Il significato della confessione

 

di Claudio Gregorat

     Per l’uomo occidentale individualizzato, capace di giudizio autonomo e libero, la “confessione” – quale sacramento – dopo le bufere socialiste, comuniste, fasciste ecc. non può entrare nel numero delle pratiche accettabili. L’espressione più comune suona: “perché mai devo andare a raccontare ad un altro le mie vicende private? Me le gestisco da solo”. E’ senza alcun dubbio un’affermazione abbastanza presuntuosa e orgogliosa, nella convinzione di essere una persona al di sopra di un possibile giudizio oggettivo sul suo operare. Questo da un lato. Dall’altro, opera senza dubbio l’impulso a svincolarsi dalla suggestione della chiesa cattolica e le sue forme di culto, che per troppi secoli hanno tenuto in pugno le anime umane. Difatti il confessore diventa presto il “direttore spirituale” il quale dirige, secondo le proprie convinzioni, i pensieri, sentimenti ed azioni del fedele. Questo dunque rimarrà sempre soggetto al suo direttore, così come il discepolo esoterico orientale rimane, per tutta la vita, soggetto al suo guru. Ma così l”anima di coscienza” non si forma. E difatti la chiesa è un ostacolo fortissimo al formarsi di questo necessario organo animico dell’uomo. Le pratiche di culto – fra le quali la confessione – sono difatti una diretta filiazione delle facoltà e necessità dell”anima intellettiva-affettiva”: ritorniamo indietro – o rimaniamo indietro – di secoli: il tempo interiore si è fermato.
E l’evoluzione dell’uomo?
Soprattutto oggi non è accettabile la connotazione “morale del peccato” – veniale o mortale – secondo un codice stabilito dalla chiesa stessa. Non è più un altro, chiunque esso sia, a decidere sull’interiorità di qualcuno, ma ogni uomo autocosciente lo può e dovrebbe farlo in prima persona, assumendone tutte le responsabilità del caso.  Il valore della confessione però non sta in questo, ma nel supremo sforzo di cancellare la propria egoità luciferica primordiale e, con la più grande umiltà e modestia, raccontare ad un altro la propria vita: non è cosa da poco. Una persona orgogliosa che vive nell’esaltazione del proprio Io psicologico, non accetterà mai una simile pratica. E invece si tratta proprio di questo: cancellare l’io empirico, psicologico e le sue innumeri passioni, per poter accedere all’Io superiore reale, rimettendosi nelle mani di un altro, in questo caso un sacerdote oppure una persona di estrema fiducia verso la quale si nutre vera devozione. Proprio per l’orgoglioso irriducibile, sarebbe la vera terapia equilibratrice.
Nel I° dramma-mistero “La porta dell’iniziazione” di Rudolf Steiner – III° quadro, si ponno incontrare le seguenti parole rivolte a Maria da Benedetto:
“Entro te, lo spirito  agisce in tutto ciò
che produce frutti nell’essere umano
per la sfera dell’eternità.
Esso perciò deve uccidere
molto di ciò che suole appartenere
        al regno di esistenza dentro il tempo.
Ma i suoi sacrifici di morte
Sono i germogli di immortalità.
Ciò che fiorisce dal morire inferiore
        Deve crescere alla vita più alta”

Negli ordini religiosi la confessione assumeva sempre questa connotazione, onde cancellare l’orgoglio, la superbia, la presunzione, la vanità, l’amor proprio e, con altre parole l’egoismo, per potersi accostare a Dio o, con termini moderni, al mondo dello spirito.
Nel Vangelo viene accennato a questa condizione con le parole:
“Poiché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; e chi perderà la propria vita, per causa mia, la troverà” : dove per “vita” si intende il proprio Io psicologico-empirico-abitudinario da perdere, per trovare l”Io superiore-reale” su di un piano superiore, alle parole “per causa mia”.’
La confessione ha un valore primario nella vita di un uomo. L’anima umana – ha detto qualcuno – è una specie di santuario, o, se vogliamo, una lunga galleria il cui fondo, buio, è inaccessibile e invisibile. Lungo le pareti, quadri appesi, che sono immagini di vicende attraversate; oppure armadi chiusi o sigillati, con dentro i cimeli, le “reliquie” di persone o fatti vissuti. Ora tutte queste forme sono mummificate entro l’anima e sono un grande impedimento per una vita sciolta, leggera e libera: determinano il presente come hanno determinato il passato prossimo e quello remoto. La reliquia, il cimelio, si sa, sono una superstizione, da cui sarebbe bene liberarsene, se si vuol vivere in armonia con se stessi e senza pesi occulti. Che questi abbiano un peso determinante, è del tutto evidente nelle forme patologiche. Quanti mai ingorghi animici insorgono per traumi psicologici vissuti in tempi precedenti. E’ necessario rimuoverli ed è quanto fa la psicologia ben intesa, sia nelle forme individuali che nelle terapie di gruppo: si tratta sempre di una “liberazione”.
Per l’individuo autonomo, l’armadio viene aperto, il cimelio estratto e guardato con piena coscienza, cosa importantissima: mentre prima sonnecchiava minaccioso nel subconscio. Il pericolo sta proprio in questo: il dormire dinanzi ai propri demoni interiori, siamo essi assopiti nel tempo, o  attivi e minacciosi.
Si potrebbe obiettare che una simile operazione è alla portata di tutti e che non è necessario “raccontarla” a qualcun altro. Certo, ma la connotazione morale per il superamento dell’orgoglio, vanità ecc. viene meno, mentre è il fattore più importante. E questa posizione – che è chiaramente frutto di orgoglio – è semplicemente illusoria, poiché l’uomo è sempre portato, anche nella massima serietà dell’indagine, a giustificare, scusare e vedere il lato più conveniente per sé, delle vicende in esame: dal subconscio emergono forze incontrollate, che non si riconoscono e determinano il giudizio totale. Quindi è veramente illusorio credere una cosa simile.
Che poi la situazione interiore presente – frutto del passato – consenta una revisione di esso ed un’azione diciamo equilibratrice nei suoi confronti, non elimina il fatto che “quella” vicenda c’è stata e vissuta in un “determinato modo”, che oggi, forse, si giudica immaturo.
Rudolf Steiner consiglia, per tacitare i propri demoni interiori, di tradurli in immagine pittorica o plastica e porli dinanzi a sé: quindi  “tirarli fuori”, “oggettivarli” in immagine. Questa operazione consente di prenderne coscienza e, con la  luce del pensare cosciente, metamorfosarli in immagini positive: trasformarli in potenze buone. Si tratta di operare con la “sostituzione di immagini”. A lungo andare, giorno dopo giorno, il processo opera nell’interiorità, liberando l’anima dalla presa nefasta dei demoni negativi.
I pensieri, sentimenti ed azioni degli uomini permangono incisi nella “Cronaca dell’Akasha” in ogni caso: e solo dopo la morte, con un atto di revisione a ritroso della propria vita, potranno essere svuotati gli armadi. Il che significa anche che si imposta la vita successiva proprio in relazione ai loro contenuti. Qui sulla terra, per la persona di buona volontà che voglia progredire moralmente e “abbassare le ali troppo tese” della propria egoità, è consentito solo alleggerirsi del peso delle mummie interiori e delle reliquie, ma non cancellarle: come l’assoluzione che il sacerdote conferisce, non cancella  la colpa.
Le reliquie dei santi e beati, si venerano: condizione assurdamente “materialistica” della chiesa. Venerare dei resti di ossa, di legno, di stoffa o altro ! Veramente assurda ! In ultima analisi si tratta proprio di “idolatria” !
Forse, è lecito chiedersi, colui che non vuole rinunciare alle sue reliquie, che non vuole aprire gli armadi con un superamento dell’orgoglio, per un’umiltà benedicente e mite, che però gli consente di guardare la “realtà” di se medesimo, non è forse parallela a quella del fedele che venera le sua reliquia ? L’orgoglio non nasconde, nei profondi recessi dell’anima, una tale venerazione, anche se – e soprattutto – non riconosciuta?
Vi è però una possibilità nuova: il confessore, chiamiamolo così, la persona di fiducia, non è lì per emettere un giudizio, tutt’altro, ma soltanto come “orecchio di un’anima” che ascolta con tutta la partecipazione e amore possibili, e che, in più “condivide” l’esperienza e “la porta” insieme a colui che la racconta. Solo in questo caso, il racconto, la “confessione”, ha un reale valore: cosa che non accade col confessore e tantomeno con lo psicologo.
A nessuno è consentito emettere un giudizio sulle vicende interiori di un altro. Posto poi che un tale giudizio abbia determinate connotazioni: che cioè sia valido dalla prospettiva logica, estetico-artistica e morale: a nessuno è consentito. Solo alle “Intelligenze celesti” lo sarà: ma sarà un giudizio di estrema oggettività, equità e giustizia, che un uomo non potrà mai raggiungere. L’iconografia cristiana presenta l’Arcangelo Michele – un’Intelligenza Celeste quindi – con in mano la bilancia con la quale “pesa” le anime.
L’interiorità di un altro può, in ogni caso, venire solo ascoltata, condivisa, sofferta o gioita “insieme”, con la massima partecipazione.
Il valore di una simile azione appare presto di altissimo livello morale e quindi quasi uto-
pistica: purtuttavia possibile per anime elette.
E’ il senso della confessione.
La persona moderna non vorrà ricorrere a questa, come per una sorta di pudore interiore. Però frequenta lo psicologo, al quale – come in sogno – racconta e rivela il contenuto degli armadi altrimenti chiusi. Ma lo psicologo non ha il valore morale e serietà di un sacerdote. Difatti egli è, di solito, scettico sulle questioni della psiche, alla quale crede come ad una sorta di “secrezione” del corpo. Ora, la seduta dallo psicologo non è forse una confessione?
Nei partiti comunisti era in voga l”autocritic” – come costrizione politica – che aveva valore di confessione, per quanto sicuramente falsata, in quanto senza alcuna sostanziale motivazione morale, ma solo di opportunismo  politico.
L’antica confessione potrebbe essere sostituita da altra pratica? Le mummie interiori possono, in qualche modo, venire incenerite e cancellate?
Lo possono solo per mezzo di un libero, estetico e morale riconoscimento di esse in piena coscienza e consapevolezza: sapendo, al contempo, che dovranno venire pareggiate in ogni caso. La luce della coscienza dell’Io getta così una luce sulle vicende interiori congelate nell’anima e che forse non si vogliono considerare perché passate e dimenticate. Ma lo possono solo se “oggettivate”; che senza un aiuto esterno è molto difficile raggiungere.
Sappiamo che tutto dovrebbe rimane nel ricordo legato all’Io, quindi ricordo eterno. Nell’Io deve permanere ogni esperienza vissuta. Il passato deve essere sempre presente, ma non fossilizzato o imbalsamato e che si esprime nei modi acquisiti e nelle abitudini.
Per concludere, si possono meditare le seguenti parole di Novalis tolte dal suo “Enrico di Hofterdingen”:
“…..I molti ricordi sono una compagnia piacevole e tanto più, in quanto è mutato l’occhio interiore con cui li osserviamo, e che ora, per la prima volta, ci rivela il loro vero nesso, il senso profondo del loro corso e il significato delle loro apparizioni Il sentimento delle proprie vicende umane si sviluppa solo tardi e meglio sotto la tranquilla influenza del ricordo che non sotto le violente impressioni del presente. I fatti più prossimi appaiono solo debolmente incatenati, in realtà in maniera tanto più portentosa, quanto simpatizzano coi più discosti. E unicamente quando si sia in grado di abbracciarne con lo sguardo una lunga serie e di non prendere tutto alla lettera (……..) si rivela il segreto legame che unisca il passato al futuro e si impara a far la storia con la speranza e col ricordo. Tuttavia, solo a quegli cui tutto il passato è ancora presente, può venir fatto di scoprire la semplice regola della storia……….”
Questa citazione è intesa nel senso che i ricordi devono permanere nell’IO per il proprio futuro cosmico. Ma liberi e trasparenti, senza connotazioni sentimentali e men che meno passionali: trasformati, quintessenziati, resi “pura spiritualità” che così l’IO potrà portare con sé per l’eternità.
E presenti come le gocce di diamante della fulgida corona che l’anima libera ed eletta porta in capo.

