno serva gli interessi degli altri e non produca per sé.

L’attività economica è organizzata per soddisfare gli interessi degli uomini. Perché ciò si realizzi efficacemente, occorre per prima cosa che gli interessi si possano liberamente manifestare. E in secondo luogo che si prendano i provvedimenti adeguati per soddisfarli. Nessuno può decidere per un altro quali siano i suoi interessi e i suoi bisogni, così come non può determinare quali attitudini debba sviluppare. Deve essere creato un terreno sociale sul quale gli interessi e le attitudini degli uomini si possano incontrare liberamente per giungere alla migliore soddisfazione reciproca.

Per giungere ad individuare delle misure concrete, osserviamo prima come opera l’agricoltore a favore della salute delle piante. Potremo trarne preziose indicazioni per come operare a favore della salute sociale.

Le pari opportunità

Quando il contadino ha ottenuto un buon concime, rigenerando col compostaggio i residui organici in modo che questa ricchezza non vada perduta, ciò che gli resta ancora da fare è distribuire questo prezioso concime sul terreno dell’azienda in modo uniforme. Ed eventualmente potrà incrementare la concimazione per le colture più esigenti. L’essenziale è che ogni pianta possa trovare soddisfazione ai propri bisogni.

L’humus che si crea con una concimazione organica equilibrata ha delle qualità particolari. E’ una sostanza neutra, omogenea, che conserva in modo efficace e stabile nel tempo gli elementi nutritivi e li cede alle piante secondo le loro necessità. Ogni specie vegetale ha le sue proprie necessità, diverse da quelle delle altre specie, ha bisogno di sali minerali in combinazioni e proporzioni diverse dalle altre specie. Assorbe più o meno acqua secondo la propria natura e secondo le condizioni del suo sviluppo. I sali minerali sono adsorbiti dalle particelle di argilla, combinate nell’humus con le sostanze organiche dall’attività dei lombrichi; sono cioè legati in modo sufficientemente forte da non essere dilavati dall’acqua di una pioggia abbondante, ma non così fortemente da impedire alle radici delle piante di poterli assorbire al bisogno. In un terreno ricco di humus la pianta può disporre di un’acqua relativamente povera di sali, che sono trattenuti dalle particelle di argilla-humus. Può quindi bere dell’acqua pura. E può scegliere i sali di cui ha bisogno assorbendoli attivamente e selettivamente per mezzo delle radici, che possiedono una forza assorbente in grado di superare la forza di legame che i sali hanno con il complesso argilla-humus.

Queste sono le sagge condizioni che consentono alle piante di crescere secondo la propria natura specifica, in modo diverso una dall’altra, potendo disporre di condizioni neutre e uguali per tutte, di pari opportunità e possibilità di scelta. Solo così possono crescere sane e offrire all’uomo e all’animale un nutrimento veramente buono, ricco di tutti i sapori, i profumi e gli aromi che ogni specie può dare come proprio dono unico e riconoscibile.

Visione utilitaristica e concimazione minerale

Nella maggior parte dei terreni coltivati secondo i principi della moderna agricoltura razionale, il contenuto di humus è stato ridotto notevolmente. La concimazione predominante è quella minerale, mirata ad ottenere elevate rese produttive. Come si ottengono queste alte rese? Quando si immettono nel terreno sali minerali prontamente solubili, soprattutto se esso è povero di humus, l’acqua del terreno li discioglie e si satura. Quando la pianta beve quest’acqua, è costretta ad assorbire assieme ad essa anche i sali disciolti, quelli che l’agricoltore ha introdotto nel terreno. Essi sono veicolati dall’acqua e la pianta non è libera di sceglierli. Così si trova ad assumere sali in eccesso e in proporzioni diverse rispetto al suo bisogno di specie. Di conseguenza, per tentare di diluire questo eccesso di sali, secondo leggi di equilibrio osmotico, assorbe nuova acqua. Ma non trovando nel terreno acqua pura, è obbligata ad assumere ancora altri sali. Questo è il circolo vizioso che fa gonfiare la pianta e che spinge la sua crescita vegetativa forzando la sua natura. La pianta dà alte rese non perché è sana, ma perché è diventata obesa. E’ pesante perché gravata di acqua e sali, ma non riesce a sviluppare al meglio le caratteristiche della sua specie. Così diviene insipida, di scarsa qualità alimentare, non potendo sviluppare i processi di maturazione, di formazione di nobili sostanze alimentari che si producono grazie all’azione della luce e del calore. Essa non è capace di accogliere pienamente la luce e il calore del sole perché incatenata alla terra e all’acqua attraverso un bisogno indotto. Poiché non è rispettata nei suoi bisogni specifici, le viene impedito di donare tutta la ricchezza e la qualità che sono nelle sue possibilità.

Separare il lavoro dalla sussistenza

Anche quando la sopravvivenza del lavoratore e della sua famiglia, la soddisfazione dei suoi bisogni, è condizionata in modo utilitaristico dall’obbligo di lavorare, di produrre secondo le esigenze del mercato, egli sarà costretto ad adattarsi a qualsiasi lavoro pur di sopravvivere. In tal modo non potrà mettere liberamente a frutto le sue attitudini, offrire la ricchezza e la qualità che sono nelle sue possibilità. E alla comunità sociale deriverà un danno. Tutti i valori economici derivano dalle capacità umane che si pongono al servizio degli interessi umani. Per prima cosa si devono esprimere liberamente gli interessi e i bisogni, in modo che si dia una base oggettiva all’economia. In un secondo tempo si potranno attivare le attitudini e le capacità per soddisfarli.

Così come alla pianta si offre un terreno ricco di humus, un elemento neutro che le consente di poter scegliere il nutrimento secondo il proprio bisogno, allo stesso modo si dovrebbe offrire ad ogni essere umano un analogo nutrimento.

Questo elemento neutro, che consente la libertà di scelta, è il denaro. Il possessore lo può spendere come vuole, soddisfacendo il suo bisogno liberamente. Il denaro che deriva dalla tassazione monetaria, dal deperimento monetario, corrisponde all’humus che si origina in natura da ciò che muore. Questo denaro deve essere equamente distribuito tra tutti i membri della comunità sociale, così come il contadino lo distribuisce sul terreno di tutta l’azienda. Tutti devono disporre di una base vitale per poter soddisfare i propri bisogni.

