Crisi economica e crisi spirituale

Riflessioni di Stefano Freddo

Intenzioni all’origine di questo scritto

La crisi economica in cui ci troviamo invischiati e la conseguente paralisi politica che si è venuta a creare in Italia, sono la naturale conseguenza di una crisi spirituale, di pensieri sociali non ancora in grado di afferrare con coscienza le leggi della vita. Questa crisi rappresenta un’occasione che ci viene offerta per una nuova evoluzione. In questa situazione di stallo possiamo forse prendere la decisione di iniziare ad osservare i fatti con nuovi occhi. Le difficoltà e le sofferenze ci possono aiutare a compiere un passaggio di coscienza decisivo, per porre le basi di una nuova configurazione della vita sociale che mai prima d’ora è esistita.

Per una nuova creazione ci occorrono nuovi pensieri. Il pensare è l’attività che ci consente di osservare i fatti e le loro relazioni. I pensieri sono giusti quando sono collegati alla vita, sono tratti dalla vita. Solo essendo viventi hanno in se stessi la forza di agire generando vita, dapprima in chi li coltiva e poi anche nel mondo. Proviamo ad osservare i nostri pensieri. Nell’attuale caos sociale quali pensieri stiamo coltivando? I nostri pensieri ci rendono giudici critici nei confronti del mondo e degli uomini, nella continua ricerca dei colpevoli dei mali sociali? Oppure ci aprono con meraviglia a nuove conoscenze, ci infiammano di entusiasmo per l’azione, ci infondono fiducia e si trasformano in forza positiva d’iniziativa?

Questo scritto vorrebbe aiutare a liberare le forze d’iniziativa celate nell’intimo di chi legge. Non vuole essere una trattazione teorica, ma un’osservazione del processo economico e monetario che indirizzi in modo immediato alla necessaria terapia per la malattia sociale del presente. All’autore sta a cuore presentare il frutto della propria ricerca, affinché chi ha la buona volontà di comprendere possa divenire attore del cambiamento sociale. Egli si augura che questo sia il tempo propizio perché si uniscano tutti coloro che vogliono collaborare a questa opera con coraggio.

L’altruismo è la legge dell’economia moderna

L’economia moderna dei paesi socialmente avanzati si fonda sulla divisione del lavoro. Praticamente nessun lavoratore produce merci o dà prestazioni in relazione ai propri bisogni. Ciò che io produco, va a beneficio di altri e tutti i miei bisogni sono soddisfatti grazie al lavoro di altri. L’attività produttiva raggiunge il suo scopo quando le merci non stanno ferme nel luogo di produzione, ma circolano per raggiungere chi ne ha bisogno.

Cos’è il denaro

Il mezzo che le fa circolare è il denaro. Il denaro è un assegno che dà al suo possessore il diritto di ritirare una determinata merce o prestazione che qualcuno ha prodotto per lui. Nell’atto della compravendita, ogni volta che del denaro passa da una mano all’altra si muove in senso inverso una merce o una prestazione.

La fondamentale caratteristica del denaro è quindi che esso diventa reale solo quando si muove, quando viene speso. Finché è fermo nelle mie tasche o nel mio conto bancario non vale nulla. Quando io do del denaro ad un altro, posso ritirare quello che egli ha prodotto per me e, col denaro che egli riceve da me, consento a lui di ritirare poi da altri quello che essi hanno prodotto per lui, e così nel movimento si generano molteplici scambi. Ogni banconota che circola muove innumerevoli passaggi di merci e prestazioni da uomo a uomo. La reciprocità in questi scambi non sta solo nel fatto che il consumatore pagando con denaro ottiene la soddisfazione del suo bisogno, ma anche che il denaro ricevuto consente al produttore di portare a buon fine la sua opera, di consegnare ciò che ha prodotto a chi ne ha bisogno. La merce ha valore in sé, nell’essere consumata, e potrei trattenerla per soddisfare il mio bisogno. Il denaro ha valore solo quando lo spendo, quando circola passando da una mano all’altra.

Perciò il denaro è il mezzo che rende possibile l’altruismo e la reciprocità nella moderna vita sociale, contraddistinta dalla divisione del lavoro pienamente realizzata. Per assolvere al suo alto compito deve circolare.

Ostacoli alla circolazione monetaria

Le merci prodotte in regime di divisione del lavoro sono obbligate a circolare, devono essere vendute. Se questo non avviene si produce un danno sia per il produttore che per il consumatore, perché esse deperiscono e marciscono. Il denaro invece, non essendo un bene di natura, sembra non essere soggetto al deperimento. Avviene quindi che il suo possessore assegni ad esso uno speciale valore e, contrariamente a come si comporta con le merci prodotte, che deve cedere vendendole, tende ad accumularlo.

Questo è il primo ostacolo alla circolazione monetaria. La brama di denaro deriva dall’illusione che il denaro abbia valore in se stesso, per il solo fatto di possederlo. Esso invece vale solo quando lo spendo. Ogni volta che esso si accumula da qualche parte, si sottrae alla circolazione e viene impedito lo scambio di merci e prestazioni, il movimento che sostiene la vita dell’organismo sociale.

Il secondo ostacolo è costituito dalla paura. Specialmente in periodi di crisi come l’attuale, quando non si è fiduciosi nel domani e non si sa se si potrà avere ancora un lavoro e un reddito, si tende a risparmiare, a non spendere il denaro. Questo non fa che accelerare la recessione e la crisi.

Tentativi di soluzione e coscienza delle conseguenze

Per tentare di contrastare questa tendenza del denaro di accumularsi nelle mani di pochi e di essere scarso per tutti gli altri, si è ideato il sistema fiscale. Le tasse sono di due tipi, dirette sui redditi e indirette sui consumi. Esse hanno lo scopo di ridistribuire la ricchezza monetaria, di impedire l’eccesso di accumulo e garantire a tutti la sussistenza e il diritto a fruire dei servizi essenziali garantiti dallo Stato, anche nel caso di mancanza di lavoro e di reddito. Il principio è in sé giusto, ma il modo in cui è stato applicato ha prodotto conseguenze che non sono ancora state portate adeguatamente a coscienza.

Gravando di tasse l’economia, le imprese e i redditi, si è ottenuto l’effetto che i costi fiscali si sono scaricati interamente sui prezzi, facendo rincarare tutto. Oggi la pressione fiscale reale supera il 50%, toccando punte del 70%. Quindi il potere d’acquisto del denaro circolante è più che dimezzato.

Fondamentale è il prezzo

Deve essere portato chiaramente a coscienza il fatto che il denaro vale come potere d’acquisto in funzione dei prezzi di ciò che viene scambiato. E i prezzi dipendono dai costi di produzione. Se gravo di tasse la produzione aumento i costi e i prezzi. Per questo si riduce il potere d’acquisto del denaro e ciò che viene prodotto non viene venduto interamente perché scarseggia il mezzo di scambio, con grave danno sia per i produttori che per i consumatori.

Ma un’altra grave carenza di osservazione si aggiunge. Non si considera che gravando di tasse l’economia per finanziare lo Stato e i servizi pubblici, si gravano di tasse anche gli stessi servizi che si intendono finanziare con le entrate fiscali. Anche l’impresa che costruisce una scuola pubblica o un ospedale è gravata di tasse e deve quindi alzare il prezzo dell’opera che realizza per lo Stato. Anche il personale che lavora in strutture pubbliche paga le tasse sullo stipendio. I servizi pubblici aumentano di prezzo a causa della tassazione e le entrate fiscali non sono mai sufficienti a coprire le uscite che esse stesse fanno inesorabilmente lievitare.

Da questo si origina il debito pubblico. Imporre nuove tasse all’economia per pagare il debito non può che aggravare la situazione. Oggi ci troviamo in questo vicolo cieco e non ne potremo uscire se non cambiamo radicalmente prospettiva ai nostri pensieri.

Fiscalità monetaria

Esiste una forma di tassazione che può ridistribuire la ricchezza monetaria senza causare i danni dell’attuale sistema fiscale.

Abbiamo visto che le merci sono indotte a circolare per il fatto di essere deperibili. Ma quando io cedo una merce in cambio di denaro, questo denaro che ricevo non è apparentemente deperibile allo stesso modo delle merci. Quindi, se non devo soddisfare dei bisogni impellenti e se non ne possiedo in abbondanza, sono indotto a trattenerlo, a risparmiarlo.

Se però noi potessimo rendere deperibile il denaro al pari delle merci, esso sarebbe obbligato a circolare allo stesso modo, non potrebbe essere trattenuto.

Questo può essere realizzato attraverso una tassa da applicare direttamente al denaro. Questa tassa non sottrae denaro a chi l’ha guadagnato vendendo merci o prestazioni, e così gli consente di poterlo spendere e favorire la circolazione economica e gli scambi. Semplicemente fa deperire lentamente il denaro nel tempo. La tassa rappresenta il tasso di deperimento del denaro, corrispondente al deperimento che subiscono i valori economici concreti che sono oggetto reale dell’economia. Con questa misura il denaro e le merci sarebbero parificati in valore, sarebbero entrambi regolati dalla giusta legge della morte. Lo scambio tra merce e denaro verrebbe in tal modo reso equo.

La percentuale di tassazione annua proposta da Nicolò Bellia, ideatore della riforma, è di circa l’8%.

Per riscuotere agevolmente la tassa monetaria, egli propone di convertire tutto il denaro in moneta elettronica. Oggi il 98% degli scambi avviene già in questa forma. Il denaro circolerebbe così interamente su conti bancari. Non esisterebbe denaro occultabile e accumulabile, che possa essere sottratto alla circolazione. Applicando un interesse passivo giornaliero dello 0,022% su tutti i valori monetari presenti sui conti bancari in forma elettronica, si otterrebbe un gettito fiscale annuo pari all’8% dell’intera massa monetaria circolante.

Questa sarebbe la sola tassa esistente, che sostituirebbe tutte le altre. Le entrate fiscali così ottenute corrisponderebbero circa a quelle attuali, ma sarebbero riscosse in modo semplice e automatico, senza necessità di documenti fiscali, dichiarazioni dei redditi, controlli dell’evasione, con grande risparmio di lavoro e denaro. L’evasione fiscale sarebbe semplicemente impossibile.

Riforma retroattiva

L’applicazione di questa riforma agisce automaticamente in modo retroattivo. Defiscalizzando interamente l’economia, si ottiene il risultato di eliminare tutti i costi fiscali dalle imprese e dai servizi. Di conseguenza i prezzi dimezzano. Poiché, come abbiamo visto, il valore del denaro dipende dai prezzi di ciò che con esso si scambia, col dimezzare dei prezzi si ottiene che raddoppi il valore, il potere d’acquisto, di tutto il denaro esistente.

Quindi anche il denaro del gettito fiscale raddoppia di valore, perché anche i prezzi dei servizi, sgravati di costi fiscali, dimezzano.

Humus

Il deperimento monetario attraverso la tassazione ottiene il sorprendente effetto di far raddoppiare il valore del denaro. Come in natura tutto ciò che deperisce e muore ritorna alla terra, si decompone e forma l’humus che arricchisce di vita il terreno sul quale possono prosperare tutte le piante, così il deperimento monetario genera l’humus per sostenere la vita di tutti i membri della comunità sociale.

L’humus deriva da tutto ciò che avanza come un residuo, un rifiuto che non è utilizzabile come alimento o materia prima per altri usi, dai resti delle piante, dalle deiezioni degli animali. Sarebbe insensato se io volessi produrre il concime per la mia azienda agricola utilizzando direttamente gli alimenti e le altre materie prime prodotte, che devono soddisfare le necessità degli uomini e degli animali.

Ma questa azione insensata viene compiuta con l’attuale sistema fiscale. Si vuole garantire l’humus sociale tassando le produzioni, si sottraggono i valori prodotti prima che possano essere consumati, si impedisce che vengano spesi i valori monetari, che devono circolare perché ciò che è stato prodotto sia acquistato e consumato. E così si fanno raddoppiare i prezzi, causando una morte del denaro che non è un sano deperimento naturale generatore di humus e di vita, ma una vera e propria distruzione.

Oggi questo processo di distruzione sta per giungere al compimento. Se in questo caos manteniamo la coscienza desta, dalla comprensione di quanto ci si presenta e ci è dato di osservare, possiamo trarre i giusti pensieri e i giusti impulsi per procedere di un gradino nella nostra evoluzione e per trasformare in bene ciò che appare ad un primo sguardo come un grande male.

Il giusto posto dell’uomo

Una volta creato con la tassazione monetaria un terreno sociale ricco di humus, si tratta ora di stabilire come si possa utilizzarlo al meglio perché ogni essere umano vi possa crescere secondo le sue esigenze, potendo soddisfare i suoi interessi e riuscendo ad esprimere le sue capacità a vantaggio dell’intero organismo.

Dall’osservazione della divisione del lavoro deriva già una prima indicazione. Dato che oggi tutti lavoriamo per gli altri, dovrebbe starci a cuore che chi dispone di particolari attitudini per determinate produzioni, materiali o spirituali, abbia la possibilità di svilupparle e di metterle in atto, con soddisfazione propria e di tutti coloro che sono interessati a fruire delle sue prestazioni. Per poter realizzare ciò è necessario che ogni produttore sia sollevato dalla preoccupazione per la propria sopravvivenza. Solo così potrà dedicarsi efficacemente ai bisogni altrui. Se il lavoratore è costretto a lavorare per la propria sopravvivenza, entra inopportunamente in conflitto con la forma sociale, già configurata in modo che ognuno serva gli interessi degli altri e non produca per sé.

L’attività economica è organizzata per soddisfare gli interessi degli uomini. Perché ciò si realizzi efficacemente, occorre per prima cosa che gli interessi si possano liberamente manifestare. E in secondo luogo che si prendano i provvedimenti adeguati per soddisfarli. Nessuno può decidere per un altro quali siano i suoi interessi e i suoi bisogni, così come non può determinare quali attitudini debba sviluppare. Deve essere creato un terreno sociale sul quale gli interessi e le attitudini degli uomini si possano incontrare liberamente per giungere alla migliore soddisfazione reciproca.