Per approfondire il tema -morte cerebrale-

La predazione di organi e le ambiguità di Giovanni Paolo II

di don Giuseppe Rottoli

Articolo pubblicato su La Tradizione Cattolica
n. 46 del 2001

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       Giovanni Paolo Il il 29 agosto 2000 ha partecipato, a Roma, al Congresso Internazionale della Società dei Trapianti ed ha tenuto un discorso per l’occasione. La stampa e i mass media ne hanno approfittato per esaltare il suo discorso a favore della “scienza”.
Ma è proprio cosi? La verità è che il testo contiene frasi contraddittorie che possono andare bene sia ai fautori del trapianto sia a coloro che ne sono contrari. Infatti il pontefice ha affermato che: “Gli organi vitali e singoli non possono essere prelevati che ex cadavere cioè da un individuo certamente morto comportarsi altrimenti significherebbe causare intenzionalmente la morte del donatore prelevando i suoi organi”. Egli ha anche ricordato che la morte è la separazione dell’anima dal corpo e che “1a morte della persona, intesa in questo senso radicale, è un evento che non può essere direttamente individuato da nessuna tecnica scientifica o metodica empirica”.
Fin qui non abbiamo nulla da eccepire, ma se proseguiamo nella lettura del discorso troviamo delle contraddizioni e imprecisioni con i dati scientifici, per cui ci sembra che il papa si fidi troppo di … alcuni attuali uomini di scienza. Infatti leggiamo: “E’ ben noto che, da qualche tempo, diverse motivazioni scientifiche per l’accertamento della morte hanno spostato l’accento dai tradizionali segni cardio-respiratori al cosiddetto criterio “neurologico”, vale a dire alla rilevazione, secondo parametri ben individuati e condivisi dalla comunità scientifica internazionale, della cessazione totale ed irreversibile di ogni attività encefalica (cervello, cervelletto e tronco encefalico), in quanto segno della perduta capacità di integrazione dell’organismo individuale come tale. Di fronte agli odierni parametri di accertamento della morte  —sia che ci si riferisca ai segni “encefalici” sia che si faccia ricorso ai più tradizionali segni cardio-respiratori—, la Chiesa non fa opzioni scientifiche, … In questa prospettiva, si può affermare che il recente criterio di accertamento della morte sopra menzionato, cioè la cessazione totale ed irreversibile di ogni attività encefalica, se applicato scrupolosamente, non appare in contrasto con gli elementi essenziali di una corretta concezione antropologica” (1).(2)

(2) Come si vede, manca un’adesione entusiasta e un invito all’atto di “carità estrema“. Il Papa dice semplicemente: SE la morte cerebrale è vera morte, si faccia pure l’espianto, ma è ovvio che se non lo è, se non è vera morte, l’espianto non deve essere fatto.
È evidente QUINDI che Giovanni Paolo II ha parlato “in buona fede”, fidando nella scienza di alcuni, ma se venisse a sapere della “scienza” di altri, degli oppositori, che direbbe?
— La Chiesa non ha opzioni scientifiche
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LA REALTÀ

       Innanzi tutto non è vero che la comunità scientifica internazionale sia favorevole all’unanimità all’attuale criterio “neurologico” che viene espresso col termine di “morte cerebrale”. Infatti il recente concetto è stato introdotto per poter effettuare prelievi di organi da chi si trova in coma cerebrale, mentre, come citeremo, molti scienziati e professori hanno pubblicato le loro ricerche ed i relativi risultati su autorevoli riviste scientifiche di medicina ed hanno espresso la loro disapprovazione sul concetto di “morte cerebrale”, perché non coincide con la cessazione totale e irreversibile di ogni attività cerebrale, per cui non è scientifico e non accerta affatto la morte vera.
Inoltre il Papa dice che i prelievi di organi devono essere effettuati da cadaveri; ora dai veri defunti possono essere prelevati solo alcuni tessuti come la cornea, mentre gli organi vivi come il cuore, i polmoni, il fegato, i reni ecc. per essere trapiantabili devono essere tolti da persone dichiarate in “morte cerebrale” che respirano ancora (anche se la respirazione è artificiale), che hanno il cuore che pulsa, il cui sangue circola, che sono calde e rosee, i cui arti per stimoli dolorosi possono muoversi (il cosiddetto segno di Lazzaro) e se sono donne possono condurre avanti una gravidanza dando alla luce un figlio vivo e sano ecc. (è alquanto anomalo considerare queste persone defunte quando nessuno avrebbe il coraggio di mettere in una bara qualcuno che respira, che ha il cuore e il polso che battono!). E’ evidente che tali persone non sono cadaveri e che da veri cadaveri si possono prelevare solo organi che sono già in stato di degenerazione e che non possono essere trapiantati.

STORIA DELLA NUOVA TERMINOLOGIA

       Come è citato nel documento del Papa, si è passati dalla definizione tradizionale di morte intesa come arresto delle funzioni circolatoria e respiratoria a quella di “morte cerebrale” intesa come cessazione di tutte le funzioni dell’intero cervello, compreso il tronco cerebrale. Questo criterio neurologico di morte cerebrale è stato introdotto in seguito al primo trapianto ufficiale di cuore fatto dal prof. C. Barnard nel 1967, a Città del Capo. Contro queste nuove tecniche si schierarono diversi professori e scienziati, a causa del fatto che le persone dalle quali si facevano i prelievi di organi, (chiamati anche espianti) certamente non erano morte. In Italia il prof. Stefanini, in televisione, attaccò Barnard affermando che se non c’è la morte non si può fare il trapianto e che se non c’è cadavere c’è omicidio”. Tra gli altri professori in Italia che si opposero ai quei trapianti ricordiamo il prof. Dioguardi di Milano e i prof. Gasbarrini e Puddu di Bologna. Un mese dopo il trapianto di Città del Capo, siccome negli Stati Uniti vi erano 200 medici indagati, fu istituita una Commissione “ad hoc” dalla Harvad School di Boston con l’incarico di definire la morte in chiave neurologica, per evitare accuse legali e morali alle équipes trapiantistiche.
Nel 1969 la Commissione di Harvard pubblicava il suo Rapporto sul Journal of the American Association (J.A.M.A.) dove non spiegava perché il coma sia assimilabile alla morte, ma semplicemente affermava che occorre definire morte il coma irreversibile per motivi pratici (liberare letti d’ospedale, alleviare il peso sociale dei pazienti in stato vegetativo, reperire senza contrasti organi da trapiantare). Nel 1979 due filosofi “cattolici” dei movimenti per la vita, Grisez e Boyle inventarono una nuova definizione di morte cerebrale introducendo il concetto di unità funzionale integrativa, come se il cervello fosse l’unico organo responsabile dell’unità funzionale integrativa. Essi contribuirono così a soppiantare l’etica che diceva che la vita è sacra per introdurre l’etica della qualità di vita. Nel 1981 la morte cerebrale veniva definita in termini medico legali e venne accolta senz’opposizione in quasi tutto il mondo industrializzato, eccetto il Nord Europa e il Giappone. (3)
Nel 1992 però due scienziati americani, sempre della Harvard School, il Dr. Robert D. Truog e il Dr. Sames C. Fackler, pubblicarono un altro rapporto dal titolo significativo “Rethinking brain death“: Ripensamento (o revisione) della morte cerebrale. (4)
E’ il rapporto più significativo per la parte medico-legale, stranamente mai pubblicato in Italia, forse perché per il suo titolo e i suoi 87 riferimenti bibliografici non convenivano! Ecco l’estratto dei dati e la sintesi del loro studio: “Proponiamo quattro argomenti a sostegno del parere che i pazienti che rispondono agli attuali criteri clinici della morte cerebrale, non necessariamente presentano la perdita irreversibile di tutte le funzioni del cervello (per cui queste persone non sono morte ma vive! (n. d. R.).
In primo luogo, in molti pazienti clinicamente in morte cerebrale è conservata la funzione endocrina-ipotalamica.
In secondo luogo, in molti pazienti è conservata l’attività elettrica cerebrale.
In terzo luogo, alcuni pazienti conservano la capacità di reagire agli stimoli dell’ambiente.
In quarto luogo, il cervello è definito fisiologicamente come sistema nervoso centrale, e in molti pazienti clinicamente in morte cerebrale è conservata l’attività del sistema nervoso centrale, sotto forma di riflessi spinali.
Questi risultati sono in netto contrasto con il requisito di una cessazione irreversibile di tutte le funzioni cerebrali”.

