I quattro temperamenti -seconda parte

 

I QUATTRO TEMPERAMENTI NELL’ADULTO

di Emanuela Cardarelli

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MALINCONICO

Nel malinconico predomina il corpo fisico, quindi l’elemento terra. Il malinconico sente fortemente il suo corpo fisico, la sua durezza, e se ne sente limitato. Non riesce a compenetrarlo completamente con la sua anima e con la sua individualità e quindi non lo può dominare. È come se per lui il corpo fosse un peso da portare e questo genera in lui una forte sofferenza interiore. In pratica il corpo fisico oppone resistenza al benessere interiore del corpo eterico, alla mobilità del corpo astrale e alla ferma sicurezza dell’io. Il malinconico, quindi, è molto preso dal suo mondo interiore, dai suoi pensieri, ed è per questo che i suoi occhi sembrano spenti: perché essi sono rivolti all’interno e non sono molto interessati a guardare il mondo esteriore. Questo loro ripiegamento verso l’interno a volte si può esprimere fisicamente anche nella curvatura delle spalle, come nel caso di Leopardi, che aveva addirittura la gobba. È molto interessante il fatto che, proprio per questa maggiore “durezza” del malinconico, quando l’arcangelo di popolo compartecipa alla creazione dei temperamenti del suo popolo, lascia fuori il malinconico.

Spesso i malinconici hanno le palpebre un po’ cadenti, come se fossero troppo pesanti per stare aperte. Le membra sono lunghe e sottili, soprattutto le dita, e l’andatura è un po’ strascicata, proprio come se la persona fosse troppo stanca per camminare. I movimenti sono lenti e attenti. Anche il viso è lungo e stretto e spesso termina con un mento a punta. A volte il malinconico tiene il capo inclinato, quasi a indicare che esso è troppo pesante per poterlo sostenere, e le labbra sono sottili e pallide. Gli occhi sono spesso scuri, così come i capelli, che sono fini e lisci.

Il malinconico, come abbiamo detto, è preso soprattutto dalla sua sofferenza e tende a ritirarsi dal mondo per riflettere sui suoi problemi, reali o immaginari, cosa, questa, che lo può portare a frequenti sbalzi d’umore. Egli ritiene che nessuno al mondo soffra quanto lui e quindi ci tiene a rendere tutti partecipi delle sue disgrazie, di solito in modo molto dettagliato, e se qualcuno osa sminuirle si offende a morte. Diciamo che il malinconico è felice solo quando (perlomeno secondo gli standard delle altre persone) si trova in uno stato miserevole. Il malinconico quindi rischia di scadere nel vittimismo, ed è per questo che secondo me, se è vero che la nostra epoca è sanguinica, è anche molto malinconica, perché oggi assistiamo a vere e proprie gare a chi è più vittima, soprattutto fra gruppi di persone, perché se riesci a ottenere il bollino di vittima ufficiale avrai dei vantaggi che i non vittima non hanno.

In realtà non è che i malinconici abbiano più problemi degli altri, ma semplicemente hanno una sensibilità più spiccata, e quindi delle situazioni che un non malinconico avrebbe liquidato in maniera molto semplice, il malinconico le ingigantisce e può creare delle vere tempeste in un bicchier d’acqua.

Come i collerici, i malinconici hanno un forte senso di sé: il loro ego è, insomma, un po’ sproporzionato e proprio per questo essi ritengono di essere gli unici a conoscere la realtà delle cose, e quindi vogliono sempre dire la loro. Tuttavia, mentre i collerici tendono a proiettarsi verso il mondo esterno per conquistarlo, i malinconici combattono col loro mondo interiore. Mentre i collerici cercano di piegare la legge per realizzare i loro fini, i malinconici manipolano gli altri in maniera un po’ sottile, ad esempio chiedendo attenzione. Una delle loro illusioni, infatti, è di essere il centro dell’universo, e di meritarsi di esserlo, e poiché gli altri sanno che questo non è vero, i malinconici possono sviluppare un complesso d’inferiorità.

La loro lamentela più frequente è che nessuno li capisce, probabilmente perché sono troppo speciali per essere compresi dalle persone comuni, e quindi se vengono ignorati tendono ad offendersi. Essi sembrano vedere solo il lato negativo delle cose e quindi è inutile cercare di tirarli su o di ragionare con loro. Diciamo che sono un po’ votati al martirio, e la cosa gli piace, perché li fa sentire speciali. È come se loro fossero stati scelti fra tanti per soffrire in modi che nessuno può comprendere. Per questo motivo forse l’unico a poter gestire un malinconico è un altro malinconico. Gli altri temperamenti non avrebbero sufficiente pazienza.

Tuttavia, se il malinconico si convince che qualcun altro sta soffrendo più di lui, allora si farà in quattro per aiutarlo. È proprio per questo che i malinconici sono particolarmente adatti a quelle professioni in cui occorra prendersi cura degli altri, come il medico, l’infermiere, il veterinario, l’insegnante o anche il sacerdote. In un certo senso, sono dei filantropi nati. Infatti, se il malinconico riesce a superare il suo egoismo e il suo egocentrismo, potrà essere di grande aiuto per coloro che ne hanno bisogno, e se riuscirà a portare all’esterno la sua luce interiore, potrà creare delle opere che riusciranno a ispirare le persone per secoli a venire. Molti grandi artisti, infatti, sono o sono stati dei malinconici, persino tra gli attori comici.

Per il malinconico, il pericolo minore è l’umore nero, l’incapacità di liberarsi dalla propria interiorità, mentre il pericolo maggiore è la demenza. I disturbi fisici a cui può andare soggetto sono le malattie delle ossa, che sono fra le più dolorose.

Per lui sono consigliati il fosforo e il ferro. Tra gli alimenti, è molto indicata la frutta, poiché spunta vicino al sole e lontano dalla terra, e gli darà quel calore che necessita. Anche la carne, il pesce e le uova sono indicati per lui, poiché gli permetteranno di radicarci di più nel suo corpo fisico. Tra i vegetali, sono indicate le radici, poiché, proprio come il malinconico, sono ancorate alla terra. Sarebbero però da preferire le radici più dolci, come le carote, oppure aggiungere alle radici dello sciroppo di barbabietole. Fra le erbe aromatiche, il malinconico può scegliere il finocchio, l’anice, il basilico, il timo, la salvia e la maggiorana, che servono a fornirgli luce e calore. Tra i cereali, la luce e il calore si trovano soprattutto nell’orzo, nel miglio e nell’avena. Il cerale più affine al malinconico è il mais, poiché le pannocchie di mais sono coperte dalle foglie e si trovano più vicine alla terra. Il mais però dovrebbe essere assunto con molte spezie, in modo che il malinconico possa così trasformare lui stesso la pesantezza di questa pianta, e quindi la propria.

Bette Davis (non sono sicura che fosse malinconica, ma i suoi famosi occhi sono senz’altro quelli tipici di questo temperamento

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Gioacomo Leopardi                                               Vincent van Gogh

56

 

Frédéric Chopin

7

Edvard Munch

8

Stan Laurel                                                                        9

 

Totò 10

 

Charlie Chaplin         11

 

 

Alessandro Manzoni

12

 

Elizabeth Siddal

 

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Pane e … succo d’uva!

 

    Pane e vino sono due sostanze archetipiche, che nel sacra­mento dell’Ultima Cena furono elevate dal Cristo alla sfera del culto. Gesù nacque a Betlemme, “città del pane”. Quando, dopo il battesimo nel Giordano, il Cristo cominciò la sua attività sulla terra, tramutò l’acqua in vino. Possiamo, osservando la figura del cereale e della vite, riconoscere perché proprio essi vennero scelti per questo servizio rituale e, soprattutto, in quale rapporto stiano con l’uomo. Il cereale, in un primo atto del suo divenire, si unisce intimamente alla terra con la formazione di profonde radici altamente ramificate. Poi con il culmo tende energicamente verso l’alto, incontro al sole. Con la sua attività la pianta è finemente inserita nella forma e mostra una forza di elevazione ed una stabilità uniche nel loro genere. Il silicio si schiude alle forze di luce del cosmo circostante. La sostanza può essere vista come una condensazione della luce: qui la via muove dal cosmo circostante alla compenetrazione terrestre. Quando il grano matura la pianta appassisce e muore. Anche il seme sembra dapprima senza vita, ma possiamo ben vedere la sua poderosa forza nascosta appena germoglia o quando lo usiamo come alimento. Così dovremmo caratterizzare i cereali più di ogni altra pianta come esseri solari cosmici, che si congiungono con particolare intensità alla materialità terrena, dirigendo così luminosa vita entro la formazione della sostanza terrestre.