Per giungere ad individuare delle misure concrete, osserviamo prima come opera l’agricoltore a favore della salute delle piante. Potremo trarne preziose indicazioni per come operare a favore della salute sociale.

Le pari opportunità

Quando il contadino ha ottenuto un buon concime, rigenerando col compostaggio i residui organici in modo che questa ricchezza non vada perduta, ciò che gli resta ancora da fare è distribuire questo prezioso concime sul terreno dell’azienda in modo uniforme. Ed eventualmente potrà incrementare la concimazione per le colture più esigenti. L’essenziale è che ogni pianta possa trovare soddisfazione ai propri bisogni.

L’humus che si crea con una concimazione organica equilibrata ha delle qualità particolari. E’ una sostanza neutra, omogenea, che conserva in modo efficace e stabile nel tempo gli elementi nutritivi e li cede alle piante secondo le loro necessità. Ogni specie vegetale ha le sue proprie necessità, diverse da quelle delle altre specie, ha bisogno di sali minerali in combinazioni e proporzioni diverse dalle altre specie. Assorbe più o meno acqua secondo la propria natura e secondo le condizioni del suo sviluppo. I sali minerali sono adsorbiti dalle particelle di argilla, combinate nell’humus con le sostanze organiche dall’attività dei lombrichi; sono cioè legati in modo sufficientemente forte da non essere dilavati dall’acqua di una pioggia abbondante, ma non così fortemente da impedire alle radici delle piante di poterli assorbire al bisogno. In un terreno ricco di humus la pianta può disporre di un’acqua relativamente povera di sali, che sono trattenuti dalle particelle di argilla-humus. Può quindi bere dell’acqua pura. E può scegliere i sali di cui ha bisogno assorbendoli attivamente e selettivamente per mezzo delle radici, che possiedono una forza assorbente in grado di superare la forza di legame che i sali hanno con il complesso argilla-humus.

Queste sono le sagge condizioni che consentono alle piante di crescere secondo la propria natura specifica, in modo diverso una dall’altra, potendo disporre di condizioni neutre e uguali per tutte, di pari opportunità e possibilità di scelta. Solo così possono crescere sane e offrire all’uomo e all’animale un nutrimento veramente buono, ricco di tutti i sapori, i profumi e gli aromi che ogni specie può dare come proprio dono unico e riconoscibile.

Visione utilitaristica e concimazione minerale

Nella maggior parte dei terreni coltivati secondo i principi della moderna agricoltura razionale, il contenuto di humus è stato ridotto notevolmente. La concimazione predominante è quella minerale, mirata ad ottenere elevate rese produttive. Come si ottengono queste alte rese? Quando si immettono nel terreno sali minerali prontamente solubili, soprattutto se esso è povero di humus, l’acqua del terreno li discioglie e si satura. Quando la pianta beve quest’acqua, è costretta ad assorbire assieme ad essa anche i sali disciolti, quelli che l’agricoltore ha introdotto nel terreno. Essi sono veicolati dall’acqua e la pianta non è libera di sceglierli. Così si trova ad assumere sali in eccesso e in proporzioni diverse rispetto al suo bisogno di specie. Di conseguenza, per tentare di diluire questo eccesso di sali, secondo leggi di equilibrio osmotico, assorbe nuova acqua. Ma non trovando nel terreno acqua pura, è obbligata ad assumere ancora altri sali. Questo è il circolo vizioso che fa gonfiare la pianta e che spinge la sua crescita vegetativa forzando la sua natura. La pianta dà alte rese non perché è sana, ma perché è diventata obesa. E’ pesante perché gravata di acqua e sali, ma non riesce a sviluppare al meglio le caratteristiche della sua specie. Così diviene insipida, di scarsa qualità alimentare, non potendo sviluppare i processi di maturazione, di formazione di nobili sostanze alimentari che si producono grazie all’azione della luce e del calore. Essa non è capace di accogliere pienamente la luce e il calore del sole perché incatenata alla terra e all’acqua attraverso un bisogno indotto. Poiché non è rispettata nei suoi bisogni specifici, le viene impedito di donare tutta la ricchezza e la qualità che sono nelle sue possibilità.

Separare il lavoro dalla sussistenza

Anche quando la sopravvivenza del lavoratore e della sua famiglia, la soddisfazione dei suoi bisogni, è condizionata in modo utilitaristico dall’obbligo di lavorare, di produrre secondo le esigenze del mercato, egli sarà costretto ad adattarsi a qualsiasi lavoro pur di sopravvivere. In tal modo non potrà mettere liberamente a frutto le sue attitudini, offrire la ricchezza e la qualità che sono nelle sue possibilità. E alla comunità sociale deriverà un danno. Tutti i valori economici derivano dalle capacità umane che si pongono al servizio degli interessi umani. Per prima cosa si devono esprimere liberamente gli interessi e i bisogni, in modo che si dia una base oggettiva all’economia. In un secondo tempo si potranno attivare le attitudini e le capacità per soddisfarli.

Così come alla pianta si offre un terreno ricco di humus, un elemento neutro che le consente di poter scegliere il nutrimento secondo il proprio bisogno, allo stesso modo si dovrebbe offrire ad ogni essere umano un analogo nutrimento.

Questo elemento neutro, che consente la libertà di scelta, è il denaro. Il possessore lo può spendere come vuole, soddisfacendo il suo bisogno liberamente. Il denaro che deriva dalla tassazione monetaria, dal deperimento monetario, corrisponde all’humus che si origina in natura da ciò che muore. Questo denaro deve essere equamente distribuito tra tutti i membri della comunità sociale, così come il contadino lo distribuisce sul terreno di tutta l’azienda. Tutti devono disporre di una base vitale per poter soddisfare i propri bisogni.

Reddito di cittadinanza

Le entrate fiscali si devono suddividere in modo da destinarne una parte all’istituzione di un reddito di base uguale per tutti, dalla nascita alla morte, e una parte aggiuntiva per i più deboli e bisognosi, che necessitano di più nutrimento e di più cure, come fa il contadino con le piante più esigenti. Volendo quantificare l’ammontare possibile di questo reddito, nell’attuale situazione italiana, si può fare affidamento su un gettito fiscale annuo di 640 miliardi di euro (8% di circa 8.000 miliardi di massa monetaria circolante). Se per ipotesi si fissasse il reddito base in 400 € mensili, 4.800 € annuali, moltiplicandolo per i 60 milioni di cittadini si arriva a circa 290 miliardi di euro. I restanti 350 miliardi sarebbero disponibili per i servizi pubblici, per la sicurezza, la giustizia e la tutela dei più bisognosi. E’ da notare che i 350 miliardi, col dimezzamento dei prezzi dovuto alla detassazione dell’economia, valgono in potere d’acquisto come gli attuali 700. Quindi superano le attuali entrate fiscali. Anche i 400 € mensili del reddito base valgono 800 degli attuali.

Estinzione del debito

Una volta riscossa la tassa monetaria annuale di 640 miliardi, anche i restanti 7.360 miliardi di euro circolanti raddoppiano di valore. Si può così disporre di denaro abbondante col quale estinguere rapidamente il debito pubblico, oggi in continuo aumento, che ammonta a oltre 2.000 miliardi e ci costa circa 80 miliardi annui di interessi. Il bilancio dello Stato, con la riforma proposta, si volgerebbe rapidamente in attivo. Per fare solo un esempio, erogando il reddito base sarebbero subito risparmiati i quasi 100 miliardi annui per gli ammortizzatori sociali che oggi si versano a causa della disoccupazione. Sarebbero anche eliminate tutte le spese per l’enorme macchina burocratica di riscossione delle tasse, non più necessaria con la moneta elettronica e le procedure informatiche. Altre grandi possibilità di risparmio nel campo della giustizia, delle carceri, della lotta al crimine, si offrirebbero grazie alla tutela sociale garantita dal reddito di cittadinanza. Le osservazioni in merito sono lasciate al lettore.

Ripresa dell’economia

Oggi si produce in eccesso perché si lavora per il proprio reddito e non per soddisfare i bisogni. Con l’enorme tassazione sulle imprese e la contrazione del potere d’acquisto dovuta all’inflazione, che costringe i produttori a contenere i prezzi, i margini di utile d’impresa si riducono sempre più. Quindi, per ottenere un reddito sufficiente, i lavoratori sono costretti ad aumentare la quantità della produzione. Ma è un tentativo destinato a fallire, poiché questo eccesso di produzione non può essere venduto. La produzione eccede i bisogni reali e il potere d’acquisto è stato distrutto dalla tassazione.

Nel momento in cui tutti i cittadini disporranno di un humus sociale, del reddito base, con questo denaro potranno decidere cosa acquistare, secondo i propri interessi. Le scelte dei consumatori daranno una solida base alle produzioni economiche. Non sarà più la necessità del reddito per la sopravvivenza a determinare le produzioni, ma si produrrà per rispondere alle libere scelte d’acquisto, rese possibili dal reddito di base incondizionato. Con ciò la produzione si lega ai bisogni reali. Non si produrrà più in eccesso poiché ciò che non sarà venduto costituirà una perdita. Le entrate ottenute dalla vendita saranno totalmente detassate, salvo il piccolo tasso di deperimento monetario per la formazione dell’humus sociale, e potranno essere interamente spese, prestate o donate generando nuova produzione di ricchezza. Con ciò si realizzerà la decrescita tanto auspicata. Essa avverrà perché si toglieranno di mezzo i bisogni indotti, le produzioni dovute al bisogno del reddito per la sussistenza. I lavoratori potranno scegliere il campo in cui mettere a frutto le loro attitudini individuali, una volta liberati dal ricatto del bisogno. Saranno messi nelle condizioni di offrire le proprie prestazioni a vantaggio della comunità. Nella produzione potranno da un lato esprimere i propri talenti, ma dall’altro dovranno tener conto degli interessi dei consumatori. Solo così la produzione andrà a buon fine, potrà essere venduta e dare un utile. Saranno anche ridotte drasticamente le produzioni dannose per la salute e l’ambiente, perché non troveranno più lavoratori disponibili.

Il libero incontro degli interessi e delle capacità determinerà il loro reciproco fecondarsi. Il produttore si porrà al servizio degli interessi di chi richiede le sue prestazioni. Ma egli, con la sua liberata creatività, potrà offrire prodotti di qualità superiore, che educheranno gli stessi bisogni ed eleveranno la percezione e la richiesta di qualità da parte dei consumatori.

Risposte ad obiezioni

Al reddito di cittadinanza vengono mosse alcune obiezioni. Di queste, la principale si fonda sulla convinzione che erogando questo reddito si otterrebbe l’effetto di disincentivare il lavoro. Ci limiteremo a rispondere a questa unica obiezione, essendo tutte le altre delle variazioni di questa. Già da quello che è stato esposto si possono trarre le risposte. Se si considerano adeguatamente con la ragione tutte le conseguenze che derivano dalla divisione del lavoro e dalla circolazione monetaria ad essa collegata, si vedrà che i dubbi in merito al possibile effetto negativo del reddito di base vengono a cadere uno dopo l’altro.

Il denaro del reddito base non può essere mangiato, dev’essere speso. Di conseguenza qualcuno deve ben lavorare per produrre ciò che viene richiesto. Nell’ipotesi che, non essendo obbligati dal bisogno, siano pochi quelli che lavorano, le merci diverranno scarse. Esse aumenteranno di prezzo e il reddito base non basterà a soddisfare i bisogni. Quindi si dovranno necessariamente aumentare le produzioni. Ma per ottenere ciò non sarà necessario costringere la gente. Si potrà fare tranquillamente affidamento sull’egoistico desiderio di guadagno e di profitto, presente in molti e tanto criticato al giorno d’oggi come causa dei mali sociali. Essendo i prezzi aumentati per la scarsità della produzione ed essendo le entrate economiche interamente detassate e le produzioni liberalizzate, ci si potrà arricchire molto lavorando, se pochi lo faranno. Ognuno potrà decidere liberamente se accontentarsi della sussistenza garantita dal reddito base o se lavorare per aumentare il suo benessere. Nessuno glielo potrà impedire. Ci si potrà arricchire molto, impiegando le proprie capacità al servizio dei bisogni altrui. La propria ricchezza andrà sempre in accordo con quella altrui.

Non si vede comunque come non si possa avere voglia di lavorare, nel momento che si è liberi di scegliere il proprio lavoro e si può intascare interamente il guadagno ottenuto. Il fatto che oggi pochi abbiano voglia di lavorare non dipende essenzialmente dalla pigrizia insita nella natura umana, ma dal fatto che si è spesso costretti dal bisogno a fare lavori che liberamente non si sceglierebbero. E inoltre il frutto del nostro lavoro ci viene sottratto ingiustamente dalle tasse. E’ necessario superare il giudizio di condanna nei confronti del profitto in quanto tale. La possibilità di guadagnare molto consente anche di spendere molto e di far arricchire tutti. Con la tassazione monetaria ci si potrà arricchire solo lavorando. Solo così il profitto del singolo andrà a beneficio di tutti.

Oggi sono in molti coloro che condannano il desiderio del profitto e sono anche molti coloro che sostengono che la gente non ha voglia di lavorare, e che perciò sono contrari al reddito di cittadinanza. Chi esprime questi giudizi sul prossimo considera quasi sempre se stesso come un’eccezione.

Ebbene, una volta istituito il reddito di base, tutti costoro potranno lavorare gratis, dato che i loro bisogni saranno già soddisfatti ed essi non mirano al profitto. Così eserciteranno una concorrenza verso quelli che vogliono lavorare per il profitto, che saranno costretti a ridurre i prezzi dei loro prodotti per la legge di mercato. Poi, quando tutti lavoreranno liberamente e gratis, si potrà fare a meno anche del denaro. Quindi con questa riforma viene offerta a loro una grande possibilità! C’è anche chi afferma che i sostenitori del reddito base sono fondamentalmente dei pigri, che sperano di poter un giorno smettere definitivamente di lavorare. A costoro si può rispondere che devono superare la pigrizia del pensiero, se vogliono comprendere tutte le dinamiche dell’organismo sociale che sono esposte ad esempio in questo scritto, redatto da un pigro sostenitore del reddito di base.