La conclusione di questo studio è che non esistono mezzi strumentali atti a dimostrare la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo, quindi neanche l’elettroencefalogramma (che abbrevieremo con la sigla EEG) o altri tests sono in grado di accertare la cessazione irreversibile di ogni attività encefalica. Tra l’altro occorre notare che a livello mondiale non vi è accordo fra scienziati e clinici sui criteri e sulle prove da adottare per dichiarare la cosiddetta “morte cerebrale”: per es.: nel Regno Unito non si usa l’EEG.
In Italia la legge 578/93, ripetendo la definizione di Harvard del 1969, dice che 1a morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello” e prevede quattro categorie di accertamenti per poter dichiarare una persona in morte cerebrale. Essa richiede contemporaneamente l’assenza:
1) della coscienza,
2) della respirazione spontanea,
3) dei riflessi e
4) delle risposte elettriche cerebrali.
Per questo ultimo accertamento si usa l’EEG che dà il tracciato grafico dell’attività elettrica a livello della superficie cerebrale; questo risultato si ottiene con un apparecchio collegato ad elettrodi posti sul cuoio capelluto e con una penna scrivente su un rotolo di carta. In sintesi la legge italiana dice che per una attività elettrica al di sopra di 2 microvolts c’e la vita, mentre per una attività minore c’è la morte, balza subito alla mente che 2 micorvolts rappresentano una soglia arbitraria che non corrisponde a uno zero assoluto strumentale, è solo una convenzione per dire che una persona è morta.
Scientificamente non è esatto; infatti già a suo tempo il prof. Bergamini (5) scriveva: “Un tracciato elettroencefalo-grafico può essere normale anche se piatto, cioè privo di ritmo visibile: ad es. soggetti adulti ansiosi o soggetti neonati possono aver un tracciato piatto che di per sé non è assolutamente definibile patologico” (di fatto, la scienza non sa perché in questo caso l’EEG sia piatto, perché indichi uno stato patologico occorrono altri segni).
Inoltre il prof. Bondì (6) scriveva che la presenza di forti addensamenti emorragici endocranici (tipica dei traumatizzati da incidenti) “può eliminare il “segnale” della penna scrivente o diminuire di molto l’ampiezza dei segnali rilevati dalla macchina operante con elettrodi applicati sopra il tavolato osseo; data l’esiguità della traccia scritta è sempre problematico e grossolano l’apprezzamento obiettivo di questi segni di vita, la cui importanza è capitale, se possono sottrarre un paziente alla sentenza medico legale di morte e all’irrimediabile svuotamento del suo corpo con l’espianto; in questo caso gli elettrodi dovrebbero essere posti sotto il tavolato osseo. Quindi l’EEG non dimostra affatto che l’attività cerebrale sia assente in tutto l’encefalo”.
In Italia la legge non prevede tecniche più sofisticate che potrebbero dimostrare la presenza di vita cerebrale, come la verifica di presenza o meno di circolo cerebrale, mentre è un test fondamentale per dichiarare una prognosi infausta. Infatti una persona può essere dichiarata morta quando permangono residui funzionati di circolazione intercranica. “Isole di residua circolazione intercranica possono rappresentare funzione cerebrale e vita persistente; ed io mi domando e vi domando sono tali isole coscienziosamente e scrupolosamente ricercate? La risposta è negativa perché gli esami quali angiografia, PET, SPECT ECOPLANAR, RMI non sono previsti dalla legge e pertanto non vengono eseguiti”.
Anche il Rapporto di Harvard del 1992 alla domanda se l’assenza di apporto di sangue al cervello costituisce un indice di cessazione di tutte le funzioni intracraniche più affidabile rispetto al silenzio elettrocerebrale, afferma: “Purtroppo l’assenza di flusso ematico (sanguigno) rilevata sia dagli studi con radionuclidi che da angiografia non coincide invariabilmente con l’assenza di tutte le funzioni cerebrali, neppure negli adulti. Sono stati segnalati numerosi casi di adulti nei quali la scansione a radionuclidi ha dato esito negativo, mentre persisteva l’attività EEG” (7). In poche parole, le persone che si trovavano in queste condizioni non erano morte. Inoltre non esistono dei criteri validi per stabilire che abbiano cessato irreversibilmente di funzionare altre importanti aeree del cervello come il cervelletto, i gangli basali o i talami. (8)
Gli inglesi, come abbiamo già riferito, negano qualsiasi valore all’EEG e sono a favore di una concezione di morte cerebrale fondata esclusivamente sull’assenza di riflessi del tronco cerebrale escludendo l’esame dell’encefalo. Il citato rapporto del 1992 della Harvard School a questo proposito afferma: “Tuttavia abbiamo dimostrato che altre funzioni cerebrali (per es. la funzione endocrina e il controllo della temperatura) possono persistere malgrado l’assenza di tutti i riflessi del tronco cerebrale considerati per diagnosticare la morte cerebrale … Secondo uno studio il 23% di 31 adulti in morte cerebrale non erano affetti da diabete insipido, il che implicava la presenza della funzione ipotalamica (con secrezione dell’ormone antidiuretico) … una valutazione in questo senso comporta, come minimo, che il rilevamento, del diabete insipido dovrebbe assumere un ruolo basilare nei nostri criteri della morte cerebrale, assai maggiore che non la non-reattività pupillare alla luce. Per questi (ed altri) motivi il punto di vista inglese è stato criticato con forza.(9) Infatti anche dopo aver constatato l’assenza di riflessi del tronco cerebrale si sono verificati casi di ripresa”.(10)
Sempre dal rapporto di Harvard del 1992 leggiamo: “Terzo, ci sono manifestazioni di reattività ambientale in pazienti in morte cerebrale. Una rassegna delle cartelle anestesiologiche di dieci donatori di organi in morte cerebrale ha rivelato un chiara risposta emodinamica all’incisione chirurgica al momento dell’espianto dell’organo del paziente, con aumento medio della pressione sistolica pari a 31 mm Hg e della frequenza cardiaca pari a 23 battiti al minuto”.
Gli scienziati inglesi Evans e Hill esaminarono le cartelle cliniche dei dati pubblicati da Wetzel di recenti donatori di organi “cerebralmente morti”. Ecco ad es. come si comportò un donatore di 33 anni. Prima di entrare in sala operatoria questo paziente non fu trattato con ipertensivi, poi in sala fu “curarizzato” perché il suo corpo non si muovesse e non impedisse l’incisione. Prima dell’intervento i suoi battiti cardiaci erano 90/mm. ed aveva una pressione di 90/50 mmHg. Dopo pochi secondi dal
l’incisione jugulo-pelvica i suoi battiti erano saliti a 104/min. e la pressione saliva a 120/70/mmHg (se fosse stato un cadavere questi valori non sarebbero dovuti aumentare)
; a 3 rimarti dall’inizio i battiti erano 118/min. e la pressione era arrivata a 150/75 mmHg. Dopo 11 minuti fu somministrata l’anestesia, la pressione crollò e ritornarono i valori della situazione pre-operatoria. Dunque tutti questi donatori furono “paralizzati e ventilati solo con ossigeno e manifestarono simili drammatici aumenti di pressione sanguigna e di ritmo cardiaco dopo le incisioni per gli espianti. Tali risposte che appaiono quindi la norma, più che l’eccezione, sono identiche alle risposte cardiovascolari mediate del tronco cerebrale osservate in pazienti normali sottoposti ad interventi chirurgici terapeutici quando l’anestesia si rivela troppo leggera”. (11)

Se il tronco cerebrale fosse veramente morto, dovrebbe esservi assenza non solo di risposta del centro respiratorio, ma anche di attività dei centri vasomotori. (12) Tali reazioni sono in contraddizione con la cessazione di tutte le funzioni cerebrali.
Il Rapporto del 1992 di Harvard afferma ancora: “In quarto luogo, da un punto di vista fisiologico, il cervello viene definito come sistema nervoso centrale. Le prime definizioni della morte cerebrale, come i criteri di Harvard (del 1969 n.d.R. ), ne tenevano conto e definivano la morte cerebrale come la morte dell’intero sistema nervoso centrale, compreso il midollo spinale. Ben presto i clinici si resero conto, tuttavia, che molti pazienti in morte cerebrale per altri versi conservavano la funzione del midollo spinale sotto forma di riflessi spinali. Questi riflessi a volte provocavano movimenti drammatici e sconvolgenti degli arti, movimenti noti sotto il nome di “segno di Lazzaro”. (13)
L’invenzione e l’adozione del criterio di morte cerebrale si fondano sulla presunzione che l’osservazione di una certa serie di casi clinici simili, che hanno storicamente avuto tutti esiti simili, garantisca che tutti i casi simili successivi avranno ancora tutti esiti simili (14), invece la realtà mostra che se si continuano le cure intensive c’è chi può sopravvivere.