Reddito di cittadinanza

Le entrate fiscali si devono suddividere in modo da destinarne una parte all’istituzione di un reddito di base uguale per tutti, dalla nascita alla morte, e una parte aggiuntiva per i più deboli e bisognosi, che necessitano di più nutrimento e di più cure, come fa il contadino con le piante più esigenti. Volendo quantificare l’ammontare possibile di questo reddito, nell’attuale situazione italiana, si può fare affidamento su un gettito fiscale annuo di 640 miliardi di euro (8% di circa 8.000 miliardi di massa monetaria circolante). Se per ipotesi si fissasse il reddito base in 400 € mensili, 4.800 € annuali, moltiplicandolo per i 60 milioni di cittadini si arriva a circa 290 miliardi di euro. I restanti 350 miliardi sarebbero disponibili per i servizi pubblici, per la sicurezza, la giustizia e la tutela dei più bisognosi. E’ da notare che i 350 miliardi, col dimezzamento dei prezzi dovuto alla detassazione dell’economia, valgono in potere d’acquisto come gli attuali 700. Quindi superano le attuali entrate fiscali. Anche i 400 € mensili del reddito base valgono 800 degli attuali.

Estinzione del debito

Una volta riscossa la tassa monetaria annuale di 640 miliardi, anche i restanti 7.360 miliardi di euro circolanti raddoppiano di valore. Si può così disporre di denaro abbondante col quale estinguere rapidamente il debito pubblico, oggi in continuo aumento, che ammonta a oltre 2.000 miliardi e ci costa circa 80 miliardi annui di interessi. Il bilancio dello Stato, con la riforma proposta, si volgerebbe rapidamente in attivo. Per fare solo un esempio, erogando il reddito base sarebbero subito risparmiati i quasi 100 miliardi annui per gli ammortizzatori sociali che oggi si versano a causa della disoccupazione. Sarebbero anche eliminate tutte le spese per l’enorme macchina burocratica di riscossione delle tasse, non più necessaria con la moneta elettronica e le procedure informatiche. Altre grandi possibilità di risparmio nel campo della giustizia, delle carceri, della lotta al crimine, si offrirebbero grazie alla tutela sociale garantita dal reddito di cittadinanza. Le osservazioni in merito sono lasciate al lettore.

Ripresa dell’economia

Oggi si produce in eccesso perché si lavora per il proprio reddito e non per soddisfare i bisogni. Con l’enorme tassazione sulle imprese e la contrazione del potere d’acquisto dovuta all’inflazione, che costringe i produttori a contenere i prezzi, i margini di utile d’impresa si riducono sempre più. Quindi, per ottenere un reddito sufficiente, i lavoratori sono costretti ad aumentare la quantità della produzione. Ma è un tentativo destinato a fallire, poiché questo eccesso di produzione non può essere venduto. La produzione eccede i bisogni reali e il potere d’acquisto è stato distrutto dalla tassazione.

Nel momento in cui tutti i cittadini disporranno di un humus sociale, del reddito base, con questo denaro potranno decidere cosa acquistare, secondo i propri interessi. Le scelte dei consumatori daranno una solida base alle produzioni economiche. Non sarà più la necessità del reddito per la sopravvivenza a determinare le produzioni, ma si produrrà per rispondere alle libere scelte d’acquisto, rese possibili dal reddito di base incondizionato. Con ciò la produzione si lega ai bisogni reali. Non si produrrà più in eccesso poiché ciò che non sarà venduto costituirà una perdita. Le entrate ottenute dalla vendita saranno totalmente detassate, salvo il piccolo tasso di deperimento monetario per la formazione dell’humus sociale, e potranno essere interamente spese, prestate o donate generando nuova produzione di ricchezza. Con ciò si realizzerà la decrescita tanto auspicata. Essa avverrà perché si toglieranno di mezzo i bisogni indotti, le produzioni dovute al bisogno del reddito per la sussistenza. I lavoratori potranno scegliere il campo in cui mettere a frutto le loro attitudini individuali, una volta liberati dal ricatto del bisogno. Saranno messi nelle condizioni di offrire le proprie prestazioni a vantaggio della comunità. Nella produzione potranno da un lato esprimere i propri talenti, ma dall’altro dovranno tener conto degli interessi dei consumatori. Solo così la produzione andrà a buon fine, potrà essere venduta e dare un utile. Saranno anche ridotte drasticamente le produzioni dannose per la salute e l’ambiente, perché non troveranno più lavoratori disponibili.

Il libero incontro degli interessi e delle capacità determinerà il loro reciproco fecondarsi. Il produttore si porrà al servizio degli interessi di chi richiede le sue prestazioni. Ma egli, con la sua liberata creatività, potrà offrire prodotti di qualità superiore, che educheranno gli stessi bisogni ed eleveranno la percezione e la richiesta di qualità da parte dei consumatori.

Risposte ad obiezioni

Al reddito di cittadinanza vengono mosse alcune obiezioni. Di queste, la principale si fonda sulla convinzione che erogando questo reddito si otterrebbe l’effetto di disincentivare il lavoro. Ci limiteremo a rispondere a questa unica obiezione, essendo tutte le altre delle variazioni di questa. Già da quello che è stato esposto si possono trarre le risposte. Se si considerano adeguatamente con la ragione tutte le conseguenze che derivano dalla divisione del lavoro e dalla circolazione monetaria ad essa collegata, si vedrà che i dubbi in merito al possibile effetto negativo del reddito di base vengono a cadere uno dopo l’altro.