E’ necessario riconoscere oggettivamente gli impulsi della natura umana a partire dalla conoscenza di sé. Solo così si potranno superare i pregiudizi infondati e vedere se stessi negli altri. Per far ciò è necessario l’umorismo, che viene sempre in soccorso quando si sia giunti anche alla massima serietà e veracità con se stessi.

Necessità, libertà, possibilità

La vita umana si svolge tra opposti. Se si comprende il significato degli opposti, si può trovare nel mezzo l’equilibrio, che è il fondamento della salute individuale e sociale. La necessità ce la troviamo di fronte in tutto ciò che apparentemente è dato senza la nostra volontà. La sorgente di ogni necessità nell’esistenza è la morte, alla cui ferrea legge nessuno può sfuggire. Di fronte ad essa siamo realmente tutti uguali.

Per realizzare la giustizia nella vita sociale, è necessario che il denaro sia governato dalla giusta legge della morte, come tutto ciò che è oggetto dell’economia reale. Questo si ottiene con la tassa che lo fa deperire. Allora esso riacquista il suo pieno valore e risorge a vita nuova. Se non si adeguerà a questa giusta legge, andrà inesorabilmente incontro non alla vita, ma alla propria distruzione.

La fiscalità monetaria consente di ancorare alla necessità il denaro. Questa è la prima colonna della vita sociale.

La seconda colonna è costituita dal reddito di cittadinanza, che consente la libertà, libertà di manifestare i propri interessi e di esercitare i propri talenti. Su queste due colonne poggia tutto l’arco delle possibilità, lo spazio dell’iniziativa umana di cui si sostanzia l’intera vita sociale.

Fiducia

La presente situazione ci pone di fronte a delle necessità urgenti.
Solo la libertà di pensiero ci può consentire di vedere le azioni che la vita oggi ci richiede.
Da questa comprensione nascerà la fiducia che un nuovo inizio è possibile.

I quattro temperamenti -quarta parte- sanguinico

Da uno studio di Emanuela Cardarelli

SANGUINICO

Il sanguinico è connesso con il sistema nervoso, che in questi soggetti è molto sensibile a tutto ciò che lo attraversa, e proprio per questo il sanguinico viene spesso considerato un tipo “nervoso”. L’elemento collegato al sanguinico è l’aria, anche se il termine sanguinico potrebbe far pensare al sangue. In realtà il termine è dovuto al fatto che il sangue, come l’aria, è in costante movimento. I possessori di questo temperamento, infatti, si muovono veloci come uccelli o farfalle, con gesti rapidi e nervosi e con ogni nervo teso al massimo.

Fisicamente sono persone molto proporzionate, magre, con carnagione chiara e occhi chiari e generalmente molto belle, con visi a forma di cuore o ovali. Il loro sguardo è sempre vivace e si sposta in continuazione da un oggetto all’altro, e le loro guance sono rosse e un po’ paffute. Hanno una parlantina molto sciolta e a volte possono essere un po’ impertinenti. Nell’andatura, il sanguinico sembra volare anche quando cammina, e quindi tende a poggiare per terra solo la parte anteriore del piede. Non deve quindi sorprendere che tra i modelli si ritrovino molti sanguinici. Il naso del sanguinico è detto “da musicista” (e infatti non è un caso che molti grandi musicisti furono sanguinici), poiché spesso ha le narici molto aperte, per far entrare più aria. Esistono però anche sanguinici col naso più piccolo e con la punta rivolta all’insù (il cosiddetto nasino alla francese), che quindi denota la superficialità che può caratterizzare questo temperamento. Possiamo quindi vedere che oggi anche i canoni di bellezza si ispirano molto al tipo sanguinico. Pensiamo ad esempio ai tacchi alti (che vogliono replicare l’andatura del sanguinico), all’uso del fard sulle guance o al desiderio di avere un nasino all’insù.

Nel complesso, quindi, le persone sanguiniche sono molto affascinanti e riescono sempre a diventare l’anima di una festa. Amano molto seguire la moda e fare shopping, possiedono buon gusto e soprattutto le donne amano acquistare gioielli e accessori. Amano tutti i tipi di novità, ma (e questo è il loro grande problema) se ne stancano subito. Il sanguinico, infatti, passa continuamente da un interesse all’altro, da un’impressione all’altra, e non riesce a restare concentrato su uno stesso argomento molto a lungo. Rischiano perciò di essere persone superficiali, poiché non hanno interesse ad approfondire. Spesso iniziano qualcosa (un hobby, un corso di studi, ecc.), ma poi dopo un po’ lo abbandonano, dimostrando quindi di mancare di volontà. Sono persone molto intelligenti e intuitive, soprattutto grazie alla loro grande mobilità interiore e al fatto di avere i sensi sempre all’erta, ma nonostante questo a scuola rischiano di andare male, proprio perché non riescono a concentrarsi nello studio e spesso hanno scarsa memoria. Sono impazienti, poco puntuali e non amano fare lavori per i quali sia richiesto di seguire una certa procedura o istruzioni. A volte può capitare che, dopo aver parlato a lungo con un sanguinico, questi non abbia in realtà ascoltato niente di quello che gli è stato detto. Tuttavia, si aspettano che gli altri siano modelli di affidabilità e resistenza.

Amano prendere la vita così come viene e non sono propensi a fare piani per il futuro, e proprio per questo a volte sono costretti a imparare dure lezioni attraverso l’esperienza. Per fortuna sono persone dotate di grande adattabilità, flessibilità, ottimismo e capacità di perdonare e quindi, con l’età, possono acquisire molta saggezza.

Una caratteristica del sanguinico è quella di essere facilmente influenzati dall’ambiente e dalle compagnie che frequentano. Spesso, infatti, assumono le qualità e le caratteristiche delle persone intorno a loro (coniugi, amici o famigliari), questo soprattutto per via della loro grande adattabilità e capacità d’imitazione. In pratica è come se avessero bisogno di un eroe da ammirare e su cui modellarsi. Spesso, però, finiscono con lo scoprire che questi loro eroi hanno i piedi d’argilla, e questa è dunque per loro un’altra esperienza di vita.

Il sanguinico è una persona dotata di buon cuore, che si preoccupa per il benessere di tutti e ama fare donazioni alle associazioni di beneficenza. Perdona facilmente i torti subiti, ma essendo molto sensibile può essere facilmente ferito, e se l’ingiuria o l’offesa è davvero grave, si rivelerà una persona vendicativa e spietata.

Un disturbo al quale possono andare soggetti i sanguinici è l’ipertiroidismo. Spesso chi ha questo problema è sensibile verso tutto ciò che gli viene dall’esterno, nulla gli sfugge, vuole fare tutti i lavori nel minor tempo possibile, passando da un’occupazione all’altra. Mangia in fretta e si sente sempre affamato, perché il suo metabolismo si svolge ad una velocità abnorme. Nei processi ritmici subentra il disordine e polso e respiro accelerano. Chi non è medico giudicherà queste persone “nervose”. Se questa condizione si aggrava può portare addirittura alla follia, che per Steiner è il pericolo maggiore per il sanguinico.

Riguardo l’alimentazione, il sanguinico dovrebbe prima di tutto evitare il dolce, poiché senza zucchero il fegato viene stimolato a svolgere un’attività più intensa a partire dalle proprie forze, e questo può quindi stimolare anche la volontà del sanguinico. Dovrebbe poi introdurre cibi amari, che hanno anch’essi un’azione stimolante sul fegato. Per radicarsi maggiormente nella terra, il sanguinico potrà scegliere il latte e i suoi derivati. Tra i cereali, quello più adatto al sanguinico è il miglio, che, grazie al silicio, sorregge il sanguinico per la sua azione nell’attività sensoriale. Si potranno poi aggiungere altri cereali che rafforzano in senso centrale come grano, segale e orzo. Fra le erbe aromatiche, il sanguinico potrà preferire il prezzemolo, la maggiorana, il timo e il rosmarino.

La nostra epoca è fortemente sanguinica, proprio perché tutto avviene velocemente e c’è una costante rincorsa alla novità, che però viene rapidamente consumata. Anche le notizie hanno vita breve e vengono subito sostituite da altre. Di conseguenza ci troviamo nella situazione in cui nulla viene più approfondito, nessuna notizia, nessun fatto, nessuna idea, e questo sta generando dei disastri, perché spesso decisioni importanti vengono prese sulla base di analisi superficiali e approssimative.

 Wolfgang Amadeus Mozart

  Niccolò Paganini

 Shirley Temple

 Shirley Mac Leane

 Leonardo da Vinci

 Giuseppe Verdi

 Ginger Rogers

 Gene Kelly

 Fred Astaire

 Dante Gabriele Rossetti

 

La Volontà violata

Riflessioni di Piero Priorini

Oramai lavoro come psicoterapeuta da più di quarant’anni… e credo perciò di poter testimoniare con una certa legittimità il mutamento delle patologie in atto nel più ampio tessuto della nostra società. Negli anni ’70, ad esempio, quando ancora ero in “formazione”, su nessun testo psichiatrico o psicanalitico si trovava il minimo accenno agli “attacchi di panico”, e nessuno dei miei maestri ne parlò mai… molto semplicemente perché l’attacco di panico era inesistente, almeno come sindrome a se stante. C’erano persone che denunciavano sintomi agorafobici o claustrofobici, questo è vero… ma erano poche e, comunque, scarsa era la rilevanza sociale del fenomeno. Ricordo molto bene quando, tra colleghi, si cominciò a parlare degli “attacchi di panico” come sindrome emergente, come una realtà psicopatologica pandemica sulla quale, oltretutto, era difficilissimo trovare la benché minima pubblicazione. Oggi, ovviamente, le pubblicazioni sulla materia abbondano. D’altra parte, un nesso profondissimo lega la psiche individuale alla società e alla cultura nella quale viene alla luce (o, per meglio dire, si incarna) perciò, preso atto dell’accresciuta velocità di trasformazione del tessuto socio-culturale, sarebbe ingenuo non aspettarsi l’emergere di patologie individuali che la testimonino.

Questa asserzione non è contraddetta dal fatto che società e cultura sono il prodotto della psiche individuale. Piuttosto, ciò che così si evidenzia, è la Dynamis circolare (o Feedback) che ha sempre caratterizzato l’esistere di Psiche nel mondo. Il nostro esistere.

In questi ultimi anni ho avuto come pazienti diversi giovani. Per lo più bravi ragazzi e ragazze tra i ventiquattro e i trenta anni che non avevano alcuna idea sul loro futuro o, se invece l’avevano, denunciavano apertamente di mancare della benché minima capacità per realizzarlo. Alcuni di loro avevano abbandonato la scuola dopo le superiori e vagavano in una incertezza assoluta. Altri si erano segnati all’università ma, nella migliore delle ipotesi, non sostenevano più di uno o due esami l’anno; nella peggiore neanche uno. Erano tutti assolutamente in grado di comprendere le difficoltà e i problemi che presto gli si sarebbero presentati, erano in grado di intravedere il baratro nel quale, da un momento all’altro, sarebbero precipitati, ma non erano in grado di fare nulla per evitarlo. Alcuni arrivavano a deplorare le notti insonni passate davanti alla TV o al computer, le nottate in discoteca, l’abuso di sostanze stupefacenti, gli improvvisi (e per loro inspiegabili) scoppi di aggressività quasi sempre rivolti verso le persone a loro più care. Arrivavano a riconoscere la loro totale mancanza di responsabilità verso se stessi e verso chiunque altro e, se il rapporto di transfert era buono, lasciavano emergere la sofferenza e la vergogna per questo loro stato interiore ma… quanto a mutarlo, sembrava loro un’impresa disperata. Qualcosa d’impossibile.

La contemplazione di questa sindrome (della quale questi ragazzi sono solo i testimoni più manifesti, ma che interessa un ben più ampio numero di persone) mi ha sempre affascinato e sconvolto nello stesso tempo. Come se mi trovassi di fronte ad un essere umano tranquillamente seduto su una bomba a orologeria, pronta a esplodere da un momento all’altro. L’uomo, o la donna, è del tutto consapevole della propria precaria situazione ma è come se non fosse assolutamente in grado di fermare il timer o, in alternativa, alzarsi e allontanarsi. Possiede gambe e braccia sane e funzionanti, nessun impedimento esteriore lo trattiene e la sua mente è lucida e cosciente. Contempla il proprio disastro imminente ma non fa nulla per evitarlo. Nella migliore delle ipotesi piange e si dispera, oppure si rivolge a un terapeuta o a chi per lui e lo prega di aiutarlo: per amor di Dio… Ma non è in grado di fare nulla che lo possa liberare. Non posso sapere se le mie parole avranno il potere di essere evocative, ma posso assicurare che osservare e partecipare a conflitti di questo genere è davvero terribile. Ci ho messo molto tempo per uscire dallo stupore inerziale dell’incredulità beota e cominciare a comprendere di quale fenomeno si trattasse e quali fossero le forze in gioco. Solo che, appunto per ciò, non sarà semplice farne partecipi i miei lettori. Perché la psicologia e la psicanalisi ortodossa che, come ben sappiamo, su tutto hanno già sentenziato, anche per questo quadro psichico qualcosa l’hanno pur detta ravvisando, nei vari sintomi, una passività depressiva precoce, oppure una risposta nichilistica a una società corrotta e malata o, ancora, una qualche forma di reattività vendicativa inconscia, un masochismo latente o quant’altro. Tutte osservazioni parzialmente corrette… non c’è dubbio, ma che non credo abbiano colto il nucleo centrale del problema. Perché se anche possono essere credibili tute le dinamiche sopra citate, resta un fatto che la loro attivazione implica l’inibizione totale o completa di quella importante funzione psichica che, per la scienza ufficiale… be’, diciamo che… in un certo senso… non esiste.