AUTOPSIE

       Solo un’autopsia del cervello del donatore potrebbe accertare, direttamente e caso per caso, se le lesioni cerebrali erano veramente di natura irreversibile. Non si dimentichi che, a fronte di un possibile errore umano di valutazione o apprezzamento della lettura, il donatore è irrimediabilmente e legalmente condannato a morte. E’ un po’ sospetto il fatto che gli ospedali non prevedano l’autopsia del cervello delle persone espiantate per vedere se questo organo era veramente distrutto, infatti nella vera morte come affermava il prof. Baldissera c’è la distruzione degli emisferi, del tronco cerebrale e delle cellule. (15)
Il rapporto di Harvard del 1992 afferma: “Se fosse possibile identificare una particolare costellazione di indizi clinici tali da coincidere invariabilmente con la distruzione totale del cervello rilevata dall’autopsia, questa serie di criteri potrebbe essere utilizzata come prova attendibile di morte cerebrale. Purtroppo, in uno studio condotto su 503 pazienti, Molinari (16) riscontrò che non era possibile verificare che ad una diagnosi emessa prima dell’arresto cardiaco in base a una serie o sottoserie di criteri corrispondesse invariabilmente un cervello in gran parte distrutto.” Anche il prof. Hill (17) denuncia che dalle osservazioni di autopsie si rilevò una discreta conservazione della corteccia cerebrale … Questa crescente massa di prove continua a gettare gravi dubbi sulla certezza di diagnosi di morte in presenza di cuore battente e lascia aperta la questione di quanto tempo dopo la cessazione della circolazione cessi definitivamente ogni funzione del cervello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POSSIBILITÀ TERAPEUTICHE

       Innanzi tutto occorre sfatare il falso dogma che i pazienti in stato di “morte cerebrale” siano sempre e assolutamente incurabili e che tutti debbano necessariamente subire un arresto cardiaco imminente.
Ha suscitato molto interesse nel mondo scientifico internazionale una recente indagine statistica condotta da un autorevole scienziato americano, D. Alan Shewmon (18), in essa sono stati analizzati i casi di prolungata sopravvivenza rilevati su di un numero significativo di pazienti diagnosticati in morte cerebrale. Egli ha raccolto casi di prolungata sopravvivenza ed ha esaminato i fattori in grado di determinare, in soggetti dati per morti, la capacità di sopravvivere. La capacità di sopravvivenza era inversamente proporzionale all’età (minore è l’età e maggiore è la possibilità di sopravvivenza N.D.R.) … L’instabilità emodinamica tendeva progressivamente a risolversi, tanto da permettere con successo ad alcuni pazienti il distacco della ventilazione ausiliata e il ritorno a casa.
Vi è un altro falso dogma laico che asserisce che il cervello giunto a maturità sia assolutamente incapace di produrre nuovi neuroni, con la conseguenza dell’irreversibilità dei danni cerebrali. Le recenti ricerche in campo neurologico consentono di affermare che gli esseri umani hanno la capacità di generare neuroni cerebrali durante tutta la vita, vecchiaia compresa. E’ stato dimostrato da P. S. Eriksson, a conferma di quanto già scoperto in precedenza per i mammiferi, che l’ippocampo umano mantiene intatta la sua attività di neurogenesi. (19)
Dal gennaio 1999 C. B. Johansson e altri ricercatori sono riusciti ad andare ben oltre, per ora in campo animale, fino a dimostrare l’esistenza di un vero e proprio processo di risposta alle lesioni degenerative del sistema nervoso centrale, posto in essere dalla crescita convulsa di cellule migratorie staminali neurali atte a partecipare alla formazione cicatriziale e riparatoria. Secondo i risultati scientifici raggiunti si prospetta sempre più realistica la capacità del cervello umano danneggiato di ricostituire spontaneamente, almeno in alcuni casi e in determinate zone, il proprio patrimonio di cellule nervose distrutte. Anche le definizioni più resistenti, come quella ultracentenaria dell’italiano Bizzozzero, sostenuta da una vasta letteratura scientifica, che poneva il cervello dei mammiferi tra i tessuti ad elementi perenni, sono state rimosse dalle ricerche dell’ultimo decennio e dalle nuove scoperte sulla neuroplasticità dei mammiferi adulti, intuizioni estensibili per extrapolazione all’uomo. Grazie a questi risultati, affiancati alle nascenti biotecnologie riparative del sistema nervoso centrale adulto, non appare più tanto lontano il traguardo di stimolazione terapeutica controllata di rigenerazione neuronale in un cervello umano adulto lesionato, specie in una regione, come l’ippocampo, delicatissima e di capitale importanza nei processi cognitivi e di memorizzazione. (20)
Grazie ai progressi dell’avanzata terapia intensiva praticabile oggi nei centri di rianimazione: “Secondo dati recenti, con una assistenza aggressiva, alcuni pazienti clinicamente in morte cerebrale possono raggiungere una sopravvivenza somatica per periodi relativamente lunghi: 36 giorni (21), 9 settimane (22), 68 giorni (23), 112 giorni (24), 201 giorni (25). E’ pertanto fallace il ragionamento secondo il quale tutti i pazienti che soddisfano gli attuali criteri della morte cerebrale andrebbero considerati in morte cerebrale perché invariabilmente subiranno un arresto cardiaco a breve scadenza, e ciò per almeno tre motivi:
a) confonde la prognosi del “morente” con la diagnosi della “morte”;
b) la “certezza”dell’arresto cardiaco è discutibile, dati i progressi compiuti nella terapia intensiva;
c) questo ragionamento, a parte la mera prognosi, non identifica che cosa nel cervello sia essenziale per la nostra comprensione della morte (26).
Secondo i risultati scientifici raggiunti si prospetta sempre più realistica la capacità del cervello umano danneggiato di ricostituire il proprio patrimonio di cellule nervose distrutte. (27)

LA TERAPIA DELL’IPORTEMIA CONTROLLATA

       Ottimi risultati si sono ottenuti con l’ipotermia cerebrale controllata, metodo applicato da una squadra di ricercatori giapponesi guidata da N. Hayashi (28) (non a caso in un Paese che ha sempre rifiutato di accogliere acriticamente l’equiparazione occidentale della morte cerebrale alla morte vera). Costoro hanno trattato con ipotermia cerebrale controllata (e mantenimento di un’adeguata pressione endocranica) 20 casi d’ematoma subdurale acuto associato a danno cerebrale diffuso e 12 casi d’ischemia cerebrale globale provocata da arresto cardiaco della durata da 30 a 47 minuti. Tutti i pazienti si trovavano in uno stato di coma valutato fra 3 e 4 gradi G.C.S., Glasgow Coma Scale (il valore 3 corrisponde alla situazione più critica in assoluto: concomitante assenza totale di risposta agli stimoli oculari, motori e verbali; i pazienti dichiarati in morte cerebrale sono classificati G.C.S. 3). Essi presentavano dilatazione bilaterale delle pupille e perdita di riflesso alla luce, eppure 14 dei 20 pazienti del primo gruppo e 6 dei 12 del secondo gruppo sono ritornati a una vita quotidiana normale, tutti meno uno con completo ristabilimento delle possibilità di comunicazione verbale.

CRONACA

       Eclatanti casi di cronaca, apparsi sui giornali dimostrano che diverse volte coloro che si volevano espiantare, e non lo sono stati, hanno ripreso una vita normale, riportiamo solo due casi.
Martin Banach (29) un giovane tedesco di 18 anni, nel 1996, passava un periodo di vacanze in Italia all’isola dei fiori, Ischia. Dopo aver noleggiato un motorino la seconda sera fu investito da un’auto, svenne. Fu portato all’ospedale dove venne considerato donatore di organi. Telefonarono al padre:
— Buongiomo, qui l’Ospedale Cardarelli di Napoli … Suo figlio ha la tessera di donatore? … Suo figlio è gravemente ferito … E’ in coma … Ci dispiace non c’è quasi più nulla da fare.
Il padre rispose:
— Lasciatelo com’è! Vengo subito. Non toccatelo!
I genitori arrivarono in aereo, non fu loro permesso di vedere il figlio, finché dopo tre giorni di lotte (30) riuscirono a far atterrare un aereo con una decisa giovane dottoressa tedesca che trattò per due ore col personale dell’ospedale. Poi aprirono la porta d’acciaio, loro figlio era là, solo ventilato. La dottoressa ordinò : “Parlategli!” La madre accarezzò i capelli del figlio, le sue palpebre fremettero. La giovane dottoressa disse: “Ce la faremo”. Il giovane fu trasportato in Germania, già al primo giorno spalancò gli occhi. Oggi Martin ha finito gli studi e gioca a pallacanestro, con nessuna lesione permanente.
Il “Resto del Carlino”, del 12 settembre 1999, riporta riguardo al giovane Luca Sarra: Si sveglia dal coma il ragazzo dell’Aquila dichiarato morto e preparato per la donazione degli organi. Pronto per l’espianto chiede una sigaretta… e nel testo dell’articolo si legge: “Dicevano che era cerebralmente morto”.