Il denaro del reddito base non può essere mangiato, dev’essere speso. Di conseguenza qualcuno deve ben lavorare per produrre ciò che viene richiesto. Nell’ipotesi che, non essendo obbligati dal bisogno, siano pochi quelli che lavorano, le merci diverranno scarse. Esse aumenteranno di prezzo e il reddito base non basterà a soddisfare i bisogni. Quindi si dovranno necessariamente aumentare le produzioni. Ma per ottenere ciò non sarà necessario costringere la gente. Si potrà fare tranquillamente affidamento sull’egoistico desiderio di guadagno e di profitto, presente in molti e tanto criticato al giorno d’oggi come causa dei mali sociali. Essendo i prezzi aumentati per la scarsità della produzione ed essendo le entrate economiche interamente detassate e le produzioni liberalizzate, ci si potrà arricchire molto lavorando, se pochi lo faranno. Ognuno potrà decidere liberamente se accontentarsi della sussistenza garantita dal reddito base o se lavorare per aumentare il suo benessere. Nessuno glielo potrà impedire. Ci si potrà arricchire molto, impiegando le proprie capacità al servizio dei bisogni altrui. La propria ricchezza andrà sempre in accordo con quella altrui.

Non si vede comunque come non si possa avere voglia di lavorare, nel momento che si è liberi di scegliere il proprio lavoro e si può intascare interamente il guadagno ottenuto. Il fatto che oggi pochi abbiano voglia di lavorare non dipende essenzialmente dalla pigrizia insita nella natura umana, ma dal fatto che si è spesso costretti dal bisogno a fare lavori che liberamente non si sceglierebbero. E inoltre il frutto del nostro lavoro ci viene sottratto ingiustamente dalle tasse. E’ necessario superare il giudizio di condanna nei confronti del profitto in quanto tale. La possibilità di guadagnare molto consente anche di spendere molto e di far arricchire tutti. Con la tassazione monetaria ci si potrà arricchire solo lavorando. Solo così il profitto del singolo andrà a beneficio di tutti.

Oggi sono in molti coloro che condannano il desiderio del profitto e sono anche molti coloro che sostengono che la gente non ha voglia di lavorare, e che perciò sono contrari al reddito di cittadinanza. Chi esprime questi giudizi sul prossimo considera quasi sempre se stesso come un’eccezione.

Ebbene, una volta istituito il reddito di base, tutti costoro potranno lavorare gratis, dato che i loro bisogni saranno già soddisfatti ed essi non mirano al profitto. Così eserciteranno una concorrenza verso quelli che vogliono lavorare per il profitto, che saranno costretti a ridurre i prezzi dei loro prodotti per la legge di mercato. Poi, quando tutti lavoreranno liberamente e gratis, si potrà fare a meno anche del denaro. Quindi con questa riforma viene offerta a loro una grande possibilità! C’è anche chi afferma che i sostenitori del reddito base sono fondamentalmente dei pigri, che sperano di poter un giorno smettere definitivamente di lavorare. A costoro si può rispondere che devono superare la pigrizia del pensiero, se vogliono comprendere tutte le dinamiche dell’organismo sociale che sono esposte ad esempio in questo scritto, redatto da un pigro sostenitore del reddito di base.

E’ necessario riconoscere oggettivamente gli impulsi della natura umana a partire dalla conoscenza di sé. Solo così si potranno superare i pregiudizi infondati e vedere se stessi negli altri. Per far ciò è necessario l’umorismo, che viene sempre in soccorso quando si sia giunti anche alla massima serietà e veracità con se stessi.

Necessità, libertà, possibilità

La vita umana si svolge tra opposti. Se si comprende il significato degli opposti, si può trovare nel mezzo l’equilibrio, che è il fondamento della salute individuale e sociale. La necessità ce la troviamo di fronte in tutto ciò che apparentemente è dato senza la nostra volontà. La sorgente di ogni necessità nell’esistenza è la morte, alla cui ferrea legge nessuno può sfuggire. Di fronte ad essa siamo realmente tutti uguali.

Per realizzare la giustizia nella vita sociale, è necessario che il denaro sia governato dalla giusta legge della morte, come tutto ciò che è oggetto dell’economia reale. Questo si ottiene con la tassa che lo fa deperire. Allora esso riacquista il suo pieno valore e risorge a vita nuova. Se non si adeguerà a questa giusta legge, andrà inesorabilmente incontro non alla vita, ma alla propria distruzione.

La fiscalità monetaria consente di ancorare alla necessità il denaro. Questa è la prima colonna della vita sociale.

La seconda colonna è costituita dal reddito di cittadinanza, che consente la libertà, libertà di manifestare i propri interessi e di esercitare i propri talenti. Su queste due colonne poggia tutto l’arco delle possibilità, lo spazio dell’iniziativa umana di cui si sostanzia l’intera vita sociale.

Fiducia

La presente situazione ci pone di fronte a delle necessità urgenti.
Solo la libertà di pensiero ci può consentire di vedere le azioni che la vita oggi ci richiede.
Da questa comprensione nascerà la fiducia che un nuovo inizio è possibile.

I quattro temperamenti -quarta parte- sanguinico

Da uno studio di Emanuela Cardarelli

SANGUINICO

Il sanguinico è connesso con il sistema nervoso, che in questi soggetti è molto sensibile a tutto ciò che lo attraversa, e proprio per questo il sanguinico viene spesso considerato un tipo “nervoso”. L’elemento collegato al sanguinico è l’aria, anche se il termine sanguinico potrebbe far pensare al sangue. In realtà il termine è dovuto al fatto che il sangue, come l’aria, è in costante movimento. I possessori di questo temperamento, infatti, si muovono veloci come uccelli o farfalle, con gesti rapidi e nervosi e con ogni nervo teso al massimo.

Fisicamente sono persone molto proporzionate, magre, con carnagione chiara e occhi chiari e generalmente molto belle, con visi a forma di cuore o ovali. Il loro sguardo è sempre vivace e si sposta in continuazione da un oggetto all’altro, e le loro guance sono rosse e un po’ paffute. Hanno una parlantina molto sciolta e a volte possono essere un po’ impertinenti. Nell’andatura, il sanguinico sembra volare anche quando cammina, e quindi tende a poggiare per terra solo la parte anteriore del piede. Non deve quindi sorprendere che tra i modelli si ritrovino molti sanguinici. Il naso del sanguinico è detto “da musicista” (e infatti non è un caso che molti grandi musicisti furono sanguinici), poiché spesso ha le narici molto aperte, per far entrare più aria. Esistono però anche sanguinici col naso più piccolo e con la punta rivolta all’insù (il cosiddetto nasino alla francese), che quindi denota la superficialità che può caratterizzare questo temperamento. Possiamo quindi vedere che oggi anche i canoni di bellezza si ispirano molto al tipo sanguinico. Pensiamo ad esempio ai tacchi alti (che vogliono replicare l’andatura del sanguinico), all’uso del fard sulle guance o al desiderio di avere un nasino all’insù.