Mi spiegherò meglio. Nel linguaggio corrente tutti usiamo termini come: “determinazione”, “volitività”, “fermezza d’intenti o di carattere” e altri simili. E quando incontriamo questi termini tutti comprendiamo benissimo a cosa si riferiscano. E quasi chiunque è in grado di distinguere tra una donna o un uomo volitivo e ben determinato o, invece, una persona irrisoluta e sconclusionata. Ma per la psicologia e la psicanalisi di matrice materialistica le cose non sono così semplici: cos’è mai, infatti, la volontà?

Mistero!

Di sicuro qualcosa di sconcio che ha a che fare con la metafisica e che è consigliabile, perciò, scaricare come pertinenza della filosofia. Del “pensare”, infatti, la psicologia e la psicanalisi presumono di sapere tutto. In fondo si tratta di brevi scariche sinaptiche che si trasmettono da una cellula a un’altra. E anche “emozioni e sentimenti” possono essere abbastanza ben spiegati grazie alle endorfine o al complesso funzionamento dell’amigdala. Ma… la volontà? Cosa diavolo è la volontà? Dove trovare un’adeguata definizione? Purtroppo bisogna riconoscere che la psicologia e la psicanalisi hanno ragione. Andate su Internet, cercate una definizione di “volontà” e subito troverete affermazioni come queste:

“La volontà è la determinazione fattiva e intenzionale di una persona a intraprendere una o più azioni volte al raggiungimento di uno scopo preciso. La volontà consiste quindi nel fine, o i fini, che lo spirito umano si propone di realizzare nella sua vita, o specificamente anche nelle sue azioni semplici e quotidiane” (Wikipedia).

Fantastico… una perfetta inversione logica: la volontà consiste nel fine, anziché il fine essere la meta (non del tutto indispensabile) della volontà intesa come pura forza dello spirito. Infine, un’ulteriore, anche se indiretta prova della ambiguità scottante del tema della volontà può essere ricavata dal fatto che quasi nessun psicologo ricercatore ne abbia mai parlato. Da Freud in poi, fiumi d’inchiostro sono stati versati per interpretare la più elementare o la più rara delle funzioni umane. Ma sulla natura della volontà non ci sono state ricerche, né testimonianze. Due uniche eccezioni: lo psicanalista Roberto Assagioli, fondatore della Psicosintesi, con il suo L’atto di volontà, edizioni Astrolabio, e lo psichiatra statunitense Rollo May, con L’amore e la volontà, sempre edito da Astrolabio. Ma a parte loro, il vuoto. Protesa nello sforzo di farsi riconoscere come “scientifica” dall’attuale cultura materialistica, la psicologia è sempre arretrata con orrore di fronte alla volontà, per la quasi assoluta impossibilità di distinguerla dall’istinto (altro concetto ambiguo) e collegarla all’Io.

Come che sia… adesso non ho intenzione di entrare in una sterile polemica. Questi articoli sono, dichiaratamente, d’ispirazione antroposofica, quindi mi rivolgo a quanti hanno fatto propria l’idea dell’uomo come essere spirituale tripartito che si esprime nel pensare, nel sentire e nel volere. Queste sono le uniche e sole tre funzioni dell’anima umana e, a questo proposito, Rudolf Steiner indicò sempre la volontà come la funzione più difficile da afferrare con la coscienza ordinaria, proprio perché essa allude alla sostanza spirituale ultima dell’Io. In altre parole, l’Essenza Volitiva è il dono sacrificale che i Troni (Ia Gerarchia) offrirono all’origine della creazione. Vera e propria sostanza spirituale, dunque, alla cui natura l’essere umano partecipa e della quale è chiamato a divenire cosciente nei limiti in cui, proprio grazie all’esercizio della stessa, riuscirà a liberare il pensare e il sentire ordinari. Senza volontà, infatti, il pensare non sarà mai libero. Senza volontà, nessun sentimento umano supererà mai la fortuita occasionalità. Per quanto possa sfuggirci la rappresentazione corretta della cosa, la sostanza spirituale ultima dell’Io risiede nel Volere. Perciò, non credo affatto sia un caso se, in un momento drammatico come quello che l’umanità sta vivendo, lo Spirito Avverso dei Nuovi Tempi si ingegni di sferrare quanti più colpi possibili proprio nella sfera della volontà. Per annientarla alla radice. Sarà pertanto fondamentale rendersi consapevoli delle sue strategie. Non tanto perché sia possibile evitarle del tutto (indietro nel tempo non si torna) ma almeno per cercare di depotenziarle il più possibile.

La prima considerazione sarà la più difficile da digerire. Faccio qui riferimento a un’osservazione di Rudolf Steiner in merito al fatto che, ai suoi tempi (siamo alla fine del ‘800 primi del ‘900) si andasse sempre più perdendo l’uso di “contenere” ben fasciate le gambe dei neonati. I pediatri dell’epoca si erano infatti convinti che lasciare ai bambini appena nati la piena e totale libertà di movimento degli arti avrebbe loro favorito la coordinazione motoria e regalato un senso di piena e appagante libertà. In realtà, avvertì Steiner in tempi non sospetti, questo mancato “contenimento” iniziale rischierà di produrre effetti deleteri nella vita futura dei bambini così allevati, dissipando in maniera scoordinata il volere (che, come sappiamo, aderisce principalmente alla sfera metabolica del ricambio e si esprime nel movimento degli arti) e impedendo all’Io in embrione di appropriarsene. Premetto che mi rendo ben conto di quanto sospette possano sembrare all’uomo di oggi tali affermazioni. Chi mai si sentirebbe più di tenere avvoltolate strettamente le gambe dei propri figli nei fasciatoii “come ingenuamente si faceva una volta”. Sì… mi rendo davvero ben conto. Ma a parte il fatto che in quasi tutto il mondo così si faceva un tempo, soprattutto in quelle culture nelle quali i neonati passavano diversi mesi legati stretti sul dorso delle proprie madri, vorrei in aggiunta far notare come al di fuori di una coscienza ispirata o intuitiva, ben poco potrebbe essere detto sulle implicazioni di queste comunicazioni occulte. La coscienza ordinaria, cerebrale e astratta, è abituata oggi a pretendere ragione su tutto. Con il risultato che, per ogni cosa, per ogni soluzione proposta per qualsivoglia problema, si creano subito almeno una decina di correnti di pensiero: quelli a favore, quelli contrari e altri più o meno diversi e originali. Ma, come dovrebbero oramai aver compreso i miei lettori, sul piano del pensiero ordinario tutte queste correnti non sono altro che espressioni di opinioni, simpatie, ostilità inconsce, condizionamenti e quant’altro.

Come professionista addetto ai lavori, io non mi permetto di prendere posizione alcuna. Quando divenni padre, tanti anni fa, non pretesi di fasciare le gambe dei miei figli… affermo solo che, almeno al lume del mio naso, le osservazioni di Steiner mi convincono. In un contesto diverso da quello attuale, in un ambiente sociale più calmo e tranquillo, non credo sarebbe una crudeltà tenere fasciate le gambe dei bambini nei primi sei o otto mesi di vita e mi sembra di cogliere il nesso tra questo primordiale contenimento e la successiva capacità dell’Io di attingere alla propria volontà.

Secondo punto. Forse altrettanto spigoloso, ma abbastanza ben conosciuto e dibattuto. La presenza massiccia della televisione nella vita degli uomini e delle donne che sono stati bambini dagli anni ’60, ‘65 in poi. So che esistono molti studi e ricerche su questo fenomeno, ma tutte le volte che ne parlo mi piace fare riferimento al testo: La droga televisiva, della ricercatrice americana per l’infanzia Marie Winn. Amo citarlo perché già nel 1977 l’autrice osò spostare la sua denuncia dai contenuti dei programmi televisivi alla natura stessa della TV, evidenziandone i danni a prescindere. Per coloro che fossero interessati a ragionare sulle diverse negatività del mezzo televisivo suggerirei di leggere direttamente il saggio della Winn. Quello che a me qui preme riportare è il fatto che, per tutta una serie di motivi legati al fenomeno della scansione ottica, su cui si basa la creazione dell’immagine visiva, di fatto quello che si produce in tutti i gli spettatori è un principio di trance ipnotica, e una consequenziale inibizione della volontà. Detto in parole più semplici: la più bella immagine che possiamo osservare su uno schermo televisivo in realtà non esiste! Non c’è! Si tratta di un fantasma. Quello che osserviamo è il velocissimo movimento di un punto luminoso e colorato che, in un 28esimo di secondo, scorre lungo delle virtuali righe orizzontali dello schermo. Il fatto che il nostro occhio mantenga per un 28esimo di secondo la traccia visiva di ciò che lo colpisce, fa sì che continuamente noi componiamo l’immagine (che non c’è) grazie al trattenimento di tutti i punti luminosi e colorati che sono scorsi in quella micro-frazione di secondo. Il nostro cervello, perciò, lavora intensamente durante una qualsiasi visione, ma lo fa passivamente, ubbidendo ai dettami formali dell’immagine ripresa e poi proiettata. Un abisso separa l’immagine cinematografica, che è presente in tutta la sua interezza su ogni fotogramma della pellicola, dall’immagine televisiva che mai, in nessun momento, è presente in quanto tale sullo schermo. Questo è quanto potrebbe confermare un qualunque psichiatra o un qualunque esperto del settore audiovisivo. Tuttavia c’è di più. Di fatto, la condizione di leggera trance che così si produce arriva a inibire molto in profondità la funzione della volontà umana, perché scollega lo stimolo percettivo virtuale dalla risposta istintiva alla quale il nostro organismo sarebbe programmato. Ancora una volta, al di là di tante parole e citazioni, vorrei appellarmi alla naturale sensibilità dei miei lettori. Mettetevi dunque comodi di fronte ad uno schermo televisivo e selezionate – tanto per fare un esperimento – un film d’azione o d’avventura. Cioè a dire uno spettacolo all’interno del quale, potendovi lasciarvi andare in una naturale e spontanea identificazione con il o la protagonista, vi ritroviate all’improvviso sopraffatti da un qualsivoglia pericolo (un incendio, un terremoto, una bestia feroce, oppure da un qualche nemico violento e aggressivo), o da una intensa emozione. Noterete, se la vostra sensibilità psico-corporea è ancora integra, molteplici impulsi al movimento muscolare (attacco, fuga) che, tuttavia, vengono inibiti sul nascere. Perché in fondo siete pur sempre coscienti di essere nel vostro salotto, seduti su un comodo divano e in una condizione di assoluta tranquillità. Perché dunque scattare in piedi, inarcare la schiena, stringere i pugni o digrignare i denti? L’impulso al movimento (tranne forse un’alterazione del ritmo cardio-respiratorio) viene inibito. Adesso immaginate che fin da bambini siate stati spettatori più o meno compulsivi di televisione. Provate a immaginare le centinaia, le migliaia di volte in cui un sano impulso reattivo è partito, ma sia poi stato bloccato prima ancora di attuarsi. E adesso chiediamoci: non sarebbe normale per molti che fossero cresciuti in tali condizioni, a meno di non poter contare su straordinarie risorse volitive, registrare da adulti un’inspiegabile inerzia all’azione? Non sarebbe naturale denunciare una sorta di “blocco della volontà”, o una inspiegabile abitudine a trascurare molti degli stimoli che dovrebbero invece determinare una qualche minima reazione? I danni prodotti da questa “droga di Stato” sono ovviamente molteplici e, allo stato attuale delle cose, si allargano fino alla creazione di veri e propri condizionamenti della coscienza di tutti i cittadini. La politica e l’alta finanza si sono appropriati del sistema di comunicazione di massa e i loro crimini sono, e continueranno ad essere, molteplici. Tuttavia, ai fini di quel che qui a noi interessa sarà sufficiente aggiungere il fattore TV a tutti quelli che cospirano per privare l’essere umano della sua libertà, non solo di scelta ma anche di consequenziale azione. Ma andiamo oltre, perché i tempi e i danni della televisione, almeno in parte sono stati superati. Un ben più possente fenomeno si presenta alle nostre considerazioni: Internet, l’Informatica e tutto ciò che gli ruota intorno. Adesso spero che nessuno dei miei lettori mi voglia ritenere un conservatore reazionario pronto a sputare veleno sul presente e sul futuro. Sono ben consapevole del senso e del valore delle trasformazioni epocali e mai, nella mia vita, mai neanche lontanamente mi sono immaginato che il tempo possa essere fermato e il progresso ingiuriato.

Tuttavia ritengo doveroso “…dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”.

E per farlo direi che si potrebbe cominciare riprendendo l’ormai arcinota, e solo apparente, contraddizione espressa da Steve Jobs e dai molteplici altri amministratori delegati di prestigiose aziende tecnologiche. Faccio qui riferimento alla limitazione (estesa a volte fino al divieto assoluto) imposta da molti di questi manager ai propri figli dell’uso di quegli stessi apparecchi tecnologici che essi invece producono, pubblicizzano e vendono. Questo perché, almeno secondo accreditati studi clinici – che tutti questi dirigenti conoscono molto bene – l’utilizzo continuativo di dispositivi elettronici da parte dei bambini può portare a una sorta di pigrizia intellettiva, allo sviluppo ipertrofico della sola intelligenza associativa e un aumento dei disturbi della vista e del sonno. Inoltre, i ricercatori ritengono che le frequenze wireless per la connessione a Internet usate dall’iPad e da altri tablet possano rappresentare potenziali rischi per la salute ed essere cancerogene. Tuttavia, nonostante i pericoli psico-fisici impliciti nell’uso di tutti questi congegni, non sono questi l’oggetto del nostro interesse. Perché, questa volta, vorrei invece spostare l’attenzione dei miei lettori sull’apparente semplicità e gratuità con le quali il fruitore di Internet si illude di poter soddisfare i propri bisogni. Oggi tutto è alla portata di un clik. Deve svolgere una accurata ricerca bibliografica? Desidera acquistare un qualche strano oggetto difficile da reperire? Vuole mantenere contatti costanti con centinaia di persone? Vuole vedere un film? Ha bisogno di sesso? Basta un clik e, almeno in apparenza, tutto si realizza. Senza sforzo alcuno, senza dispendio di energia, senza eccessivi e faticosi movimenti. Le nuove generazioni stanno via via perdendo il senso del sacrificio, dell’impegno, della responsabilità diretta… del costo da sostenere, in termini di energia volitiva, per poter ottenere determinati risultati. Come se non bastasse, la realtà virtuale sta spodestando la realtà del mondo. Nello spazio magico del virtuale tutto è più facile da realizzare e anche la più grandiosa gratificazione di sé sembra sempre raggiungibile.

