La forza del Cristo

Riflessioni di Luigina Marchese

 

   Un mattino di marzo, recandomi al lavoro, ebbi la fortuna di assistere ad uno spettacolo meraviglioso. Era un arcobaleno, ma aveva una caratteristica strabiliante… si fermava a metà cielo, come se qualcuno si fosse divertito a tagliarlo. Vedevo dunque l’inizio ma non ne scorgevo la fine.

arcobaleno

   Così è la vita degli uomini: alcuni, quelli che vedono l’arcobaleno nella sua interezza, sono traghettati naturalmente all’altra sponda, altri non la vedono neppure, il cammino si frammenta sotto i loro piedi. Così l’uomo continua a vivere la propria esistenza al battito di quel pendolo che segna ora il dolore, ora la gioia.

pendolo

      L’essere umano vive in un mondo duale, è immerso in esso e finché non acquisisce  il “sapere”, la sua esistenza dondola fra un opposto e l’altro, fra l’attrazione (raga) e  la repulsione (dvesha). Questo scorrere fra un polo e l’altro si evidenzia in ogni ambito della vita. “Tutto ciò che in alto sale, deve scendere, non possiamo perfezionarci indefinitivamente. Se ci affiniamo oltre un certo limite ricominciamo a peggiorare (…).  L’illuminazione non è inserita nella ruota del divenire, si trova nel suo centro”. 1Se saliamo (…) ci leghiamo alla ruota con catene d’oro, peggiorando con catene di ferro. Il Buddha è colui che si libera completamente dalle catene”. 2

          Premesso ciò, entriamo in un campo completamente nuovo per l’uomo occidentale, poiché esso investe non solo il pensiero religioso e filosofico, quanto la sfera morale. Affermare che le due energie antitetiche (spirito e materia) provengono dall’Assoluto equivale a dire che Bene e Male s’interfacciano senza che uno escluda l’altro. Questo è l’apice dell’insegnamento sacro, lo hieros gamos divino: conciliare gli opposti, riunire l’aspetto maschile a quello femminile, reintegrare l’uomo con il bambino interiore.

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   Non è cosa semplice. In un mondo “denso”, cristallizzato, la forza di gravità ci fa scendere.

     “Scende verso il basso tutto quel che sale e rimane appeso qualche istante solo, ma poi ritorna giù”. 3

          Perché quanto più ci sforziamo di operare verso il bene, spesso il male riemerge in maniera dirompente? La conclusione è una sola; occorre trovare un punto di equilibrio fra i due opposti, oppure, cosa più “semplice”, situarsi al di là di essi. “Se prevale drasticamente il manifesto, si rischia di offuscare l’immanifesto, viceversa se prevale l’immanifesto non si può apprezzare la manifestazione”. 4

        Il male ha motivo di esistere quanto il bene. Se scopo dell’ordine implicito è informare l’ordine esplicito (identificato con la materia, la solidità, quindi con il male) ogni cosa che vive nel mondo è espressione del principio divino.  “La luce e le tenebre, la vita e la morte, le cose di destra e quelle di sinistra sono fratelli l’una dell’altra. Non è possibile separarle. Perciò i buoni non sono buoni, né i cattivi sono cattivi”. 5

      Che significato assume tutto questo? Accettare il male? No, ma trascenderlo sì, non giudicarlo, non rinnegarlo, esso chiede attuazione, è una delle infinite potenzialità dalle quali attinge, sempre libera, la coscienza. Dopo la morte di Giovanni Paolo II venne trasmesso uno sceneggiato in cui si narrava un aneddoto riferito a Papa Wojtila. Egli faceva sue le parole di un saggio amico: “Il male divora se stesso ma se non trionfa risorgerà sotto un altro nome”.

       Sono parole sconcertanti, a maggior ragione se attribuite ad un Papa. La legge dell’entropia afferma che quando nell’universo o sulla Terra viene creata una parvenza di ordine ciò avviene a spese di un disordine ancora maggiore. Quando tentiamo a tutti i costi di fare del bene, il male prenderà la sua rivincita. Il male non va combattuto ma accettato, visto come parte integrante dell’Uno.

      Lo spirito si veste per scendere e si spoglia per salire, così ogni uomo, nei suoi modi peculiari di essere, incarna le diverse possibilità dell’Uno.