Nel complesso, quindi, le persone sanguiniche sono molto affascinanti e riescono sempre a diventare l’anima di una festa. Amano molto seguire la moda e fare shopping, possiedono buon gusto e soprattutto le donne amano acquistare gioielli e accessori. Amano tutti i tipi di novità, ma (e questo è il loro grande problema) se ne stancano subito. Il sanguinico, infatti, passa continuamente da un interesse all’altro, da un’impressione all’altra, e non riesce a restare concentrato su uno stesso argomento molto a lungo. Rischiano perciò di essere persone superficiali, poiché non hanno interesse ad approfondire. Spesso iniziano qualcosa (un hobby, un corso di studi, ecc.), ma poi dopo un po’ lo abbandonano, dimostrando quindi di mancare di volontà. Sono persone molto intelligenti e intuitive, soprattutto grazie alla loro grande mobilità interiore e al fatto di avere i sensi sempre all’erta, ma nonostante questo a scuola rischiano di andare male, proprio perché non riescono a concentrarsi nello studio e spesso hanno scarsa memoria. Sono impazienti, poco puntuali e non amano fare lavori per i quali sia richiesto di seguire una certa procedura o istruzioni. A volte può capitare che, dopo aver parlato a lungo con un sanguinico, questi non abbia in realtà ascoltato niente di quello che gli è stato detto. Tuttavia, si aspettano che gli altri siano modelli di affidabilità e resistenza.

Amano prendere la vita così come viene e non sono propensi a fare piani per il futuro, e proprio per questo a volte sono costretti a imparare dure lezioni attraverso l’esperienza. Per fortuna sono persone dotate di grande adattabilità, flessibilità, ottimismo e capacità di perdonare e quindi, con l’età, possono acquisire molta saggezza.

Una caratteristica del sanguinico è quella di essere facilmente influenzati dall’ambiente e dalle compagnie che frequentano. Spesso, infatti, assumono le qualità e le caratteristiche delle persone intorno a loro (coniugi, amici o famigliari), questo soprattutto per via della loro grande adattabilità e capacità d’imitazione. In pratica è come se avessero bisogno di un eroe da ammirare e su cui modellarsi. Spesso, però, finiscono con lo scoprire che questi loro eroi hanno i piedi d’argilla, e questa è dunque per loro un’altra esperienza di vita.

Il sanguinico è una persona dotata di buon cuore, che si preoccupa per il benessere di tutti e ama fare donazioni alle associazioni di beneficenza. Perdona facilmente i torti subiti, ma essendo molto sensibile può essere facilmente ferito, e se l’ingiuria o l’offesa è davvero grave, si rivelerà una persona vendicativa e spietata.

Un disturbo al quale possono andare soggetti i sanguinici è l’ipertiroidismo. Spesso chi ha questo problema è sensibile verso tutto ciò che gli viene dall’esterno, nulla gli sfugge, vuole fare tutti i lavori nel minor tempo possibile, passando da un’occupazione all’altra. Mangia in fretta e si sente sempre affamato, perché il suo metabolismo si svolge ad una velocità abnorme. Nei processi ritmici subentra il disordine e polso e respiro accelerano. Chi non è medico giudicherà queste persone “nervose”. Se questa condizione si aggrava può portare addirittura alla follia, che per Steiner è il pericolo maggiore per il sanguinico.

Riguardo l’alimentazione, il sanguinico dovrebbe prima di tutto evitare il dolce, poiché senza zucchero il fegato viene stimolato a svolgere un’attività più intensa a partire dalle proprie forze, e questo può quindi stimolare anche la volontà del sanguinico. Dovrebbe poi introdurre cibi amari, che hanno anch’essi un’azione stimolante sul fegato. Per radicarsi maggiormente nella terra, il sanguinico potrà scegliere il latte e i suoi derivati. Tra i cereali, quello più adatto al sanguinico è il miglio, che, grazie al silicio, sorregge il sanguinico per la sua azione nell’attività sensoriale. Si potranno poi aggiungere altri cereali che rafforzano in senso centrale come grano, segale e orzo. Fra le erbe aromatiche, il sanguinico potrà preferire il prezzemolo, la maggiorana, il timo e il rosmarino.

La nostra epoca è fortemente sanguinica, proprio perché tutto avviene velocemente e c’è una costante rincorsa alla novità, che però viene rapidamente consumata. Anche le notizie hanno vita breve e vengono subito sostituite da altre. Di conseguenza ci troviamo nella situazione in cui nulla viene più approfondito, nessuna notizia, nessun fatto, nessuna idea, e questo sta generando dei disastri, perché spesso decisioni importanti vengono prese sulla base di analisi superficiali e approssimative.

 Wolfgang Amadeus Mozart

  Niccolò Paganini

 Shirley Temple

 Shirley Mac Leane

 Leonardo da Vinci

 Giuseppe Verdi

 Ginger Rogers

 Gene Kelly

 Fred Astaire

 Dante Gabriele Rossetti

 

La Volontà violata

Riflessioni di Piero Priorini

Oramai lavoro come psicoterapeuta da più di quarant’anni… e credo perciò di poter testimoniare con una certa legittimità il mutamento delle patologie in atto nel più ampio tessuto della nostra società. Negli anni ’70, ad esempio, quando ancora ero in “formazione”, su nessun testo psichiatrico o psicanalitico si trovava il minimo accenno agli “attacchi di panico”, e nessuno dei miei maestri ne parlò mai… molto semplicemente perché l’attacco di panico era inesistente, almeno come sindrome a se stante. C’erano persone che denunciavano sintomi agorafobici o claustrofobici, questo è vero… ma erano poche e, comunque, scarsa era la rilevanza sociale del fenomeno. Ricordo molto bene quando, tra colleghi, si cominciò a parlare degli “attacchi di panico” come sindrome emergente, come una realtà psicopatologica pandemica sulla quale, oltretutto, era difficilissimo trovare la benché minima pubblicazione. Oggi, ovviamente, le pubblicazioni sulla materia abbondano. D’altra parte, un nesso profondissimo lega la psiche individuale alla società e alla cultura nella quale viene alla luce (o, per meglio dire, si incarna) perciò, preso atto dell’accresciuta velocità di trasformazione del tessuto socio-culturale, sarebbe ingenuo non aspettarsi l’emergere di patologie individuali che la testimonino.