Alcuni anni fa, due dei miei pazienti più gravi da molti mesi non uscivano quasi più da casa. Passavano ore e ore al computer, intenti a perfezionare le proprie prestazioni in complicati video-giochi. Come ritorno, ricevevano la conferma ammirata di migliaia di altre vittime che, come loro, si erano ritirati dalla vita nel mondo. Nello spazio virtuale si sentivano realizzati come intrepidi eroi cibernetici, scaltri navigatori interstellari, vincitori di mostri e di eserciti alieni. Nel mondo reale si sentivano goffi, timidi, impauriti…vulnerabili nei confronti di forze che non avrebbero saputo contrastare in alcun modo. Una semplice prova d’esame per la patente, un tirocinio per il più semplice dei lavori o un approccio seduttivo verso una persona dell’altro sesso, sarebbero sembrati loro imprese al confine dell’impossibile.

Per completare il quadro, aggiungiamo adesso la moda-obbligo, per quasi tutti i giovani che hanno superato l’adolescenza, della vita notturna. Non che questa sia del tutto una novità. La giovinezza si è sempre esaltata nelle “nottate brave”, più o meno occasionali. Chi di noi, soprattutto da giovane, non mai ha “fatto” l’alba per veder sorgere il sole e sentirsi partecipe del “tempo nascosto” nelle pieghe della notte? Ci mancherebbe altro.

Ma quello che una volta era trasgressione e che, come tale, poteva sprigionare la pienezza dei suoi effetti, oggi si sta trasformando in consuetudine. La lancetta dell’orologio si è spostata sempre più avanti: i nostri giovani escono di casa all’una o alle due di notte per tornare solo verso le sei o le sette della mattina e andare poi a dormire buona parte del giorno.

Chiediamoci: ha senso criticare questa moda?

Ho paura di sì!

Perché l’essere umano, per quanto unico essere vivente potenzialmente emancipato da tutti i ritmi e le forze del cosmo cui appartiene, comunque gli appartiene. E senza quel cosmo e le forze in esso attive non sarebbe in grado di sopravvivere. Gli astronauti vanno in orbita su sofisticate navicelle spaziali ma, dopo un periodo più o meno prolungato, sono obbligati a tornare sulla terra. Sono costretti a farlo, perché senza la gravità il loro sistema osseo si decalcificherebbe e, alla lunga, potrebbe non risanare mai più. Così, allo stesso modo, coloro che lavoravano di notte, almeno nei tempi passati, erano solo giovani ai quali, proprio per questo loro sacrificio, si riconosceva il diritto a forti indennizzi. Si sapeva che la pratica lavorativa notturna, alla lunga, portava notevoli danni al sistema nervoso e si sfruttavano perciò le forze dei giovani per un periodo limitato del tempo di una vita. Non credo che molti dei nostri predecessori conoscessero il mistero del “Sole di Mezzanotte”, ma al livello istintivo e intuitivo, sapevano che addormentarsi in sintonia con i ritmi del cosmo era il modo migliore per vivere in piena salute. Quello che di sicuro ignoravano è che l’anima umana ha sempre necessitato di essere quotidianamente risanata dagli esseri che abitano i vari mondi spirituali ma che, per usufruire di un tale dono, deve poter soggiornare in quei mondi il più vicino possibile alla mezzanotte cosmica, cioè nel momento in cui le forze spirituali sono maggiormente attive sul piano astrale mentre, sul piano fisico-sensibile, scorrazzano i demoni. Non è solo suggestione, né patetica letteratura che di notte l’anima umana sia più vulnerabile e negativamente influenzabile dalle forze d’opposizione ma dato il materialismo diffuso, proprio di questa epoca, non c’è da stupirsi troppo se ben poco possa essere denunciato a proposito. Con una tolleranza che non ha uguali, la società moderna lascia che la vita dei propri giovani si dispieghi nella notte, permettendo così alle forze dell’opposizione di svolgere al meglio il proprio compito.

Naturalmente, agli elementi che ho voluto elencare in questo breve articolo se ne potrebbero aggiungere tanti altri. È indubitabile che il clima sociale, economico e politico attuale – al livello globale ma soprattutto nazionale – sia quanto di più malato si possa immaginare. E numerosi sono i ricercatori che lo stanno denunciando, dallo stimatissimo Zygmunt Bauman al nostro Umberto Galimberti. A causa delle “guerre pacifiche”, del terrorismo più distruttivo, dei crolli finanziari indotti, della sovra-popolazione e della immigrazione clandestina, degli immensi disastri ecologici e della peggior politica che i vari paesi abbiano mai espresso, la sfiducia serpeggia per il mondo. E al suo seguito, il nichilismo, la depressione, la rabbia più o meno autodistruttiva, trovano nei giovani terreno fertile. Come sempre, però, l’individuazione dei fattori esterni, responsabili in misura maggiore o minore della vacuità progettuale di così tanti giovani, è solo una parte del problema. L’altra è rappresentata dal bagaglio di risorse interiori con cui ogni individualità entra nella propria esistenza, dalla bontà delle relazioni umane all’interno delle quali sarà accolto, dalle tensioni sociali, economiche e politiche del momento in cui si troverà a nascere e così via. A seconda di dove sposteremo lo sguardo, mille altri fattori potranno assumere risalto e significato. Rimango ciò nonostante dell’avviso che da parte dei nostri secolari ostacolatori sia in atto un poderoso attacco contro le forze di volontà dell’essere umano. Perché se la natura profonda del nostro Volere sarà corrotta, allora ben poco spazio rimarrà alla speranza di poter realizzare quel traguardo di Amore e Libertà che ci era stato destinato.

I quattro temperamenti – terza parte- flemmatico

FLEMMATICO

da uno studio di Emanuela Cardarelli

Nel flemmatico prevale l’attività del corpo eterico e l’elemento acqua. Gli antichi, infatti, sentivano in tutti i fluidi la forza formatrice del vivente, e infatti un seme può trasformarsi in pianta solo quando entra in azione l’acqua. Il corpo eterico si esprime fisicamente nel sistema ghiandolare-linfatico e animicamente in una placidità, in un equilibrio interiore. Quando in un individuo del genere non soltanto regna un ordine interiore delle forze formative, ma avviene anche un eccesso di forze di benessere, esse si accumulano nel corpo e l’individuo ingrassa.

Nell’aspetto fisico del flemmatico, quindi, tutto tende allo sferico-tondeggiante e il suo volto ha in genere un aspetto cordiale e gradevole. Il mento si arrotonda verso il basso e frequente è anche il doppio mento. Gli occhi sono privi di vivacità, quasi vacui, ma lo sguardo, a differenza di quello del malinconico, è gioviale e lieto, mai triste. Il flemmatico, infatti, guarda al mondo con contentezza e ama starsene seduto a osservare l’agitazione degli altri. Anch’egli, come il malinconico, rivela nell’andatura una certa pesantezza, ma tra i due vi è una differenza. Il passo del malinconico dà l’impressione che egli subisca completamente l’influenza della forza di gravità e che rischi di sprofondare verso il centro della terra. Il flemmatico, invece, ha un’andatura piuttosto barcollante, come gli uccelli marini, per cui oscilla da destra a sinistra. Sembra quasi che il piede non voglia adattarsi al terreno, poiché il flemmatico non riesce a mettersi in rapporto con le cose.

Il loro modo di parlare è lento, a volte esitante. Amano vestire in maniera modesta e convenzionale e non seguono la moda, poiché sono persone abitudinarie e non amano le novità, che potrebbero turbare il loro equilibrio. Sono molto ordinati e in casa amano tenere le cose sempre nello stesso posto. Non sono persone chiacchierone e se si chiede o si pretende da loro un’opinione rischiano di andare in confusione e di dare risposte non soddisfacenti.

Ciò che contraddistingue il flemmatico è che egli ama vivere nell’atto dell’assaporamento e dell’ingestione del cibo, per poi seguire, in maniera inconscia, i processi della digestione. Egli, quindi, ha un atteggiamento quasi reverenziale nei confronti del cibo e durante i pasti preferisce restare in silenzio. In genere non ama prendere l’iniziativa, tranne appunto quando c’è di mezzo il cibo.

Il flemmatico ha una vita interiore molto forte e desidera mantenere la sua armonia e pace interiore e proprio per questo è poco incline a dirigere verso l’esterno ciò che è dentro di sé. Se potesse, vorrebbe estendere la sua armonia interiore anche al mondo esterno, che però non vuole saperne. La nostra epoca, infatti è molto sanguinica e quindi sopporta poco la lentezza del flemmatico. Sono persone molto pazienti e tolleranti e la loro pazienza è superiore a quella degli altri temperamenti. Nulla li può turbare insomma, e anche di fronte al caos più estremo riescono a conservare la calma. Tuttavia, quando il suo equilibrio e la sua regolarità vengono turbati, il flemmatico si irrita e se la situazione non cambia possono verificarsi dei veri e propri scoppi d’ira. Questo lo si può notare soprattutto nelle persone anziane (infatti il temperamento flemmatico è legato proprio all’anzianità), che in genere non amano che la loro routine venga sconvolta, soprattutto per quello che riguarda gli orari dei pasti o del sonno. Spesso, ad esempio, capita che un anziano non abbia reazioni eccessive di fronte alla morte di un amico, ma si arrabbi se per un qualche motivo è costretto a mangiare in ritardo.

Poiché sono persone modeste, che non si rendono conto delle loro qualità, è raro trovarli in ruoli di guida. Sono però persone molto affidabili e se gli si dà un compito lo svolgeranno in maniera precisa fin nel dettaglio, anche perché hanno un forte senso del dovere. Possono essere un po’ lenti nell’apprendere nuove informazioni, ma una volta appreso non dimenticano e questo fa di loro dei lavoratori molto coscienziosi e meticolosi, leali e fedeli. Sono molto bravi ad amministrare il denaro e di solito non amano fare spese folli.

A differenza del collerico (come vedremo più avanti) il flemmatico tende a dimenticare le situazioni spiacevoli o le offese subite, ma conserva un sentimento di rancore, il che significa che non ha del tutto perdonato (proprio per questo a volte sono accusati di tenere il broncio).

All’apparenza, quindi, il flemmatico può apparire una persona anonima, noiosa e per niente interessante, ma non è così, perché, proprio come il mare, essi hanno delle profondità che celano dei tesori che resteranno nascosti per tutti, tranne pochi fortunati. Il flemmatico, infatti, è molto vicino al mondo della natura (tanto che a volte può addirittura essere in grado di percepire gli esseri elementari) e ha una buona memoria, per cui, se riuscisse a sollevarsi dall’osservazione dei propri processi verso l’osservazione del mondo esterno, potrebbe diventare un ottimo conoscitore del mondo. E se ha il dono della poesia (come Conrad Ferdinand Meyer), potrebbe descrivere le bellezze della natura per tutto il mondo.

Per il flemmatico, il pericolo minore è l’apatia di fronte al mondo esterno mentre il pericolo maggiore è l’idiozia, l’ebetismo.

Per lui è consigliato il mercurio, che dà mobilità. Riguardo l’alimentazione, dovrà prima di tutto moderarsi nel mangiare. Poi potrà preferire alimenti acquosi come frutta maturata al sole, insalata in foglia, cetrioli e cavoli, ma conditi con spezie che possano stimolarlo. Anche l’elemento acido gli è molto utile, come l’acido lattico o il latte acido. Il cereale che cresce in acqua e che quindi ha un rapporto privilegiato col flemmatico è il riso, ma anche in questo caso andrebbe accompagnato con spezie come il curry. Dovrà ovviamente evitare i dolci e preferire il pane integrale.

Nelle immagini seguenti, nell’ordine, abbiamo: Conrad Ferdinand Meyer, Camillo Benso conte di Cavour, Alfred Hitchcock, Johann Sebastian Bach, Enrico VIII, Gilbert Keith Chesterton, Oliver hardy.

           

 

 

 

 

I quattro temperamenti -seconda parte-malinconico

I QUATTRO TEMPERAMENTI NELL’ADULTO

di Emanuela Cardarelli

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MALINCONICO

Nel malinconico predomina il corpo fisico, quindi l’elemento terra. Il malinconico sente fortemente il suo corpo fisico, la sua durezza, e se ne sente limitato. Non riesce a compenetrarlo completamente con la sua anima e con la sua individualità e quindi non lo può dominare. È come se per lui il corpo fosse un peso da portare e questo genera in lui una forte sofferenza interiore. In pratica il corpo fisico oppone resistenza al benessere interiore del corpo eterico, alla mobilità del corpo astrale e alla ferma sicurezza dell’io. Il malinconico, quindi, è molto preso dal suo mondo interiore, dai suoi pensieri, ed è per questo che i suoi occhi sembrano spenti: perché essi sono rivolti all’interno e non sono molto interessati a guardare il mondo esteriore. Questo loro ripiegamento verso l’interno a volte si può esprimere fisicamente anche nella curvatura delle spalle, come nel caso di Leopardi, che aveva addirittura la gobba. È molto interessante il fatto che, proprio per questa maggiore “durezza” del malinconico, quando l’arcangelo di popolo compartecipa alla creazione dei temperamenti del suo popolo, lascia fuori il malinconico.