 

 

 

 

 

 

 

 

(30) Evidentemente i civilissimi e atruisti medici del Cardarelli non volevano mollare la preda! neppure di fronte alle ragioni di una vera dottoressa, costretta a sudare per ben due ore prima di aver ragione dei buoni cardarelliani!

IL MAGISTERO DELLA CHIESA

       Precedentemente Giovanni Paolo II il 15 dicembre 1989 (31) aveva invitato a rinunziare ai trapianti finché non è certo il momento della morte. Il Card. Ratzinger era intervenuto al Concistoro Straordinario del 1991 ed aveva affermato: “Siamo testimoni di un’autentica guerra dei potenti contro i deboli, una guerra che mira a eliminare gli handicappati, coloro che danno fastidio e perfino semplicemente coloro che sono poveri e inutili. Con la complicità degli Stati, mezzi colossali sono impiegati contro le persone all’alba della loro vita, oppure quando la loro vita è resa vulnerabile da un incidente o da una malattia e quando essa è prossima alla fine … Quelli che la malattia o un incidente faranno cadere in un coma irreversibile saranno spesso messi a morte per rispondere alle domande di trapianti d’organo, o serviranno alla sperimentazione medica” (“cadaveri caldi”).
Come abbiamo già detto la stampa ha approfittato del discorso del papa del 29 agosto 2000, Perché contiene frasi imprudenti e non esatte scientificamente, per far dire che egli è d’accordo coi trapianti. Notiamo che in quel discorso il pontefice non ha voluto impegnare la sua infallibilità e che comunque quando i concetti non sono chiari e sono contradditori ci si deve riferire al Magistero di sempre e agli immutabili principi cattolici. A questo punto è necessario ricordare che già Pio XII (32), affrontò il tema dei trapianti di organi. Sin d’allora proclamò la necessità della morte certa del donatore. Infatti egli scrisse; “Nel caso di dubbio insolubile, si può ricorrere alle presunzioni di diritto e di fatto. In generale bisognerà fermarsi a quella della permanenza della vita, perché si tratta di un diritto fondamentale ricevuto dal Creatore e di cui bisogna provare ch’è venuto meno … Considerazioni di ordine generale ci permettono di credere che la vita continua fino a che le funzioni vitali  —a differenza della semplice vita dei suoi organi—  si manifestano spontaneamente anche con l’aiuto di procedimenti artificiali”. Un buon numero di casi forma l’oggetto di un dubbio insolubile ed essi devono essere trattati secondo le citate presunzioni di diritto e di fatto” (cioè in favore della vita, N. d. A.).

CONCLUSIONE

       La nuova definizione di “morte cerebrale”, introdotta come mezzo per evitare le conseguenze legali e morali di prelievo di organi vitali dai morenti prima che siano morti, si basa sul concetto che debba essere sufficiente la perdita permanente della capacità di coscienza e di respirazione spontanea (33) e che la morte dell’uomo coincida con la morte del suo cervello. Questa equiparazione e la pretesa d’identificare la morte di una parte del corpo, per nobile che sia, con la morte del tutto, sono assolutamente indimostrate ed arbitrarie, né trovano alcuna vera giustificazione scientifica.
Al termine di questo articolo vogliamo ricordare che dagli Stati Uniti è stata avviata una iniziativa internazionale promossa dal movimento CURE (32) dal titolo: “Dichiarazione internazionale di opposizione alla “morte cerebrale —nemica della vita e della verità—  e opposizione all’espianto/trapianto degli organi”.
Tale documento afferma che: “Nessuno dei mutevoli protocolli del cosiddetto “criterio neurologico” per determinare la morte soddisfa le condizioni descritte dal Papa, per una “rigorosa applicazione” dell’accertamento della “completa ed irreversibile cessazione di tutte le funzioni dell’encefalo”. In sintesi, la morte cerebrale non è la morte e la morte non dovrebbe essere mai dichiarata se non in presenza della distruzione dell’intero cervello e contemporaneamente dei sistemi respiratorio e circolatorio… Affinché gli organi vitali siano adatti al trapianto devono essere organi viventi rimossi da esseri umani viventi. Inoltre, come sopra sottolineato, le persone condannate a morte con la dichiarazione di “morte cerebrale” non sono “veramente morte” ma, al contrario, sono certamente vive” … ed espiantarle significa violare il V comandamento dei Decalogo “Non uccidere” (Deut. 5, 17).
Questa dichiarazione internazionale è già stata sottoscritta da più di 120 personalità e sostenuta in 19 nazioni. Fra i firmatari vescovi cattolici, religiosi, sacerdoti ed altri ecclesiastici, membri della Pontificia Accademia della Vita, tra cui l’ex Segretario; medici, professori, giudici, avvocati, altri professionisti e difensori dei diritti dei disabili e della vita. Fra i firmatari evidenziamo critici di spicco della “morte cerebrale” come il Dr. Paul Byrne, il Dr. Cicero Coimbra (Brasile), il Dr. David W. Evans (Inghilterra), il Prof. Josef Scifert (Liechtenstein), il Dr. Yoshio Wanatabe (Giappone), il Prof. Massimo Bondì, il Dr. Giuseppe Bartolini, la Dr.ssa. Maria Luisa Robbiati ed altri (Italia).
Invitiamo, tutti coloro che lo volessero, a sottoscrivere la Dichiarazione internazionale scrivendo a
Earl E. Appleby Jr, Director, CURE, Ltd.
812 Stephen Steet, Berkeley Springs,
WV 25411, USA;
e-mail: cureltd@ix.netco.com;
cureltd.netcome.come.
Preghiamo anche di inviarne una copia
alla Lega nazionale, contro la predazione di organi,
Pass. Lateranensi, 22 – 24121 Bergamo
o all’entail: negrello@antipredazione.org.;
http://www.antipredazione.org.
Da parte nostra, ringraziamo in modo particolare la “Lega contro la predazione di organi a cuore battente” della Signora Nerina Negrello e l’Ing. Ugo Tozzini per il materiale messo a disposizione per la documentazione.

Note

       1) L’Osservatore Romano dei 30.08.2000.
3) Ugo Tozzini, Mors tua vita mea, ed. Grafite, p.108.
4) Dr. Robert D. Truog e Dr. James C. Fackler, Rethinking brain death (Revisione della morte cerebrale) in Critical Care Medicine, vol. 20, n. 12 (1992), Departement of Anesthesia, Children’s Hospital, Harvard Medical School, Boston, MA.
5) Mors tua vita mea, op. cit., p. 16.
6) Prof. Dr. Massimo Bondì L. D., Pat. Chir. e Prop. Clin. Patologo Generale – General Surgeon M. D. Sydney, Audizione del 29.10.92, testo presentato al Comitato Ristretto della Commissione Affari Sociali del Parlamento Italiano.
7) Grigg M. M. – Kelly M. A., – Celesia G.G., et al., Electroencephalographic Activity after Brain Death, in: Arch. Neurol., 1987, n. 44 (9), pp. 948-954.
8) Prod. M. Bondì, ibidem.
9) Shewmon D.A., Anencephaly. Selected Medical Aspects, in: Hastings Cent. Rep., 1988, n.18, pp. 11-19.
10) Prof. Dr. Dayid J. Hill MA FFARCS Consultant Anaesthetist Addenbrooke’s Hospital Cambridge – Audizione del 29.10.’92, testo presentato al Comitato Affari Sociali del Parlamento Italiano.
11) Mors tua vita mea, op. cit., p. 34-36.
12) Rethinking… nota 22 – Wetzel R.C. – Setzer N. – Stiff J.L., et al., Hemodynamic Responses in Brain Dead Organ Donor Patients, in Anesth. Analg., 1985, n. 64 (2), pp.125-128
13) Ropper A.H., Unusual Spontaneous Movements in Brain Dead Patients, in Neurology, 1984, n. 34, pp. 1089-1092.
14) Mors tua vita mea, op. cit, p. 28
15) Prof. Fausto Baldissera Ordinario di Fisiologia Umana Università di Milano – Audizione 29.10.92 – Relazione pronunciata al Comitato Ristretto della Commissione Affari Sociali del Parlamento Italiano.
16) Rethinking… nota 45 – Molinari The G.F.N.I.N.C.D.S. Collaborative Study of Brain death. A Historical Perspective, in: N.I.N.C.D.S., monograph n. 24, public. n. 81- 2286, Bethesda, M.D., National Institute of Health , 1980, pp. 1-32.
17) Prof. Hill, ibidem.
18) D. Alan Shewmon, Professor of Pediatric Neurology, UCLA Medical School (Los Angeles) – Chronic “Brain Death”-. Meta-Analysis ami ConceptuaI Consequences, in Neurology, 1998, n. 51, pp. 1538-1545. Studio fornito dall’Ing. Gremo, di Torino.
19) P.S. Eriksson del Gotenborg University Institute of Clinical Neuroscience e di F. H. Gage del San Diego Salk Institute, cfr. in Mors tua vita mea, op. cit., p. 7.
20) C.B. Johansson et al., Identification of Neural Stem Cell in The Adult Mammalian Central Nervous System, in Cell,1999, Jan. 8, 96 (1), pp. 25-34.
21) A. Grenvik, D. J. Powner, J.V. Snyder, et al., Cessation of Therapy in Terminal Illnes and Brain Death, in Crit. Care Med., 1978, n. 6, pp. 284-291.
22) D.R. Field, E.A. Gates, R.K. Creasy, et al., Maternal Brain Death during Pregnancy. Medical and Ethical Issues, in: J.A.M.A., 1988, n. 260, pp, 916-822.
23) J.E. Parisi, R.C. Kim, G.H. Collins, et al., Brain Death with Prolonged Somatic Survival, in: N. Engl. J. Med, 1982, n. 306, pp. 14-16.
24) R.C. Klein, Brain Death with Prolonged Somatic Survival, in: N. Engl. J. Med., 1982, n. 306, p. 1362.
25) T.W. Rowland, J. H. Donnelly, A. H. Jackson, et al., Brain Death in the Pediatric Intensive Care Unit. A Clinical Definition, in: Am. J. Dis. Child., 1983, n. 137, pp. 547-550.
26) Rethinking, op. cit.
27 ) Luca Poli, Aborto e manipolazioni genetiche, biotecnologie, eutanasia ed espianto di organi a cuore battente, Supplemento a La Tradizione Cattolica, p. 89
28) N. Hayashi del Dipartimento di Neurologia d’urgenza dell’Ospedale della Nihon University.
29) Neue Revue Exklusiv, L’altra Voce, Maggio-Giugno 1997, traduzione a cura della “Lega nazionale contro la predazione di organi e la morte a cuore battente”.
31) Giovanni Paolo II, Discorso ai membri della Pontificia Aceaderma delle Scienze, 14.12.1989.
32) Pio XII, Discorso: “Le Dr. Bruno Haid, a numerose personalità della scienza medica, in risposta ad alcuni quesiti importanti sulla rianimazione”, 24.11.1957. In Insegnamenti Pontifici, Ed. Paoline.
33) Mors tua vita mea, op. cit, p. 38.