Questa asserzione non è contraddetta dal fatto che società e cultura sono il prodotto della psiche individuale. Piuttosto, ciò che così si evidenzia, è la Dynamis circolare (o Feedback) che ha sempre caratterizzato l’esistere di Psiche nel mondo. Il nostro esistere.

In questi ultimi anni ho avuto come pazienti diversi giovani. Per lo più bravi ragazzi e ragazze tra i ventiquattro e i trenta anni che non avevano alcuna idea sul loro futuro o, se invece l’avevano, denunciavano apertamente di mancare della benché minima capacità per realizzarlo. Alcuni di loro avevano abbandonato la scuola dopo le superiori e vagavano in una incertezza assoluta. Altri si erano segnati all’università ma, nella migliore delle ipotesi, non sostenevano più di uno o due esami l’anno; nella peggiore neanche uno. Erano tutti assolutamente in grado di comprendere le difficoltà e i problemi che presto gli si sarebbero presentati, erano in grado di intravedere il baratro nel quale, da un momento all’altro, sarebbero precipitati, ma non erano in grado di fare nulla per evitarlo. Alcuni arrivavano a deplorare le notti insonni passate davanti alla TV o al computer, le nottate in discoteca, l’abuso di sostanze stupefacenti, gli improvvisi (e per loro inspiegabili) scoppi di aggressività quasi sempre rivolti verso le persone a loro più care. Arrivavano a riconoscere la loro totale mancanza di responsabilità verso se stessi e verso chiunque altro e, se il rapporto di transfert era buono, lasciavano emergere la sofferenza e la vergogna per questo loro stato interiore ma… quanto a mutarlo, sembrava loro un’impresa disperata. Qualcosa d’impossibile.

La contemplazione di questa sindrome (della quale questi ragazzi sono solo i testimoni più manifesti, ma che interessa un ben più ampio numero di persone) mi ha sempre affascinato e sconvolto nello stesso tempo. Come se mi trovassi di fronte ad un essere umano tranquillamente seduto su una bomba a orologeria, pronta a esplodere da un momento all’altro. L’uomo, o la donna, è del tutto consapevole della propria precaria situazione ma è come se non fosse assolutamente in grado di fermare il timer o, in alternativa, alzarsi e allontanarsi. Possiede gambe e braccia sane e funzionanti, nessun impedimento esteriore lo trattiene e la sua mente è lucida e cosciente. Contempla il proprio disastro imminente ma non fa nulla per evitarlo. Nella migliore delle ipotesi piange e si dispera, oppure si rivolge a un terapeuta o a chi per lui e lo prega di aiutarlo: per amor di Dio… Ma non è in grado di fare nulla che lo possa liberare. Non posso sapere se le mie parole avranno il potere di essere evocative, ma posso assicurare che osservare e partecipare a conflitti di questo genere è davvero terribile. Ci ho messo molto tempo per uscire dallo stupore inerziale dell’incredulità beota e cominciare a comprendere di quale fenomeno si trattasse e quali fossero le forze in gioco. Solo che, appunto per ciò, non sarà semplice farne partecipi i miei lettori. Perché la psicologia e la psicanalisi ortodossa che, come ben sappiamo, su tutto hanno già sentenziato, anche per questo quadro psichico qualcosa l’hanno pur detta ravvisando, nei vari sintomi, una passività depressiva precoce, oppure una risposta nichilistica a una società corrotta e malata o, ancora, una qualche forma di reattività vendicativa inconscia, un masochismo latente o quant’altro. Tutte osservazioni parzialmente corrette… non c’è dubbio, ma che non credo abbiano colto il nucleo centrale del problema. Perché se anche possono essere credibili tute le dinamiche sopra citate, resta un fatto che la loro attivazione implica l’inibizione totale o completa di quella importante funzione psichica che, per la scienza ufficiale… be’, diciamo che… in un certo senso… non esiste.

Mi spiegherò meglio. Nel linguaggio corrente tutti usiamo termini come: “determinazione”, “volitività”, “fermezza d’intenti o di carattere” e altri simili. E quando incontriamo questi termini tutti comprendiamo benissimo a cosa si riferiscano. E quasi chiunque è in grado di distinguere tra una donna o un uomo volitivo e ben determinato o, invece, una persona irrisoluta e sconclusionata. Ma per la psicologia e la psicanalisi di matrice materialistica le cose non sono così semplici: cos’è mai, infatti, la volontà?

Mistero!

Di sicuro qualcosa di sconcio che ha a che fare con la metafisica e che è consigliabile, perciò, scaricare come pertinenza della filosofia. Del “pensare”, infatti, la psicologia e la psicanalisi presumono di sapere tutto. In fondo si tratta di brevi scariche sinaptiche che si trasmettono da una cellula a un’altra. E anche “emozioni e sentimenti” possono essere abbastanza ben spiegati grazie alle endorfine o al complesso funzionamento dell’amigdala. Ma… la volontà? Cosa diavolo è la volontà? Dove trovare un’adeguata definizione? Purtroppo bisogna riconoscere che la psicologia e la psicanalisi hanno ragione. Andate su Internet, cercate una definizione di “volontà” e subito troverete affermazioni come queste:

“La volontà è la determinazione fattiva e intenzionale di una persona a intraprendere una o più azioni volte al raggiungimento di uno scopo preciso. La volontà consiste quindi nel fine, o i fini, che lo spirito umano si propone di realizzare nella sua vita, o specificamente anche nelle sue azioni semplici e quotidiane” (Wikipedia).