Del tutto diversa è la vite. Essa è una pianta pluriennale che vive fino a 100-200 anni, sviluppando così una propria forma duratura. Il suo germoglio non è orientato in alto verso il sole, non tende come il culmo o stelo del cereale ad allontanarsi dalla terra, ma si inserisce nel suo campo gravitazionale. Nella crescita si estendono orizzontalmente nello spazio tralci e viticci in cerca di un appiglio. Anche le radici non si ordinano lungo la linea congiungente il sole con il centro della terra -come nelle piante con radici tendenti alla verticalità- ma creano in un certo senso una figura propria, raggiungendo una profondità di 12-15 metri. I fiori sono a forma regolare con una stella a cinque punte nel calice, nella corolla e nell’androceo. L’infiorescenza racemosa viene tenuta sospesa per breve tempo, ma fiorisce poi verso il basso, volgendosi verso la terra, via dal sole. Viene evitata la luce solare diretta anche nella maturazione dei grappoli che pendono all’ombra delle foglie ricevendo il calore solare riflesso dalla terra, questo è particolarmente adatto il terreno declive! La vite forma un sistema di vasi in cui questi ultimi – osservabili al microscopio – con un diametro di 0,5 mm hanno le più grandi dimensioni in tutto il regno vegeta­le. In questo modo la pianta per tutta la durata dell’accre­scimento si può unire intensamente alla circolazione delle acque della terra, mentre nel cereale, al contrario, la corrente dei succhi si esaurisce presto e il chicco in maturazione si congiunge quasi esclusivamente ai processi di luce e di calore del sole. Nella corrente dei liquidi della vite si trovano numerosi sali in soluzione, specialmente calcio. Le sue foglie molto tempo prima di appassire contengono il 60% di calcio, una rarità nel regno vegetale. Al contrario, la vite è povera di silicio. Quale funzione ha il calcio nella sfera organica? Esso conduce alla solidità terrestre, crea la configurazione terrestre. Già con il latte materno il lattante assume il calcio, edificando così lo scheletro. Ma il calcio ha anche la tendenza a perdere la sua qualità vivente -come per l’arteriosclerosi degli anziani- distaccandosi così dalle forze cosmiche del divenire. Contiene calcio il cereale? Come ci si può aspettare, solo in piccole quantità. Nelle ceneri della paglia di fru­mento se ne trova soltanto il 5%, in quelle dei chicchi appena il 2,8%. La vite contiene nei suoi vasi il calcio in soluzione, ma in una forma molto estranea ai processi costruttivi organici: il carbonato di calcio. Nelle foglie il calcio appare in un legame più vivente, cioè come ossalato di calcio. Solo quando il succo viene condotto nella bacca in maturazione il calcio è disciolto del tutto: qui non vi è più alcun cristallo. Anche l’acido tartarico che ha in sé una forte tendenza a formare dei sali e a precipitare nella gravità è del tutto disciolto e lo stesso vale per l’amido che non viene, come nel cereale, immagazzinato in granuli solidi, bensì trasformato in zucchero e disciolto nello scorrere dei liquidi: la bacca maturando diviene sempre più dolce. Che cosa ci viene dunque incontro nell’essere della vite? Mentre il cereale nel processo di maturazione perde a poco a poco il legame con la terra e, in quanto “pianta del silicio”, forma le sostanze solide del chicco tramite le forze di luce del sole, la vite, in quanto “pianta del calcio”, porta nei suoi succhi numerose forze terrestri come sali disciolti, in primo luogo calcarei, li dissolve gradino per gradino, facendoli così fluire entro i processi vitali. Il succo d’uva biologico bianco o rosso – e la qualità biologica è cruciale – è come un elisir di vita che agisce in modo particolarmente salutare perché esercita un effetto purificante sugli organi, in particolare sul fegato, e inoltre dà all’es­sere umano un influsso eterico straordinariamente centrante. In generale l’uva nera ha un effetto di protezione sui vasi sanguigni. essa è ricca di antociani che esercitano azione anticancerogena. L’uva non cresce né del tutto in alto né del tutto in basso. Quasi come un frutto essa si avvolge nelle sue foglie, che la proteggono dall’effetto troppo dominante della luce, e raccoglie veramente in sé la forza del cosmo. L’influsso di Giove e di Venere, due grandi pianeti essenziali, sono accumulati intensamente in questo frutto. Se si è indeboliti, il carattere centrante dei succhi d’uva può costituire un complemento salutare nella terapia.

Luigina Marchese

Tratto da

Alimentazione e scienza spirituale di Udo Renzerbrink

L’alimentazione e la forza donatrice dell’uomo di Heinz Grill

 

29 settembre

    Domani è la festa di San Michele Arcangelo.

Il 29 settembre si celebra anche la nascita di Kaspar Hauser.

Kaspar Hauser è il grande enigma, un filo che unisce i grandi fatti d’Europa degli ultimi 206 anni.

Festeggiamo e ricordiamo entrambi con questo scritto di Paulette Prouse, che pubblico qui sul sito con la sua cortese autorizzazione.

 

 

Kaspar Hauser, il fanciullo d’Europa

di Paulette Prouse

Kaspar Hauser venne trovato il lunedì di pentecoste del 1828 in una piazza di Norimberga, mal vestito e apparentemente smarrito, come uno vissuto, fino a quel momento, in completo isolamento. La sua età era di circa 16 anni. Le uniche parole che conosceva erano il suo nome e qualche frase per lui priva di significato. Aveva in mano un biglietto nel quale si chiedeva al funzionario cui era indirizzato di ucciderlo o di appenderlo al camino se avesse trovato che egli non era buono a nulla.
Su Kaspar Hauser sono stati scritti un numero incredibile di libri e di articoli, sono stati girati due film e in Germania c’è un raduno annuale dei simpatizzanti del “Fanciullo d’Europa” (das Kind Europa’s), come viene spesso chiamato: già dietro questo nome si nasconde un misterioso fascino.
Per la complessità dell’argomento è molto facile perdersi, così mi limiterò a qualche riflessione di carattere più esteriore, per quanto sia possibile, in questa vicenda, scindere la parte esteriore da quella più esoterica.
Le mie considerazioni sono basate, soprattutto ma non unicamente, sullo studio dei testi di Peter Tradowski – che ho avuto il piacere di conoscere qualche anno fa in occasione di un suo seminario svoltosi a Milano – perché è molto completo e soprattutto perché affronta il tema
nell’ottica della Scienza dello spirito.
Prima di fare qualsiasi commento sull’argomento Hauser bisogna tener conto dell’articolo apparso sullo Spiegel nel 1996, in cui viene messo in risalto il fatto che due istituti di ricerche genetiche, uno in Germania e l’altro in Inghilterra, hanno constatato che il sangue trovato su un indumento che Kaspar Hauser avrebbe indossato al momento dell’assassinio non sarebbe quello del figlio di Stephanie de Beauharnais, come ventilato da molti, e quindi non può essere il successore al trono del Baden-Wuertemberg.
In primo luogo si deve tenere in considerazione il margine d’errore nel metodo di queste analisi, tanto più che i ricercatori stessi hanno detto di essere arrivati molto vicini al limite della prova. Anche nella criminologia moderna queste analisi non sono sempre sufficienti per condannare qualcuno.
Nel caso di Kaspar Hauser si tratta di prelievi fatti su unindumento, un presunto indumento di 150 anni fa. Dico “presunto indumento”, perché l’editore dello Spiegel è stato varie volte sollecitato, vanamente, a partecipare a incontri per chiarire alcuni punti essenziali:
1. Dove sono stati custoditi gli indumenti in questione?
2. Chi ha commissionato e pagato le analisi?
Nessuno ha mai risposto a queste domande. Inoltre, il prelievo del sangue con il quale si sono confrontati i risultati di queste analisi, è stato fatto su una lontana discendente di colei che avrebbe dovuto essere la madre.
Si parte sempre dal principio, come nell’ebraismo, che sia la madre a determinare la discendenza.
All’articolo dello Spiegel, che ha suscitato una grande eco, bisogna lasciare lo spazio che merita ogni notizia dei media: sono facilmente manipolabili. Nel caso specifico, la notizia viene emessa come un verdetto dalle altezze della scienza per porre la parola fine alla vecchia
disputa sulle origini di Kaspar Hauser. Ma ha avuto l’effetto opposto, ha riacceso l’interesse per il Fanciullo d’Europa, che ancora oggi esercita un fascino quasi magico su molti uomini. Come può anche essere una forza misteriosa, occulta che vuole tramandare alla posterità il messaggio che viene dalla corrente di chi lo ha assassinato.
E non poche persone vedono l’articolo dello Spiegel sotto questa luce.
Tuttavia, per onestà intellettuale, dobbiamo prendere in considerazione l’attendibilità di queste analisi. In questo caso verrebbe escluso il crimine dinastico, ma rimarrebbe pur sempre il mistero Kaspar Hauser, il fanciullo
trovato nelle strade di Norimberga un lunedì di Pentecoste.
Doveva essere qualcuno di molto importante, tanto da tenerlo, fin dalla più tenera infanzia, chiuso in un luogo buio, dove non poteva mai stare in piedi con due cavallini di legno come unico giocattolo. Nessuno per insegnargli a parlare, solo un uomo vestito di nero col viso coperto gli portava pane e acqua come unico cibo. Per tagliargli le unghie gli veniva somministrato un sonnifero. C’era dunque una grande preoccupazione di non farsi mai riconoscere. Era una situazione molto scomoda, un grosso impegno col rischio della pena di morte nel caso si venisse scoperti.
Se fosse stato un povero balordo, come si era tentato di far credere, perché congegnare un piano così rischioso?
Non era più semplice ammazzarlo? E anche se fosse stato l’erede al trono, i crimini dinastici in quell’epoca erano all’ordine del giorno. Comunque, fra la popolazione serpeggiavano diverse voci, perché regnava una dinastia che non avrebbe dovuto regnare e, nella casata che avrebbe dovuto regnare di diritto, sono successi eventi molto strani: si sussurrava che un figlio appena nato fu sostituito da un altro neonato malato che morì poco tempo dopo. In quella dinastia c’era anche un secondo figlio, di nome Alessandro, che sembra sia stato assassinato.

IL RITROVAMENTO
Ma veniamo al momento dell’apparizione di Kaspar Hauser nelle strade di Norimberga. I primi ad avvistarlo sono due calzolai: lo vedono scendere titubante per la strada, si avvicinano ma non riescono a ricavare nulla dagli strani suoni che emette. Tiene in mano un biglietto con l’indirizzo del capitano della cavalleria.
Lo conducono dal capitano che non è in casa; il giovane rifiuta con disgusto ogni cibo che gli viene offerto, accetta solo pane e acqua e si addormenta pesantemente. Gli accade spesso di piombare in un “sonno profondo: perché il contatto col mondo gli era quasi insopportabile, i suoi sensi così acuti lo mettono a dura prova e se non fosse per la sua eccezionale tempra si sarebbe irrimediabilmente perso, psichicamente”. Più tardi, quando vede il capitano in uniforme luccicante, Kaspar Hauser rimane affascinato, si mette a toccarlo, a tastarlo in modo puerilmente ingenuo. Si può capire che il capitano rimane scioccato dal comportamento di questo ragazzo che non è più un bambino. Non riesce a ricavare nulla dai discorsi del giovane; senza perdere tempo lo fa condurre alla polizia.
E con questo gesto di rifiuto del capitano, si può dire che sia fallito il piano degli avversari di Kaspar Hauser, che volevano farlo sparire nell’anonimato, ne volevano fare un povero garzone di stalla incapace di esprimersi e di comunicare. Pensavano di aver creato un corpo non più in grado di accogliere un Io. Si rimane impressionati dalle abili mosse dei suoi avversari, perché presuppongono una profonda conoscenza esoterica: il fatto di aver riconosciuto, prima ancora che si incarnasse, l’entità spirituale che stava dietro Kaspar Hauser, la cui missione temevano più di ogni altra cosa.
Ma non hanno tenuto abbastanza conto della sua eccezionale forza spirituale. E della costellazione di incontri con personalità particolari.
Anche i poliziotti non sanno cosa fare del ragazzo. Egli si limita a ripetere senza capo ne coda le poche parole di dialetto che l’uomo in nero gli aveva insegnato. Vuole afferrare la fiamma della candela, si brucia e si mette a piangere. Finalmente scrive con grande difficoltà su un foglio di carta il nome che porterà attraverso il mondo: Kaspar Hauser. Poi viene condotto nella prigione della torre insieme con un garzone macellaio che ha il compito di tenerlo sotto osservazione. Comincia un periodo di nuove sofferenze.
Presto si sparge la voce sullo strano trovatello. La gente giunge da lontano per vederlo e toccarlo, gli porta dei doni, gli vuole bene. Ma per il fanciullo è troppo, non regge i continui contatti con estranei, è una terribile sofferenza che gli fa rimpiangere la sua cella buia e tranquilla con l’uomo in nero che riteneva essere suo padre.

