Una società medicalizzata – Pagina 2

La medicina, da molte settimane, si trova nuovamente al centro degli interessi della società; non il grave surriscaldamento della terra con le sue catastrofiche conseguenze, non l’alimentazione mondiale, non i migranti, non la povertà in Africa o altrove, bensì i posti letto nei reparti di terapia intensiva occupano i grandi titoli.  Il numero dei contagi, degli ammalati e dei decessi dominano i resoconti, come pure le prese di posizione degli esperti e le misure di protezione e di profilassi. Klaus Dörner ha parlato di una “medicocrazia”. Una tale “medicocrazia” però è e rimane un modello sociale pericoloso, come io penso, e che vorrei illustrare a partire da un caso storico estremo. In nessun modo si deve paragonare questo caso estremo con lo stato attuale, cosa che vi prego di considerare nella lettura del testo che segue. Non si tratta di fare dei paragoni, ma di qualcosa di totalmente diverso.

In ogni caso la medicina dal 1933 al 1945 si trovava fortemente al centro della società – non  a seguito di una pandemia, bensì perché essa venne usata coercitivamente per l’instaurazione di una dittatura biopolitica, una dittatura che teneva d’occhio e determinava la vita del singolo e dell’intero “corpo del popolo” , cercando di dominarlo dall’inizio alla fine,  a partire da motivazioni “razziali”, economiche ed industriali.  Il sistema dittatoriale voleva regolare la vita e lo fece pure in modo dirigistico, selettivo e ottimizzante – dall’eugenetica e dalla gravidanza fino alla morte. I particolari di questo inconcepibile crimine sono a tutti noti – dalle circa 400.000 sterilizzazioni e 200.000 uccisioni di malati in Germania, fino ai 6 milioni di ebrei che vennero uccisi, quali appartenenti ad una “razza geneticamente inferiore”, come pure i Sinti, i Rom e altri gruppi marginali indesiderati della società. Meno noti sono tuttavia i fondamenti di pensiero di questo procedimento.

Ritengo sia importante conoscere quanto si riferisce alla partecipazione della medicina e dei medici al sistema del dominio, della selezione e dello sterminio e che il coinvolgimento della medicina nella gestione dello stato e nelle scienze politiche iniziò già alla fine del 18.secolo, al tempo dell’assolutismo e del mercantilismo, in un tempo in cui non a caso venne pure sviluppata la “statistica in medicina”, che gioca di nuovo un ruolo importante ai giorni nostri. La visione di un “sistema di completa polizia medica” (Franck) origina alla fine del 18.secolo e non dal periodo del nazionalsocialismo, cosa che è da considerare. La salute all’interno di questo sistema non venne più definita come cosa privata, bensì come una faccenda pubblica e l’ideale di una “condotta di vita fondata scientificamente” – cioè di una condotta di vita razionale secondo le prescrizioni della scienza-  doveva in futuro supportare lo stato e la società, diventare costrittiva ed obbligatoria. In parole semplici: gli uomini dovranno in futuro edificare la loro vita secondo i dettami della scienza, poiché lo richiedono la salute statale  e l’economia, che stanno al di sopra di tutto. Lo storico della medicina Alfons Labisch elaborò in significative pubblicazioni, quali “ utopie totalitarie di salute pubblica” erano già state progettate – in collegamento con interessi politico-economici.₅

Procedo ora nella storia, sebbene a grandi linee. Nel 19.secolo la scienza naturale divenne determinante per l’intera medicina; questa si considerava una scienza ed una tecnica naturale applicata e annunciava ottimisticamente il prossimo dominio ed eliminazione di tutte le malattie, addirittura la guida di tutti i processi corporei  “ a piacere della ragione umana”, come sottolineò il fisiologo Carl Ludwig nel 1852. ₆ Lui fece questo nel senso di un’utopia epocale del progresso, che venne pure considerata sufficientemente nella sua problematica da critici storici della medicina e che però, dalla seconda metà del 19.secolo non tollerò alcuna obiezione. Chi non riconosceva il “vangelo del metodo scientifico-naturale”, quale unico metodo “che  propriamente esiste”₇ , non “merita” più il “nome di medico”₈. Il prezzo del progresso non fu irrisorio per la medicina presa nel suo insieme;  l’”oggettivizzazione”del paziente a “caso” scientifico impose la negazione dei fattori animico-spirituali e sociali per la salute e la malattia, la retrocessione dell’empatia e il dissolvimento della relazione terapeutica, la trasformazione degli ospedali in strutture di osservazione e di ricerca scientifica e altro ancora che qui non è il caso di tematizzare ulteriormente.

