La forma del suono

 

Scritto da Claudio Gregorat

 

   disegno di Claudio Gregorat

Una condizione ignota, insospettabile del suono, per la nostra così limitata concezione di esso, è quella di formare involucri nell’aria, con le sue vibrazioni. In questi involucri si inseriscono poi  esseri elementari  corrispondenti alla natura del suono, allo strumento ed al suo timbro. Così come anche alle  intenzioni  di chi lo produce. Difatti si può eseguire musica con diverse intenzioni: per fare dell’arte, per fare denaro, esporsi con vanità, quindi per se stessi, con presunzione, con modestia ed anche con religiosità, come se fosse un servizio divino, quindi per gli altri,  essendo, da sempre,  il musicista un  tramite  col mondo celeste.

Tutto questo influisce sulla qualità del suono e quindi sulla sua forma nell’aria. Forse è un po’ difficile immaginare, farsi delle rappresentazioni  su questo. Purtuttavia possiamo tentare con un esempio.

 

Proviamo ad emettere, forte e lungo, il suono vocalico: O, O, O, O..O Ripetiamolo più volte. Poi di nuovo col suono i..i..i..i..i…, ripetendo. Senza alcun dubbio percepiremo nell’aria una diversa qualità di movimento. L’aria viene formata diversamente: assume proprio forme, circonvoluzioni diverse.

Proviamo ora con un suono consonantico: R…R…R…R…R…R. pIù volte. e poi:  T, T, T, T, T,  – SC..SC..SC…SC..SC.,  – L ..L ..L ..L ..L . Nessuno può incontrare ostacoli nel percepire che l’aria viene mossa in modi diversi e dunque viene  formata diversamente per ogni suono.

Veniamo ora al suono musicale: udiamo il suono di un violino… poi di una tromba… un timpano rimbomba ritmicamente… subentra un flauto… una campana, ecc.. Anche qui percepiremo – potremmo anche dire  vedremo – l’aria assumere  forme e movimenti sempre diversi. Ora, queste forme non sono inerti -anche se sono, a tutta prima  involucri vuoti –  ma sono piene di vita e possono permanere nello spazio a lungo – per tutta la durata del suono e un poco oltre- creando la particolare  atmosfera  del luogo.

Se l’aria non venisse  vitalizzata da enti metafisici come gli  esseri elementari, se fosse proprio un  nulla  composto di ossigeno, idrogeno ed altri gas, questo “nulla” non potrebbe mai  formare un’atmosfera: la quale ha una  connotazione animica-spirituale   particolare e riconoscibile. Cioè:  se il suono fosse solo vibrazione   come pretende il fisico, non appena terminata, non dovrebbe rimanere proprio nulla.  E che la cosa  NON  sia così, lo si percepisce in modo evidente nelle sale da concerto, nelle chiese , nelle biblioteche, ecc.

Oppure, ad esempio, alla fine di un brano: terminato l’ultimo suono, se si tiene desta una certa attenzione -non con l’orecchio, poiché i suoni sensibili sono cessati, ma con l’anima –  si può percepire ancora nell’aria un’intensissima presenza spirituale,  che è la  somma degli esseri evocati dal suono.

 

 

Ora è abbastanza chiaro che il suono è solo un’ occasione, per certi esseri sovrasensibili, di entrare in contatto con la terra e con l’uomo: senza di essa   forma -involucro aereo-  difficilmente potrebbero attuarlo. Così il suono assurge ad ente non solo fisico, ma sommamente  metafisico, in grado da servire da tramite per l’ingresso nella terra di svariate entità spirituali..

L’uomo ha così raggiunto un potere, una libertà, una influenza incredibile: poiché dipende soltanto da lui evocare, rendere presenti, chiamare   attorno  a sé  Angeli o Demoni: dipende da lui, anche se queste evocazioni  sono, per ora , solo istintive,  inconsce.

Parlando in termini concreti, Chi   percepiamo a noi d’attorno, evocati dai suoni di un “Madrigale“, o dal “Combattimento di Tancredi e Clorinda“, dai “Vespri della Beata Vergine” di Monteverdi. Chi dai suoni di un “Corale” per organo, o della “Messa in si min” di Bach. Quali ancora ai suoni della “Messa da Requiem“, delle “Nozze di figaro” di Mozart, dalla “VI sinfonia” di Beethoven, dalla “Sinfonia fantastica” di Berlioz, giusto per citarne alcuni? E Chi abbiamo a noi abbiamo a noi dinanzi ai suoni di una sinfonia di Bruckner o del “Parsifal” di Wagner? Parliamo di opere note a tutti e quindi facilmente identificabili.

 

 

 Chi crea queste forme?

Cerchiamo ora di cogliere gli esseri che si presentano ai suoni di un “Pierrot lunaire” o di una “Erwartung” di Schoenberg, di una “Sinfonia op.21” di Webern, di un qualsiasi brano di Stockhausen o di Boulez. E chi ancora -e qui la differenza è proprio abissale-  e cosa accade dinanzi ai sibili e boati di un brano elettronico di un autore qualunque: poniamo di Nono, Stockhausen o del “Poème electronique” di Varèse.

Facciamo ora un grosso salto di qualità ed entriamo in una discoteca. Chi incontriamo dietro la maschera assordante dei suoni? Non ci vuole molto ad accorgersi di essere calati un una specie di Sabbath orgiastico faustiano: ci sono le streghe, il gatto mammone, Mephisto: non li vedete?