          Si è detto di principi presenti nel cosmo e nell’animo umano. Tali principi, o meglio, tali entità spirituali, sono espressioni della totalità. L’esclusione di uno di essi dalla sfera della coscienza genera la malattia. La guarigione avviene attraverso l’annessione di ciò che manca, di ciò che avevamo rifiutato, quindi, non è possibile guarire senza un’espansione della coscienza. Il dualismo reifica polarità e dicotomia, divide in giusto e sbagliato ma ciò in sé non è negativo, noi partecipiamo del dualismo, siamo dentro di esso, è la nostra usuale modalità conoscitiva. “Dietro alla polarità sta l’unità, quell’Uno che tutto abbraccia e in cui riposano gli opposti. Ogni definizione positiva deriva dal nostro mondo spaccato e quindi non è applicabile all’unità. Di questa unità possiamo parlare, però non riusciamo ad immaginarcela. Tuttavia la polarità è sperimentabile ed acquisibile fino ad un certo livello se l’uomo, con determinate tecniche di meditazione o esercizi, sviluppa la capacità di unificare almeno per breve tempo la polarità della sua coscienza. Essa (l’unità) si sottrae sempre ad ogni descrizione verbale, la conoscenza è impossibile senza polarità, senza la divisione di soggetto ed oggetto, di colui che conosce e di ciò che viene conosciuto. Nell’unità non c’è conoscenza, c’è soltanto essere. E’ importante renderci conto che non è il mondo ad essere polare, ma la nostra coscienza, quella attraverso la quale facciamo esperienza del mondo”. 6

          Ho voluto riportare un ampio brano dal libro citato nella nota, scritto da uno psicologo tedesco, poiché a suo tempo mi parve molto interessante.L’unità è al di là degli opposti. Si dice che la luce si manifesta ora come onda, ora come particella. In verità essa è solo luce. Ciò implica un problema etico. Cos’è bene? Cos’è il male se Dio è oltre la dualità? Facendo del diavolo l’opposto di Dio, si è portato Dio nella polarità.

Ciò che non avevo compreso anni fa è che i principi duali non sono Dio e il diavolo, ma il diavolo e satana ! Oggi ancora molti confondono e identificano il diavolo con satana. Non è così, sono due entità diverse e possiamo identificarle con i termini Lucifero ed Arimane. La luce del Cristo concilia queste due tendenze opposte, l’esterno e l’interno, il dentro e il fuori, la destra e la sinistra, che pure hanno un ruolo fondamentale in tutta la creazione del mondo e nell’evoluzione dell’uomo.

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Quante volte, anche al tempo dei miei studi di filosofia orientale, mi sono chiesta perché Dio permetta il male e solo nell’antroposofia ho trovato una risposta. Il male è frutto della suprema libertà dell’uomo ed a sua volta è un aspetto dell’Uno. Il male non è altro che un bene fuori posto, ciò che un tempo è bene, può poi diventare male…

   E’ certamente una grande provocazione mettere in discussione verità assolute quali il Bene ed il Male ma gli insegnamenti ci dicono di “non evitare, ma redimere attraverso l’esperienza”. Le difficoltà, il dolore, permanere per tanto tempo in date situazioni, sono tentativi di crescita della coscienza. Quando la coscienza cresce, la realtà intorno cambia. Ma la coscienza non cresce con la negazione, il rifiuto di ciò che si è, bensì con l’accettazione: in tal modo il dharma è superato e la realtà intorno cambia. “Pieno è questo, pieno è quello”. ( BU V. 11).

        Il rifiuto inasprisce la situazione, la potenzia. Nel Mahabharata (Adi Parva I. 57. 5), Indra dice a Vasu: “Sire, chi calpesta il dharma è dal dharma calpestato”. Chi non accetta il proprio destino, frutto dei propri pensieri e della propria coscienza, verrà schiacciato. Sempre nel Mahabharata lo stesso Re Vasu comincia a pensare di voler cambiare, di voler uscire dalla dimensione umana ma Indra lo riporta con i piedi sulla terra, gli dice di attenersi al proprio dovere e di fare ciò che la sua  casta richiede.