UN FANCIULLO INNOCENTE
Si può vedere, tuttavia, un aspetto positivo nello strano destino di essere stato messo sotto la sorveglianza del guardiano Hiltel, un uomo semplice, un uomo di cuore che a contatto con i prigionieri si è fatto una  sorprendente esperienza di buon osservatore. Egli ha saputo, infatti, riconoscere in quel giovane scialbo e incapace di esprimersi, la purezza, l’innocenza, il candore. Hiltel dice che vorrebbe tenerlo in casa se non avesse già il peso di otto figli. Ha avuto una prova inconfutabile della sua innocenza quando, insieme con sua moglie, lo hanno spogliato per la prima volta: era naturale come un bambino e non provava alcun imbarazzo per la sua nudità, come se non fosse stato toccato dal peccato originale.
A questo proposito Steiner diceva di non aver rintracciato alcuna incarnazione né prima né dopo della sua vita in Germania. Lo chiamava “l’Atlante”, riferendosi all’antica epoca evolutiva dell’Atlantide in cui esseri spirituali si mescolavano agli uomini per aiutare a portare avanti l’umanità. Non esisteva ancora la scrittura, perché gli uomini avevano una memoria prodigiosa, come Kaspar Hauser prima di aver imparato a leggere e a scrivere. Steiner, in una comunicazione verbale al suo amico, il conte Polster von Hoditz, diceva che Hauser non era un uomo ma un essere della gerarchia degli Angeli, custodito, preservato per svolgere una missione particolare.
Hauser viene messo nelle mani del medico legale Preu, che ha il compito di chiarire se si tratti di un impostore o di un malato. Il risultato delle sue osservazioni recita: “Questo uomo non è né folle, né ritardato, ma è stato allontanato con forza e con la più grande crudeltà da ogni contatto con gli uomini e la società”. Preu fonda il suo rapporto su osservazioni oggettive che risultano soprattutto dalle gambe del ragazzo: nelle ossa Hauser porta l’impronta della sua prigionia. È chiaro che una tale deformazione può essere provocata da una lunga stazione seduta soltanto in un bambino piccolo le cui ossa sono ancora flessibili.
Anche l’autopsia fatta dopo l’assassinio rivelò dei polmoni piccolissimi, non essendo mai stato all’aria aperta, e un fegato enorme che si spiegherebbe per il fatto di aver mangiato sempre solo pane. Successivamente Kaspar Hauser incontra Binder, il borgomastro di Norimberga; ma più che il borgomastro, è l’uomo a occuparsi di questo essere unico. Egli rimane sconvolto davanti a questo fanciullo, parla della sua indescrivibile dolcezza, la bontà che attira chi gli sta intorno; dice che è come una benedizione mandata dal cielo alla città di Norimberga. In effetti Hauser prova compassione per tutti, anche per i suoi carnefici: dice che l’unica cosa che non perdona loro è di non avergli fatto mai vedere il cielo stellato.
Fra coloro che conoscono Kaspar Hauser fin dai primi tempi c’è un certo Feuerbach (anche lui autore di un libro  su Hauser), professore di diritto penale e criminologo. Egli cerca di svelare l’enigma della sua nascita e vi arriva molto vicino, ma muore improvvisamente. Qualcuno sostiene che non sia morto di morte naturale.
Un altro personaggio importantissimo per l’evoluzione di Hauser è Daumer, che lo vede nella prigione della torre e capisce subito che il destino gli impone una missione. Di Daumer, Steiner diceva che era l’ultimo dei Rosacroce. Su proposta del borgomastro, Hauser è affidato a Daumer che lo porta nella casa dove vive con la madre e la sorella. Daumer rimane stupito dalla sua memoria prodigiosa. Gli insegna a leggere e a scrivere, ma dopo qualche tempo devono interrompere gli studi per i terribili mal di testa che si scatenano poco dopo l’inizio delle lezioni. Per un breve periodo Daumer affida a Hauser dei lavori manuali. Poi, a poco a poco riprendono le lezioni perché Hauser ha una grande voglia di imparare.
Migliora la sua salute e anche il suo rapporto col cibo; la sua andatura non è più molto diversa da quella di una persona normale. A questo punto ci sarebbero molti aspetti che andrebbero analizzati sul modo di Kaspar Hauser di relazionarsi con il mondo circostante, come per esempio il suo rapporto col magnetismo per cui percepiva gli esseri viventi e i metalli a grande distanza, vedeva nel buio di notte, sentiva odori impercettibili a un organo normale. I suoi sensi erano di straordinaria acutezza: percepiva molto di più che un uomo comune, ma non aveva concetti. Quando gli diedero una stanza con vista su un giardino fu terrificato.
Più tardi spiegò che aveva la sensazione di una superficie che lo schiacciava perché non aveva il concetto di distanza, di rilievo. Sarebbe un aiuto per lo studio della Filosofia della Libertà in cui Steiner cerca di farci capire la differenza fra la percezione di una cosa e i concetti legati alla cosa. È difficile immaginare le sofferenze di Hauser per il fatto di dover affrontare il mondo senza alcun concetto. A Hauser “mancavano i concetti che gli uomini si costruiscono fin dall’infanzia”.
Nonostante la sua immensa bontà, Hauser non aveva fede, è l’esempio del fatto che l’idea di Dio non è innata nell’uomo, ma gli viene dall’esterno, sia attraverso l’osservazione della natura, sia attraverso l’istruzione o l’esempio.
A questo punto entra in scena un altro personaggio importante, il pastore Fuhrmann (celebre per la sua orazione funebre di Kaspar Hauser, un gioiello della cultura cristiana Mitteleuropea). Fuhrmann ha il compito di prepare Hauser per la cresima. Non può metterlo insieme ai suoi coetanei che avevano ricevuto un’educazione religiosa fin dall’infanzia, deve prenderlo separatamente. Nei suoi racconti, egli riporta che Hauser non accettava tutto ciecamente, aveva dei dubbi prima di accogliere intimamente il Cristianesimo; era commosso fino alle lacrime per la morte di Cristo sulla croce. Dopo che Fuhrmann gli spiegò che quello era il sacrificio necessario per salvare l’umanità, Hauser tornò sull’argomento dicendo che non era affatto convinto che Dio Padre non avrebbe potuto trovare un’altra soluzione per salvare gli uomini che quella di sacrificare il proprio figlio.

LA FINE
Ma l’epoca relativamente felice finisce quando nella casa di Daumer un uomo mascherato di nero tenta di assassinare Kaspar Hauser; forse il fatto che Hauser aveva manifestato il desiderio di scrivere la propria biografia, risveglia i suoi avversari.
Poco dopo il tentativo di omicidio, Hauser lascia la casa di Daumer che è ritenuta poco sicura. Il signor Tucher, un negoziante, lo accoglie in casa. Segue un apprendistato in vista di una professione. All’epoca del tentativo d’assassinio, Lord Stanhope, un inglese massone a Norimberga in viaggio d’affari, non sembra interessarsi del famoso Fanciullo d’Europa. Successivamente, come un serpente, alla maniera di un seduttore, Lord Stanhope si avvicina al giovane inesperto e riesce ad affascinarlo con promesse e regali, lo turba pungolando quel quid di vanità che è in lui. Il Lord è un grande attore e un diplomatico prodigioso, perché in un primo tempo riesce a ingannare tutti, tranne Tucher, il tutore, al quale non sfugge l’influenza nefasta su Hauser.
Disgraziatamente Hauser cade sotto la tutela di Stanhope. Da amico paterno, benefattore, Stanhope si trasforma nel suo peggior nemico. Daumer capì la natura malvagia del Lord solo quando, dopo l’assassinio, questi si recò a casa sua per convincerlo a testimoniare il falso contro il trovatello per infangarne la memoria. Stanhope volle sviare ogni sospetto riguardo all’assassinio, recandosi a Monaco per far timbrare una lettera indirizzata a Hauser, quando l’omicidio era già avvenuto ed era sulla bocca di tutti. Si capisce anche la premeditazione se si tiene conto del fatto che il Lord allontanò Hauser da tutti suoi amici e gli mise vicino il terribile professor Meyer che lo torturava e che, quando l’assassino piantò un coltello nel fegato di Hauser, lo accusa di aver tentato il suicidio per farsi notare. Si è saputo che Stanhope, più tardi, si suicidò in Inghilterra.
Si sa che era un massone, un aristocratico rimasto senza denaro e quasi certamente per lui l’assassinio di Hauser era un crimine dinastico, probabilmente commissionato dalla dinastia usurpatrice; forse Stanhope non era a conoscenza della vera natura spirituale di Kaspar Hauser.