Vediamo delle giovani figure muoversi e dimenarsi in modo frenetico, automatico, antiestetico, con movimenti, diremo “scimmieschi” se paragonati alla vera danza. Non è l’anima umana che si muove entro quei corpi, quei movimenti: lo si percepisce benissimo, soprattutto se quelle giovani figure fanno uso di alcool o di droghe. L’anima umana non ha affatto bisogno di tutto questo, anzi le è del tutto estraneo questo mondo. Quindi chi si inebria a quei suoni martellanti e potenti, dove predomina un ritmo  meccanico  inflessibile ed  oltremodo esaltato nel volume, che lega, lega, e lega sempre più alla terra.? Chi esulta in frenesia in tutto questo scatenarsi di suoni? Rimandiamo la risposta al nostro studio “Conoscere il Doppio” .

 

Veniamo ora ad un altro argomento parallelo, che, a tutta prima, si presenta piuttosto enigmatico. Alla fine del libro “I segreti della soglia” di Rudolf Steiner, vi sono alcune parole come introduzione all’euritmia. Si svolge una sorta di dialogo fra Capesio e Felicita – personaggi dei Drammi-Mistero – durante il quale Capesio si dichiara impotente a comprendere le parole di Felicita, la quale gli dice:

“Se lei mi ascoltasse davvero, come si deve, il suo corpo eterico danzerebbe, mentre ora non danza affatto”

Capesio ribatte che gli sembra improbabile che gli <esseri di fiaba> dei racconti di Felicita <parlino la loro lingua> -di Felicita e di Capesio-  e così attraverso il racconto  poter comprendere quanto intendono dire (nel caso specifico, parlino tedesco come loro due).

Felicita risponde che sarebbe assurdo. Le Entità spirituali non parlano lingue umane, ma  <si muovono, fanno dei movimenti, danzano>. Tale <danza>  assume ovviamente delle <forme> che sono simili alle <forme del linguaggio> che Felicita poi traduce appunto in parole. Tali parole, composte da vocali e consonanti,  producono,  creano nell’aria delle <forme> entro le quali,  si  muovono, danzano -per  dire figuratamente– gli esseri fiabeschi o esseri superiori.

Ora, se Capesio potesse uscire dal suo intellettualismo ed ascoltasse col cuore, come dice Felicita, potrebbe comprendere le sue parole: ma allora il suo corpo eterico danzerebbe>. Vale a dire imiterebbe –col suo corpo eterico- i  movimenti eterici dell’aria sostanziati dai suoni del linguaggio, che, in fondo, sono movimenti di esseri elementari oggetto delle fiabe di Felicita.

Le parole producono simili movimenti nel creare forme.

      

Ora l’euritmia sorge per il fatto di <tradurre in movimenti corporei, i movimenti e le forme che creano nell’aria i suoni del linguaggio –o anche della musica.

L’euritmia -in concreto – presenta visibilmente dinanzi allo sguardo sensibile, i  movimenti e forme che i corpi eterici –sia di chi fa euritmia come di chi guarda – compiono coinvolti da suoni del linguaggio o della musica.

Questo sarebbe il senso delle parole di Steiner nel presentare l’Euritmia.

Creare forme

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I lavori presenti in questa pagina sono di C. E. anni 91. Si tratta di un vassoio, gli altri sono splendidi segnalibri.

Rudolf Steiner, a proposito del creare forme, dice che anche se tutto ciò che costruiamo un giorno andrà distrutto e sparirà, l’importante è che le cose abbiano assunto quella


                                                          -forma-


che NOI abbiamo impresso loro quella forma.

Buon lavoro, dunque, a tutti i costruttori di forme, sia fisiche, sia spirituali!

 

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Rudolf Steiner su alcune bevande

 

(dal ciclo 0. 27 tenuto all’Aia nel marzo I9I3 –  seconda conferenza.)

 

     Se di queste esperienze delle sostanze alimentari ci si vuole fare un’idea più chiara, la si può acquistare dai co­siddetti “generi di conforto”. Questi generi vengono sperimentati con particolare vivacità nella vita esteriore, il caffè, il thè al massi­mo grado; ma ciò che l’uomo normale sperimenta dal caffè e dal thè viene sperimentato con forza maggiore da colui che attra­versa un’educazione teosofica. Non si tratta di una posizione favorevole o contraria al caffè, ma di un’esposizione esatta dei fatti e prego di accogliere queste mie parole soltanto in questo senso. Il caffè già esercita un’azione eccitante sulla na­tura umana  e così pure il thè, ma questo eccitamento causato dal caffè e dal thè viene esercitato sull’organismo dell’anima che attraversa una evoluzione teosofica con maggiore vivacità. Del caffè si può dire, per esempio, che agisce sull’organismo umano in modo che esso solleva, in un determinato modo, per mezzo di esso, il suo corpo eterico da quello fisico, ma di guisa che il corpo fisico viene sentito come solida base del corpo eterico. Questa è l’azione specifica del caffè. Dunque con l’uso del caffè il corpo fisico e il corpo eterico vengono alquanto differenziati, ma in modo che, sotto l’influenza del caffè, il corpo fisico, specialmente nella proprietà della sua forma, viene sentito proprio come irradiante nel corpo eterico, come una specie di fondamento solido per ciò che viene poi sperimentato dal corpo eterico. Questa non è davvero una posizione in favore dell’uso del caffè, si tratta soltanto di caratterizzare l’influenza di questi mezzi di nutrimento e di godimento. Siccome il pensiero logico dipende molto dalla struttura, dalla forma del corpo fisico, così dalla peculiare azione del caffè -che in certo modo dà maggior rilievo alla struttura del corpo fisico- la coerenza logica viene fisicamente agevolata; dall’uso del caffè l’uomo viene, per così dire, agevolato per via fisica nella coerenza della sua logica, nella coerenza del pensiero applicato ai fatti.  Sebbene l’uso esagerato del caf­fè possa presentare delle difficoltà per la salute, si può di­re, nondimeno, che per gli uomini che vogliono appunto salire in regioni superiori della vita spirituale non è proprio inop­portuno: può essere bene a volta attingere la coerenza logica dall’eccitamento del caffè. Si può dire che sembrerebbe natura­le che colui, per esempio, che per la sua professione è obbligato a scrivere, non trovando bene il filo logico da un periodo al1’altro, potrebbe farlo tramite il caffè. L’uso del caffè – con tutti i suoi svantaggi – può contribuire molto a sostenere una certa solidità. Non è che venga raccomandato come mezzo per tale solidità, ma biso­gna dire che è capace di sostenere la solidità e che, per esem­pio, se colui che si evolve teosoficamente ha tendenza a vagare coi suoi pensieri nell’errore, non è proprio il caso di la­mentarsi se egli si rende un po’ più solido col caffè.