Convegno internazionale sulla morte cerebrale

 

Un importante convegno internazionale contro la “morte cerebrale” è programmato per il 20-21 maggio a Roma, organizzato dalla JOHN PAUL II ACADEMY FOR HUMAN LIFE AND THE FAMILY (JAHLF).  “Una organizzazione laica, non-governativa che resterà indipendente da organizzazioni civili e religiose”.

“Morte Cerebrale”

Un’invenzione medico-legale

Evidenze scientifiche e filosofiche

 

Importante Convegno Internazionale

20 – 21 Maggio 2019

Hotel Massimo D’Azeglio | Roma

Programma completo e condizioni per la partecipazione nel seguente link

italiano: https://events.jahlf.org/brain-death-roma-it

inglese: https://events.jahlf.org/brain-death-rome

L’Accademia Giovanni Paolo II per la vita umana e la famiglia (JAHLF) è stata istituita nel 2017 assorbendo l’eredità della Pontificia Accademia per la Vita (PAV) liquidata dal cosiddetto Papa Francesco. Integra la difesa della vita con una assoluta condanna del concetto di “morte cerebrale” a cuore battente e conseguenti espianti di organi per trapianti che uccidono il donatore d’organo falsamente dichiarato “morto cerebrale”.

Interpreta il tanto discusso comportamento di Papa Wojtyla, sotto il cui papato di 27 anni sono passate tutte le leggi della falsa morte cerebrale e conseguenti espianti e trapianti, veri omicidi di Stato mai contrastati, come accettazione “sotto condizione” di presupposti medico-filosofici (non soddisfatti), e quindi come opinione e non come posizione del magistero della Chiesa. Sostiene che la Chiesa non ha ancora emesso una dichiarazione ufficiale ma solo pronunciamenti non ufficiali.

JAHLF vede come suo importante compito formulare le basi razionali, etiche e antropologiche per futuri documenti del magistero contro la “morte cerebrale” e chirurgia dei trapianti in armonia con l’insegnamento della legge naturale.

Fortunati i soci, medici e avvocati, che hanno la residenza a Roma e potranno assistere a questo importante evento. Per gli altri vi è la possibilità di iscriversi alla Diretta Streaming.

Vivamente

Nerina Negrello

Lega Nazionale

Contro la Predazione di Organi

e la Morte a Cuore Battente

www.antipredazione.org

 

 

 

Sintomi del tempo presente

 