Non solo spiacevole, bensì pericolosa divenne la situazione allorchè l’ottimismo del progresso in medicina alla svolta del 20.secolo si collegò ai paradigmi del socialdarwinismo e dell’eugenetica e la medicina divenne uno strumento essenziale per una ottimizzazione  “eugenetica” e “igienico-razzista” del “corpo del popolo”. La discussione al riguardo si intensificò in Germania dopo la sconfitta della prima guerra mondiale; ciò che a tutta prima era stata solo una visione di politica sanitaria, venne sistematicamente realizzata sotto il violento dominio del nazionalsocialismo. E’ noto che i medici tedeschi nel periodo dal 1933 al 1945 non erano sovrarappresentati solamente nel partito nazionalsocialista e nelle sue organizzazioni, bensì anche nei posti direttivi delle Università (Rettorati) e che la legge per la sterilizzazione venne addirittura sostenuta all’unanimità; inoltre la loro posizione professionale sperimentò un’impressionante valorizzazione grazie al regime; fin dall’inizio venne corteggiata e onorata con progressivi aumenti di stipendio e altre agevolazioni, per divenire una delle colonne portanti del sjstema nazionalsocialistico, un sistema che si può descrivere come un ordinamento dittatoriale biopolitico nel senso di Foucault ( ma che solamente molto più tardi venne intuito dalla maggior parte dei medici). Molti provvedimenti del regime nazista divennero in parte misure mediche, in parte giustificate con una metaforica medica – anche la persecuzione e l’annientamento degli ebrei, indicati quali “fermento della decomposizione”, “Virus” e “dannosi” per un “sano corpo del popolo” tedesco, portatori di terribili malattie ereditarie.  Di questo parlò a Norimberga, nel giorno del partito del Reich,  “la guida dei medici del Reich” Wagner, che rivestiva una posizione elevata all’interno della struttura di potere nazista, annunciando “la legge razziale” ( a cui aveva collaborato in modo essenziale).

Nonostante a noi oggi l’operare del regime nazista e dei suoi scopi ci appaiano completamente assurdi, irrazionali e estremamente crudeli, molte delle sue finalità “di politica della popolazione” vennero allora ritenuti come “scientifici” sensati e necessari – ed i medici educati in questo sistema, che avevano avuto quali materie universitarie igiene della razza, biologia ereditaria, Wehrmedizin e altro, erano convinti di trovarsi su un giusto cammino anche in ambito medico. Labisch scrive:

 ₅cfr.Alfons Labisch. Homo Hygienicus. Gesundheit und Medizin in der Neuzeit. Frankfurt a.M. 1992

₆Carl Ludwig: Lehrbuch der Physiologie des Menschen. Vorwort des ersten Bandes. Heidelberg 1852

₇Rudolf Wirchow: “Die naturwissenschaftliche Methode und die Standpunkte in der Therapie”. In: Virchows Archiv für Pathologische Anatomie, Nr.2, 1849

₈cit. in Heinrich Schipperges: Weltbild und Wissenschaft. Eröffnungsreden zu den Naturforscherversammlungen 1882-1972. Hildesheim 1976.

I medici nazisti dirigenti consideravano le misure di sicurezza della salute promosse dal nazionalsocialismo del tutto nell’ambito dell’evoluzione scientifico-naturale della medicina moderna. Secondo la “rivoluzione igienica nel pensiero medico”, le scienze della salute di stampo scientifico-naturale e il cambiamento del tutto evidente avvenuto dall’igiene sociale all’igiene della razza, i medici nazisti nelle loro interpretazioni, si ritenevano all’apice dell’evoluzione medica. I provvedimenti medici erano per loro giustificati scientificamente, terapeuticamente ed eticamente e perciò imposti. La medicina del nazionalsocialismo legittimò ed eseguì in modo ampiamente autonomo il più biologico modello della società. il nazionalsocialismo e la medicina in esso praticata sono immanenti al progetto della modernità.₉