Per il thè il caso è diverso. Il thè provoca un effet­to analogo a quello del caffè,  è cioè una specie di differenziazione fra la natura fisica e la natura eterica. Ma la strut­tura del corpo fisico viene, in certo modo, lasciata da parte. Il corpo eterico resta più fluttuante nel suo campo. Perciò, per mezzo dell’uso del thè, le idee svolazzano sbandate, diven­tano, in certo modo, meno adatte ad attenersi ai fatti. La fantasia veramente, qualche volta, viene stimolata, in senso a volte simpatico, dall’uso del thè, però non viene stimolato l’adattamento alla verità e l’adattamento alla solidità delle condizioni. Perciò si può  capire che, in società, dove tanto si tiene a far sfoggio brillante di idee ed a far sfavillare lo spirito, si ricorra volentieri all’uso del thè come eccitamen­to; d’altra parte è anche comprensibile che quando l’uso del thè prende il sopravvento, esso, in certo modo, crea una certa quale indifferenza di fronte alle esigenze che possono nascere nell’uomo dalla sana struttura del suo corpo fisico terreno.

Si può dire che una fantasticheria sognatrice ed una certa qual na­tura indifferente e noncurante, una natura che volentieri non tiene conto delle esigenze della vita solida esteriore, vengo­no facilmente promosse dall’uso del thè. Se non si vede volentieri un’anima che si evolve in senso teosofico far uso del thè, è perché l’uso del thè conduce più facilmente alle chiacchiere che non l’uso del caffè. Quest’ultimo rende più solidi, il pri­mo più ciarlieri, sebbene questo termine sia a tal proposito troppo forte. Tutte queste cose -come ho già detto- si lasciano sperimentare per mezzo della solidità in cui l’involucro fi­sico viene a trovarsi, quando l’uomo attraversa un evoluzione teosofica.

Vorrei solo aggiungere -e  queste cose  cercate di  sperimentarle veramente- che se l’uso del caffè promuove una specie di solidità nell’involucro fisico e l’uso del thè favorisce piuttosto la ciarloneria,  la cioccolata – per esempio – promuove principalmente il filiste­ismo. La cioccolata è per eccellenza la bevanda dei pedanti; e questo si può sentire per esperienza diretta quando 1’involucro fisico diventa più mobile. La cioccolata appunto è da rac­comandarsi in tutte le occasioni di festeggiamenti pedanti ed allora -perdonatemi questa parentesi- si può ben comprendere che nelle faste familiari, nascita, onomastico, e segnatamente in determinate cerchie, venga bevuta la cioccolata.

Per molti ma non per tutti

 

Storia di un fallimento

Riflessioni del Dottor Piero Priorini

 

   Nel 2010, con la casa editrice Psiconline, pubblicai un testo che titolava: C’era una volta la psicanalisi e riecheggiava le riflessioni di James Hillman che, in un suo ben più celebre saggio, confessava: “Cento anni di psicanalisi e il mondo sta molto peggio di prima”. Perché era doveroso ammetterlo: nessuno dei traguardi ancorché minimi che i padri della psicanalisi avevano creduto di poter realizzare era stato raggiunto. Non solo: l’amara verità era che, proprio negli ultimissimi tempi, la diffusione popolare della “cura”, distruggendone l’alone sacro (vero o presunto che fosse), aveva finito per produrre la sua banalizzazione.

   Cos’era dunque accaduto? Chi o cosa aveva la responsabilità di un tale fallimento?

   Per rispondere a tutte queste domande, nelle prime venticinque pagine del mio testo, e nelle sue ultime venti (perché per il resto conteneva alcuni dei casi clinici più o meno emblematici della mia lunga carriera), in un linguaggio exoterico avevo provato ad esaminare alcuni dei motivi principali di questa drammatica situazione. E come prima cosa, iniziai interrogandomi se questo giudizio negativo non potesse essere addebitato solo ed esclusivamente alla mia vecchiaia incombente e perciò dunque alla consueta incapacità degli anziani di valutare positivamente le forme del nuovo che avanza. Ma alla fine, dopo essermi confrontato con alcuni esponenti degli ottimisti (Alessandro Baricco, fra tutti) e dei pessimisti (Umberto Galimberti), senza aver tralasciato coloro che invece trattenevano il proprio giudizio in una sorta di sospensione limbica (Zygmunt Bauman e Benjamin Barber), credetti di dover convenire che la “salute” della moderna psicoterapia fosse davvero pessima e il suo futuro… come minimo incerto. Questo perché i tempi storici sembravano profondamente cambiati e la fretta e la superficialità avevano invaso l’anima degli uomini. Perché le persone erano distratte e affaccendate in tali e tante stupide cose, da non avere più il tempo per pensare e, subito dopo, con conseguenzialità e coerenza, mettere in atto il risultato dei loro stessi pensieri. Perché la capacità di donarsi fino in fondo, ancorché a se stessi, era divenuta una merce rara e, infine, perché era difficile per chiunque orientarsi in quel variopinto “mercatino delle pulci” che era diventata la psicoterapia. Un mercatino nel quale mille imbonitori urlavano la straordinarietà della propria prassi terapeutica: “breve, efficace, veloce, indolore e, oltretutto, a prezzi stracciati”