di Claudio Gregorat

L’umanità è da tempo – ma soprattutto in quest’ultimo secolo – travagliata dall’angoscia.   Si intende l’angoscia in senso lato, comprendente svariati aspetti di un’esperienza dell’anima umana. Agli inizi di questo secolo poi, l’esperienza dell’angoscia si è resa evidente in modo lacerante, ed esempio nel campo dell’arte, come indice di una generale situazione di crisi dell’anima umana. Basti pensare all”Urlo” di Munch, al “Guernica” di Picasso, al “Pierrot lunaire” di Schónberg o al “Wozzek” di Berg, per citare solo alcuni esempi.
Perché l’angoscia? Essa deriva certamente da incertezza, dubbio, paura del domani, del futuro, di quanto vive intorno a noi come atmosfera animica e spirituale che si avverte sempre più tesa, densa, caotica ed apocalittica. Ma soprattutto angoscia di esperienze inconsce al limite della soglia del mondo spirituale che l’umanità sta passando in stato di sonno. Ogni risveglio al mattino, ripropone il dramma appunto dell’esistere, del vivere. L’anima non trova riferimenti, appoggi. Tutti i valori crollano via via, come già Spengler ebbe a notare nel suo tramonto dell’occidente. Ed i nuovi valori? Essi vi sono, ma nella confusione generale di correnti, spinte e controspinte, non li notiamo, ancorati come siamo alle vecchie forme di pensiero; mentre le nuove non le possediamo ancora!
L’accresciuto senso dell’egoità, dell’affermazione di sé, pone esigenze inconsce non facilmente ravvisabili e quindi controllabili. Guardiamo ad una raccolta di persone, gruppo, comunità,  come ad esempio una riunione di docenti nelle scuole o riunione di condominio: noteremo che tutti parlano, magari contemporaneamente, tutti hanno qualcosa da dire, da esprimere, da esternare. Di conseguenza, dinanzi a tale urgenza profonda, nessuno ascolta. Spesso accade -a livello elementare – che due persone parlino di se stesse, più o meno contemporaneamente, tutte preoccupate di manifestare i moti del loro animo, ignorando di conseguenza completamente quanto dice l’altra. A qualcosa di simile accenna Hegel nella sua Estetica:
“…la confusione senza regola che regna intorno ad una “table d’hóte” fra molte persone e le reazioni insoddisfacenti che provoca, ci sono moleste. Questo andirivieni, questo chiacchierare, far strepito, devono essere regolati”.
 E, poiché insieme al mangiare ed al bere si ha a che fare col tempo vuoto, questo va riempito. Si pone quindi il problema di riempire un vuoto e questo si può fare, ad esempio, per mezzo di un’ educazione all’ascolto. Essendo giunti ad un’epoca nella quale anche l’uomo più semplice può avere un’opinione propria che tenta di esternare, si pone certamente il problema di un’educazione
all’ascolto, al silenzio prima esteriore e poi interiore: quindi autoeducazione per l’adulto e formazione pedagogica per il fanciullo ed il giovane. Incominciando fin dall’infanzia, è lecito sperare in situazioni future meno esasperate. Per mezzo di eventi configurati artisticamente come spettacoli di teatro, di recitazione, di poesia, concerti, ecc, si può educare il giovane alla virtù dell’ascolto. Come può svilupparsi una vita sociale sana se nessuno ascolta l’altro?
L’atmosfera spirituale si è resa sempre più densa e raggelante. Si avverte il continuo avanzare di un processo di congelamento spirituale – anche se all’anima poi è concessa  qualunque evasione fantastica in qualsivoglia direzione e, con maggiore sforzo, il poter coltivare sentimenti nobili ed elevati – di mummificazione morale che presto rende indifferenti a tutto.
Di qui l’elisione, l’eliminazione diremo, del senso estetico per prima cosa, per cui la bruttezza, la banalità, l’improvvisazione caotica senza ritmo e scansione proporzionata si fanno sempre più valere, abbassando tremendamente il livello del vivere quotidiano. La tendenza, perfino dell’autorità ecclesiastica, di soddisfare le esigenze esistenziali a livello di massa, quindi il più basso, ha già creato l’alveo necessario a che gli spiriti del brutto, del banale e sciatto, del surrogato e della stupidità trovino gli ambiti animico-spirituali a loro adatti.
Anche qui dovremo ricorrere all’autoeducazione per uscirne. E nulla più dell’arte può aiutare moltissimo in tale senso. In quanto essa, come la musica o la poesia, consta di ripetizioni ritmiche ordinate secondo un respiro sia fisico che animico, in queste stesse ripetizioni è insita una grande forza risanatrice. Partendo da una libera decisione dell’io che scandisce consciamente i ritmi ed i metri entro un arco temporale formato secondo debite proporzioni e ripetendo altri ritmi che sono quelli della respirazione e pulsazione sanguigna – il tutto secondo canoni estetici che si evidenziano via via nel processo medesimo – può essere ottenuto molto.
Questo processo poi può spingersi anche molto lontano, in quanto la forza stimolante ed equilibratrice che ne deriva,  pone nella conseguente naturale necessità –  si viene a creare una
“libera necessità” – di dover ordinare ritmicamente ed esteticamente tutta la giornata, scandita nei suoi vari momenti dalla nascita del sole al suo tramonto, entrando in  merito alle  singole occupazioni e facendo di esse qualcosa di artistico.
Fra le conseguenze negative di una mancanza di senso estetico inteso in modo molto ampio, vorremmo citarne una che provoca le più subdole conseguenze soprattutto entro la vita sociale. Sappiamo che qualunque impulso, spinta, tendenza, anche la migliore, non può avere che vita limitata ad un breve arco di tempo, diciamo di tre, cinque o sette anni al massimo. Oltre tale tempo non vi è che ripetizione e quindi decadenza dell’impulso medesimo, per cui si rende necessaria la sua trasformazione o sostituzione con altro più appropriato o aggiornato. Nel nostro vivere attenti a quanto trama intorno a noi ed in noi,  non possiamo  trascurare di  considerare  noi medesimi agenti nel mondo.  Non possiamo ignorare la storia dei nostri impulsi: il che significa nascita, sviluppo e decadenza dei medesimi. Ne consegue che,  di fronte a certe situazioni  soprattutto a carattere sociale, non possiamo “sempre” essere dei protagonisti, come accade ad esempio, per la classe governante di tutti i paesi. Ma al decadere della nostra azione libera, consapevole e soprattutto creativa, dobbiamo ritirarci dall’azione in quel preciso settore e rivolgerci ad altre attività più consone all’ “attualità” delle nostre capacità. Ed invece quante mai persone, anche di valore, non vediamo sedere su scranni di potere per un tempo illimitato, senza la minima capacità di auto-osservazione e con l’illusione di essere sempre all’altezza del tempo?
Che questo attenga alla sfera estetica è evidentemente manifesto, anche se sfiora anche la sfera morale. Da impulsi in decadenza non possono derivare che azioni antiestetiche e  moralmente non sane o non giuste in quanto non attuali: e se non attuali, ripetitive, non-creanti qualcosa di sempre nuovo, di conseguenza socialmente negative.
La vita dovrebbe divenire un opera d’arte, anzi “l’opera d’arte” per eccellenza, di cui noi stessi – ognuno con le sue proprie caratteristiche – siamo gli autori. Ora un’opera d’arte si fonda sempre su principi estetici i quali, trattandosi di azioni creanti entro il mondo svariatissimo di esseri spirituali come lo siamo noi stessi, devono avere anche un contrassegno morale equivalente.
Entrando ora nell’ambito  propriamente  morale –    mai però disgiunto da quello estetico, al quale dobbiamo necessariamente aggiungere quello logico –  possiamo rilevare un sintomo invero preoccupante, quale ulteriore manifestazione della caratterizzata generica angoscia dei tempi presenti. E’ qualcosa che rimanda ad una particolare scena del Faust di Goethe – la terza, studio – dove il can barbone si metamorfosa, in Mefistofele, che così si fa riconoscere. Ma nel voler uscire dalla stanza trova delle difficoltà in quanto un pentagramma, segnato al limitare della soglia, gli impedirebbe l’uscita. Tale pentagramma ha un angolo un po’ aperto: questo crea delle difficoltà a Mefistofele non proprio chiaramente afferrabili. Ad ogni modo, l’angolo deve essere ulteriormente aperto per permettergli l’uscita e si vale a questo scopo dei denti di un topo.
Qui è sicuramente celato un segreto che Goethe intravide e presentò in modo poetico e simbolico.  Si potrebbe considerare nel modo seguente: il  pentagramma è il  simbolo geometrico dell’uomo eterico-spirituale nella sua interezza, chiarezza e continuità di coscienza. Spirituale-eterico in quanto il corpo eterico viene formato da cinque correnti cosmiche che si intersecano producendo la forma vivente e dinamica del pentagramma. Se l’io è sempre sveglio e vigile, nulla può entrare nell’uomo senza il suo vaglio ed accettazione-approvazione; ma basta un piccolo attimo di assenza, di non-presenza, di disattenzione, di sonno; basta un attimo affinché qualcosa di non-giusto, di non-vero, di non-bello possa entrare in lui, creando errori di logica, di estetica, di etica. E queste piccole – piccole in senso temporale – mancanze di coscienza o “vuoti di tempo” come dice Hegel, come ad esempio,
– dei vuoti di memoria;
– il senso storico attenuato o assente, al quale quindi sfuggono determinati eventi ed al loro posto si  ha un nulla;
– l’incompletezza di pensiero e di parola, per cui si dicono le cose solo fino ad un certo punto, forse a metà, omettendo qualcosa – un altro vuoto
diventano così, inconsapevolmente, della vera e propria nòn-veridicità.
Ma ciò sfiora la menzogna e talora lo è. E questo non fa che indebolire ulteriormente il corpo vitale consegnandolo allo spirito mefistofelico dell’inganno. Possiamo notare spesso tale imprecisione inconscia e certamente inconsapevole, proprio per la mancanza della presenza continua dell’io, anche nelle persone migliori.
Al senso interiore risulta uno strano ed inquietante senso di ambiguità. Ora, di questi piccoli varchi – attraverso i quali entrano le forze mefìstofeliche in noi – di questi piccoli vuoti è costellata la nostra vita. A ogni pié sospinto li possiamo rilevare in noi e negli altri. Tutto ciò genera la più grande preoccupazione.  Abbiamo potuto constatare, per mezzo della parola di Rudolf Stemer, quali possono essere le conseguenze di tali “vuoti di coscienza” e vederli di continuo in noi ed intorno a noi, genera certamente inquietudine.
È questa una delle maschere dell’angoscia estremamente diffusa: una maschera che ci mettiamo e togliamo continuamente dal volto. Le offese alla logica – oltre che alla morale – spesso sono così evidenti da sorprendere, soprattutto in certe persone dalle quali ci si attende una consequenzialità a tutta prova.
Ora, l’elemento mefistofelico che appesantisce l’atmosfera e la congela, ha sicuramente presa sul nostro corpo vitale già indebolito dal presente modo di  vivere entro una  natura  oramai malata e sempre più caotizzata. Attraverso la debolezza di esso – ecco il varco nel pentagramma – possono entrare in noi le forze più diverse ed indurci al falso, all’errore, alla menzogna in modo per noi del tutto inconsapevole: ce ne possiamo accorgere solo a posteriori.
Risulta evidente di conseguenza, che un lavoro immediato ed urgente va compiuto per il rafforzamento del nostro corpo vita attraverso il pensare che gli è strettamente connesso. Nella conferenza del 18 gennaio 1909 “Educazione pratica del pensiero”,  vi sono vari consigli ed esempi sul possibile lavoro da fare, soprattutto nel cercare di  modificare  abitudini e  propensioni  naturali,
quindi determinati modi di essere, di agire e di parlare:
– l’esattezza del linguaggio,
– il dominare la propria grafìa, o addirittura modificarla, tentare di scrivere con la mano sinistra o compiere con la sinistra quello che, di solito, si fa con la destra,
–  riconsiderare gli eventi accaduti in senso temporalmente invertito, dalla fine all’inizio, ecc. Il senso storico che procede dal passato al futuro viene fecondato e rafforzato nello sforzo di rivederlo dal futuro al passato.
Importantissimo quest’ultimo esercizio riferito al corso della giornata, in quanto genera, col tempo, una logicità e rigore nello svolgersi delle faccende giornaliere veramente sorprendente. Non dimentichiamo ancora la funzione dell’arte, soprattutto musicale e poetica, anche in questo contesto e la sua vita ritmica strutturante.
Oltre a ciò, di capitale importanza e di sicuro effetto, è lo studio molto serio e rigoroso di opere come “Verità e scienza” e “Filosofìa della libertà”.  A tutta prima sfugge il nesso cosciente fra queste opere ed il rafforzamento del corpo vitale. Ma una piccola riflessione sulla sua funzione come organo del pensare, memorare, immaginare, rappresentare, ecc. come pure della vita organica, ritmica ci può subito convincere della profondità delle connessioni. Parole di Rudolf Steiner come queste:

“Attraverso lo sviluppo del pensiero, si può arrivare a trovare l’appoggio necessario per evitare lo stato di disorganizzazione interiore”.

Ed ancora:

“Sogno ed ebbrezza signoreggiano principalmente oggi le anime”.

Il sogno, l’ebbrezza e perfino il delirio di certi momenti è effettivamente la condizione preoccupante soprattutto di chi si occupa di motivi spirituali, di teosofìa, di scienza dello spinto. E una condizione che non consente di vivere nella realtà, nella concretezza degli eventi, quindi in stato di assenza permanente dell’IO.
Come pure il congelamento e la mummificazione di altri momenti, possono essere scossi soltanto da un consapevole interiore prendersi in mano:  e la   scienza dello spirito  ci fornisce ampi mezzi allo scopo.                               .
La “vita come arte” potrebbe veramente venire edificata e vissuta, se in tutto quanto facciamo riusciamo a muoverci nel senso delle parole:
“Nell’io (agente) devono vivere prima di tutto le leggi dell’estetica, in secondo luogo le leggi dell’ etica e, a guardar bene, anche le leggi della logica. Tutto ciò deve vivere nell’io”.
Con questo vademecum riferito ad ogni momento ed atto della giornata, è lecito sperare di poter contenere le conseguenze dell’angoscia nelle sue multiformi manifestazioni, spesso subdole ed inavvertite, che travagliano tutti gli uomini del presente, nessuno escluso.