Spesso i malinconici hanno le palpebre un po’ cadenti, come se fossero troppo pesanti per stare aperte. Le membra sono lunghe e sottili, soprattutto le dita, e l’andatura è un po’ strascicata, proprio come se la persona fosse troppo stanca per camminare. I movimenti sono lenti e attenti. Anche il viso è lungo e stretto e spesso termina con un mento a punta. A volte il malinconico tiene il capo inclinato, quasi a indicare che esso è troppo pesante per poterlo sostenere, e le labbra sono sottili e pallide. Gli occhi sono spesso scuri, così come i capelli, che sono fini e lisci.

Il malinconico, come abbiamo detto, è preso soprattutto dalla sua sofferenza e tende a ritirarsi dal mondo per riflettere sui suoi problemi, reali o immaginari, cosa, questa, che lo può portare a frequenti sbalzi d’umore. Egli ritiene che nessuno al mondo soffra quanto lui e quindi ci tiene a rendere tutti partecipi delle sue disgrazie, di solito in modo molto dettagliato, e se qualcuno osa sminuirle si offende a morte. Diciamo che il malinconico è felice solo quando (perlomeno secondo gli standard delle altre persone) si trova in uno stato miserevole. Il malinconico quindi rischia di scadere nel vittimismo, ed è per questo che secondo me, se è vero che la nostra epoca è sanguinica, è anche molto malinconica, perché oggi assistiamo a vere e proprie gare a chi è più vittima, soprattutto fra gruppi di persone, perché se riesci a ottenere il bollino di vittima ufficiale avrai dei vantaggi che i non vittima non hanno.

In realtà non è che i malinconici abbiano più problemi degli altri, ma semplicemente hanno una sensibilità più spiccata, e quindi delle situazioni che un non malinconico avrebbe liquidato in maniera molto semplice, il malinconico le ingigantisce e può creare delle vere tempeste in un bicchier d’acqua.

Come i collerici, i malinconici hanno un forte senso di sé: il loro ego è, insomma, un po’ sproporzionato e proprio per questo essi ritengono di essere gli unici a conoscere la realtà delle cose, e quindi vogliono sempre dire la loro. Tuttavia, mentre i collerici tendono a proiettarsi verso il mondo esterno per conquistarlo, i malinconici combattono col loro mondo interiore. Mentre i collerici cercano di piegare la legge per realizzare i loro fini, i malinconici manipolano gli altri in maniera un po’ sottile, ad esempio chiedendo attenzione. Una delle loro illusioni, infatti, è di essere il centro dell’universo, e di meritarsi di esserlo, e poiché gli altri sanno che questo non è vero, i malinconici possono sviluppare un complesso d’inferiorità.

La loro lamentela più frequente è che nessuno li capisce, probabilmente perché sono troppo speciali per essere compresi dalle persone comuni, e quindi se vengono ignorati tendono ad offendersi. Essi sembrano vedere solo il lato negativo delle cose e quindi è inutile cercare di tirarli su o di ragionare con loro. Diciamo che sono un po’ votati al martirio, e la cosa gli piace, perché li fa sentire speciali. È come se loro fossero stati scelti fra tanti per soffrire in modi che nessuno può comprendere. Per questo motivo forse l’unico a poter gestire un malinconico è un altro malinconico. Gli altri temperamenti non avrebbero sufficiente pazienza.

Tuttavia, se il malinconico si convince che qualcun altro sta soffrendo più di lui, allora si farà in quattro per aiutarlo. È proprio per questo che i malinconici sono particolarmente adatti a quelle professioni in cui occorra prendersi cura degli altri, come il medico, l’infermiere, il veterinario, l’insegnante o anche il sacerdote. In un certo senso, sono dei filantropi nati. Infatti, se il malinconico riesce a superare il suo egoismo e il suo egocentrismo, potrà essere di grande aiuto per coloro che ne hanno bisogno, e se riuscirà a portare all’esterno la sua luce interiore, potrà creare delle opere che riusciranno a ispirare le persone per secoli a venire. Molti grandi artisti, infatti, sono o sono stati dei malinconici, persino tra gli attori comici.

Per il malinconico, il pericolo minore è l’umore nero, l’incapacità di liberarsi dalla propria interiorità, mentre il pericolo maggiore è la demenza. I disturbi fisici a cui può andare soggetto sono le malattie delle ossa, che sono fra le più dolorose.

Per lui sono consigliati il fosforo e il ferro. Tra gli alimenti, è molto indicata la frutta, poiché spunta vicino al sole e lontano dalla terra, e gli darà quel calore che necessita. Anche la carne, il pesce e le uova sono indicati per lui, poiché gli permetteranno di radicarci di più nel suo corpo fisico. Tra i vegetali, sono indicate le radici, poiché, proprio come il malinconico, sono ancorate alla terra. Sarebbero però da preferire le radici più dolci, come le carote, oppure aggiungere alle radici dello sciroppo di barbabietole. Fra le erbe aromatiche, il malinconico può scegliere il finocchio, l’anice, il basilico, il timo, la salvia e la maggiorana, che servono a fornirgli luce e calore. Tra i cereali, la luce e il calore si trovano soprattutto nell’orzo, nel miglio e nell’avena. Il cerale più affine al malinconico è il mais, poiché le pannocchie di mais sono coperte dalle foglie e si trovano più vicine alla terra. Il mais però dovrebbe essere assunto con molte spezie, in modo che il malinconico possa così trasformare lui stesso la pesantezza di questa pianta, e quindi la propria.

Bette Davis (non sono sicura che fosse malinconica, ma i suoi famosi occhi sono senz’altro quelli tipici di questo temperamento

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Gioacomo Leopardi                                               Vincent van Gogh

56

 

Frédéric Chopin

7

Edvard Munch

8

Stan Laurel                                                                        9

 

Totò 10

 

Charlie Chaplin         11

 

 

Alessandro Manzoni

12

 

Elizabeth Siddal

 

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Pane e … succo d’uva!

 

    Pane e vino sono due sostanze archetipiche, che nel sacra­mento dell’Ultima Cena furono elevate dal Cristo alla sfera del culto. Gesù nacque a Betlemme, “città del pane”. Quando, dopo il battesimo nel Giordano, il Cristo cominciò la sua attività sulla terra, tramutò l’acqua in vino. Possiamo, osservando la figura del cereale e della vite, riconoscere perché proprio essi vennero scelti per questo servizio rituale e, soprattutto, in quale rapporto stiano con l’uomo. Il cereale, in un primo atto del suo divenire, si unisce intimamente alla terra con la formazione di profonde radici altamente ramificate. Poi con il culmo tende energicamente verso l’alto, incontro al sole. Con la sua attività la pianta è finemente inserita nella forma e mostra una forza di elevazione ed una stabilità uniche nel loro genere. Il silicio si schiude alle forze di luce del cosmo circostante. La sostanza può essere vista come una condensazione della luce: qui la via muove dal cosmo circostante alla compenetrazione terrestre. Quando il grano matura la pianta appassisce e muore. Anche il seme sembra dapprima senza vita, ma possiamo ben vedere la sua poderosa forza nascosta appena germoglia o quando lo usiamo come alimento. Così dovremmo caratterizzare i cereali più di ogni altra pianta come esseri solari cosmici, che si congiungono con particolare intensità alla materialità terrena, dirigendo così luminosa vita entro la formazione della sostanza terrestre.

Del tutto diversa è la vite. Essa è una pianta pluriennale che vive fino a 100-200 anni, sviluppando così una propria forma duratura. Il suo germoglio non è orientato in alto verso il sole, non tende come il culmo o stelo del cereale ad allontanarsi dalla terra, ma si inserisce nel suo campo gravitazionale. Nella crescita si estendono orizzontalmente nello spazio tralci e viticci in cerca di un appiglio. Anche le radici non si ordinano lungo la linea congiungente il sole con il centro della terra -come nelle piante con radici tendenti alla verticalità- ma creano in un certo senso una figura propria, raggiungendo una profondità di 12-15 metri. I fiori sono a forma regolare con una stella a cinque punte nel calice, nella corolla e nell’androceo. L’infiorescenza racemosa viene tenuta sospesa per breve tempo, ma fiorisce poi verso il basso, volgendosi verso la terra, via dal sole. Viene evitata la luce solare diretta anche nella maturazione dei grappoli che pendono all’ombra delle foglie ricevendo il calore solare riflesso dalla terra, questo è particolarmente adatto il terreno declive! La vite forma un sistema di vasi in cui questi ultimi – osservabili al microscopio – con un diametro di 0,5 mm hanno le più grandi dimensioni in tutto il regno vegeta­le. In questo modo la pianta per tutta la durata dell’accre­scimento si può unire intensamente alla circolazione delle acque della terra, mentre nel cereale, al contrario, la corrente dei succhi si esaurisce presto e il chicco in maturazione si congiunge quasi esclusivamente ai processi di luce e di calore del sole. Nella corrente dei liquidi della vite si trovano numerosi sali in soluzione, specialmente calcio. Le sue foglie molto tempo prima di appassire contengono il 60% di calcio, una rarità nel regno vegetale. Al contrario, la vite è povera di silicio. Quale funzione ha il calcio nella sfera organica? Esso conduce alla solidità terrestre, crea la configurazione terrestre. Già con il latte materno il lattante assume il calcio, edificando così lo scheletro. Ma il calcio ha anche la tendenza a perdere la sua qualità vivente -come per l’arteriosclerosi degli anziani- distaccandosi così dalle forze cosmiche del divenire. Contiene calcio il cereale? Come ci si può aspettare, solo in piccole quantità. Nelle ceneri della paglia di fru­mento se ne trova soltanto il 5%, in quelle dei chicchi appena il 2,8%. La vite contiene nei suoi vasi il calcio in soluzione, ma in una forma molto estranea ai processi costruttivi organici: il carbonato di calcio. Nelle foglie il calcio appare in un legame più vivente, cioè come ossalato di calcio. Solo quando il succo viene condotto nella bacca in maturazione il calcio è disciolto del tutto: qui non vi è più alcun cristallo. Anche l’acido tartarico che ha in sé una forte tendenza a formare dei sali e a precipitare nella gravità è del tutto disciolto e lo stesso vale per l’amido che non viene, come nel cereale, immagazzinato in granuli solidi, bensì trasformato in zucchero e disciolto nello scorrere dei liquidi: la bacca maturando diviene sempre più dolce. Che cosa ci viene dunque incontro nell’essere della vite? Mentre il cereale nel processo di maturazione perde a poco a poco il legame con la terra e, in quanto “pianta del silicio”, forma le sostanze solide del chicco tramite le forze di luce del sole, la vite, in quanto “pianta del calcio”, porta nei suoi succhi numerose forze terrestri come sali disciolti, in primo luogo calcarei, li dissolve gradino per gradino, facendoli così fluire entro i processi vitali. Il succo d’uva biologico bianco o rosso – e la qualità biologica è cruciale – è come un elisir di vita che agisce in modo particolarmente salutare perché esercita un effetto purificante sugli organi, in particolare sul fegato, e inoltre dà all’es­sere umano un influsso eterico straordinariamente centrante. In generale l’uva nera ha un effetto di protezione sui vasi sanguigni. essa è ricca di antociani che esercitano azione anticancerogena. L’uva non cresce né del tutto in alto né del tutto in basso. Quasi come un frutto essa si avvolge nelle sue foglie, che la proteggono dall’effetto troppo dominante della luce, e raccoglie veramente in sé la forza del cosmo. L’influsso di Giove e di Venere, due grandi pianeti essenziali, sono accumulati intensamente in questo frutto. Se si è indeboliti, il carattere centrante dei succhi d’uva può costituire un complemento salutare nella terapia.

Luigina Marchese

Tratto da

Alimentazione e scienza spirituale di Udo Renzerbrink

L’alimentazione e la forza donatrice dell’uomo di Heinz Grill

 

29 settembre

    Domani è la festa di San Michele Arcangelo.

Il 29 settembre si celebra anche la nascita di Kaspar Hauser.

Kaspar Hauser è il grande enigma, un filo che unisce i grandi fatti d’Europa degli ultimi 206 anni.

Festeggiamo e ricordiamo entrambi con questo scritto di Paulette Prouse, che pubblico qui sul sito con la sua cortese autorizzazione.