IL MITO
Ma Kaspar Hauser era diventato un mito per la gente. Gli abitanti di Norimberga ricordavano con grande emozione il giorno della cresima nella cappella di S. Gobert, una cappella dei Cavalieri del Cigno: conosciamo il legame fra i rosacroce, ossia i cavalieri del Gral e il simbolo del cigno grazie a Parsifal e a Lohengrin. Quando fu chiesto a Steiner se poteva dare qualche indicazione su un’incarnazione di Cristian Rosacroce, Steiner consigliò di guardare un dipinto di Rembrandt, Il Cavaliere del Cigno al museo di Glasgow.
Durante la cresima di Kaspar Hauser un coro di voci accompagnò la preghiera, ma nell’istante in cui egli si inginocchiò l’emozione che mise nella preghiera ebbe un effetto straordinario sull’assemblea. Ognuno pregò con lui e per lui.
Ma i suoi avversari erano allarmati per la sua evoluzione. Un consiglio segreto decise della sua morte. Fu pugnalato da uno sconosciuto nel giardino di Ansbach. Quando arrivò barcollando a casa, Meyer lo accusò di voler attrarre l’attenzione su di sé e lo costrinse a percorrere la via verso il giardino; come una vera via crucis, lo fece camminare fin quando si accasciò. Agonizzò e morì il terzo giorno. Con le sue ultime parole espresse il dolore di non aver potuto compiere la sua missione, dicendo che “il mostro è stato più forte”. Ma il mostro non fu così forte da impedire al pastore Fuhrmann di essere presente ai suoi ultimi istanti. Ed egli riportò che al momento della morte, si percepiva la luce del Cristianesimo; “Kaspar Hauser perdona a tutti, anche al professor Meyer e al suo assassino”.
Fuhrmann testimoniò che Hauser ha pronunciato le ultime parole di Cristo sulla Croce: “Padre sia fatta la tua volontà, non la mia”.
Malgrado le terribili prove cui fu sottoposto, Kaspar Hauser conservò la fiducia negli uomini; colmo di bontà, egli accettò il suo destino, perdonando chi gli aveva fatto tanto male. Egli ha così trasformato in una vittoria dello spirito la sconfitta sul piano esteriore, ha trasformato il male in bene. Nella sua grande bontà diceva che nessuno gli aveva fatto del male; era una menzogna, ma era una menzogna di Angelo.

tratto da Newsletter Artemedica n. 9, 2008

 

I quattro temperamenti: prima parte

                                                I

                             QUATTRO TEMPERAMENTI

                          NELL’ADULTO E NEL BAMBINO

 

 

                                                      Tesina finale di

                                                  Emanuela Cardarelli

                                                     (settembre 2017)

 

 

I TEMPERAMENTI NELL’ANTICHITA’

La storia della medicina moderna inizia con Ippocrate di Cos (460 – 377 a.C.). In quel periodo l’importanza delle suole misteriche stava declinando, e poiché la medicina era collegata alla pratica religiosa, anche i guaritori stavano perdendo autorità. Ippocrate, quindi, decise di rimuovere la medicina dalla sfera religiosa e di trattarla come una scienza indipendente. Tutti i dati da lui raccolti crearono le basi della moderna scienza medica.

Nel VI secolo a.C. Anassimene di Mileto aveva introdotto nel pensiero greco la teoria dei quattro elementi fondamentali (aria, acqua, fuoco e terra) che costituiscono la realtà. Un secolo più tardi Empedocle diede corpo a questa teoria, sostenendo che la realtà che ci circonda, caratterizzata dalla mutevolezza, è composta da elementi immutabili, da lui nominati “radici”. Ogni radice possiede una coppia di attributi: il fuoco è caldo e secco; l’acqua fredda e umida; la terra fredda e secca; l’aria calda e umida. Ippocrate tentò di applicare tale teoria alla natura umana, definendo l’esistenza di quattro umori base, ovvero bile nera, bile gialla, il flegma (muco) ed infine il sangue (umore rosso). La terra corrisponderebbe alla bile nera (o atrabile, in greco melàine chole) che ha sede nella milza, il fuoco corrisponderebbe alla bile gialla (detta anche collera) che ha sede nel fegato, l’acqua alla flemma (o flegma) che ha sede nella testa, e l’aria al sangue, la cui sede è il cuore. A questi corrispondono quattro temperamenti (sanguigno, collerico, melanconico, flemmatico), quattro qualità elementari (freddo, caldo, secco, umido), quattro stagioni (primavera, estate, autunno e inverno) e quattro stagioni della vita (infanzia, giovinezza, maturità e vecchiaia). Il buon funzionamento dell’organismo dipenderebbe dall’equilibrio degli elementi, definito eucrasia (buona mescolanza), mentre il prevalere dell’uno o dell’altro causerebbe la malattia, ovvero la discrasia (in realtà il primo a lasciarci una trattazione sui quattro umori fu il genero di Ippocrate, Polibio di Cos).

Oltre ad essere una teoria eziologica della malattia, la teoria umorale è anche una teoria della personalità: la predisposizione all’eccesso di uno dei quattro umori definirebbe un carattere, un temperamento e insieme una costituzione fisica, detta complessione. Quindi, riassumendo, abbiamo:

il malinconico, con eccesso di bile nera, è legato alla terra (fredda e secca);

il collerico, con eccesso di bile gialla, è legato al fuoco (caldo e secco);

il flemmatico, con eccesso di flegma, è legato all’acqua (fredda e umida);

il sanguigno, con eccesso di sangue, è legato all’aria (calda e umida).

 

Questa teoria degli umori restò in voga per parecchio tempo. Nel periodo elisabettiano i quattro umori erano descritti in questo modo, un po’ diverso da quello che conosciamo.

 

Il sanguinico, ad esempio, viene qui collegato al sangue e al fegato, e descritto come corpulento. Il collerico viene collegato alla milza e descritto come magro e coi capelli rossi. Il flemmatico viene collegato ai polmoni e il malinconico alla cistifellea, e descritto come goloso.

Con l’Illuminismo e la nascita della moderna psicologia, la teoria umorale iniziò a essere vista come qualcosa di antiquato, poiché si riteneva che a determinare il carattere e la personalità di un individuo fossero soprattutto l’ambiente e il modo in cui egli veniva cresciuto ed educato. All’inizio del XX secolo il concetto di temperamento venne completamente messo da parte, poiché parlare di qualità innate della persona era considerato politicamente scorretto, e tutto lo studio, invece, si concentrava sui geni.

I temperamenti tornarono ad essere studiati negli anni ’50, riprendendo Jung e il suo concetto di estroverso/introverso. In seguito, lo psicologo Jerome Kagan, facendo ricerche in particolare sui bambini, identificò i temperamenti malinconico e collerico, ma non gli altri due, che vennero comunque identificati da altri studiosi. Egli, inoltre, associò anche delle tipologie fisiche a questi due temperamenti che aveva individuato.

Il tedesco Hans Eysenck (1916 – 1997) divise i quattro temperamenti in estroversi/introversi e stabili/instabili, elaborando questo schema. I temperamenti estroversi sono il sanguinico e il collerico, mentre gli introversi il malinconico e il flemmatico. Gli instabili sono il malinconico e il collerico e gli stabili il flemmatico e il sanguinico. Può sembrare strano che il volubile sanguinico sia considerato “stabile”, ma in pratica la sua stabilità sta proprio nell’essere sempre instabile.

 

I TEMPERAMENTI SECONDO STEINER

 

Steiner quindi riprende le basi della teoria umorale, ma le illumina alla luce della scienza dello spirito.

Egli infatti sostiene che il temperamento è ciò che si forma alla confluenza di due correnti, quella ereditaria e quella individuale. La corrente ereditaria è tutto ciò che noi ereditiamo da genitori, nonni e antenati in generale. Nell’uomo c’è però anche un nucleo individuale che non può essere spiegato con l’ereditarietà e che è tutto ciò che noi abbiamo acquisito attraverso le nostre incarnazioni passate. Se così non fosse, tutti gli appartenenti a una famiglia sarebbero l’uno uguale all’altro.

Quindi da una parte il temperamento ci individualizza, perché ci rende individui unici e diversi dagli altri, e dall’altra ci inserisce in un gruppo composto dalle persone che hanno il nostro stesso temperamento. Steiner infatti spiega che ogni persona possiede tutti e quattro i temperamenti (cosa che diceva già Ippocrate), ma che essi sono presenti in percentuale diversa: ce n’è uno dominante e poi gli altri tre a scalare. In genere il secondo temperamento è polare del primo, ma non sempre. Proprio per questo motivo, a seconda di come si mescolano, si otterrà la grande varietà di individualità e a volte potrà anche risultare difficile capire il temperamento dell’altra persona.

Steiner collega i temperamenti alle quattro parti costitutive dell’uomo.

La prima parte che ci si presenta è quella che tutti possono vedere con i loro sensi, cioè il corpo fisico, che l’uomo ha in comune con tutto il mondo visibile, cioè animali, piante e minerali.  Esso è collegato con gli organi sensori e s’inserisce completamente nella linea ereditaria.  Al corpo fisico è collegato il temperamento malinconico.

Poi abbiamo il corpo eterico, che è unito al corpo fisico fino al momento della morte. Esso può venire chiamato anche corpo vitale, perché è il creatore e il modellatore del corpo fisico e colui che lo mantiene in vita. È collegato al sistema ghiandolare-linfatico ed è in comune con piante e animali. Anche il corpo eterico fa parte della linea genealogica. Al corpo eterico è collegato il temperamento flemmatico.

Quindi abbiamo il corpo astrale, che ci porta gioia e dolore, piacere e pena, istinti, passioni e brame. Esso crea il flusso di sentimenti e sensazioni ed è collegato col sistema nervoso. L’uomo ha in comune il corpo astrale con gli animali e (a differenza dei due precedenti) è connesso con l’individualità umana (cioè non è ereditario). Al corpo astrale è collegato il temperamento sanguinico.

Infine abbiamo l’io, che appartiene soltanto all’essere umano ed è quello che ci permette appunto di dire “io” a noi stessi.  Esso è collegato al sangue, che è proprio il portatore dell’io e, come il corpo astrale, è connesso con l’individualità.  All’io è collegato il temperamento collerico.

A seconda del maggiore o minore influsso di queste parti si avranno i vari temperamenti.

Quello che è importante capire è che se una persona ha un certo temperamento essa non possiederà necessariamente tutte le caratteristiche di quel temperamento e solo quelle, poiché tutto dipenderà da come esso si è mescolato con gli altri.

Steiner ci ha lasciato anche delle descrizioni fisiche di ogni temperamento, che in parte riprendono quelle già date in passato dagli studiosi greci. Anche queste, però, non vanno prese in maniera dogmatica, cioè non si deve pensare che una persona abbia tutte le caratteristiche fisiche del suo temperamento, soprattutto perché nell’aspetto fisico gioca un ruolo importante anche la linea ereditaria.

Il temperamento non può essere cambiato (nel senso di acquisirne un altro), e questo vale sia per gli adulti che per i bambini. Quello che si dovrebbe fare è smussarne i lati più eccessivi, in modo da arrivare, un giorno, a una perfetta armonizzazione dei quattro temperamenti, così da usarli a seconda dell’occasione, come se fossero un abito.

Steiner ha infine mostrato come i temperamenti si possano ritrovare un po’ ovunque nel mondo. Ogni temperamento, ad esempio, è legato a un colore: rosso -> collerico, giallo -> sanguinico, verde -> flemmatico e blu -> malinconico,

Ogni temperamento è legato a un albero (malinconico -> cipresso, flemmatico -> tiglio, sanguinico -> betulla e collerico -> quercia) e fra i vegetali è possibile trovare vari alimenti che possono aiutare la persona a smussare i lati eccessivi del proprio temperamento. In genere gli alimenti vengono dati o in maniera omeopatica (cioè il simile cura il simile) o allopatica. Ad esempio, se il flemmatico mangerà il riso, dovrà condirlo con le spezie. Anche questo, però, non va preso in maniera dogmatica, perché tutto dipende sempre da come il temperamento principale si mescola con gli altri. Per cui, chi vuole lavorare al proprio temperamento o a quello dei bambini attraverso l’alimentazione, deve sempre sentire il parere di un esperto.