 

Pasqua, la festa dell’esortazione

Ho citato la lettera ai Romani di San Paolo, che descrive il passaggio dall’uomo vecchio all’uomo nuovo in Cristo Gesù. Paolo ne fu testimone, non per essersi fatto convincere dalla visione diretta o dalla percezione fisica esteriore dei fatti occorsi in Palestina, poichè, in quel tempo, egli apparteneva alla fazione degli avversari di Cristo Gesù. Paolo fu apostolo di Cristo dopo che ebbe vissuto l’evento di Damasco, dopo cioè aver sperimentato l’impulso di Cristo attraverso un fatto cosmico, soprasensibile. Da quell’evento che gli successe sulla via di Damasco, Paolo si trasformò, divenne un iniziato del Signore. Attraverso di esso  giunse alla conoscenza della vicenda cosmica che si cela dietro il velo del mondo sensibile e ce ne parla come uno che sia in gado di giudicare la differenza tra il mondo soprasensibile e quello sensibile. L’evento del Golgota fu compreso da Paolo mediante una diretta illuminazione, perchè egli potesse dare impulso ad un giusto modo di comprendere quanto era avvenuto per l’umanità grazie alla venuta di Cristo Gesù. Egli portò nell’evoluzione terrestre l’insegnamento del Cristianesimo. La relazione tra ciò che la vita di Cristo Gesù significò per lo sviluppo terreno dell’umanità e ciò che Paolo insegnò riguardo a Cristo è il risultato dell’influsso soprannaturale che venne esercitato su Paolo.
Dire che Paolo a Damasco ebbe una sorta di allucinazione, come si riscontra in molti teologi moderni, fa capire come molta teologia sia precipitata nel materialismo, disconoscendo la natura del mondo soprasensibile e il significato che  ha la conoscenza di tale mondo per una giusta comprensione del Cristianesimo. L’uomo è lontano, molto lontano dal farsi giuste immagini di fronte alle parole di Paolo, tanto le sue rappresentazioni sono compenetrate dalle abitudini rappresentative di oggi. Però è impossibile capire il Cristianesimo senza ricorrere a conoscenze che abbiano la loro origine nel mondo soprasensibile. E’ necessario vedere sotto questa luce la testimonianza dell’apostolo Paolo, ciò che egli si è sforzato di insegnare all’umanità. Fu per lui molto importante indicare all’uomo un modo completamente nuovo di porsi dinnanzi all’evoluzione cosmica, derivato dall’impulso di Cristo Gesù. Fu per  lui importante dire che era trascorso il tempo dell’evoluzione cosmica che comprendeva le antiche esperienze pagane e che erano presenti nella vita animica dell’uomo nuove esperienze: si trattava solo di osservarle. Paolo aveva già indicato la svolta radicale dell’evoluzione terrena dell’uomo: l’evento del Golgota testimonia il punto che separa una fase evolutiva dall’altra. L’evento del Golgota superò nell’uomo l’antica visione atavica dello spirito nel mondo sensibile, affinchè egli potesse, da quel momento, sviluppare una coscienza nella quale sorgesse l’impulso alla libertà. A tale impulso doveva essere collegata la necessità per l’uomo di suscitare la visione dello spirituale dalle forze più profonde dell’anima, affinchè egli potesse elevarsi al divino-spirituale soltanto attraverso il rafforzamento attivo della sua interiorità. L’evento del Golgota rese questo possibile e si capisce questo segreto dalle parole di Gesù: “Il mio regno non appartiene a questo mondo”. Gli uomini devono trovare la via ad un regno  divino-spirituale da raggiungere grazie alla lotta interiore, allo sviluppo dell’interiorità. Paolo sapeva, come iniziato di Cristo, che Egli si è unito all’evoluzione terrena dell’umanità dalla resurrezione in poi e che Lo si può trovare soltanto raccogliendo le forze della visione interiore.  Paolo non si stancò mai di esortare gli uomini a sviluppare la forza interiore, affinchè essa rendesse possibile comprendere che era entrato nella terra un impulso completamente nuovo, quello di Cristo, che andava quindi cercato e trovato.
La teologia moderna riconosce alla scienza di avanzare attraverso una conoscenza sempre nuova delle cose, ma  non lo consente alla fede. La fede deve appellarsi all’aspetto più infantile dell’uomo e considerare, ad esempio, l’evento di Damasco una specie di allucinazione di Paolo. Non ammette, volendosi conformare alla scienza, che il Cristianesimo sia un fatto soprannaturale che corrisponde ad una realtà, come lo fu l’evento di Damasco,  e si aggrappa, nel contempo,  al Cristianesimo, anche se concepito in questo modo esso non ha più senso. La tendenza alla falsità, spesso inconscia, ma non per questo meno dannosa, ha colpito gli uomini proprio perchè essi sono diventati interiormente insinceri verso se stessi riguardo alle questioni più sacre, insinceri perchè non dovrebbero pù chiamare Cristianesimo quello che essi definiscono come tale. Per questo esiste l’inclinazione alla menzogna,  per questo essa è tanto intimamente collegata agli avvenimenti che dovranno ormai portare alla completa decadenza della vita culturale europea, a meno che in essa non si rifletta in tempo sulla necessità di volgersi alla conoscenza spirituale. Però per far questo non basta fermarsi alle piccole cose. E’ necessario invece considerare le cose veramente a fondo e pensare a che cosa rappresenta oggi veramente la Pasqua per gran parte degli uomini. Il significato della Pasqua poggia sulla conoscenza soprasensibile, perchè certo non si può attribuire alla resurrezione di Cristo Gesù un significato meramente sensibile, e si comprende solo se essa entrerà di nuovo a far parte dell’universo dell’uomo. La Pasqua dovrebbe ricordare all’uomo di volgere lo sguardo dalla terra verso il cielo, anche soltanto per la sua data di ricorrenza. Mentre infatti il Natale è una festa fissa che cade qualche giorno dopo il 21 dicembre, ossia dopo il solstizio invernale, la Pasqua cade la prima domenica successiva alla luna piena di primavera, che anticamente ricordava agli uomini il loro rapporto con le forze solari. Quindi è una festa mobile, perchè si deve osservare ogni anno questa costellazione.
L’uomo, ora, si occupa di cosmo soltanto in termini matematici, meccanici o di analisi di spettri e su questo fonda le sue conoscenze su di esso; non conserva nessun sentimento del suo legame spirituale con il cosmo, del fatto che Cristo sia da là venuto e si sia congiunto a Gesù di Nazareth.
La profonda menzogna interiore del nostro tempo è nell’evitare ciò che andrebbe veramente e necessariamente collegato nel pensiero. Si finge una cortina di nebbia  per non dover pensare a come collegare  le cose che sono in relazione le une con le altre e anche soltanto per festeggiare delle feste, di parlare della Pasqua, della festa della resurrezione, pur rimanendo in realtà lungi dal farsi un’idea della resurrezione, idea che si può oggi formare soltanto attraverso la conoscenza spirituale soprasensibile. Questa deve resuscitare dalla tomba della conoscenza materialistica, poichè assieme alla conoscenza soprasensibile resusciterà da questa tomba anche la conoscenza di Cristo Gesù. L’unico simbolo giusto che abbiamo oggi per la Pasqua è che l’intero destino delle anime degli uomini è crocefisso nella concezione materialistica dell’uomo; ma l’uomo stesso, l’umanità deve cercare qualcosa affinchè  possa risorgere dalla tomba del materialismo quanto può derivare dalla conoscenza soprasensibile. L’aspirazione alla conoscenza soprasensibile è già di per sè pasquale e, se viene sentita, può dare nuovamente all’uomo il diritto di festeggiare la Pasqua.  Se volgete lo sguardo alla luna piena e riuscite ad intuire la relazione che sussite tra il manifestarsi della luna piena e l’uomo, così come sussite tra il riflesso dell’aspetto solare e l’aspetto lunare, allora cercate di pensare che l’umanità di oggi deve aspirare alla conoscenza di se stessa, attraverso la quale l’uomo risulta come vero riflesso del soprasensibile. Se si riconosce in questo, se si riconosce come costituito da elementi provenienti dal mondo soprasensibile, allora troverà anche la via al soprasensibile. Voler essere solo il più evoluto degli animali e non un riflesso divino-spirituale è in realtà una presunzione umana, presunzione che viene espressa nella concezione materialistica in modo molto singolare. Tale presunzione porta l’uomo a non riconoscere assolutamente alcunchè al di fuori di se stesso. Se la concezione scientifica del mondo fosse coerente con la verità, essa dovrebbe continuare a ripetere all’uomo “tu sei il più alto degli esseri dei quali sei in grado di farti una rappresentazione”. Le conseguenze della concezione che vuole oggi essere veramente scientifica sono tali che dovrebbero in realtà far impallidire l’uomo, dovrebbero mostrargli i fondamenti morali da cui provengono, per quanto questi rimangano di solito nell’inconscio. Il nostro è proprio il tempo in cui Cristo Gesù è stato crocefisso e portato alla morte soprattutto nel campo della conoscenza. L’umanità non potrà elevarsi a sentimenti pasquali se prima non avrà considerato il modo di conoscere di oggi, legato soltanto al mondo sensibile, come la tomba della conoscenza, dalla quale essa dovrà risorgere. Non avremmo il diritto di festeggiare la Pasqua se apparteniamo alla cultura del presente. Per poter riacquistare tale diritto dobbiamo collegare il pensiero del Cristo Gesù che giace nella tomba, del Cristo Gesù che solleva la lapide rovesciata sul suo sepolcro, al pensiero che l’anima umana deve sentire su di sè il peso della lapide della conoscenza puramente esteriore e meccanicistica e che essa deve lottare per vincere l’oppressione di tale conoscenza, per poter riacquistare la capacità di non aver solamente il credo “Non io ma l’animale evoluto in me”, ma quella di poter riacquistare il diritto di dire, come San Paolo: “Non io, ma Cristo in me”. Solo allora un vero messaggio pasquale potrà di nuovo entrare nella nostra coscienza, dalle profondità della nostra anima.(tratto dalle conferenze pasquali tenute da Rudolf Steiner a Dornach il 2 e 3 aprile 1920, “Pasqua, la Festa dell’Esortazione“)