Fantastico… una perfetta inversione logica: la volontà consiste nel fine, anziché il fine essere la meta (non del tutto indispensabile) della volontà intesa come pura forza dello spirito. Infine, un’ulteriore, anche se indiretta prova della ambiguità scottante del tema della volontà può essere ricavata dal fatto che quasi nessun psicologo ricercatore ne abbia mai parlato. Da Freud in poi, fiumi d’inchiostro sono stati versati per interpretare la più elementare o la più rara delle funzioni umane. Ma sulla natura della volontà non ci sono state ricerche, né testimonianze. Due uniche eccezioni: lo psicanalista Roberto Assagioli, fondatore della Psicosintesi, con il suo L’atto di volontà, edizioni Astrolabio, e lo psichiatra statunitense Rollo May, con L’amore e la volontà, sempre edito da Astrolabio. Ma a parte loro, il vuoto. Protesa nello sforzo di farsi riconoscere come “scientifica” dall’attuale cultura materialistica, la psicologia è sempre arretrata con orrore di fronte alla volontà, per la quasi assoluta impossibilità di distinguerla dall’istinto (altro concetto ambiguo) e collegarla all’Io.

Come che sia… adesso non ho intenzione di entrare in una sterile polemica. Questi articoli sono, dichiaratamente, d’ispirazione antroposofica, quindi mi rivolgo a quanti hanno fatto propria l’idea dell’uomo come essere spirituale tripartito che si esprime nel pensare, nel sentire e nel volere. Queste sono le uniche e sole tre funzioni dell’anima umana e, a questo proposito, Rudolf Steiner indicò sempre la volontà come la funzione più difficile da afferrare con la coscienza ordinaria, proprio perché essa allude alla sostanza spirituale ultima dell’Io. In altre parole, l’Essenza Volitiva è il dono sacrificale che i Troni (Ia Gerarchia) offrirono all’origine della creazione. Vera e propria sostanza spirituale, dunque, alla cui natura l’essere umano partecipa e della quale è chiamato a divenire cosciente nei limiti in cui, proprio grazie all’esercizio della stessa, riuscirà a liberare il pensare e il sentire ordinari. Senza volontà, infatti, il pensare non sarà mai libero. Senza volontà, nessun sentimento umano supererà mai la fortuita occasionalità. Per quanto possa sfuggirci la rappresentazione corretta della cosa, la sostanza spirituale ultima dell’Io risiede nel Volere. Perciò, non credo affatto sia un caso se, in un momento drammatico come quello che l’umanità sta vivendo, lo Spirito Avverso dei Nuovi Tempi si ingegni di sferrare quanti più colpi possibili proprio nella sfera della volontà. Per annientarla alla radice. Sarà pertanto fondamentale rendersi consapevoli delle sue strategie. Non tanto perché sia possibile evitarle del tutto (indietro nel tempo non si torna) ma almeno per cercare di depotenziarle il più possibile.

La prima considerazione sarà la più difficile da digerire. Faccio qui riferimento a un’osservazione di Rudolf Steiner in merito al fatto che, ai suoi tempi (siamo alla fine del ‘800 primi del ‘900) si andasse sempre più perdendo l’uso di “contenere” ben fasciate le gambe dei neonati. I pediatri dell’epoca si erano infatti convinti che lasciare ai bambini appena nati la piena e totale libertà di movimento degli arti avrebbe loro favorito la coordinazione motoria e regalato un senso di piena e appagante libertà. In realtà, avvertì Steiner in tempi non sospetti, questo mancato “contenimento” iniziale rischierà di produrre effetti deleteri nella vita futura dei bambini così allevati, dissipando in maniera scoordinata il volere (che, come sappiamo, aderisce principalmente alla sfera metabolica del ricambio e si esprime nel movimento degli arti) e impedendo all’Io in embrione di appropriarsene. Premetto che mi rendo ben conto di quanto sospette possano sembrare all’uomo di oggi tali affermazioni. Chi mai si sentirebbe più di tenere avvoltolate strettamente le gambe dei propri figli nei fasciatoii “come ingenuamente si faceva una volta”. Sì… mi rendo davvero ben conto. Ma a parte il fatto che in quasi tutto il mondo così si faceva un tempo, soprattutto in quelle culture nelle quali i neonati passavano diversi mesi legati stretti sul dorso delle proprie madri, vorrei in aggiunta far notare come al di fuori di una coscienza ispirata o intuitiva, ben poco potrebbe essere detto sulle implicazioni di queste comunicazioni occulte. La coscienza ordinaria, cerebrale e astratta, è abituata oggi a pretendere ragione su tutto. Con il risultato che, per ogni cosa, per ogni soluzione proposta per qualsivoglia problema, si creano subito almeno una decina di correnti di pensiero: quelli a favore, quelli contrari e altri più o meno diversi e originali. Ma, come dovrebbero oramai aver compreso i miei lettori, sul piano del pensiero ordinario tutte queste correnti non sono altro che espressioni di opinioni, simpatie, ostilità inconsce, condizionamenti e quant’altro.

Come professionista addetto ai lavori, io non mi permetto di prendere posizione alcuna. Quando divenni padre, tanti anni fa, non pretesi di fasciare le gambe dei miei figli… affermo solo che, almeno al lume del mio naso, le osservazioni di Steiner mi convincono. In un contesto diverso da quello attuale, in un ambiente sociale più calmo e tranquillo, non credo sarebbe una crudeltà tenere fasciate le gambe dei bambini nei primi sei o otto mesi di vita e mi sembra di cogliere il nesso tra questo primordiale contenimento e la successiva capacità dell’Io di attingere alla propria volontà.