Nella musica, le varie famiglie di strumenti e anche le varie melodie sono legate ognuna a un temperamento. Qui il discorso si fa abbastanza complesso, perché occorre prendere in considerazione non solo le varie famiglie di strumenti, ma anche gli strumenti stessi. Una possibile esemplificazione potrebbe essere questa:

Nella metrica, per ognuno di essi vi è un ritmo specifico:

  • Dattilo (_ U U): malinconico
  • Anapesto (U U _): collerico
  • Giambo (U _) sanguinico
  • Trocheo (_ U): flemmatico

Anche le quattro operazioni possono essere divise secondo i temperamenti:

sottrazione: malinconico

addizione: flemmatico

moltiplicazione: sanguinico

divisione: collerico

(segue)

 

La forma del suono

 

Scritto da Claudio Gregorat

 

   disegno di Claudio Gregorat

Una condizione ignota, insospettabile del suono, per la nostra così limitata concezione di esso, è quella di formare involucri nell’aria, con le sue vibrazioni. In questi involucri si inseriscono poi  esseri elementari  corrispondenti alla natura del suono, allo strumento ed al suo timbro. Così come anche alle  intenzioni  di chi lo produce. Difatti si può eseguire musica con diverse intenzioni: per fare dell’arte, per fare denaro, esporsi con vanità, quindi per se stessi, con presunzione, con modestia ed anche con religiosità, come se fosse un servizio divino, quindi per gli altri,  essendo, da sempre,  il musicista un  tramite  col mondo celeste.

Tutto questo influisce sulla qualità del suono e quindi sulla sua forma nell’aria. Forse è un po’ difficile immaginare, farsi delle rappresentazioni  su questo. Purtuttavia possiamo tentare con un esempio.

 

Proviamo ad emettere, forte e lungo, il suono vocalico: O, O, O, O..O Ripetiamolo più volte. Poi di nuovo col suono i..i..i..i..i…, ripetendo. Senza alcun dubbio percepiremo nell’aria una diversa qualità di movimento. L’aria viene formata diversamente: assume proprio forme, circonvoluzioni diverse.

Proviamo ora con un suono consonantico: R…R…R…R…R…R. pIù volte. e poi:  T, T, T, T, T,  – SC..SC..SC…SC..SC.,  – L ..L ..L ..L ..L . Nessuno può incontrare ostacoli nel percepire che l’aria viene mossa in modi diversi e dunque viene  formata diversamente per ogni suono.

Veniamo ora al suono musicale: udiamo il suono di un violino… poi di una tromba… un timpano rimbomba ritmicamente… subentra un flauto… una campana, ecc.. Anche qui percepiremo – potremmo anche dire  vedremo – l’aria assumere  forme e movimenti sempre diversi. Ora, queste forme non sono inerti -anche se sono, a tutta prima  involucri vuoti –  ma sono piene di vita e possono permanere nello spazio a lungo – per tutta la durata del suono e un poco oltre- creando la particolare  atmosfera  del luogo.

Se l’aria non venisse  vitalizzata da enti metafisici come gli  esseri elementari, se fosse proprio un  nulla  composto di ossigeno, idrogeno ed altri gas, questo “nulla” non potrebbe mai  formare un’atmosfera: la quale ha una  connotazione animica-spirituale   particolare e riconoscibile. Cioè:  se il suono fosse solo vibrazione   come pretende il fisico, non appena terminata, non dovrebbe rimanere proprio nulla.  E che la cosa  NON  sia così, lo si percepisce in modo evidente nelle sale da concerto, nelle chiese , nelle biblioteche, ecc.

Oppure, ad esempio, alla fine di un brano: terminato l’ultimo suono, se si tiene desta una certa attenzione -non con l’orecchio, poiché i suoni sensibili sono cessati, ma con l’anima –  si può percepire ancora nell’aria un’intensissima presenza spirituale,  che è la  somma degli esseri evocati dal suono.

 

 

Ora è abbastanza chiaro che il suono è solo un’ occasione, per certi esseri sovrasensibili, di entrare in contatto con la terra e con l’uomo: senza di essa   forma -involucro aereo-  difficilmente potrebbero attuarlo. Così il suono assurge ad ente non solo fisico, ma sommamente  metafisico, in grado da servire da tramite per l’ingresso nella terra di svariate entità spirituali..

L’uomo ha così raggiunto un potere, una libertà, una influenza incredibile: poiché dipende soltanto da lui evocare, rendere presenti, chiamare   attorno  a sé  Angeli o Demoni: dipende da lui, anche se queste evocazioni  sono, per ora , solo istintive,  inconsce.

Parlando in termini concreti, Chi   percepiamo a noi d’attorno, evocati dai suoni di un “Madrigale“, o dal “Combattimento di Tancredi e Clorinda“, dai “Vespri della Beata Vergine” di Monteverdi. Chi dai suoni di un “Corale” per organo, o della “Messa in si min” di Bach. Quali ancora ai suoni della “Messa da Requiem“, delle “Nozze di figaro” di Mozart, dalla “VI sinfonia” di Beethoven, dalla “Sinfonia fantastica” di Berlioz, giusto per citarne alcuni? E Chi abbiamo a noi abbiamo a noi dinanzi ai suoni di una sinfonia di Bruckner o del “Parsifal” di Wagner? Parliamo di opere note a tutti e quindi facilmente identificabili.

 

 

 Chi crea queste forme?

Cerchiamo ora di cogliere gli esseri che si presentano ai suoni di un “Pierrot lunaire” o di una “Erwartung” di Schoenberg, di una “Sinfonia op.21” di Webern, di un qualsiasi brano di Stockhausen o di Boulez. E chi ancora -e qui la differenza è proprio abissale-  e cosa accade dinanzi ai sibili e boati di un brano elettronico di un autore qualunque: poniamo di Nono, Stockhausen o del “Poème electronique” di Varèse.

Facciamo ora un grosso salto di qualità ed entriamo in una discoteca. Chi incontriamo dietro la maschera assordante dei suoni? Non ci vuole molto ad accorgersi di essere calati un una specie di Sabbath orgiastico faustiano: ci sono le streghe, il gatto mammone, Mephisto: non li vedete?

Vediamo delle giovani figure muoversi e dimenarsi in modo frenetico, automatico, antiestetico, con movimenti, diremo “scimmieschi” se paragonati alla vera danza. Non è l’anima umana che si muove entro quei corpi, quei movimenti: lo si percepisce benissimo, soprattutto se quelle giovani figure fanno uso di alcool o di droghe. L’anima umana non ha affatto bisogno di tutto questo, anzi le è del tutto estraneo questo mondo. Quindi chi si inebria a quei suoni martellanti e potenti, dove predomina un ritmo  meccanico  inflessibile ed  oltremodo esaltato nel volume, che lega, lega, e lega sempre più alla terra.? Chi esulta in frenesia in tutto questo scatenarsi di suoni? Rimandiamo la risposta al nostro studio “Conoscere il Doppio” .

 

Veniamo ora ad un altro argomento parallelo, che, a tutta prima, si presenta piuttosto enigmatico. Alla fine del libro “I segreti della soglia” di Rudolf Steiner, vi sono alcune parole come introduzione all’euritmia. Si svolge una sorta di dialogo fra Capesio e Felicita – personaggi dei Drammi-Mistero – durante il quale Capesio si dichiara impotente a comprendere le parole di Felicita, la quale gli dice:

“Se lei mi ascoltasse davvero, come si deve, il suo corpo eterico danzerebbe, mentre ora non danza affatto”

Capesio ribatte che gli sembra improbabile che gli <esseri di fiaba> dei racconti di Felicita <parlino la loro lingua> -di Felicita e di Capesio-  e così attraverso il racconto  poter comprendere quanto intendono dire (nel caso specifico, parlino tedesco come loro due).

Felicita risponde che sarebbe assurdo. Le Entità spirituali non parlano lingue umane, ma  <si muovono, fanno dei movimenti, danzano>. Tale <danza>  assume ovviamente delle <forme> che sono simili alle <forme del linguaggio> che Felicita poi traduce appunto in parole. Tali parole, composte da vocali e consonanti,  producono,  creano nell’aria delle <forme> entro le quali,  si  muovono, danzano -per  dire figuratamente– gli esseri fiabeschi o esseri superiori.

Ora, se Capesio potesse uscire dal suo intellettualismo ed ascoltasse col cuore, come dice Felicita, potrebbe comprendere le sue parole: ma allora il suo corpo eterico danzerebbe>. Vale a dire imiterebbe –col suo corpo eterico- i  movimenti eterici dell’aria sostanziati dai suoni del linguaggio, che, in fondo, sono movimenti di esseri elementari oggetto delle fiabe di Felicita.

Le parole producono simili movimenti nel creare forme.

      

Ora l’euritmia sorge per il fatto di <tradurre in movimenti corporei, i movimenti e le forme che creano nell’aria i suoni del linguaggio –o anche della musica.

L’euritmia -in concreto – presenta visibilmente dinanzi allo sguardo sensibile, i  movimenti e forme che i corpi eterici –sia di chi fa euritmia come di chi guarda – compiono coinvolti da suoni del linguaggio o della musica.

Questo sarebbe il senso delle parole di Steiner nel presentare l’Euritmia.

Creare forme

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I lavori presenti in questa pagina sono di C. E. anni 91. Si tratta di un vassoio, gli altri sono splendidi segnalibri.

Rudolf Steiner, a proposito del creare forme, dice che anche se tutto ciò che costruiamo un giorno andrà distrutto e sparirà, l’importante è che le cose abbiano assunto quella


                                                          -forma-


che NOI abbiamo impresso loro quella forma.

Buon lavoro, dunque, a tutti i costruttori di forme, sia fisiche, sia spirituali!

 

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Rudolf Steiner su alcune bevande

 

(dal ciclo 0. 27 tenuto all’Aia nel marzo I9I3 –  seconda conferenza.)