   Come se non bastasse, avevo dovuto prendere atto del vergognoso tradimento che proprio la Facoltà di Psicologia dell’Università Italiana aveva operato nei confronti dell’anima umana perché,  oltre ad aver ridotto al minimo la richiesta della conoscenza dei testi originali dei padri della psicanalisi (Sigmund Freud, Alfred Adler, Melanie Klein, William Reich, Carl Rogers, Donald Winnicott) e aver depennato dai testi accademici gli autori più imbarazzanti di questa neonata disciplina umanistica – Victor Frankl, David Cooper, Roberto Assagioli, Donald Laing, Rollo May e addirittura Carl Gustav Jung – aveva finito poi per “amoreggiare” con la facoltà di medicina, offrendosi come sua vassalla (sgualdrina suonerebbe meglio) nel somministrare test, redigere diagnosi e offrire strategie cognitive alternative a quanti si trovassero nella malaugurata situazione di disagio psichico. E infine, per chiudere proprio in bellezza, dovetti convenire che la maggior parte dei miei giovani colleghi, provenienti da scuole superiori nelle quali la cultura classica era oramai assente da un tempo immemorabile (come minimo dagli anni ’80), oltre a un sapere specialistico nozionistico, non avevano la benché minima preparazione in filosofia, letteratura, storia delle religioni, mitologia, teatro, poesia, storia dell’arte, musica né, addirittura, in cinematografia.

   Nonostante questo, avevo concluso il mio testo con una apertura fiduciosa al domani, augurandomi che la crisi sarebbe potuta passare e che “la bella addormentata nel bosco” (così avevo chiamato la psicanalisi classica), baciata da un qualche Eroe di passaggio, magari un giorno si sarebbe anche potuta svegliare.

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   Sono passati solo otto anni da allora ma le cose, se possibile, sono peggiorate.

   Ed essendo questa una raccolta di articoli il cui presupposto è quello di una immersione profonda nella scienza dello spirito antroposofica, sento un mio dovere il tentare di salire di livello e, da lassù, provare ad osservare un orizzonte più vasto.

   Per farlo, partirò da alcune drammatiche osservazioni fatte a Dornach, proprio durante un convegno di psicoterapia, da parte del filosofo-antroposofo J. Ben-Aharon sulla base – almeno così sembra – di sue autonome facoltà di indagine soprasensibile.

   Secondo lo stimabile personaggio, infatti, il paradosso assurdo di quest’epoca moderna – che ha fatto seguito alla fine del kali Yuga (1899) e che, appunto perciò, avrebbe dovuto segnare l’inizio di una nuova “epoca luminosa” – è che l’umanità, oggi, sta attraversando una crisi ancor più oscura di quella attraversata nei precedenti secoli bui. In altre parole – specifica l’autore della conferenza – l’umanità è precipitata in un abisso dal quale non è affatto sicuro che riuscirà a risalire. E, comunque, non senza un intenso impegno e immani sforzi.

   Certo: le sue sono parole drammatiche, terribili… parole che ci farebbe molto comodo giudicare folli, esagerate o menzognere, e così poterle mettere da parte. Ma il fatto è che, almeno per quel che mi riguarda, risuonano con le inquietudini che da molti anni si agitano nella mia anima, soprattutto in relazione a ciò che mi è dato sperimentare nel lavoro terapeutico di tutti i giorni. Inquietudini che con il libro: C’era una volta la psicanalisi, avevo tentato di esorcizzare, limitandomi a riflessioni exoteriche superficiali.

   In sostanza, scusandomi di dover sintetizzare pensieri che già il loro autore riteneva di aver dovuto fin troppo sintetizzare, J. Ben-Aharon ritiene che a seguito di tutta una serie di motivi evolutivi naturali – e, in quanto tali, previsti da Rudolf Steiner (e cioè: l’allentamento progressivo delle connessioni del corpo eterico con il cuore fisico) – l’Io umano tradizionale, che prima dipendeva dal sangue per incarnarsi, dagli anni 1933 in poi non sarebbe più veicolato da questo “succo molto particolare”. L’Io umano, piuttosto, sarebbe libero di individualizzarsi o meno agganciandosi più che altro alla libera collaborazione culturale, sociale ed economica degli altri esseri umani. In altre parole, il parziale distacco eterico avrebbe creato una sorta di “apertura del cuore” che, se da una parte è l’espressione della libertà morale di scelta dell’uomo, dall’altra lo espone a un nuovo e poderoso attacco delle forze del Male. Un Male che penetra, oggi, con sempre più facilità nello spazio vuoto del cuore dove l’Io non regna più secondo la precedente, antica, gratuita disposizione. Il motivo – ribadisce Ben-Aharon – risiede nel fatto che il sangue non è più la forza latrice dell’Io divino-spirituale corrispondente all’immagine archetipica dell’uomo voluto dagli Dei. Quel sangue è stato distrutto. Non c’è più. E se l’uomo non troverà la forza morale di mantenere aperto il proprio cuore, in quello spazio vuoto prenderanno potere gli Asuras. Esseri al servizio di Sorat, l’Anti-Cristo Cosmico, il cui precipuo scopo sarà quello di distruggere l’Io dell’uomo, realizzando così un’umanità capovolta, non-umana, sub-umana, anti-umana.