Secondo punto. Forse altrettanto spigoloso, ma abbastanza ben conosciuto e dibattuto. La presenza massiccia della televisione nella vita degli uomini e delle donne che sono stati bambini dagli anni ’60, ‘65 in poi. So che esistono molti studi e ricerche su questo fenomeno, ma tutte le volte che ne parlo mi piace fare riferimento al testo: La droga televisiva, della ricercatrice americana per l’infanzia Marie Winn. Amo citarlo perché già nel 1977 l’autrice osò spostare la sua denuncia dai contenuti dei programmi televisivi alla natura stessa della TV, evidenziandone i danni a prescindere. Per coloro che fossero interessati a ragionare sulle diverse negatività del mezzo televisivo suggerirei di leggere direttamente il saggio della Winn. Quello che a me qui preme riportare è il fatto che, per tutta una serie di motivi legati al fenomeno della scansione ottica, su cui si basa la creazione dell’immagine visiva, di fatto quello che si produce in tutti i gli spettatori è un principio di trance ipnotica, e una consequenziale inibizione della volontà. Detto in parole più semplici: la più bella immagine che possiamo osservare su uno schermo televisivo in realtà non esiste! Non c’è! Si tratta di un fantasma. Quello che osserviamo è il velocissimo movimento di un punto luminoso e colorato che, in un 28esimo di secondo, scorre lungo delle virtuali righe orizzontali dello schermo. Il fatto che il nostro occhio mantenga per un 28esimo di secondo la traccia visiva di ciò che lo colpisce, fa sì che continuamente noi componiamo l’immagine (che non c’è) grazie al trattenimento di tutti i punti luminosi e colorati che sono scorsi in quella micro-frazione di secondo. Il nostro cervello, perciò, lavora intensamente durante una qualsiasi visione, ma lo fa passivamente, ubbidendo ai dettami formali dell’immagine ripresa e poi proiettata. Un abisso separa l’immagine cinematografica, che è presente in tutta la sua interezza su ogni fotogramma della pellicola, dall’immagine televisiva che mai, in nessun momento, è presente in quanto tale sullo schermo. Questo è quanto potrebbe confermare un qualunque psichiatra o un qualunque esperto del settore audiovisivo. Tuttavia c’è di più. Di fatto, la condizione di leggera trance che così si produce arriva a inibire molto in profondità la funzione della volontà umana, perché scollega lo stimolo percettivo virtuale dalla risposta istintiva alla quale il nostro organismo sarebbe programmato. Ancora una volta, al di là di tante parole e citazioni, vorrei appellarmi alla naturale sensibilità dei miei lettori. Mettetevi dunque comodi di fronte ad uno schermo televisivo e selezionate – tanto per fare un esperimento – un film d’azione o d’avventura. Cioè a dire uno spettacolo all’interno del quale, potendovi lasciarvi andare in una naturale e spontanea identificazione con il o la protagonista, vi ritroviate all’improvviso sopraffatti da un qualsivoglia pericolo (un incendio, un terremoto, una bestia feroce, oppure da un qualche nemico violento e aggressivo), o da una intensa emozione. Noterete, se la vostra sensibilità psico-corporea è ancora integra, molteplici impulsi al movimento muscolare (attacco, fuga) che, tuttavia, vengono inibiti sul nascere. Perché in fondo siete pur sempre coscienti di essere nel vostro salotto, seduti su un comodo divano e in una condizione di assoluta tranquillità. Perché dunque scattare in piedi, inarcare la schiena, stringere i pugni o digrignare i denti? L’impulso al movimento (tranne forse un’alterazione del ritmo cardio-respiratorio) viene inibito. Adesso immaginate che fin da bambini siate stati spettatori più o meno compulsivi di televisione. Provate a immaginare le centinaia, le migliaia di volte in cui un sano impulso reattivo è partito, ma sia poi stato bloccato prima ancora di attuarsi. E adesso chiediamoci: non sarebbe normale per molti che fossero cresciuti in tali condizioni, a meno di non poter contare su straordinarie risorse volitive, registrare da adulti un’inspiegabile inerzia all’azione? Non sarebbe naturale denunciare una sorta di “blocco della volontà”, o una inspiegabile abitudine a trascurare molti degli stimoli che dovrebbero invece determinare una qualche minima reazione? I danni prodotti da questa “droga di Stato” sono ovviamente molteplici e, allo stato attuale delle cose, si allargano fino alla creazione di veri e propri condizionamenti della coscienza di tutti i cittadini. La politica e l’alta finanza si sono appropriati del sistema di comunicazione di massa e i loro crimini sono, e continueranno ad essere, molteplici. Tuttavia, ai fini di quel che qui a noi interessa sarà sufficiente aggiungere il fattore TV a tutti quelli che cospirano per privare l’essere umano della sua libertà, non solo di scelta ma anche di consequenziale azione. Ma andiamo oltre, perché i tempi e i danni della televisione, almeno in parte sono stati superati. Un ben più possente fenomeno si presenta alle nostre considerazioni: Internet, l’Informatica e tutto ciò che gli ruota intorno. Adesso spero che nessuno dei miei lettori mi voglia ritenere un conservatore reazionario pronto a sputare veleno sul presente e sul futuro. Sono ben consapevole del senso e del valore delle trasformazioni epocali e mai, nella mia vita, mai neanche lontanamente mi sono immaginato che il tempo possa essere fermato e il progresso ingiuriato.

Tuttavia ritengo doveroso “…dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”.

E per farlo direi che si potrebbe cominciare riprendendo l’ormai arcinota, e solo apparente, contraddizione espressa da Steve Jobs e dai molteplici altri amministratori delegati di prestigiose aziende tecnologiche. Faccio qui riferimento alla limitazione (estesa a volte fino al divieto assoluto) imposta da molti di questi manager ai propri figli dell’uso di quegli stessi apparecchi tecnologici che essi invece producono, pubblicizzano e vendono. Questo perché, almeno secondo accreditati studi clinici – che tutti questi dirigenti conoscono molto bene – l’utilizzo continuativo di dispositivi elettronici da parte dei bambini può portare a una sorta di pigrizia intellettiva, allo sviluppo ipertrofico della sola intelligenza associativa e un aumento dei disturbi della vista e del sonno. Inoltre, i ricercatori ritengono che le frequenze wireless per la connessione a Internet usate dall’iPad e da altri tablet possano rappresentare potenziali rischi per la salute ed essere cancerogene. Tuttavia, nonostante i pericoli psico-fisici impliciti nell’uso di tutti questi congegni, non sono questi l’oggetto del nostro interesse. Perché, questa volta, vorrei invece spostare l’attenzione dei miei lettori sull’apparente semplicità e gratuità con le quali il fruitore di Internet si illude di poter soddisfare i propri bisogni. Oggi tutto è alla portata di un clik. Deve svolgere una accurata ricerca bibliografica? Desidera acquistare un qualche strano oggetto difficile da reperire? Vuole mantenere contatti costanti con centinaia di persone? Vuole vedere un film? Ha bisogno di sesso? Basta un clik e, almeno in apparenza, tutto si realizza. Senza sforzo alcuno, senza dispendio di energia, senza eccessivi e faticosi movimenti. Le nuove generazioni stanno via via perdendo il senso del sacrificio, dell’impegno, della responsabilità diretta… del costo da sostenere, in termini di energia volitiva, per poter ottenere determinati risultati. Come se non bastasse, la realtà virtuale sta spodestando la realtà del mondo. Nello spazio magico del virtuale tutto è più facile da realizzare e anche la più grandiosa gratificazione di sé sembra sempre raggiungibile.