 

     Se di queste esperienze delle sostanze alimentari ci si vuole fare un’idea più chiara, la si può acquistare dai co­siddetti “generi di conforto”. Questi generi vengono sperimentati con particolare vivacità nella vita esteriore, il caffè, il thè al massi­mo grado; ma ciò che l’uomo normale sperimenta dal caffè e dal thè viene sperimentato con forza maggiore da colui che attra­versa un’educazione teosofica. Non si tratta di una posizione favorevole o contraria al caffè, ma di un’esposizione esatta dei fatti e prego di accogliere queste mie parole soltanto in questo senso. Il caffè già esercita un’azione eccitante sulla na­tura umana  e così pure il thè, ma questo eccitamento causato dal caffè e dal thè viene esercitato sull’organismo dell’anima che attraversa una evoluzione teosofica con maggiore vivacità. Del caffè si può dire, per esempio, che agisce sull’organismo umano in modo che esso solleva, in un determinato modo, per mezzo di esso, il suo corpo eterico da quello fisico, ma di guisa che il corpo fisico viene sentito come solida base del corpo eterico. Questa è l’azione specifica del caffè. Dunque con l’uso del caffè il corpo fisico e il corpo eterico vengono alquanto differenziati, ma in modo che, sotto l’influenza del caffè, il corpo fisico, specialmente nella proprietà della sua forma, viene sentito proprio come irradiante nel corpo eterico, come una specie di fondamento solido per ciò che viene poi sperimentato dal corpo eterico. Questa non è davvero una posizione in favore dell’uso del caffè, si tratta soltanto di caratterizzare l’influenza di questi mezzi di nutrimento e di godimento. Siccome il pensiero logico dipende molto dalla struttura, dalla forma del corpo fisico, così dalla peculiare azione del caffè -che in certo modo dà maggior rilievo alla struttura del corpo fisico- la coerenza logica viene fisicamente agevolata; dall’uso del caffè l’uomo viene, per così dire, agevolato per via fisica nella coerenza della sua logica, nella coerenza del pensiero applicato ai fatti.  Sebbene l’uso esagerato del caf­fè possa presentare delle difficoltà per la salute, si può di­re, nondimeno, che per gli uomini che vogliono appunto salire in regioni superiori della vita spirituale non è proprio inop­portuno: può essere bene a volta attingere la coerenza logica dall’eccitamento del caffè. Si può dire che sembrerebbe natura­le che colui, per esempio, che per la sua professione è obbligato a scrivere, non trovando bene il filo logico da un periodo al1’altro, potrebbe farlo tramite il caffè. L’uso del caffè – con tutti i suoi svantaggi – può contribuire molto a sostenere una certa solidità. Non è che venga raccomandato come mezzo per tale solidità, ma biso­gna dire che è capace di sostenere la solidità e che, per esem­pio, se colui che si evolve teosoficamente ha tendenza a vagare coi suoi pensieri nell’errore, non è proprio il caso di la­mentarsi se egli si rende un po’ più solido col caffè.

Per il thè il caso è diverso. Il thè provoca un effet­to analogo a quello del caffè,  è cioè una specie di differenziazione fra la natura fisica e la natura eterica. Ma la strut­tura del corpo fisico viene, in certo modo, lasciata da parte. Il corpo eterico resta più fluttuante nel suo campo. Perciò, per mezzo dell’uso del thè, le idee svolazzano sbandate, diven­tano, in certo modo, meno adatte ad attenersi ai fatti. La fantasia veramente, qualche volta, viene stimolata, in senso a volte simpatico, dall’uso del thè, però non viene stimolato l’adattamento alla verità e l’adattamento alla solidità delle condizioni. Perciò si può  capire che, in società, dove tanto si tiene a far sfoggio brillante di idee ed a far sfavillare lo spirito, si ricorra volentieri all’uso del thè come eccitamen­to; d’altra parte è anche comprensibile che quando l’uso del thè prende il sopravvento, esso, in certo modo, crea una certa quale indifferenza di fronte alle esigenze che possono nascere nell’uomo dalla sana struttura del suo corpo fisico terreno.

Si può dire che una fantasticheria sognatrice ed una certa qual na­tura indifferente e noncurante, una natura che volentieri non tiene conto delle esigenze della vita solida esteriore, vengo­no facilmente promosse dall’uso del thè. Se non si vede volentieri un’anima che si evolve in senso teosofico far uso del thè, è perché l’uso del thè conduce più facilmente alle chiacchiere che non l’uso del caffè. Quest’ultimo rende più solidi, il pri­mo più ciarlieri, sebbene questo termine sia a tal proposito troppo forte. Tutte queste cose -come ho già detto- si lasciano sperimentare per mezzo della solidità in cui l’involucro fi­sico viene a trovarsi, quando l’uomo attraversa un evoluzione teosofica.

Vorrei solo aggiungere -e  queste cose  cercate di  sperimentarle veramente- che se l’uso del caffè promuove una specie di solidità nell’involucro fisico e l’uso del thè favorisce piuttosto la ciarloneria,  la cioccolata – per esempio – promuove principalmente il filiste­ismo. La cioccolata è per eccellenza la bevanda dei pedanti; e questo si può sentire per esperienza diretta quando 1’involucro fisico diventa più mobile. La cioccolata appunto è da rac­comandarsi in tutte le occasioni di festeggiamenti pedanti ed allora -perdonatemi questa parentesi- si può ben comprendere che nelle faste familiari, nascita, onomastico, e segnatamente in determinate cerchie, venga bevuta la cioccolata.

Per molti ma non per tutti

 

Storia di un fallimento

Riflessioni del Dottor Piero Priorini

 

   Nel 2010, con la casa editrice Psiconline, pubblicai un testo che titolava: C’era una volta la psicanalisi e riecheggiava le riflessioni di James Hillman che, in un suo ben più celebre saggio, confessava: “Cento anni di psicanalisi e il mondo sta molto peggio di prima”. Perché era doveroso ammetterlo: nessuno dei traguardi ancorché minimi che i padri della psicanalisi avevano creduto di poter realizzare era stato raggiunto. Non solo: l’amara verità era che, proprio negli ultimissimi tempi, la diffusione popolare della “cura”, distruggendone l’alone sacro (vero o presunto che fosse), aveva finito per produrre la sua banalizzazione.

   Cos’era dunque accaduto? Chi o cosa aveva la responsabilità di un tale fallimento?

   Per rispondere a tutte queste domande, nelle prime venticinque pagine del mio testo, e nelle sue ultime venti (perché per il resto conteneva alcuni dei casi clinici più o meno emblematici della mia lunga carriera), in un linguaggio exoterico avevo provato ad esaminare alcuni dei motivi principali di questa drammatica situazione. E come prima cosa, iniziai interrogandomi se questo giudizio negativo non potesse essere addebitato solo ed esclusivamente alla mia vecchiaia incombente e perciò dunque alla consueta incapacità degli anziani di valutare positivamente le forme del nuovo che avanza. Ma alla fine, dopo essermi confrontato con alcuni esponenti degli ottimisti (Alessandro Baricco, fra tutti) e dei pessimisti (Umberto Galimberti), senza aver tralasciato coloro che invece trattenevano il proprio giudizio in una sorta di sospensione limbica (Zygmunt Bauman e Benjamin Barber), credetti di dover convenire che la “salute” della moderna psicoterapia fosse davvero pessima e il suo futuro… come minimo incerto. Questo perché i tempi storici sembravano profondamente cambiati e la fretta e la superficialità avevano invaso l’anima degli uomini. Perché le persone erano distratte e affaccendate in tali e tante stupide cose, da non avere più il tempo per pensare e, subito dopo, con conseguenzialità e coerenza, mettere in atto il risultato dei loro stessi pensieri. Perché la capacità di donarsi fino in fondo, ancorché a se stessi, era divenuta una merce rara e, infine, perché era difficile per chiunque orientarsi in quel variopinto “mercatino delle pulci” che era diventata la psicoterapia. Un mercatino nel quale mille imbonitori urlavano la straordinarietà della propria prassi terapeutica: “breve, efficace, veloce, indolore e, oltretutto, a prezzi stracciati”

   Come se non bastasse, avevo dovuto prendere atto del vergognoso tradimento che proprio la Facoltà di Psicologia dell’Università Italiana aveva operato nei confronti dell’anima umana perché,  oltre ad aver ridotto al minimo la richiesta della conoscenza dei testi originali dei padri della psicanalisi (Sigmund Freud, Alfred Adler, Melanie Klein, William Reich, Carl Rogers, Donald Winnicott) e aver depennato dai testi accademici gli autori più imbarazzanti di questa neonata disciplina umanistica – Victor Frankl, David Cooper, Roberto Assagioli, Donald Laing, Rollo May e addirittura Carl Gustav Jung – aveva finito poi per “amoreggiare” con la facoltà di medicina, offrendosi come sua vassalla (sgualdrina suonerebbe meglio) nel somministrare test, redigere diagnosi e offrire strategie cognitive alternative a quanti si trovassero nella malaugurata situazione di disagio psichico. E infine, per chiudere proprio in bellezza, dovetti convenire che la maggior parte dei miei giovani colleghi, provenienti da scuole superiori nelle quali la cultura classica era oramai assente da un tempo immemorabile (come minimo dagli anni ’80), oltre a un sapere specialistico nozionistico, non avevano la benché minima preparazione in filosofia, letteratura, storia delle religioni, mitologia, teatro, poesia, storia dell’arte, musica né, addirittura, in cinematografia.

   Nonostante questo, avevo concluso il mio testo con una apertura fiduciosa al domani, augurandomi che la crisi sarebbe potuta passare e che “la bella addormentata nel bosco” (così avevo chiamato la psicanalisi classica), baciata da un qualche Eroe di passaggio, magari un giorno si sarebbe anche potuta svegliare.

                                                                             ****

   Sono passati solo otto anni da allora ma le cose, se possibile, sono peggiorate.

   Ed essendo questa una raccolta di articoli il cui presupposto è quello di una immersione profonda nella scienza dello spirito antroposofica, sento un mio dovere il tentare di salire di livello e, da lassù, provare ad osservare un orizzonte più vasto.

   Per farlo, partirò da alcune drammatiche osservazioni fatte a Dornach, proprio durante un convegno di psicoterapia, da parte del filosofo-antroposofo J. Ben-Aharon sulla base – almeno così sembra – di sue autonome facoltà di indagine soprasensibile.

   Secondo lo stimabile personaggio, infatti, il paradosso assurdo di quest’epoca moderna – che ha fatto seguito alla fine del kali Yuga (1899) e che, appunto perciò, avrebbe dovuto segnare l’inizio di una nuova “epoca luminosa” – è che l’umanità, oggi, sta attraversando una crisi ancor più oscura di quella attraversata nei precedenti secoli bui. In altre parole – specifica l’autore della conferenza – l’umanità è precipitata in un abisso dal quale non è affatto sicuro che riuscirà a risalire. E, comunque, non senza un intenso impegno e immani sforzi.