   È quello che sta accadendo, continua Ben-Aharon, ricordando come proprio Rudolf Steiner avesse profetizzato che, se nel breve volgere dei pochi decenni successivi agli impulsi di cui lui stesso si era fatto portavoce, l’umanità non si fosse indirizzata coscientemente verso il mondo spirituale, allora sarebbe scesa in quell’abisso che egli chiamava il Kamaloka Mondiale. Un termine di difficile comprensione immediata ma che sta ad indicare un rapporto inverso o, se vogliamo, capovolto con le brame. Infatti, mentre nel Kamaloka del post-mortem il tormento delle brame, che sono impraticabili dall’astrale disincarnato, purifica l’anima, nel Kamaloka del mondo, dove le brame invece possono essere pienamente realizzate, il patimento è sostituito dall’appagamento.

   Di fatto, l’umanità non ha trovato la strada verso il mondo spirituale e l’abisso si è aperto sotto i nostri piedi. Scrivo: “i nostri piedi”… perché tutti noi – sostiene l’autore – oramai stiamo vivendo in questo abisso. Non ci si illuda di esserne risparmiati, ancorché buoni cristiani, buddhisti o addirittura antroposofi, perché di fatto viviamo una vita sociale, una pedagogia, una medicina, una politica, una economia globale, una comunicazione virtuale, una pubblicità e molto altro che sono già espressione di questa discesa abissale.

   “Non puoi far parte di questa civiltà – ripete con lucidità Ben-Aharon – non puoi comprare e vendere, o cercare comunque di vivere, a meno che tu non abbia nel corpo, nell’anima o nello spirito almeno il nome o il numero o il segno della Bestia. Si sono già molto evolute tutte e tre. Ai giorni nostri non si può partecipare ad alcuna vita sociale, senza essere segnati da questa triplice segnatura, che è la segnatura dell’individualizzazione del Male nello spirito, nell’anima e nel corpo dell’essere umano”.

   Come ho già detto: parole terribili…

   Ora, però, ci si potrebbe chiedere quale relazione abbiano le parole e i pensieri su riportati con la disciplina psicoterapeutica della quale mi sono occupato in tutti questi articoli.

   Ebbene: il nesso è strettissimo. Non solo perché lo stesso Ben-Aharon, nel prosieguo del suo discorso, chiama in causa proprio la psicoterapia come possibilità di affrontare il Male, ma anche e soprattutto perché, se praticata da terapeuti preparati nel senso della scienza dello spirito, la psicoterapia potrebbe divenire uno strumento d’elezione per rinforzare quell’Io che è minacciato, oggi più che mai, dalle spaventose forze degli Asura.

   Ma se l’atteggiamento della società antroposofica oggi è cambiato nei confronti della psicoterapia, bisogna però riconoscere che anche la psicologia in tutti questi anni, almeno in Italia, è profondamente cambiata: ma in peggio!

   Perché in peggio sono cambiate le teorie di riferimento e peggiori sono le condizioni animiche degli uomini che presumono di servirsene per superare i propri disagi.

   Negli anni ’70, ’80 o ’90 del precedente millennio, chi entrava in un percorso terapeutico, oltre alla necessità di liberarsi di un sintomo più o meno scomodo, ne approfittava per prendere contatto con il senso e il significato della propria vita. Certo… non tutti! Ma per molti questo era ciò che accadeva. La malattia, o meglio, il disagio era l’occasione per l’entrata in un diverso rapporto con se stessi.

   Da un certo punto in poi, però, le cose cominciarono a cambiare: in maniera silente e tenue, all’inizio, ma poi, via via, in maniera sempre più ingombrante, pretenziosa e arrogante. In parallelo con lo spietato consumismo della vita economica e la solerte efficienza della tecnologia, le persone volevano solo guarire, “subito e bene”, senza sacrificare alcunché della loro personale visione del mondo e, soprattutto, in modo indolore. Il risultato di questa repentina e drammatica inversione interiore fu che, nonostante l’impegno esercitato da molti anziani psicoterapeuti, ancora preparati al modo antico, molte avventure psicoterapiche cominciarono a stentare il passo se non, addirittura, a fallire miseramente.

   E nonostante alcuni ricercatori, come me, sentissero legittimo mettere in discussione anche le proprie prassi terapeutiche, presto fu evidente a chiunque avesse occhi per vedere e onestà d’intenti che il fenomeno era generale: il fallimento della moderna cura psicologica era incontestabile, tanto più se ci si serviva di quelle innovative e tanto decantate tecniche psicoterapiche che, provenendo dagli Stati Uniti, avevano fatto della velocità e dell’efficienza i loro presunti cavalli di battaglia. Feroci nemiche della psicodinamica (visione storico-evolutiva propria della psicanalisi, che vede nel sintomo un antico meccanismo di difesa, trasformato e poi “fissato” nell’anima), queste nuove tecniche (cognitivismo, terapie strategiche-brevi, programmazione neuro-linguistica) presumono di poter attaccare ed eliminare i sintomi in maniera diretta e “aggiustare” la mente del malato con le stesse procedure con le quali si potrebbe aggiustare un computer.

   Di fatto, oggi, ci troviamo in questa situazione: un numero più che significativo di uomini e donne soffre terribilmente nell’anima, ne porta i sintomi ma, o rinuncia sfiduciata in anticipo a qualunque tentativo di psicoterapia, o tenta l’avventura introspettiva (anche se con modeste forze interiori) con risultati però che, bisogna ammetterlo, sono inferiori a quelli che sulla carta sarebbero invece realizzabili.