 

 

Kaspar Hauser, il fanciullo d’Europa

di Paulette Prouse

Kaspar Hauser venne trovato il lunedì di pentecoste del 1828 in una piazza di Norimberga, mal vestito e apparentemente smarrito, come uno vissuto, fino a quel momento, in completo isolamento. La sua età era di circa 16 anni. Le uniche parole che conosceva erano il suo nome e qualche frase per lui priva di significato. Aveva in mano un biglietto nel quale si chiedeva al funzionario cui era indirizzato di ucciderlo o di appenderlo al camino se avesse trovato che egli non era buono a nulla.
Su Kaspar Hauser sono stati scritti un numero incredibile di libri e di articoli, sono stati girati due film e in Germania c’è un raduno annuale dei simpatizzanti del “Fanciullo d’Europa” (das Kind Europa’s), come viene spesso chiamato: già dietro questo nome si nasconde un misterioso fascino.
Per la complessità dell’argomento è molto facile perdersi, così mi limiterò a qualche riflessione di carattere più esteriore, per quanto sia possibile, in questa vicenda, scindere la parte esteriore da quella più esoterica.
Le mie considerazioni sono basate, soprattutto ma non unicamente, sullo studio dei testi di Peter Tradowski – che ho avuto il piacere di conoscere qualche anno fa in occasione di un suo seminario svoltosi a Milano – perché è molto completo e soprattutto perché affronta il tema
nell’ottica della Scienza dello spirito.
Prima di fare qualsiasi commento sull’argomento Hauser bisogna tener conto dell’articolo apparso sullo Spiegel nel 1996, in cui viene messo in risalto il fatto che due istituti di ricerche genetiche, uno in Germania e l’altro in Inghilterra, hanno constatato che il sangue trovato su un indumento che Kaspar Hauser avrebbe indossato al momento dell’assassinio non sarebbe quello del figlio di Stephanie de Beauharnais, come ventilato da molti, e quindi non può essere il successore al trono del Baden-Wuertemberg.
In primo luogo si deve tenere in considerazione il margine d’errore nel metodo di queste analisi, tanto più che i ricercatori stessi hanno detto di essere arrivati molto vicini al limite della prova. Anche nella criminologia moderna queste analisi non sono sempre sufficienti per condannare qualcuno.
Nel caso di Kaspar Hauser si tratta di prelievi fatti su unindumento, un presunto indumento di 150 anni fa. Dico “presunto indumento”, perché l’editore dello Spiegel è stato varie volte sollecitato, vanamente, a partecipare a incontri per chiarire alcuni punti essenziali:
1. Dove sono stati custoditi gli indumenti in questione?
2. Chi ha commissionato e pagato le analisi?
Nessuno ha mai risposto a queste domande. Inoltre, il prelievo del sangue con il quale si sono confrontati i risultati di queste analisi, è stato fatto su una lontana discendente di colei che avrebbe dovuto essere la madre.
Si parte sempre dal principio, come nell’ebraismo, che sia la madre a determinare la discendenza.
All’articolo dello Spiegel, che ha suscitato una grande eco, bisogna lasciare lo spazio che merita ogni notizia dei media: sono facilmente manipolabili. Nel caso specifico, la notizia viene emessa come un verdetto dalle altezze della scienza per porre la parola fine alla vecchia
disputa sulle origini di Kaspar Hauser. Ma ha avuto l’effetto opposto, ha riacceso l’interesse per il Fanciullo d’Europa, che ancora oggi esercita un fascino quasi magico su molti uomini. Come può anche essere una forza misteriosa, occulta che vuole tramandare alla posterità il messaggio che viene dalla corrente di chi lo ha assassinato.
E non poche persone vedono l’articolo dello Spiegel sotto questa luce.
Tuttavia, per onestà intellettuale, dobbiamo prendere in considerazione l’attendibilità di queste analisi. In questo caso verrebbe escluso il crimine dinastico, ma rimarrebbe pur sempre il mistero Kaspar Hauser, il fanciullo
trovato nelle strade di Norimberga un lunedì di Pentecoste.
Doveva essere qualcuno di molto importante, tanto da tenerlo, fin dalla più tenera infanzia, chiuso in un luogo buio, dove non poteva mai stare in piedi con due cavallini di legno come unico giocattolo. Nessuno per insegnargli a parlare, solo un uomo vestito di nero col viso coperto gli portava pane e acqua come unico cibo. Per tagliargli le unghie gli veniva somministrato un sonnifero. C’era dunque una grande preoccupazione di non farsi mai riconoscere. Era una situazione molto scomoda, un grosso impegno col rischio della pena di morte nel caso si venisse scoperti.
Se fosse stato un povero balordo, come si era tentato di far credere, perché congegnare un piano così rischioso?
Non era più semplice ammazzarlo? E anche se fosse stato l’erede al trono, i crimini dinastici in quell’epoca erano all’ordine del giorno. Comunque, fra la popolazione serpeggiavano diverse voci, perché regnava una dinastia che non avrebbe dovuto regnare e, nella casata che avrebbe dovuto regnare di diritto, sono successi eventi molto strani: si sussurrava che un figlio appena nato fu sostituito da un altro neonato malato che morì poco tempo dopo. In quella dinastia c’era anche un secondo figlio, di nome Alessandro, che sembra sia stato assassinato.

IL RITROVAMENTO
Ma veniamo al momento dell’apparizione di Kaspar Hauser nelle strade di Norimberga. I primi ad avvistarlo sono due calzolai: lo vedono scendere titubante per la strada, si avvicinano ma non riescono a ricavare nulla dagli strani suoni che emette. Tiene in mano un biglietto con l’indirizzo del capitano della cavalleria.
Lo conducono dal capitano che non è in casa; il giovane rifiuta con disgusto ogni cibo che gli viene offerto, accetta solo pane e acqua e si addormenta pesantemente. Gli accade spesso di piombare in un “sonno profondo: perché il contatto col mondo gli era quasi insopportabile, i suoi sensi così acuti lo mettono a dura prova e se non fosse per la sua eccezionale tempra si sarebbe irrimediabilmente perso, psichicamente”. Più tardi, quando vede il capitano in uniforme luccicante, Kaspar Hauser rimane affascinato, si mette a toccarlo, a tastarlo in modo puerilmente ingenuo. Si può capire che il capitano rimane scioccato dal comportamento di questo ragazzo che non è più un bambino. Non riesce a ricavare nulla dai discorsi del giovane; senza perdere tempo lo fa condurre alla polizia.
E con questo gesto di rifiuto del capitano, si può dire che sia fallito il piano degli avversari di Kaspar Hauser, che volevano farlo sparire nell’anonimato, ne volevano fare un povero garzone di stalla incapace di esprimersi e di comunicare. Pensavano di aver creato un corpo non più in grado di accogliere un Io. Si rimane impressionati dalle abili mosse dei suoi avversari, perché presuppongono una profonda conoscenza esoterica: il fatto di aver riconosciuto, prima ancora che si incarnasse, l’entità spirituale che stava dietro Kaspar Hauser, la cui missione temevano più di ogni altra cosa.
Ma non hanno tenuto abbastanza conto della sua eccezionale forza spirituale. E della costellazione di incontri con personalità particolari.
Anche i poliziotti non sanno cosa fare del ragazzo. Egli si limita a ripetere senza capo ne coda le poche parole di dialetto che l’uomo in nero gli aveva insegnato. Vuole afferrare la fiamma della candela, si brucia e si mette a piangere. Finalmente scrive con grande difficoltà su un foglio di carta il nome che porterà attraverso il mondo: Kaspar Hauser. Poi viene condotto nella prigione della torre insieme con un garzone macellaio che ha il compito di tenerlo sotto osservazione. Comincia un periodo di nuove sofferenze.
Presto si sparge la voce sullo strano trovatello. La gente giunge da lontano per vederlo e toccarlo, gli porta dei doni, gli vuole bene. Ma per il fanciullo è troppo, non regge i continui contatti con estranei, è una terribile sofferenza che gli fa rimpiangere la sua cella buia e tranquilla con l’uomo in nero che riteneva essere suo padre.

UN FANCIULLO INNOCENTE
Si può vedere, tuttavia, un aspetto positivo nello strano destino di essere stato messo sotto la sorveglianza del guardiano Hiltel, un uomo semplice, un uomo di cuore che a contatto con i prigionieri si è fatto una  sorprendente esperienza di buon osservatore. Egli ha saputo, infatti, riconoscere in quel giovane scialbo e incapace di esprimersi, la purezza, l’innocenza, il candore. Hiltel dice che vorrebbe tenerlo in casa se non avesse già il peso di otto figli. Ha avuto una prova inconfutabile della sua innocenza quando, insieme con sua moglie, lo hanno spogliato per la prima volta: era naturale come un bambino e non provava alcun imbarazzo per la sua nudità, come se non fosse stato toccato dal peccato originale.
A questo proposito Steiner diceva di non aver rintracciato alcuna incarnazione né prima né dopo della sua vita in Germania. Lo chiamava “l’Atlante”, riferendosi all’antica epoca evolutiva dell’Atlantide in cui esseri spirituali si mescolavano agli uomini per aiutare a portare avanti l’umanità. Non esisteva ancora la scrittura, perché gli uomini avevano una memoria prodigiosa, come Kaspar Hauser prima di aver imparato a leggere e a scrivere. Steiner, in una comunicazione verbale al suo amico, il conte Polster von Hoditz, diceva che Hauser non era un uomo ma un essere della gerarchia degli Angeli, custodito, preservato per svolgere una missione particolare.
Hauser viene messo nelle mani del medico legale Preu, che ha il compito di chiarire se si tratti di un impostore o di un malato. Il risultato delle sue osservazioni recita: “Questo uomo non è né folle, né ritardato, ma è stato allontanato con forza e con la più grande crudeltà da ogni contatto con gli uomini e la società”. Preu fonda il suo rapporto su osservazioni oggettive che risultano soprattutto dalle gambe del ragazzo: nelle ossa Hauser porta l’impronta della sua prigionia. È chiaro che una tale deformazione può essere provocata da una lunga stazione seduta soltanto in un bambino piccolo le cui ossa sono ancora flessibili.
Anche l’autopsia fatta dopo l’assassinio rivelò dei polmoni piccolissimi, non essendo mai stato all’aria aperta, e un fegato enorme che si spiegherebbe per il fatto di aver mangiato sempre solo pane. Successivamente Kaspar Hauser incontra Binder, il borgomastro di Norimberga; ma più che il borgomastro, è l’uomo a occuparsi di questo essere unico. Egli rimane sconvolto davanti a questo fanciullo, parla della sua indescrivibile dolcezza, la bontà che attira chi gli sta intorno; dice che è come una benedizione mandata dal cielo alla città di Norimberga. In effetti Hauser prova compassione per tutti, anche per i suoi carnefici: dice che l’unica cosa che non perdona loro è di non avergli fatto mai vedere il cielo stellato.
Fra coloro che conoscono Kaspar Hauser fin dai primi tempi c’è un certo Feuerbach (anche lui autore di un libro  su Hauser), professore di diritto penale e criminologo. Egli cerca di svelare l’enigma della sua nascita e vi arriva molto vicino, ma muore improvvisamente. Qualcuno sostiene che non sia morto di morte naturale.
Un altro personaggio importantissimo per l’evoluzione di Hauser è Daumer, che lo vede nella prigione della torre e capisce subito che il destino gli impone una missione. Di Daumer, Steiner diceva che era l’ultimo dei Rosacroce. Su proposta del borgomastro, Hauser è affidato a Daumer che lo porta nella casa dove vive con la madre e la sorella. Daumer rimane stupito dalla sua memoria prodigiosa. Gli insegna a leggere e a scrivere, ma dopo qualche tempo devono interrompere gli studi per i terribili mal di testa che si scatenano poco dopo l’inizio delle lezioni. Per un breve periodo Daumer affida a Hauser dei lavori manuali. Poi, a poco a poco riprendono le lezioni perché Hauser ha una grande voglia di imparare.
Migliora la sua salute e anche il suo rapporto col cibo; la sua andatura non è più molto diversa da quella di una persona normale. A questo punto ci sarebbero molti aspetti che andrebbero analizzati sul modo di Kaspar Hauser di relazionarsi con il mondo circostante, come per esempio il suo rapporto col magnetismo per cui percepiva gli esseri viventi e i metalli a grande distanza, vedeva nel buio di notte, sentiva odori impercettibili a un organo normale. I suoi sensi erano di straordinaria acutezza: percepiva molto di più che un uomo comune, ma non aveva concetti. Quando gli diedero una stanza con vista su un giardino fu terrificato.
Più tardi spiegò che aveva la sensazione di una superficie che lo schiacciava perché non aveva il concetto di distanza, di rilievo. Sarebbe un aiuto per lo studio della Filosofia della Libertà in cui Steiner cerca di farci capire la differenza fra la percezione di una cosa e i concetti legati alla cosa. È difficile immaginare le sofferenze di Hauser per il fatto di dover affrontare il mondo senza alcun concetto. A Hauser “mancavano i concetti che gli uomini si costruiscono fin dall’infanzia”.
Nonostante la sua immensa bontà, Hauser non aveva fede, è l’esempio del fatto che l’idea di Dio non è innata nell’uomo, ma gli viene dall’esterno, sia attraverso l’osservazione della natura, sia attraverso l’istruzione o l’esempio.
A questo punto entra in scena un altro personaggio importante, il pastore Fuhrmann (celebre per la sua orazione funebre di Kaspar Hauser, un gioiello della cultura cristiana Mitteleuropea). Fuhrmann ha il compito di prepare Hauser per la cresima. Non può metterlo insieme ai suoi coetanei che avevano ricevuto un’educazione religiosa fin dall’infanzia, deve prenderlo separatamente. Nei suoi racconti, egli riporta che Hauser non accettava tutto ciecamente, aveva dei dubbi prima di accogliere intimamente il Cristianesimo; era commosso fino alle lacrime per la morte di Cristo sulla croce. Dopo che Fuhrmann gli spiegò che quello era il sacrificio necessario per salvare l’umanità, Hauser tornò sull’argomento dicendo che non era affatto convinto che Dio Padre non avrebbe potuto trovare un’altra soluzione per salvare gli uomini che quella di sacrificare il proprio figlio.

LA FINE
Ma l’epoca relativamente felice finisce quando nella casa di Daumer un uomo mascherato di nero tenta di assassinare Kaspar Hauser; forse il fatto che Hauser aveva manifestato il desiderio di scrivere la propria biografia, risveglia i suoi avversari.
Poco dopo il tentativo di omicidio, Hauser lascia la casa di Daumer che è ritenuta poco sicura. Il signor Tucher, un negoziante, lo accoglie in casa. Segue un apprendistato in vista di una professione. All’epoca del tentativo d’assassinio, Lord Stanhope, un inglese massone a Norimberga in viaggio d’affari, non sembra interessarsi del famoso Fanciullo d’Europa. Successivamente, come un serpente, alla maniera di un seduttore, Lord Stanhope si avvicina al giovane inesperto e riesce ad affascinarlo con promesse e regali, lo turba pungolando quel quid di vanità che è in lui. Il Lord è un grande attore e un diplomatico prodigioso, perché in un primo tempo riesce a ingannare tutti, tranne Tucher, il tutore, al quale non sfugge l’influenza nefasta su Hauser.
Disgraziatamente Hauser cade sotto la tutela di Stanhope. Da amico paterno, benefattore, Stanhope si trasforma nel suo peggior nemico. Daumer capì la natura malvagia del Lord solo quando, dopo l’assassinio, questi si recò a casa sua per convincerlo a testimoniare il falso contro il trovatello per infangarne la memoria. Stanhope volle sviare ogni sospetto riguardo all’assassinio, recandosi a Monaco per far timbrare una lettera indirizzata a Hauser, quando l’omicidio era già avvenuto ed era sulla bocca di tutti. Si capisce anche la premeditazione se si tiene conto del fatto che il Lord allontanò Hauser da tutti suoi amici e gli mise vicino il terribile professor Meyer che lo torturava e che, quando l’assassino piantò un coltello nel fegato di Hauser, lo accusa di aver tentato il suicidio per farsi notare. Si è saputo che Stanhope, più tardi, si suicidò in Inghilterra.
Si sa che era un massone, un aristocratico rimasto senza denaro e quasi certamente per lui l’assassinio di Hauser era un crimine dinastico, probabilmente commissionato dalla dinastia usurpatrice; forse Stanhope non era a conoscenza della vera natura spirituale di Kaspar Hauser.