   Certo: le sue sono parole drammatiche, terribili… parole che ci farebbe molto comodo giudicare folli, esagerate o menzognere, e così poterle mettere da parte. Ma il fatto è che, almeno per quel che mi riguarda, risuonano con le inquietudini che da molti anni si agitano nella mia anima, soprattutto in relazione a ciò che mi è dato sperimentare nel lavoro terapeutico di tutti i giorni. Inquietudini che con il libro: C’era una volta la psicanalisi, avevo tentato di esorcizzare, limitandomi a riflessioni exoteriche superficiali.

   In sostanza, scusandomi di dover sintetizzare pensieri che già il loro autore riteneva di aver dovuto fin troppo sintetizzare, J. Ben-Aharon ritiene che a seguito di tutta una serie di motivi evolutivi naturali – e, in quanto tali, previsti da Rudolf Steiner (e cioè: l’allentamento progressivo delle connessioni del corpo eterico con il cuore fisico) – l’Io umano tradizionale, che prima dipendeva dal sangue per incarnarsi, dagli anni 1933 in poi non sarebbe più veicolato da questo “succo molto particolare”. L’Io umano, piuttosto, sarebbe libero di individualizzarsi o meno agganciandosi più che altro alla libera collaborazione culturale, sociale ed economica degli altri esseri umani. In altre parole, il parziale distacco eterico avrebbe creato una sorta di “apertura del cuore” che, se da una parte è l’espressione della libertà morale di scelta dell’uomo, dall’altra lo espone a un nuovo e poderoso attacco delle forze del Male. Un Male che penetra, oggi, con sempre più facilità nello spazio vuoto del cuore dove l’Io non regna più secondo la precedente, antica, gratuita disposizione. Il motivo – ribadisce Ben-Aharon – risiede nel fatto che il sangue non è più la forza latrice dell’Io divino-spirituale corrispondente all’immagine archetipica dell’uomo voluto dagli Dei. Quel sangue è stato distrutto. Non c’è più. E se l’uomo non troverà la forza morale di mantenere aperto il proprio cuore, in quello spazio vuoto prenderanno potere gli Asuras. Esseri al servizio di Sorat, l’Anti-Cristo Cosmico, il cui precipuo scopo sarà quello di distruggere l’Io dell’uomo, realizzando così un’umanità capovolta, non-umana, sub-umana, anti-umana.

   È quello che sta accadendo, continua Ben-Aharon, ricordando come proprio Rudolf Steiner avesse profetizzato che, se nel breve volgere dei pochi decenni successivi agli impulsi di cui lui stesso si era fatto portavoce, l’umanità non si fosse indirizzata coscientemente verso il mondo spirituale, allora sarebbe scesa in quell’abisso che egli chiamava il Kamaloka Mondiale. Un termine di difficile comprensione immediata ma che sta ad indicare un rapporto inverso o, se vogliamo, capovolto con le brame. Infatti, mentre nel Kamaloka del post-mortem il tormento delle brame, che sono impraticabili dall’astrale disincarnato, purifica l’anima, nel Kamaloka del mondo, dove le brame invece possono essere pienamente realizzate, il patimento è sostituito dall’appagamento.

   Di fatto, l’umanità non ha trovato la strada verso il mondo spirituale e l’abisso si è aperto sotto i nostri piedi. Scrivo: “i nostri piedi”… perché tutti noi – sostiene l’autore – oramai stiamo vivendo in questo abisso. Non ci si illuda di esserne risparmiati, ancorché buoni cristiani, buddhisti o addirittura antroposofi, perché di fatto viviamo una vita sociale, una pedagogia, una medicina, una politica, una economia globale, una comunicazione virtuale, una pubblicità e molto altro che sono già espressione di questa discesa abissale.

   “Non puoi far parte di questa civiltà – ripete con lucidità Ben-Aharon – non puoi comprare e vendere, o cercare comunque di vivere, a meno che tu non abbia nel corpo, nell’anima o nello spirito almeno il nome o il numero o il segno della Bestia. Si sono già molto evolute tutte e tre. Ai giorni nostri non si può partecipare ad alcuna vita sociale, senza essere segnati da questa triplice segnatura, che è la segnatura dell’individualizzazione del Male nello spirito, nell’anima e nel corpo dell’essere umano”.

   Come ho già detto: parole terribili…

   Ora, però, ci si potrebbe chiedere quale relazione abbiano le parole e i pensieri su riportati con la disciplina psicoterapeutica della quale mi sono occupato in tutti questi articoli.

   Ebbene: il nesso è strettissimo. Non solo perché lo stesso Ben-Aharon, nel prosieguo del suo discorso, chiama in causa proprio la psicoterapia come possibilità di affrontare il Male, ma anche e soprattutto perché, se praticata da terapeuti preparati nel senso della scienza dello spirito, la psicoterapia potrebbe divenire uno strumento d’elezione per rinforzare quell’Io che è minacciato, oggi più che mai, dalle spaventose forze degli Asura.

   Ma se l’atteggiamento della società antroposofica oggi è cambiato nei confronti della psicoterapia, bisogna però riconoscere che anche la psicologia in tutti questi anni, almeno in Italia, è profondamente cambiata: ma in peggio!

   Perché in peggio sono cambiate le teorie di riferimento e peggiori sono le condizioni animiche degli uomini che presumono di servirsene per superare i propri disagi.

   Negli anni ’70, ’80 o ’90 del precedente millennio, chi entrava in un percorso terapeutico, oltre alla necessità di liberarsi di un sintomo più o meno scomodo, ne approfittava per prendere contatto con il senso e il significato della propria vita. Certo… non tutti! Ma per molti questo era ciò che accadeva. La malattia, o meglio, il disagio era l’occasione per l’entrata in un diverso rapporto con se stessi.

   Da un certo punto in poi, però, le cose cominciarono a cambiare: in maniera silente e tenue, all’inizio, ma poi, via via, in maniera sempre più ingombrante, pretenziosa e arrogante. In parallelo con lo spietato consumismo della vita economica e la solerte efficienza della tecnologia, le persone volevano solo guarire, “subito e bene”, senza sacrificare alcunché della loro personale visione del mondo e, soprattutto, in modo indolore. Il risultato di questa repentina e drammatica inversione interiore fu che, nonostante l’impegno esercitato da molti anziani psicoterapeuti, ancora preparati al modo antico, molte avventure psicoterapiche cominciarono a stentare il passo se non, addirittura, a fallire miseramente.

   E nonostante alcuni ricercatori, come me, sentissero legittimo mettere in discussione anche le proprie prassi terapeutiche, presto fu evidente a chiunque avesse occhi per vedere e onestà d’intenti che il fenomeno era generale: il fallimento della moderna cura psicologica era incontestabile, tanto più se ci si serviva di quelle innovative e tanto decantate tecniche psicoterapiche che, provenendo dagli Stati Uniti, avevano fatto della velocità e dell’efficienza i loro presunti cavalli di battaglia. Feroci nemiche della psicodinamica (visione storico-evolutiva propria della psicanalisi, che vede nel sintomo un antico meccanismo di difesa, trasformato e poi “fissato” nell’anima), queste nuove tecniche (cognitivismo, terapie strategiche-brevi, programmazione neuro-linguistica) presumono di poter attaccare ed eliminare i sintomi in maniera diretta e “aggiustare” la mente del malato con le stesse procedure con le quali si potrebbe aggiustare un computer.

   Di fatto, oggi, ci troviamo in questa situazione: un numero più che significativo di uomini e donne soffre terribilmente nell’anima, ne porta i sintomi ma, o rinuncia sfiduciata in anticipo a qualunque tentativo di psicoterapia, o tenta l’avventura introspettiva (anche se con modeste forze interiori) con risultati però che, bisogna ammetterlo, sono inferiori a quelli che sulla carta sarebbero invece realizzabili.

   Dove si annida il male? Al di là dei temi culturali generali riportati all’inizio di questo articolo e alla compiuta professionalità o meno del terapeuta, cosa ha ridotto la capacità di risposta di così tanti pazienti?

   Di sicuro non riguarda una distinzione di genere (Femminile o Maschile), perché anche se è vero che la donna, in linea di massima, è molto più sincera e spregiudicata con se stessa, nonché più introspettiva e sensibile dell’uomo, è poi anche vero che queste qualità non sono sufficienti a garantire alcun ragguardevole risultato. Non è un fatto culturale, perché successi e insuccessi si ripartiscono in egual misura tra persone erudite e altre decisamente incolte. Non riguarda l’intelligenza (c’è ancora qualcuno che si illude di sapere cosa sia l’intelligenza?), non la dichiarata buona disposizione d’animo, non l’età, il successo lavorativo o l’anonimato sociale. Né tanto meno l’agiatezza economica o la povertà.

   Allora… chi o cosa è responsabile di questa drammatica situazione?

   Confesso che prima di incontrare il testo della conferenza di Ben-Aharon, la mia autonoma e personalissima ricerca si stava già orientando verso il tema dell’Io. Perché quello che mi era sembrato di cogliere sempre più spesso in molti dei pazienti incontrati in questi ultimi anni era la loro debole, parziale, ma a volte anche totale incapacità di collegare una qualche scoperta realizzata nel corso dell’analisi e riconosciuta poi come vera, con una conseguenziale azione sul piano della realtà. Ancorché minima. La Volontà, per molti di loro, sembrava essere del tutto esautorata. E riconoscendo nel Volere – secondo le parole di Rudolf Steiner – la natura ultima e sostanziale dell’Io, era logico che mi orientassi in quella direzione. Negli anni precedenti avevo già riportato alcune mie considerazioni sul tema della Volontà (si legga l’articolo: La Volontà violata, contenuto in questa stessa raccolta), e stavo tentando di elaborare esercizi specifici e prassi interiori utili a superare o, almeno, ad alleggerire il problema… ma debbo ammettere che ero ancora lontano dall’avere chiaro, davanti a me, il quadro spirituale della situazione.

   Ma se la visione di Ben-Aharon è corretta, allora il problema potrebbe essere individuato nel fatto che, se da una parte l’intera umanità di questo presente storico presenta una vera e propria “ferita del cuore”, altrettanto vero, poi, è che non tutti gli uomini e le donne sono in grado, possono o vogliono, riuscire a sopravvivere mantenendo aperta tale ferita. Molti, purtroppo, consapevolmente o meno, preferiscono lasciare che il Male richiuda e cicatrizzi tale loro ferita. Con ciò impedendo che l’Io prenda possesso dello strumento (corporeo, eterico e astrale) indispensabile per sapere del mondo, di sé e della propria origine spirituale. Oggi è estremamente facile richiudere tale ferita: l’affanno lavorativo, la brama di guadagno, il numero incalcolabile di distrazioni (la connessione continua, i mondi virtuali, l’adeguamento alle mode, l’alienazione delle droghe), le relazioni affettive discontinue e instabili, le false e astratte ideologie politiche quando non addirittura le insane ed esagitate tifoserie sportive. Ancor più subdole, invece, le prassi religiose comuni, i convincimenti New Age o le pratiche ascetiche più strampalate.