Dopo la caduta del Terzo Reich venne scossa la fiducia della popolazione tedesca verso i loro medici, che avevano collaborato, con una guida politica maggioritaria, a riempire questionari e far pervenire dati sulla salute a disposizione delle autorità. Allorchè venti medici tedeschi, tra cui professori universitari, come pure tre alti burocrati si presentarono a giudizio nel 1946/47 nel primo processo di Norimberga per crimini di guerra, i neoformati Ordini dei medici della Germania ovest, inviarono affrettatamente una “commissione medica” per osservare il processo e poter limitare possibilmente i danni del prestigio medico verso il pubblico, affermando tra l’altro che i medici tedeschi non avevano avuto nulla a che fare con il regime nazista, esclusi pochi criminali patologici. In modo maldestro la direzione della commissione venne affidata ad uno specialista neurologo della Scuola di Viktor von Weizsäcker, che aveva un genuino interesse ad una precisa elaborazione degli eventi, per poter trarne degli insegnamenti per il futuro: lo psicoanalista Alexander Mitscherlich. La sua documentazione che egli esibì nel 1947/49 assieme ad uno dei suoi studenti (Fred Mielke) con il titolo “ Il diktat del vilipendio dell’uomo” e “Scienza senza umanità”, venne poco recepita e in buona parte fu indesiderata all’interno della professione medica. Mitscherlich, che venne apostrofato come “qualcuno che sputa nel piatto” in modo non collegiale, “traditore della patria”, non si scusò tuttavia personalmente con nessuno, bensì dimostrò piuttosto come la medicina era stata integrata nello stato nazista, come i medici avevano operato in modo non libero e come fossero in buona parte al servizio di potenze e interessi estranei alla medicina, sostenendo come la medicina possa diventare un pericoloso strumento al servizio di forze ideologiche ed economiche. Questo in particolare quando la medicina non sviluppa una sua propria antropologia (oppure, secondo Mitscherlich, “una conoscenza dell’uomo”) e si definisce semplicemente  scienza naturale “neutrale nella propria Weltanschauung”.

La discussione di Alexander Mitscherlich riguardo ai fondamenti spirituali della medicina umanistica e della formazione medica non era benvenuta alla fine degli anni ’40 e durò decenni affinchè trovasse veramente per la prima volta ascolto nel periodo della protesta studentesca; le ricerche da lui iniziate riguardo alla medicina durante il nazismo vennero proseguite solamente agli inizi degli anni ’80. A partire dal 1986 venne istituito per la prima volta nell’università di Witten/Herdecke fondata da Gerhard Kienle, un corso per studenti di medicina che tenesse ampiamente conto degli abissi del 20.secolo in Germania, della “storia e dell’esperienza” (Snyder) e delle conseguenze dell’abuso della medicina. La formazione degli studenti di medicina, secondo Kienle, poteva venir vista con successo solamente se “essa è in grado di condurre alla capacità di un’elaborazione personale e di conseguenza ad un’interiore libertà, nei confronti delle affermazioni, metodi e fondamenti conoscitivi delle singole discipline scientifiche, come pure ad un approfondimento della coscienza di responsabilità verso i contemporanei”.₁₀  “Stili di pensiero” e “pensieri collettivi” (Ludwik Fleck₁₁) devono venir compresi presto dagli studenti; lo scopo è di trovare accesso alle “forze configuratrici del sociale” e opporsi a quelle tendenze che “ ci vengono incontro in modo distruttivo attraverso la politica sanitaria ed il sociale”. “E’ necessario che si origini in noi qualcosa come un’interiore forza configuratrice che porti  in equilibrio le forze del futuro con le forze di distruzione” (Kienle, 1982₁₂).

₉Alfons Labisch: “ Die<Hygienische Revolution> im medizinischen Denken. Medizinisches Wissen und ärztliches Handeln”. In: Angelika Ebbinghaus; Klaus Dörner: Vernichten und Heilen. Der Nürnberger Ärzteprozess und seine Folgen. Berlin 2001

₁₀cit. in Peter Selg: Gerhard Kienle. Leben und Werk. Bd.1. Dornach 2003

₁₁il microbiologo, immunologo e teorico della scienza Ludwik Fleck (1896-1961) deportatao ad Auschwitz e Buchenwald, nella sua opera principale Entstehung und Entwicklung einer wissenschaftlichen Tatsache (Basel 1935) sviluppò i concetti di “Stile di pensiero” e “pensiero collettivo”, che più tardi divennero di grande significato per la teoria dei paradigmi di Thomas S.Kuhn.

Maggio 24, 2020/da admin

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