IL MITO
Ma Kaspar Hauser era diventato un mito per la gente. Gli abitanti di Norimberga ricordavano con grande emozione il giorno della cresima nella cappella di S. Gobert, una cappella dei Cavalieri del Cigno: conosciamo il legame fra i rosacroce, ossia i cavalieri del Gral e il simbolo del cigno grazie a Parsifal e a Lohengrin. Quando fu chiesto a Steiner se poteva dare qualche indicazione su un’incarnazione di Cristian Rosacroce, Steiner consigliò di guardare un dipinto di Rembrandt, Il Cavaliere del Cigno al museo di Glasgow.
Durante la cresima di Kaspar Hauser un coro di voci accompagnò la preghiera, ma nell’istante in cui egli si inginocchiò l’emozione che mise nella preghiera ebbe un effetto straordinario sull’assemblea. Ognuno pregò con lui e per lui.
Ma i suoi avversari erano allarmati per la sua evoluzione. Un consiglio segreto decise della sua morte. Fu pugnalato da uno sconosciuto nel giardino di Ansbach. Quando arrivò barcollando a casa, Meyer lo accusò di voler attrarre l’attenzione su di sé e lo costrinse a percorrere la via verso il giardino; come una vera via crucis, lo fece camminare fin quando si accasciò. Agonizzò e morì il terzo giorno. Con le sue ultime parole espresse il dolore di non aver potuto compiere la sua missione, dicendo che “il mostro è stato più forte”. Ma il mostro non fu così forte da impedire al pastore Fuhrmann di essere presente ai suoi ultimi istanti. Ed egli riportò che al momento della morte, si percepiva la luce del Cristianesimo; “Kaspar Hauser perdona a tutti, anche al professor Meyer e al suo assassino”.
Fuhrmann testimoniò che Hauser ha pronunciato le ultime parole di Cristo sulla Croce: “Padre sia fatta la tua volontà, non la mia”.
Malgrado le terribili prove cui fu sottoposto, Kaspar Hauser conservò la fiducia negli uomini; colmo di bontà, egli accettò il suo destino, perdonando chi gli aveva fatto tanto male. Egli ha così trasformato in una vittoria dello spirito la sconfitta sul piano esteriore, ha trasformato il male in bene. Nella sua grande bontà diceva che nessuno gli aveva fatto del male; era una menzogna, ma era una menzogna di Angelo.

tratto da Newsletter Artemedica n. 9, 2008

 

I quattro temperamenti: prima parte

                                                I

                             QUATTRO TEMPERAMENTI

                          NELL’ADULTO E NEL BAMBINO

 

 

                                                      Tesina finale di

                                                  Emanuela Cardarelli

                                                     (settembre 2017)

 

 

I TEMPERAMENTI NELL’ANTICHITA’

La storia della medicina moderna inizia con Ippocrate di Cos (460 – 377 a.C.). In quel periodo l’importanza delle suole misteriche stava declinando, e poiché la medicina era collegata alla pratica religiosa, anche i guaritori stavano perdendo autorità. Ippocrate, quindi, decise di rimuovere la medicina dalla sfera religiosa e di trattarla come una scienza indipendente. Tutti i dati da lui raccolti crearono le basi della moderna scienza medica.

Nel VI secolo a.C. Anassimene di Mileto aveva introdotto nel pensiero greco la teoria dei quattro elementi fondamentali (aria, acqua, fuoco e terra) che costituiscono la realtà. Un secolo più tardi Empedocle diede corpo a questa teoria, sostenendo che la realtà che ci circonda, caratterizzata dalla mutevolezza, è composta da elementi immutabili, da lui nominati “radici”. Ogni radice possiede una coppia di attributi: il fuoco è caldo e secco; l’acqua fredda e umida; la terra fredda e secca; l’aria calda e umida. Ippocrate tentò di applicare tale teoria alla natura umana, definendo l’esistenza di quattro umori base, ovvero bile nera, bile gialla, il flegma (muco) ed infine il sangue (umore rosso). La terra corrisponderebbe alla bile nera (o atrabile, in greco melàine chole) che ha sede nella milza, il fuoco corrisponderebbe alla bile gialla (detta anche collera) che ha sede nel fegato, l’acqua alla flemma (o flegma) che ha sede nella testa, e l’aria al sangue, la cui sede è il cuore. A questi corrispondono quattro temperamenti (sanguigno, collerico, melanconico, flemmatico), quattro qualità elementari (freddo, caldo, secco, umido), quattro stagioni (primavera, estate, autunno e inverno) e quattro stagioni della vita (infanzia, giovinezza, maturità e vecchiaia). Il buon funzionamento dell’organismo dipenderebbe dall’equilibrio degli elementi, definito eucrasia (buona mescolanza), mentre il prevalere dell’uno o dell’altro causerebbe la malattia, ovvero la discrasia (in realtà il primo a lasciarci una trattazione sui quattro umori fu il genero di Ippocrate, Polibio di Cos).

Oltre ad essere una teoria eziologica della malattia, la teoria umorale è anche una teoria della personalità: la predisposizione all’eccesso di uno dei quattro umori definirebbe un carattere, un temperamento e insieme una costituzione fisica, detta complessione. Quindi, riassumendo, abbiamo:

il malinconico, con eccesso di bile nera, è legato alla terra (fredda e secca);

il collerico, con eccesso di bile gialla, è legato al fuoco (caldo e secco);

il flemmatico, con eccesso di flegma, è legato all’acqua (fredda e umida);

il sanguigno, con eccesso di sangue, è legato all’aria (calda e umida).

 

Questa teoria degli umori restò in voga per parecchio tempo. Nel periodo elisabettiano i quattro umori erano descritti in questo modo, un po’ diverso da quello che conosciamo.

 

Il sanguinico, ad esempio, viene qui collegato al sangue e al fegato, e descritto come corpulento. Il collerico viene collegato alla milza e descritto come magro e coi capelli rossi. Il flemmatico viene collegato ai polmoni e il malinconico alla cistifellea, e descritto come goloso.

Con l’Illuminismo e la nascita della moderna psicologia, la teoria umorale iniziò a essere vista come qualcosa di antiquato, poiché si riteneva che a determinare il carattere e la personalità di un individuo fossero soprattutto l’ambiente e il modo in cui egli veniva cresciuto ed educato. All’inizio del XX secolo il concetto di temperamento venne completamente messo da parte, poiché parlare di qualità innate della persona era considerato politicamente scorretto, e tutto lo studio, invece, si concentrava sui geni.

I temperamenti tornarono ad essere studiati negli anni ’50, riprendendo Jung e il suo concetto di estroverso/introverso. In seguito, lo psicologo Jerome Kagan, facendo ricerche in particolare sui bambini, identificò i temperamenti malinconico e collerico, ma non gli altri due, che vennero comunque identificati da altri studiosi. Egli, inoltre, associò anche delle tipologie fisiche a questi due temperamenti che aveva individuato.

Il tedesco Hans Eysenck (1916 – 1997) divise i quattro temperamenti in estroversi/introversi e stabili/instabili, elaborando questo schema. I temperamenti estroversi sono il sanguinico e il collerico, mentre gli introversi il malinconico e il flemmatico. Gli instabili sono il malinconico e il collerico e gli stabili il flemmatico e il sanguinico. Può sembrare strano che il volubile sanguinico sia considerato “stabile”, ma in pratica la sua stabilità sta proprio nell’essere sempre instabile.

 

I TEMPERAMENTI SECONDO STEINER

 

Steiner quindi riprende le basi della teoria umorale, ma le illumina alla luce della scienza dello spirito.

Egli infatti sostiene che il temperamento è ciò che si forma alla confluenza di due correnti, quella ereditaria e quella individuale. La corrente ereditaria è tutto ciò che noi ereditiamo da genitori, nonni e antenati in generale. Nell’uomo c’è però anche un nucleo individuale che non può essere spiegato con l’ereditarietà e che è tutto ciò che noi abbiamo acquisito attraverso le nostre incarnazioni passate. Se così non fosse, tutti gli appartenenti a una famiglia sarebbero l’uno uguale all’altro.

Quindi da una parte il temperamento ci individualizza, perché ci rende individui unici e diversi dagli altri, e dall’altra ci inserisce in un gruppo composto dalle persone che hanno il nostro stesso temperamento. Steiner infatti spiega che ogni persona possiede tutti e quattro i temperamenti (cosa che diceva già Ippocrate), ma che essi sono presenti in percentuale diversa: ce n’è uno dominante e poi gli altri tre a scalare. In genere il secondo temperamento è polare del primo, ma non sempre. Proprio per questo motivo, a seconda di come si mescolano, si otterrà la grande varietà di individualità e a volte potrà anche risultare difficile capire il temperamento dell’altra persona.

Steiner collega i temperamenti alle quattro parti costitutive dell’uomo.

La prima parte che ci si presenta è quella che tutti possono vedere con i loro sensi, cioè il corpo fisico, che l’uomo ha in comune con tutto il mondo visibile, cioè animali, piante e minerali.  Esso è collegato con gli organi sensori e s’inserisce completamente nella linea ereditaria.  Al corpo fisico è collegato il temperamento malinconico.

Poi abbiamo il corpo eterico, che è unito al corpo fisico fino al momento della morte. Esso può venire chiamato anche corpo vitale, perché è il creatore e il modellatore del corpo fisico e colui che lo mantiene in vita. È collegato al sistema ghiandolare-linfatico ed è in comune con piante e animali. Anche il corpo eterico fa parte della linea genealogica. Al corpo eterico è collegato il temperamento flemmatico.

Quindi abbiamo il corpo astrale, che ci porta gioia e dolore, piacere e pena, istinti, passioni e brame. Esso crea il flusso di sentimenti e sensazioni ed è collegato col sistema nervoso. L’uomo ha in comune il corpo astrale con gli animali e (a differenza dei due precedenti) è connesso con l’individualità umana (cioè non è ereditario). Al corpo astrale è collegato il temperamento sanguinico.

Infine abbiamo l’io, che appartiene soltanto all’essere umano ed è quello che ci permette appunto di dire “io” a noi stessi.  Esso è collegato al sangue, che è proprio il portatore dell’io e, come il corpo astrale, è connesso con l’individualità.  All’io è collegato il temperamento collerico.

A seconda del maggiore o minore influsso di queste parti si avranno i vari temperamenti.

Quello che è importante capire è che se una persona ha un certo temperamento essa non possiederà necessariamente tutte le caratteristiche di quel temperamento e solo quelle, poiché tutto dipenderà da come esso si è mescolato con gli altri.

Steiner ci ha lasciato anche delle descrizioni fisiche di ogni temperamento, che in parte riprendono quelle già date in passato dagli studiosi greci. Anche queste, però, non vanno prese in maniera dogmatica, cioè non si deve pensare che una persona abbia tutte le caratteristiche fisiche del suo temperamento, soprattutto perché nell’aspetto fisico gioca un ruolo importante anche la linea ereditaria.

Il temperamento non può essere cambiato (nel senso di acquisirne un altro), e questo vale sia per gli adulti che per i bambini. Quello che si dovrebbe fare è smussarne i lati più eccessivi, in modo da arrivare, un giorno, a una perfetta armonizzazione dei quattro temperamenti, così da usarli a seconda dell’occasione, come se fossero un abito.

Steiner ha infine mostrato come i temperamenti si possano ritrovare un po’ ovunque nel mondo. Ogni temperamento, ad esempio, è legato a un colore: rosso -> collerico, giallo -> sanguinico, verde -> flemmatico e blu -> malinconico,

Ogni temperamento è legato a un albero (malinconico -> cipresso, flemmatico -> tiglio, sanguinico -> betulla e collerico -> quercia) e fra i vegetali è possibile trovare vari alimenti che possono aiutare la persona a smussare i lati eccessivi del proprio temperamento. In genere gli alimenti vengono dati o in maniera omeopatica (cioè il simile cura il simile) o allopatica. Ad esempio, se il flemmatico mangerà il riso, dovrà condirlo con le spezie. Anche questo, però, non va preso in maniera dogmatica, perché tutto dipende sempre da come il temperamento principale si mescola con gli altri. Per cui, chi vuole lavorare al proprio temperamento o a quello dei bambini attraverso l’alimentazione, deve sempre sentire il parere di un esperto.

Nella musica, le varie famiglie di strumenti e anche le varie melodie sono legate ognuna a un temperamento. Qui il discorso si fa abbastanza complesso, perché occorre prendere in considerazione non solo le varie famiglie di strumenti, ma anche gli strumenti stessi. Una possibile esemplificazione potrebbe essere questa:

Nella metrica, per ognuno di essi vi è un ritmo specifico:

  • Dattilo (_ U U): malinconico
  • Anapesto (U U _): collerico
  • Giambo (U _) sanguinico
  • Trocheo (_ U): flemmatico

Anche le quattro operazioni possono essere divise secondo i temperamenti:

sottrazione: malinconico

addizione: flemmatico

moltiplicazione: sanguinico

divisione: collerico

(segue)