   Bisogna riconoscerlo: oggi è davvero molto semplice lasciarsi sedurre dalla soddisfazione sempre attuabile delle molteplici brame che il mondo ci offre, così suturando la ferita e lasciando poi che cicatrizzi. E, con il cuore chiuso, girare poi per il mondo, senza vedere le miserie dei nostri simili, i soprusi e gli abusi perpetrati ovunque con l’indifferenza negli occhi, lo scempio operato sugli equilibri naturali, la malattia mortale del pianeta sul quale viviamo, la follia di quasi tutti coloro che lo governano e, addirittura, lo sconcerto delle persone che ci sono più vicine. Con il cuore chiuso anche la propria sofferenza è sterile, perché nasconde il compiacimento, è autocelebrativa e, soprattutto, non è catartica. Non tende al riscatto. Non allude al pentimento e non invoca alcun radicale cambiamento.

   Le implicazioni di questa concatenazione di pensieri sono sconcertanti: perché allo stato attuale della realtà si potrebbe allora affermare che solo un “cuore aperto”, ferito e sanguinante, potrebbe essere ritenuto ancora umano e perciò stesso permeabile all’aiuto.

   È quello che sentenzia Ben-Aharon quando, con una spregiudicatezza difficilissima da condividere, afferma: “si può fare lavoro psicoterapeutico solo tra e con esseri umani”.

   Lo ripeto: l’affermazione del filosofo ricercatore dello spirito è terribile, non solo perché sfida il nostro più elementare buonismo ma soprattutto perché, come operatori sul campo, ci costringe ad ulteriori riflessioni.

   E la prima apre una questione che sarà molto difficile risolvere: perché se è vero che solo un cuore aperto permette l’incarnazione dell’Io… è però anche vero che è l’Io, in un qualche modo, a permettere di (ma forse dovrei scrivere “a volere”) mantenere aperto il proprio cuore. Mi rendo conto che questo assunto sembra una contraddizione in termini: il cuore aperto permette l’identificazione dell’Io ma, per altri versi, è solo l’Io che può volerlo mantenere tale.

   Come si risolve questa assurda impasse?

   Non sono in grado di affermarlo con certezza, ma credo che questo dipenda da un insieme di fattori. Perché se è vero che il sangue non attira più l’Io nella propria individualizzazione e che le brame del mondo si offrono come nutrimento del Male che ne ha occupato il cuore, è però altrettanto vero che molti uomini e molte donne accettano la battaglia fin dal loro primo vagito e, in un qualche modo, tengono la posizione. Suppongo che questa capacità possa derivare loro dall’amore genitoriale con cui sono stati accolti nel mondo o, in mancanza di quello, da risorse segrete immagazzinate in precedenti incarnazioni, oppure ancora – spero di non risultare blasfemo – da un guizzo di Fantasia Morale che ad un certo punto sfolgora nella loro anima. Ma, non ultimo, anche da un Incontro Terapeutico che, per qualche motivo “tocca” il loro cuore, strappa i punti di sutura e lo induce a sanguinare.

   Nel lavoro psicoterapeutico non credo sia possibile, in alcun modo, sapere in anticipo chi abbia preservato o meno la propria umanità, né chi, pur avendola perduta, non sia poi in grado di ritrovarla, magari grazie a una sola parola giusta, pronunciata nel momento giusto da un terapeuta illuminato. Resta però vero il fatto che, sempre più spesso, uomini e donne moderni sembrano immunizzati a qualunque parola, a qualunque sforzo terapeutico, e il loro cuore rimane chiuso e sigillato.

   È impossibile esercitare una vera terapia con tali pazienti il cui numero – è doveroso ammetterlo – va aumentando. È davvero così! A volte, con alcune persone, sembra che non ci sia proprio nulla da fare. Ma questo fatto apre una seconda questione: perché, chi può sapere se il limite invalicabile era nel paziente piuttosto che nel terapeuta? Se è vero che il lavoro psicoterapico si può realizzare solo tra esseri ancora umani, chi può sapere quale dei due protagonisti dell’Incontro avrebbe potuto fare di più per l’altro, ma non c’è riuscito, perché il suo cuore non era sufficientemente aperto? O, almeno, sufficientemente coraggioso da andare oltre quelli che credeva fossero i propri limiti?

   Quando cominciai a lavorare, quarantatré anni or sono, la prima domanda che si affacciò alla mia giovane anima fu la seguente: “Come riconoscere il limite che, in ogni vita, separa il “non posso” da un “non voglio”? In altre parole, quando un paziente davvero non può andare oltre e quando invece non vuole farlo? Da allora, penso che non sia passato un solo giorno in cui io non abbia riflettuto su questo tema e oggi, dopo tanto tempo e tante battaglie, posso con orgoglio dire che: ancora non lo so! Credo che dovrò aspettare di varcare la soglia per sperare di risolvere questo angoscioso arcano.

   Nel frattempo, però, posso dire di aver cercato in ogni dove un qualunque strumento in più che mi permettesse di poter dire a me stesso: ho fatto tutto quello che potevo. Oltre non sono potuto andare, anche se non potrò sapere, almeno per ora, se davvero non ho potuto o invece non ho voluto. Perché resto convinto che non ci siano limiti invalicabili in assoluto per l’essere umano, bensì solo limiti contingenti al suo impegno e al suo destino.

   Ma la psicoterapia accademica, invece, oggi registra dei limiti: che sono i limiti della visione materialistica del mondo. Se il cuore degli uomini si sta chiudendo, non è nemmeno lontanamente possibile immaginare che tecniche disanimate (cioè prive di anima), veloci ed efficaci secondo lo standard economico-arimanico del mondo possano sperare di riaprirlo.

   La Psicologia accademica ha tradito se stessa! Occorre trovare il coraggio di dirlo, di gridarlo al mondo, di comunicarlo a quante più persone possibili perché, se ancora ci sono delle pur minime speranze per l’umanità, solo da una psicoterapia rinnovata nel senso di una scienza dello spirito l’uomo contemporaneo potrà essere davvero salvato.

   Forse, occorrerà trovare ulteriori nuove tecniche che, come io credo, siano in grado di mettere in movimento in maniera diretta la volontà dell’uomo e della donna moderni. E bisognerebbe trovare il modo di poter offrire a chi richiede aiuto, l’occasione di sperimentare in un unico setting la riunificazione di scienza, arte e religione. Perché è senz’altro vero che in ambienti antroposofici si è sempre esaltata la capacità terapeutica dell’arte – Euritmia in primis, pittura, arte della parola (recitazione) e musica – ma credere che facendo arte si possa sperare di curare alla radice una sindrome di “attacco di panico” o una di “anoressia” è di una ingenuità che sfiora la follia. Così come altrettanto ingenuo, o folle, è credere di superare una “depressione” o una “dipendenza da alcool, da droghe o affettiva” impegnandosi strenuamente nei sei esercizi fondamentali donatici da Rudolf Steiner o negli altri esercizi, altrettanto mirati, suggeritici da Massimo Scaligero. Così come, almeno nell’ambito psichico, non possono essere efficaci gli effetti dei medicamenti della Wala o della Weleda, ancorché prescritti da illuminati medici antroposofici (che anche loro, spesso, come i colleghi allopatici, chissà perché si sentono in diritto di poter intervenire con la parola in un campo nel quale la loro preparazione è pressoché nulla).

   La separazione di arte, scienza e religione, avvenuta dopo il mistero del Golgota affinché crescessero in maniera autonoma e indipendente l’una dall’altra, ha fatto il suo tempo. Un domani, sempre più solo interventi integrati avranno il potere di sconfiggere il vero male dell’uomo, del quale, i sintomi che egli accusa, sono solo benefici segnali d’allarme. Il cammino dei Nuovi Tempi dovrà portare alla riunificazione di tutto ciò che un tempo fu diviso e separato. Non c’è altra strada! Non ci sono altre vere alternative!

   Sono altresì consapevole della pretesa utopistica dei miei pensieri. Ma se i “tempi sono gravi”, come diceva ogni volta Scaligero, allora bisognerebbe trovare il coraggio dell’utopia. E se la posta in palio è il cuore degli uomini, allora bisognerebbe poter offrire loro un percorso unitario in cui ogni professionista (l’artista, lo psicoterapeuta e il medico), uniti da un’unica visione immaginativa, potesse mettere le proprie conoscenze al loro servizio, strutturando un “percorso” capace di offrire tutti i supporti di cui ci fosse bisogno.

   Negli anni ’80, io e alcuni colleghi (psicoterapeuti, artisti e medici) avevamo già partorito un’idea simile. Ma tutti noi eravamo troppo giovani e, oltre all’esperienza, ci mancava quella facoltà imprenditoriale necessaria per varare un progetto del genere. In pratica lo lasciammo cadere, anche se già allora, in tempi non ancora sospetti, avevamo visto giusto. Oggi, riuscire a realizzare un progetto del genere sarebbe ancor più necessario, per il bene di tutta la società ma, ça va sans dire, proprio il degrado della vita sociale moderna rende tale realizzazione ancora più difficile.

   I limiti di questa nostra antica utopia, nella quale io oggi ancora mi riconosco, sono tanti.

   Ripeto, ne sono consapevole: prima di tutto il fattore economico (come pagare così tanti professionisti dediti ad affrontare il problema di ogni persona con diversi mezzi?), poi quello del tempo (quanti mai, oggi, sono coloro che hanno tanto tempo libero da dedicare a loro stessi?), quello logistico (dove trovare un “luogo” in cui riunire e far convivere tutto questo?) e, non ultimo, quello dell’accordo profondo e intimo dei professionisti che dovrebbero lavorare in perfetta sintonia. Non posso sapere se un giorno, illuminati terapeuti, riusciranno mai a dare vita a un simile progetto. Ma so per certo che, qualora fosse varato, molti più uomini e donne, grazie all’organicità che assumerebbero i vari interventi, riuscirebbero a sostenere il “vuoto sanguinante del proprio cuore” così da potervi accogliere un giorno quell’Io Cosmico che di sé disse:

   “Io sono l’Io sono!”

   “Io sono la Verità, Io sono la Via, Io sono la Vita!”