   Dove si annida il male? Al di là dei temi culturali generali riportati all’inizio di questo articolo e alla compiuta professionalità o meno del terapeuta, cosa ha ridotto la capacità di risposta di così tanti pazienti?

   Di sicuro non riguarda una distinzione di genere (Femminile o Maschile), perché anche se è vero che la donna, in linea di massima, è molto più sincera e spregiudicata con se stessa, nonché più introspettiva e sensibile dell’uomo, è poi anche vero che queste qualità non sono sufficienti a garantire alcun ragguardevole risultato. Non è un fatto culturale, perché successi e insuccessi si ripartiscono in egual misura tra persone erudite e altre decisamente incolte. Non riguarda l’intelligenza (c’è ancora qualcuno che si illude di sapere cosa sia l’intelligenza?), non la dichiarata buona disposizione d’animo, non l’età, il successo lavorativo o l’anonimato sociale. Né tanto meno l’agiatezza economica o la povertà.

   Allora… chi o cosa è responsabile di questa drammatica situazione?

   Confesso che prima di incontrare il testo della conferenza di Ben-Aharon, la mia autonoma e personalissima ricerca si stava già orientando verso il tema dell’Io. Perché quello che mi era sembrato di cogliere sempre più spesso in molti dei pazienti incontrati in questi ultimi anni era la loro debole, parziale, ma a volte anche totale incapacità di collegare una qualche scoperta realizzata nel corso dell’analisi e riconosciuta poi come vera, con una conseguenziale azione sul piano della realtà. Ancorché minima. La Volontà, per molti di loro, sembrava essere del tutto esautorata. E riconoscendo nel Volere – secondo le parole di Rudolf Steiner – la natura ultima e sostanziale dell’Io, era logico che mi orientassi in quella direzione. Negli anni precedenti avevo già riportato alcune mie considerazioni sul tema della Volontà (si legga l’articolo: La Volontà violata, contenuto in questa stessa raccolta), e stavo tentando di elaborare esercizi specifici e prassi interiori utili a superare o, almeno, ad alleggerire il problema… ma debbo ammettere che ero ancora lontano dall’avere chiaro, davanti a me, il quadro spirituale della situazione.

   Ma se la visione di Ben-Aharon è corretta, allora il problema potrebbe essere individuato nel fatto che, se da una parte l’intera umanità di questo presente storico presenta una vera e propria “ferita del cuore”, altrettanto vero, poi, è che non tutti gli uomini e le donne sono in grado, possono o vogliono, riuscire a sopravvivere mantenendo aperta tale ferita. Molti, purtroppo, consapevolmente o meno, preferiscono lasciare che il Male richiuda e cicatrizzi tale loro ferita. Con ciò impedendo che l’Io prenda possesso dello strumento (corporeo, eterico e astrale) indispensabile per sapere del mondo, di sé e della propria origine spirituale. Oggi è estremamente facile richiudere tale ferita: l’affanno lavorativo, la brama di guadagno, il numero incalcolabile di distrazioni (la connessione continua, i mondi virtuali, l’adeguamento alle mode, l’alienazione delle droghe), le relazioni affettive discontinue e instabili, le false e astratte ideologie politiche quando non addirittura le insane ed esagitate tifoserie sportive. Ancor più subdole, invece, le prassi religiose comuni, i convincimenti New Age o le pratiche ascetiche più strampalate.

   Bisogna riconoscerlo: oggi è davvero molto semplice lasciarsi sedurre dalla soddisfazione sempre attuabile delle molteplici brame che il mondo ci offre, così suturando la ferita e lasciando poi che cicatrizzi. E, con il cuore chiuso, girare poi per il mondo, senza vedere le miserie dei nostri simili, i soprusi e gli abusi perpetrati ovunque con l’indifferenza negli occhi, lo scempio operato sugli equilibri naturali, la malattia mortale del pianeta sul quale viviamo, la follia di quasi tutti coloro che lo governano e, addirittura, lo sconcerto delle persone che ci sono più vicine. Con il cuore chiuso anche la propria sofferenza è sterile, perché nasconde il compiacimento, è autocelebrativa e, soprattutto, non è catartica. Non tende al riscatto. Non allude al pentimento e non invoca alcun radicale cambiamento.

   Le implicazioni di questa concatenazione di pensieri sono sconcertanti: perché allo stato attuale della realtà si potrebbe allora affermare che solo un “cuore aperto”, ferito e sanguinante, potrebbe essere ritenuto ancora umano e perciò stesso permeabile all’aiuto.

   È quello che sentenzia Ben-Aharon quando, con una spregiudicatezza difficilissima da condividere, afferma: “si può fare lavoro psicoterapeutico solo tra e con esseri umani”.

   Lo ripeto: l’affermazione del filosofo ricercatore dello spirito è terribile, non solo perché sfida il nostro più elementare buonismo ma soprattutto perché, come operatori sul campo, ci costringe ad ulteriori riflessioni.

   E la prima apre una questione che sarà molto difficile risolvere: perché se è vero che solo un cuore aperto permette l’incarnazione dell’Io… è però anche vero che è l’Io, in un qualche modo, a permettere di (ma forse dovrei scrivere “a volere”) mantenere aperto il proprio cuore. Mi rendo conto che questo assunto sembra una contraddizione in termini: il cuore aperto permette l’identificazione dell’Io ma, per altri versi, è solo l’Io che può volerlo mantenere tale.

   Come si risolve questa assurda impasse?