        Cosa sta ad indicare questo insegnamento? Che non è giusto cambiare? Ciò sembra contraddire la libertà dell’uomo. L’uomo è dotato di libero arbitrio nel senso alto del termine. Dio non ha posto l’uomo sulla Terra abbandonandolo a se stesso, lo ha fatto bensì a propria immagine e somiglianza. L’essere umano ha dunque capacità di creare, modificare se stesso ed il proprio destino. Questa libertà che gli appartiene appare essere in contrasto con uno dei principi fondamentali della filosofia indiana: il dharma. Molti termini sanscriti se tradotti in lingue corrispondenti perdono il loro precipuo significato. Così non sono sufficienti diverse parole per rendere appieno il significato della parola dharma. In occidente esso può essere rapportato all’imperativo categorico di Kant (devi perché devi); esprime, quindi, un obbligo, un dovere, il fare una cosa perché va fatta e perché è giusto farla. Nel dharma è insito il senso del sacrificio. Esso c’impedisce di essere ciò che non siamo pronti ad essere. Per divenire qualcos’altro occorre possedere un corrispondente livello di coscienza. In tal senso il dharma (la legge, nella sua accezione forte) ci protegge, c’impedisce di essere ciò per cui non siamo ancora pronti. Per cambiare il mondo occorre cambiare noi stessi. Se vogliamo cambiare l’esterno senza prima aver cambiato l’interno può venirne solo male. Cosa accade quando vogliamo cambiare una realtà senza aver prima modificato i nostri contenuti psicologici? Fino a quando non abbiamo assunto in noi ciò che rifiutiamo continueremo a permanere in quella situazione.

       Ad uno sguardo superficiale il dharma potrebbe sembrare immobilismo, un fattore di rallentamento, un freno per l’evoluzione spirituale dell’uomo ma non bastano dieci termini per rendere appieno il significato di dharma ed in quel significato è incluso il senso  del sacrificio, poiché l’uomo deve sacrificare ciò che è per ottenere ciò che potrebbe o potrà essere. Solo in tal modo potrà accogliere la corrente che gli viene incontro dal futuro!

   Il punto di vista iniziatico sostiene che occorre sacrificare, rinunciare ad una cosa solo per sostituirla con una migliore. Per quanto sia giusto amare il cambiamento, ciò non toglie che per poterlo operare occorre essere in possesso di una particolare conoscenza (…), i cambiamenti non devono essere operati tanto all’esterno, quanto dentro se stessi. Per cambiare occorre bruciare ciò che di vecchio c’è in noi; la combustione rappresenta un sacrificio. Agni è fuoco che brucia, brucia ciò che è superato per darci un futuro più luminoso. Ma in India il fuoco non va fatto spegnere, va continuamente attizzato, così il fuoco che rappresenta il sacrificio di noi stessi lo si conserva gettandogli ogni giorno alcuni frammenti di personalità. La personalità è appunto predestinata ad alimentare lo spirito, il che equivale a dire che la materia, la sostanza, può ricondurci a Dio e se può far questo essa non è male. Solo chi è disposto ad abbandonare tutto, anche la propria fede, come affermò anche Schelling, è in grado di ritrovare tutto, anche la propria fede”. Così i cavalieri della tavola rotonda affermavano: “Dacci il coraggio di cercare la verità, la volontà di sostenerla, la forza di perderla…”

     Ogni pensiero genera un campo energetico. Così anche il desiderio di ricerca spirituale genera il suo campo. Ma per comprendere l’illusorietà del mondo, per capire che non c’era niente da cercare perché tutto già era, bisogna tenacemente cercare, solo dopo la mente potrà sedersi silenziosa, insieme a Siddharta, sulla sponda del fiume a guardare l’acqua rincorrere se stessa, libera da ogni identificazione. Chi fa questo è un uomo risvegliato e sarà tutt’uno con l’Assoluto.

      Note

1 A. Watts, Buddismo, Red Edizioni, Como, 1999, pag. 18

2 Ibidem.

3 Sono i versi di una canzone di Branduardi: La regola del filo a piombo.

4 G. Rosati, Melatonina, ormone degli dei, Milesi Edizioni, Modena, 2001, pag. 76

5 A. Di Nola, op. cit. pag. 94

6 T. Dethlefsen, Malattia e destino,   pagg. 28, 29

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