Alcuni anni fa, due dei miei pazienti più gravi da molti mesi non uscivano quasi più da casa. Passavano ore e ore al computer, intenti a perfezionare le proprie prestazioni in complicati video-giochi. Come ritorno, ricevevano la conferma ammirata di migliaia di altre vittime che, come loro, si erano ritirati dalla vita nel mondo. Nello spazio virtuale si sentivano realizzati come intrepidi eroi cibernetici, scaltri navigatori interstellari, vincitori di mostri e di eserciti alieni. Nel mondo reale si sentivano goffi, timidi, impauriti…vulnerabili nei confronti di forze che non avrebbero saputo contrastare in alcun modo. Una semplice prova d’esame per la patente, un tirocinio per il più semplice dei lavori o un approccio seduttivo verso una persona dell’altro sesso, sarebbero sembrati loro imprese al confine dell’impossibile.

Per completare il quadro, aggiungiamo adesso la moda-obbligo, per quasi tutti i giovani che hanno superato l’adolescenza, della vita notturna. Non che questa sia del tutto una novità. La giovinezza si è sempre esaltata nelle “nottate brave”, più o meno occasionali. Chi di noi, soprattutto da giovane, non mai ha “fatto” l’alba per veder sorgere il sole e sentirsi partecipe del “tempo nascosto” nelle pieghe della notte? Ci mancherebbe altro.

Ma quello che una volta era trasgressione e che, come tale, poteva sprigionare la pienezza dei suoi effetti, oggi si sta trasformando in consuetudine. La lancetta dell’orologio si è spostata sempre più avanti: i nostri giovani escono di casa all’una o alle due di notte per tornare solo verso le sei o le sette della mattina e andare poi a dormire buona parte del giorno.

Chiediamoci: ha senso criticare questa moda?

Ho paura di sì!

Perché l’essere umano, per quanto unico essere vivente potenzialmente emancipato da tutti i ritmi e le forze del cosmo cui appartiene, comunque gli appartiene. E senza quel cosmo e le forze in esso attive non sarebbe in grado di sopravvivere. Gli astronauti vanno in orbita su sofisticate navicelle spaziali ma, dopo un periodo più o meno prolungato, sono obbligati a tornare sulla terra. Sono costretti a farlo, perché senza la gravità il loro sistema osseo si decalcificherebbe e, alla lunga, potrebbe non risanare mai più. Così, allo stesso modo, coloro che lavoravano di notte, almeno nei tempi passati, erano solo giovani ai quali, proprio per questo loro sacrificio, si riconosceva il diritto a forti indennizzi. Si sapeva che la pratica lavorativa notturna, alla lunga, portava notevoli danni al sistema nervoso e si sfruttavano perciò le forze dei giovani per un periodo limitato del tempo di una vita. Non credo che molti dei nostri predecessori conoscessero il mistero del “Sole di Mezzanotte”, ma al livello istintivo e intuitivo, sapevano che addormentarsi in sintonia con i ritmi del cosmo era il modo migliore per vivere in piena salute. Quello che di sicuro ignoravano è che l’anima umana ha sempre necessitato di essere quotidianamente risanata dagli esseri che abitano i vari mondi spirituali ma che, per usufruire di un tale dono, deve poter soggiornare in quei mondi il più vicino possibile alla mezzanotte cosmica, cioè nel momento in cui le forze spirituali sono maggiormente attive sul piano astrale mentre, sul piano fisico-sensibile, scorrazzano i demoni. Non è solo suggestione, né patetica letteratura che di notte l’anima umana sia più vulnerabile e negativamente influenzabile dalle forze d’opposizione ma dato il materialismo diffuso, proprio di questa epoca, non c’è da stupirsi troppo se ben poco possa essere denunciato a proposito. Con una tolleranza che non ha uguali, la società moderna lascia che la vita dei propri giovani si dispieghi nella notte, permettendo così alle forze dell’opposizione di svolgere al meglio il proprio compito.

Naturalmente, agli elementi che ho voluto elencare in questo breve articolo se ne potrebbero aggiungere tanti altri. È indubitabile che il clima sociale, economico e politico attuale – al livello globale ma soprattutto nazionale – sia quanto di più malato si possa immaginare. E numerosi sono i ricercatori che lo stanno denunciando, dallo stimatissimo Zygmunt Bauman al nostro Umberto Galimberti. A causa delle “guerre pacifiche”, del terrorismo più distruttivo, dei crolli finanziari indotti, della sovra-popolazione e della immigrazione clandestina, degli immensi disastri ecologici e della peggior politica che i vari paesi abbiano mai espresso, la sfiducia serpeggia per il mondo. E al suo seguito, il nichilismo, la depressione, la rabbia più o meno autodistruttiva, trovano nei giovani terreno fertile. Come sempre, però, l’individuazione dei fattori esterni, responsabili in misura maggiore o minore della vacuità progettuale di così tanti giovani, è solo una parte del problema. L’altra è rappresentata dal bagaglio di risorse interiori con cui ogni individualità entra nella propria esistenza, dalla bontà delle relazioni umane all’interno delle quali sarà accolto, dalle tensioni sociali, economiche e politiche del momento in cui si troverà a nascere e così via. A seconda di dove sposteremo lo sguardo, mille altri fattori potranno assumere risalto e significato. Rimango ciò nonostante dell’avviso che da parte dei nostri secolari ostacolatori sia in atto un poderoso attacco contro le forze di volontà dell’essere umano. Perché se la natura profonda del nostro Volere sarà corrotta, allora ben poco spazio rimarrà alla speranza di poter realizzare quel traguardo di Amore e Libertà che ci era stato destinato.