   Non sono in grado di affermarlo con certezza, ma credo che questo dipenda da un insieme di fattori. Perché se è vero che il sangue non attira più l’Io nella propria individualizzazione e che le brame del mondo si offrono come nutrimento del Male che ne ha occupato il cuore, è però altrettanto vero che molti uomini e molte donne accettano la battaglia fin dal loro primo vagito e, in un qualche modo, tengono la posizione. Suppongo che questa capacità possa derivare loro dall’amore genitoriale con cui sono stati accolti nel mondo o, in mancanza di quello, da risorse segrete immagazzinate in precedenti incarnazioni, oppure ancora – spero di non risultare blasfemo – da un guizzo di Fantasia Morale che ad un certo punto sfolgora nella loro anima. Ma, non ultimo, anche da un Incontro Terapeutico che, per qualche motivo “tocca” il loro cuore, strappa i punti di sutura e lo induce a sanguinare.

   Nel lavoro psicoterapeutico non credo sia possibile, in alcun modo, sapere in anticipo chi abbia preservato o meno la propria umanità, né chi, pur avendola perduta, non sia poi in grado di ritrovarla, magari grazie a una sola parola giusta, pronunciata nel momento giusto da un terapeuta illuminato. Resta però vero il fatto che, sempre più spesso, uomini e donne moderni sembrano immunizzati a qualunque parola, a qualunque sforzo terapeutico, e il loro cuore rimane chiuso e sigillato.

   È impossibile esercitare una vera terapia con tali pazienti il cui numero – è doveroso ammetterlo – va aumentando. È davvero così! A volte, con alcune persone, sembra che non ci sia proprio nulla da fare. Ma questo fatto apre una seconda questione: perché, chi può sapere se il limite invalicabile era nel paziente piuttosto che nel terapeuta? Se è vero che il lavoro psicoterapico si può realizzare solo tra esseri ancora umani, chi può sapere quale dei due protagonisti dell’Incontro avrebbe potuto fare di più per l’altro, ma non c’è riuscito, perché il suo cuore non era sufficientemente aperto? O, almeno, sufficientemente coraggioso da andare oltre quelli che credeva fossero i propri limiti?

   Quando cominciai a lavorare, quarantatré anni or sono, la prima domanda che si affacciò alla mia giovane anima fu la seguente: “Come riconoscere il limite che, in ogni vita, separa il “non posso” da un “non voglio”? In altre parole, quando un paziente davvero non può andare oltre e quando invece non vuole farlo? Da allora, penso che non sia passato un solo giorno in cui io non abbia riflettuto su questo tema e oggi, dopo tanto tempo e tante battaglie, posso con orgoglio dire che: ancora non lo so! Credo che dovrò aspettare di varcare la soglia per sperare di risolvere questo angoscioso arcano.

   Nel frattempo, però, posso dire di aver cercato in ogni dove un qualunque strumento in più che mi permettesse di poter dire a me stesso: ho fatto tutto quello che potevo. Oltre non sono potuto andare, anche se non potrò sapere, almeno per ora, se davvero non ho potuto o invece non ho voluto. Perché resto convinto che non ci siano limiti invalicabili in assoluto per l’essere umano, bensì solo limiti contingenti al suo impegno e al suo destino.

   Ma la psicoterapia accademica, invece, oggi registra dei limiti: che sono i limiti della visione materialistica del mondo. Se il cuore degli uomini si sta chiudendo, non è nemmeno lontanamente possibile immaginare che tecniche disanimate (cioè prive di anima), veloci ed efficaci secondo lo standard economico-arimanico del mondo possano sperare di riaprirlo.

   La Psicologia accademica ha tradito se stessa! Occorre trovare il coraggio di dirlo, di gridarlo al mondo, di comunicarlo a quante più persone possibili perché, se ancora ci sono delle pur minime speranze per l’umanità, solo da una psicoterapia rinnovata nel senso di una scienza dello spirito l’uomo contemporaneo potrà essere davvero salvato.

   Forse, occorrerà trovare ulteriori nuove tecniche che, come io credo, siano in grado di mettere in movimento in maniera diretta la volontà dell’uomo e della donna moderni. E bisognerebbe trovare il modo di poter offrire a chi richiede aiuto, l’occasione di sperimentare in un unico setting la riunificazione di scienza, arte e religione. Perché è senz’altro vero che in ambienti antroposofici si è sempre esaltata la capacità terapeutica dell’arte – Euritmia in primis, pittura, arte della parola (recitazione) e musica – ma credere che facendo arte si possa sperare di curare alla radice una sindrome di “attacco di panico” o una di “anoressia” è di una ingenuità che sfiora la follia. Così come altrettanto ingenuo, o folle, è credere di superare una “depressione” o una “dipendenza da alcool, da droghe o affettiva” impegnandosi strenuamente nei sei esercizi fondamentali donatici da Rudolf Steiner o negli altri esercizi, altrettanto mirati, suggeritici da Massimo Scaligero. Così come, almeno nell’ambito psichico, non possono essere efficaci gli effetti dei medicamenti della Wala o della Weleda, ancorché prescritti da illuminati medici antroposofici (che anche loro, spesso, come i colleghi allopatici, chissà perché si sentono in diritto di poter intervenire con la parola in un campo nel quale la loro preparazione è pressoché nulla).

   La separazione di arte, scienza e religione, avvenuta dopo il mistero del Golgota affinché crescessero in maniera autonoma e indipendente l’una dall’altra, ha fatto il suo tempo. Un domani, sempre più solo interventi integrati avranno il potere di sconfiggere il vero male dell’uomo, del quale, i sintomi che egli accusa, sono solo benefici segnali d’allarme. Il cammino dei Nuovi Tempi dovrà portare alla riunificazione di tutto ciò che un tempo fu diviso e separato. Non c’è altra strada! Non ci sono altre vere alternative!

   Sono altresì consapevole della pretesa utopistica dei miei pensieri. Ma se i “tempi sono gravi”, come diceva ogni volta Scaligero, allora bisognerebbe trovare il coraggio dell’utopia. E se la posta in palio è il cuore degli uomini, allora bisognerebbe poter offrire loro un percorso unitario in cui ogni professionista (l’artista, lo psicoterapeuta e il medico), uniti da un’unica visione immaginativa, potesse mettere le proprie conoscenze al loro servizio, strutturando un “percorso” capace di offrire tutti i supporti di cui ci fosse bisogno.

   Negli anni ’80, io e alcuni colleghi (psicoterapeuti, artisti e medici) avevamo già partorito un’idea simile. Ma tutti noi eravamo troppo giovani e, oltre all’esperienza, ci mancava quella facoltà imprenditoriale necessaria per varare un progetto del genere. In pratica lo lasciammo cadere, anche se già allora, in tempi non ancora sospetti, avevamo visto giusto. Oggi, riuscire a realizzare un progetto del genere sarebbe ancor più necessario, per il bene di tutta la società ma, ça va sans dire, proprio il degrado della vita sociale moderna rende tale realizzazione ancora più difficile.

   I limiti di questa nostra antica utopia, nella quale io oggi ancora mi riconosco, sono tanti.

   Ripeto, ne sono consapevole: prima di tutto il fattore economico (come pagare così tanti professionisti dediti ad affrontare il problema di ogni persona con diversi mezzi?), poi quello del tempo (quanti mai, oggi, sono coloro che hanno tanto tempo libero da dedicare a loro stessi?), quello logistico (dove trovare un “luogo” in cui riunire e far convivere tutto questo?) e, non ultimo, quello dell’accordo profondo e intimo dei professionisti che dovrebbero lavorare in perfetta sintonia. Non posso sapere se un giorno, illuminati terapeuti, riusciranno mai a dare vita a un simile progetto. Ma so per certo che, qualora fosse varato, molti più uomini e donne, grazie all’organicità che assumerebbero i vari interventi, riuscirebbero a sostenere il “vuoto sanguinante del proprio cuore” così da potervi accogliere un giorno quell’Io Cosmico che di sé disse:

   “Io sono l’Io sono!”

   “Io sono la Verità, Io sono la Via, Io sono la Vita!”

Viaggio in Svizzera

Con  cortese autorizzazione, divulgo il seguente messaggio.

 

Messaggio inoltrato  da: Ilaria Vudafieri <ilaria.vudafieri@gmail.com> Data: 5 luglio 2018 – 11:27

Oggetto: Richiesta divulgazione Viaggio in Svizzera A: societa.antroposofica@gmail.com Cc: Paola Vason <paola.vason@ecornaturasi.it>

 

Spett.  Associazione Antroposofica Italia

 

Buongiorno a tutti,

Vi scrivo per informarvi che, visto il riscontro molto positivo dei partecipanti, a breve intendiamo riproporre il bellissimo viaggio in Svizzera che vi avevamo chiesto di divulgare. Questo viaggio è parte del nostro nuovo e grande progetto che abbiamo avviato da poco qui in azienda: NaturaSì Viaggi. Tra le varie proposte in Italia, appoggiati ad aziende agricole biodinamiche, organizziamo dei fine settimana all’insegna della cultura, arte, relax, approfondimenti e visite alle realtà che ci ospitano. Cerchiamo di proporre un “altro” tipo di turismo. Per saperne di più invito a visionare la nostra pagina dedicata www.naturasi.it/viaggi

In base alla disponibilità degli interessati, il periodo del viaggio potrebbe essere fine luglio, ad esempio dal 28/07 al 31/07 (3 notti e 4 giorni). Il programma sarà simile al primo viaggio a parte lo spettacolo di Euritmia di fine anno e il programma sul miglioramento genetico dei cereali presso i campi di Peter Kunz.

Viaggio in Svizzera

Lugano, Dornach, Rheinau… e molto altro!

Vuoi scoprire due centri fondamentali della cultura antroposofica e dell’agricoltura biodinamica e vivere con noi momenti di relax tra gioielli di natura incontaminata? Vieni con noi in Svizzera! A Dornach, a scoprire il suo Götheanum e a Rheinau, dove Sativa svolge un fondamentale lavoro di selezione e miglioramento genetico per donarci le sementi più adatte alla nostra alimentazione. Nel nostro viaggio passeremo per Lugano per dirigerci verso il cantone di Basilea e quindi quello di Zurigo, attraversando boschi rigogliosi e colline verdeggianti. Ammireremo le acque cristalline del Reno e scopriremo i tesori artistici e culturali di questi splendidi luoghi.

Questo è il programma completo del primo viaggio:

https://www.naturasi.it/progetti-speciali/naturasi-viaggi/viaggio-in-svizzera

Per ulteriori informazioni potete contattare me al numero 328 0594635 o la mia collega Paola Vason (che ci legge in copia) al 338 5759765

Ringrazio fin d’ora per la divulgazione.

Grazie di cuore

Ilaria

 

 

 

Sull’aborto e sul parto cesareo

Riflettevo sul fatto che da molto tempo ormai negli ospedali sta diventando prassi comune far nascere i bambini col parto cesareo, anticipando quindi il momento che l’essere spirituale ha scelto in precedenza per scendere sulla Terra. Nell’articolo al link sottostante si possono trovare parole illuminanti che dovrebbero indurre non solo a riflettere ma anche ad agire e quindi a rifiutare qualsiasi anticipo sulla data  prevista, se non motivato da esigenze gravi.

Luigina Marchese

 

https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=pt&u=https://www.ime.usp.br/~vwsetzer/antrop/aborto-antroposofia.html&prev=search